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Discorsoni / Analisi

Gigi Roggero – «I figli della crisi». Studenti e scuola al tempo della guerra

Il filo rosso che abbiamo seguito, il punto di vista che abbiamo voluto costruire.

Con la prima presentazione che abbiamo organizzato, (Transizione ecologica e territorio: quale futuro per Modena?, 11 dicembre 2021) volevamo capire come sarebbe cambiato, dopo la pandemia, l’uso capitalistico del nostro territorio, Modena e l’Emilia, attraverso il Pnrr, il piano di investimenti europeo che grossomodo è stato presentato come un nuovo New Deal. Non ci siamo limitati a statistiche sull’occupazione, ma abbiamo cercato di anticipare delle traiettorie, per esempio guardando a quello che gravita intorno alla “transizione ecologica”, vale a dire il passaggio, la ristrutturazione, verso un certo tipo di produzione e ai suoi effetti per il nostro territorio: è da poco l’approvazione di una direttiva dell’Unione Europea che fissa nel 2035 la data dell’ultimo anno in cui verranno prodotti motori a combustione interna, e immaginate cosa può voler dire per una zona come la nostra, denominata Motor Valley, in cui si costruiscono automobili, veicoli e soprattutto componentistica. Ecco, quel sabato avevamo provato a ipotizzare come potrebbe cambiare il nostro territorio soprattutto per chi lo abita, chi ci lavora, chi ci vive.

Con il secondo incontro (Dentro e contro il «modello Emilia», 5 marzo 2022) siamo passati invece dal presente alla storia del “modello emiliano”, delineando quali sono stati i processi che hanno portato Modena e l’Emilia a quello che sono oggi. Nel ripercorrere i punti nodali dal dopoguerra, passando ovviamente per gli anni Sessanta e Settanta, abbiamo riletto quelle traiettorie alla luce delle lotte operaie e studentesche, in particolare quelle impulsate dall’operaismo e dagli operaisti locali poi divenuti Potere Operaio, che hanno interessato la nostra città e tutta la provincia in un modo inedito. Abbiamo visto quali fossero le soggettività sociali e politiche che sono state protagoniste: studenti, operai, donne; lotte autonome che restavano fuori dai sindacati e fuori dai partiti (o meglio, spesso contro i sindacati e contro i partiti, perché l’interesse operaio era diretto, cozzando con gli interessi delle mediazioni). Seguendo il modo in cui queste istanze eterogenee – le lotte sul lavoro e le trasformazioni della scuola e dei rapporti – si siano amalgamate, abbiamo osservato quali possibili armi ci hanno lasciato.

Nel penultimo incontro (Il mondo di domani. Guerra in Europa e destino della globalizzazione, 2 aprile 2022), invece, siamo tornati alla nostra contemporaneità, una contemporaneità che è inevitabilmente contrassegnata dalla guerra e dalla fine della globalizzazione come l’abbiamo conosciuta, tra crisi, geopolitica e finanza. Quali, tra i processi già innescati, hanno raggiunto un punto di rottura? Quali le conseguenze per il prossimo futuro? Quali tendenze potrebbero svilupparsi e vederci da vicino coinvolti? In questo sovrapporsi vorticoso di crisi – la crisi ecologica, la crisi pandemica, adesso una guerra di portata globale – nessuno può sentirsi fuori.

Arriviamo così all’ultimo incontro, (I figli della crisi. Essere giovani al tempo della guerra, 25 giugno 2022, di cui di seguito pubblichiamo l’intervento di Gigi Roggero) che vede proprio voi e la vostra generazione, i giovani e gli studenti, protagonisti di queste trasformazioni. Perché sarete voi a vedere e dover vivere in un mondo completamente diverso rispetto a quello in cui abbiamo vissuto noi un po’ più vecchi. Non a caso, durante l’ultimo incontro uno dei relatori, Raffaele Sciortino, ha detto una cosa che ci ha da subito confermato quanto fosse necessario organizzare questa giornata. Ha detto che nell’ultimo decennio, quindi suppergiù dalla crisi del 2008-2011 e dagli ultimi movimenti di massa nati in quel contesto – da Occupy agli Indignados all’Onda, che voi non avete potuto vedere, mentre noi, quando avevamo la vostra età, ci eravamo in mezzo – i giovani sono stati, stranamente, quasi fermi. Sia chiaro, fermi non perché non vedessero quello che succedeva intorno: anzi, lo sanno bene e hanno molta coscienza e lucidità, ma ancora si fatica a trovare una forma organizzativa nuova.

Alla fine del suo intervento, ha detto una cosa che condividiamo: che sarà fondamentale come si posizioneranno i giovani nella trasformazione sociale e politica in corso. Con la guerra e con la crisi economica che arriverà in autunno vediamo l’economia mondiale che si ristruttura – perché c’è un pezzo di mondo che si sta scollegando dall’Occidente, o oppure è l’Occidente che si sta scollegando da un pezzo di mondo? – e già sappiamo che questo avrà delle grosse conseguenze che vivremo in prima battuta e toccheremo con mano; saranno i giovani i protagonisti di nuovi movimenti, delle possibili nuove lotte che si potranno dare in questo frangente? Quale sarà il loro ruolo? Sarà importantissimo come si posizioneranno domani.

Quindi abbiamo vogliamo capirci qualcosa di più, confrontarci e dare la parola a voi ragazzi. Con alcuni di voi a Modena ci siamo conosciuti nell’ultimo periodo con lo sciopero contro l’alternanza scuola-lavoro. Noi c’eravamo, siamo venuti a dare il nostro sostegno ma anche e soprattutto a conoscere le profonde motivazioni oltre la retorica, oltre a quello che dicono ceti politici, collettivi, partitini, sindacati. Volevamo ascoltare direttamente chi era in quella piazza, volevamo sentire quali erano i motivi materiali della rabbia e quali le problematiche che si vivono non solo a scuola, ma a essere appunto “i figli della crisi”, a essere una generazione che non deve cercare giustificazioni per far casino. Se la voglia di far casino c’è, be’, è più che legittima, perché ormai ne state vedendo talmente tante che non serve un motivo specifico per essere spaventati, nutrire delle ansie o essere incazzati. Ecco, è su questo che ci piacerebbe continuare discutere.

Per sciogliere il ghiaccio abbiamo chiamato con noi Gigi Roggero. Doveva venire anche un’altra ospite, Anna Curcio, anche lei come Gigi insegnante, anche lei redattrice della rivista «Machina», anche lei ricercatrice indipendente, soprattutto per quanto concerne i temi legati al genere e alla razza. Purtroppo non è potuta venire per problemi di salute, e quindi abbiamo discusso con Gigi su come si sta trasformando la scuola capitalistica nella sua struttura in questa fase, e quali i nodi da sciogliere.

Buona lettura.

Gigi Roggero

Grazie davvero ai compagni di Kamo, grazie dell’occasione di fare questa discussione. Faccio tre premesse, brevi, e poi dirò alcune cose spero rapide.

La prima premessa è che, se mi dovessi presentare, io sono un militante politico per scelta e un insegnante incidentalmente, per casualità. La seconda, visto il sottotitolo I giovani al tempo della crisi, è che io giovane oggettivamente non lo sono, e quindi sarete voi a dovere parlare dei giovani e della crisi. Non sono oggettivamente giovane, mentre soggettivamente non lo sono mai stato. Perché vedete, anche quando ero oggettivamente giovane, odiavo la definizione di giovane, per cui non mi sono mai riconosciuto in quella categoria. La terza cosa è che tendenzialmente le cose le dico e magari le ripeto per molto tempo, anche affabulando. Se quindi a un certo punto mi vedeste insistere troppo su aneddoti o comunque occupare troppo tempo, voi tranquillamente toglietemi la parola.

Dirò quindi due parole su come vedo la scuola, innanzitutto dal punto di vista politico, e non su come la vedo io individualmente – perché l’individuo è un’invenzione della modernità capitalistica, dunque non bisogna rassegnarsi all’io. L’individuo non è sempre esistito, anche a scuola a un certo punto inizieranno a parlarvi di individui, voi sappiate che esiste solo da un certo momento in avanti, tra il Cinquecento e il Seicento. Prima gli individui non esistevano, e tutto sommato la loro invenzione non è stata propriamente buona. Quindi eviterò la boria di dirvi come la penso io, ma proverò a riportare le riflessioni politiche fatte insieme a vari altri compagni e alle reti di compagni (come le riviste «Machina» e «Commonware»), le esperienze politiche a cui sono stato interno e le elaborazioni che abbiamo fatto sulla scuola. Si tratta perciò di un pensiero collettivo, che ovviamente la mia posizione casuale e incidentale di insegnante mi permette di verificare, correggere, modificare dall’interno di questo ruolo.

La prima questione da chiarificare è che cos’è, davvero, la scuola. Allora, ne sentirete tante sulla scuola. Sicuramente ne avete già sentite, anche dagli insegnanti quando vi sventolano «il valore della scuola», «l’importanza della scuola». Soprattutto gli insegnanti di sinistra, con la loro concezione di una scuola idealizzata e che non esiste più o che non è mai esistita. Uno slogan molto diffuso ci dice che “bisogna difendere la scuola pubblica”. Però bisogna subito capire che scuola è questa che si dovrebbe difendere.

Mettiamolo chiaro fin da subito: la scuola è un’industria. La scuola è l’industria scolastica. È un’industria che ha un obiettivo ben preciso, quello di produrre della forza lavoro, e di produrre la soggettività di questa forza lavoro. Cosa intendo con “produzione di soggettività”? Intendo che voi, quando entrate in una scuola, venite prodotti in quanto attori che devono muoversi dentro una trama di relazioni, che costituisce la società capitalistica. Come dirò anche più avanti, la questione della disciplina e di come vi dovete comportare è fondamentale e su questo insistono parecchio i vostri insegnanti. E magari soprattutto in alcuni indirizzi, soprattutto nei tecnici o nei professionali, nelle rampognate dei prof il paragone viene fuori di continuo: «Quando vi troverete nel mondo del lavoro…», «Se già adesso fate così, pensate a cosa succederà quando vi troverete davanti a un datore di lavoro», e via discorrendo. Riassumendo, la scuola è un’industria che ha l’obiettivo preciso di produrre la soggettività della forza lavoro, ovvero un modo, oltre che di produrre, di comportarsi e di accettare le regole del gioco.

Spesso si parla di “aziendalizzazione” della scuola; ma aziendalizzazione della scuola non significa semplicemente “privatizzazione”, cioè soggetti privati che entrano nella scuola o nell’università. È sicuramente anche questo, intendiamoci: ad esempio a Bologna ci sono degli istituti che hanno le officine della Ducati, perché è da lì che vanno a pescare. Però non è solo questo, solo l’entrata del capitale privato dentro un’istituzione che prima era pubblica. “Aziendalizzazione della scuola” significa che la scuola stessa, indipendentemente dal fatto che sia pubblica o privata, deve ragionare come un’azienda. Quindi deve calcolare nei termini di input e output, nei termini dell’efficacia produttiva, dei costi-benefici, e così via.

Vi faccio un esempio. Quello che viene chiamato “preside” non è più il preside, ma un “dirigente scolastico”. Non è solo un cambiamento di definizione formale, c’è un cambiamento sostanziale. Il dirigente scolastico deve gestire la propria azienda, e deve gestirla facendo che cosa? Gestendo la forza-lavoro, facendo promozione e marketing, attirando le famiglie degli studenti, che sono “utenti”. Interviene, che so, negli scrutini finali e dice «questo utente qua va promosso perché sennò poi la famiglia è scontenta»; «questo utente qua è di una famiglia che non ci interessa più di tanto, una famiglia da cui non ne caviamo fuori molto e quindi questo qua può essere abbandonato, è sacrificabile». Quindi il dirigente scolastico è un manager, che interviene esattamente come il manager rispetto all’azienda: facendo un’analisi dei clienti.

Anche le promozioni e le bocciature non rispondono a questo fantomatico criterio del “merito”, parola che, appena la sentite, dovete spolverare le armi che avete (e vabbè, credo che non ci sia nemmeno bisogno di soffermarci sul perché il merito faccia parte del linguaggio del potere). Il rapporto tra promozioni e bocciature dipende dagli interessi di mercato che i singoli istituti hanno rispetto al territorio e alla clientela. E lo studente, oltre a essere un “futuro lavoratore”, è a tutti gli effetti forza lavoro già operante, da un lato in quanto utente messo in produzione, dall’altro in quanto comproduttori di saperi, merce centrale nel capitalismo contemporaneo.

E poi lo vedete anche voi la neolingua che si parla nell’industria scolastica. L’invasione, la diffusione, l’inflazione degli acronimi – Pof, Ptof, Pdp, Pcto e tutte queste cazzate qui. Onestamente io non ci ho mai capito niente, e per quanto mi rifiuti di capire, tutti gli altri insegnanti si ostinano a parlarmi per acronimi. Attenzione, questi termini non sono neutri. Perché si usano? Perché è molto nello stile aziendalista. Se aveste modo di sentire come si parla nelle aziende, vedreste che funziona così. Quindi persino le siglette coi puntini che si usano a scuola sono funzionali a questo processo di aziendalizzazione.

Quindi sappiate che, quando andate a scuola, siete degli operai che vanno in un’industria. Degli operai specifici, degli operai della conoscenza. Degli operai, ovviamente, collocati dentro una gerarchia di istituzioni, perché non si pretende da tutti la stessa cosa. Per farla breve, la funzione di ogni istituto cambia a seconda delle gerarchie in cui l’istituto stesso è collocato: la posizione cambia se è un liceo, se è un istituto tecnico o se è un professionale; e poi che tipo di liceo o di istituto è; e poi in che zona è collocato, se è del nord o del sud, se della città o della provincia, oppure come si piazza nel ranking, nella classifica degli istituti. Quindi la scuola funziona a tutti gli effetti come un’industria.

A questo punto, proviamo a vedere chi lavora dentro questa industria. Come abbiamo già anticipato, ci sono gli organi della dirigenza industriale, poi il personale tecnico-amministrativo e i professori. I professori sono quelle figure che riconoscete perché si lamentano sempre. Detto tra noi, questo lamento non l’ho mai capito: tutto sommato il professore fa 18 ore di lavoro alla settimana. Lo so che è un discorso che potrebbe suonare come ambiguo e che se ci fosse qualche sindacalista immediatamente si inalbererebbe; però insomma, Stachanov nel ’35 aveva altre impellenze dal punto di vista dell’orario e della fatica. Poi mi direte se nella vostra esperienza avete visto qualcosa di diverso, nella mia ciò che vedo è che i professori sono quelle figure che godono nell’esibire un supposto peso del mondo sulle proprie spalle. Io non capisco mai effettivamente che cosa facciano per ritrovarsi sulla groppa tutta questa tragedia.

Sono solito dire che non è un granché fare il professore, però tutto sommato dal punto di vista dell’orario è comunque meglio che lavorare veramente. È vero che, oltre alle 18 ore formali, ci sono i consigli di classe, gli scrutini, i compiti da correggere e le lezioni da preparare; però, ripeto, stiamo parlando di un tempo limitato rispetto a tanti altri lavori. Limitato però anche dal punto di vista del salario. Tenete conto che un docente guadagna 1500-1600 euro con scarsissima progressione di carriera, vale a dire che il salario aumenta di ben poco anche se sei lì da venti o trent’anni. Il salario è molto basso se si tiene conto che i professori sono figure che, dal punto di vista della gerarchia capitalistica, sono qualificate: ganno quantomeno la laurea e spesso non solo, perché adesso molti sono profughi dall’università, arrivano proprio con i barconi carichi dei loro titoli, cioè dottorati, master, assegni di ricerca ecc. Li riconoscete “come idealtipo” perché sono quelli più frustrati, più con la bava alla bocca, che rompono di più le palle. Quindi 1500-1600 euro, se ci atteniamo a quelle che sono le gerarchie capitalistiche, quindi il rapporto tra titolo di studio e salario, effettivamente è poca roba se lo compariamo al salario corrispondente europeo; al contempo, però, è piuttosto basso l’orario di lavoro. Quindi è come se ci fosse stato uno scambio tra salario e orario, ossia lavoro poco e guadagno poco.

Questa è stata la cosa che è stata pacificamente accettata anche dai sindacati, anzi direi sollecitata dai sindacati. Si è infatti portati a identificare non solo nel personale tecnico-amministrativo e Ata, ma anche nel ruolo del professore il “sogno” – io direi la distopia – dell’arrivare all’impiego pubblico. Nell’industria scolastica ci sono tanti Checco Zalone, soddisfatti di aver raggiunto il posto fisso: che lo si sia ottenuto facendo il poliziotto, l’impiegato delle poste o il professore, cambia poco. I sindacati propongono un mondo di impiegati pubblici, fatto di Checco Zalone e ragionier Filini, un mondo soggettivamente terrificante e di completa alienazione. Decisamente meglio la precarietà!

Succede quindi che mediamente gli insegnanti, proprio per questo squilibrio tra titolo di studio e salario, si portino dietro un carico di frustrazione che aumenta esponenzialmente se appunto arrivano dall’università, quindi se pensavano, sognavano, volevano fare altre cose e invece si ritrovano in una scuola superiore. Più si scende nella gerarchia degli istituti e si va verso i professionali, più aumenta la fissazione con la disciplina. Nei consigli di classe, l’aspetto della didattica è piuttosto marginale; si parla, fondamentalmente, della disciplina («quello ha ruttato», «quello ha scoreggiato in classe», «quello urlava» e tutte robe di questo tipo). Spesso l’insegnante non ha chiari i confini del proprio ruolo, cioè non capisce che è lì per insegnare e dovrebbe svolgere una funzione di produzione e trasmissione di conoscenza. Invece l’insegnante diventa un po’ vigile, un po’ poliziotto, un po’ assistente sociale – tutti lavori disprezzabili, ovviamente – con un’accentuazione ulteriore se di sinistra.

Mettiamolo in chiaro una volta per tutte: tendenzialmente il peggio che vi possa capitare è avere degli insegnanti di sinistra. Sono quelli più moralisti. Di fronte a un’occupazione, ad esempio, un bell’insegnante reazionario dice: «Sono contro perché c’è la legalità e c’è l’illegalità, e se c’è l’illegalità mando i carri armati e vi stermino». Il reazionario rende chiari i termini del problema, cioè la questione dei rapporti di forza: se abbiamo la forza fronteggiamo i carri armati procediamo, se non l’abbiamo scegliamo tatticamente altre strade. Sono tuttavia chiari il ruolo e il rapporto amico-nemico. Invece, cosa fa l’insegnante di sinistra? L’insegnante di sinistra è quella strana figura che innanzitutto vi dirà che non ci sono i confini di ruolo, quindi «sì, io sono insegnante, ma in fondo noi siamo un po’ amici». Non è vero. Soggettivamente mi posso collocare dentro a una classe in una maniera più simpatetica, ma oggettivamente il mio ruolo di insegnante mi identifica come controparte degli studenti. Su questo non ci devono essere equivoci o ambiguità. Questo vale anche altrove: soggettivamente ci si colloca dentro un ruolo in un modo o in un altro, ma comunque rimangono dei ruoli capitalisticamente determinati. Dentro un’industria, voglio dire, uno può avere un caposquadra testa di cazzo o un caposquadra che è una brava persona, ma è pur sempre il caposquadra. E non è che i padroni siano tutta gente con la bava alla bocca, possono essere delle bravissime persone, però non significa niente: quando si dice che sei uno sfruttatore, non è un’etichetta morale, è un posizionamento oggettivo.

Così avviene anche per gli insegnanti. Sì, se si vuole sono delle controparti particolari, essendo anche loro dei lavoratori dell’industria della formazione, però l’insegnante di sinistra cercherà continuamente di mistificare, cioè di nascondere, il ruolo oggettivo che ricopre. Quindi si siederà tra di voi, verrà vestito in modi “colorati” e via di questo passo. Ecco, di quelli lì diffidate a priori, perché nel momento dell’occupazione non vi dirà «io sono contro perché occupare è reato», no, vi dirà: «io non sono contro l’occupazione, ci mancherebbe, le ho fatte anche io, MA…». È come quando uno dice «non sono razzista, ma…», quello che viene dopo il “ma” squalifica tutta la prima parte della frase. Anche in questo caso, dimenticate tutta la prima parte della frase e ascoltate solo quello che viene dopo la congiunzione avversativa. Il prof vi dirà che ai suoi tempi si occupava, ma si occupava in modo diverso, mentre voi non siete consapevoli di come occupate, ed è quello lì che vi critica, mica l’occupazione in sé: ci mancherebbe, non è mica un reazionario! Ecco, quello lì cercate di “farlo fuori”, allontanarlo, perché aggiunge a tutte le cose che abbiamo detto prima una carica di ipocrisia moralistica veramente insopportabile.

Un’altra figura tremenda, che infesta i peggiori incubi degli studenti, è quella della professoressa. E non a caso la dico con questa connotazione di genere, dal momento che la dimensione di genere tra i professori è rilevante. Mi spingerei quasi a dire che nella scuola non vige una dimensione patriarcale, ma più che altro una dimensione matriarcale. In primo luogo dal punto di vista quantitativo: mediamente le professoresse nelle scuole sono la maggioranza o la stragrande maggioranza del corpo insegnante, fin dai tempi del libro Cuore. Da allora è entrata nell’immaginario collettivo la “maestra dalla penna rossa”, a simboleggiare la scuola come veicolo di emancipazione femminile. Però soprattutto la professoressa è quella figura che incarna, nel suo atteggiamento matriarcale o meglio maternalista, una tecnica di potere. È diverso – non meglio o peggio, attenzione, semplicemente diverso – dal paternalismo, il meccanismo del padre-padrone, del bastone e della carota. Il maternalismo non funziona così. Il maternalismo funziona accarezzandoti. La professoressa maternalista dirà: «I miei ragazzi», e li tratterà come dei figli; però dei figli ai quali, nel momento in cui non faranno quello che la professoressa maternalista vuole, dirà: «Mi avete deluso». Che è la cosa più atroce da dire ai figli, figurarsi a delle persone che non sono nemmeno i tuoi figli. E infatti, già dire “i miei ragazzi” o “i miei studenti” è terrificante: i “miei” di chi? In base a che cosa se voi avete una professoressa dovete essere i suoi studenti, o essere trattati come i suoi figli?

Attenzione, quando parlo di “maternalismo” o di “matriarcato” mi riferisco a un fenomeno che è agito spesso da donne, così come il patriarcato e il paternalismo era agito spesso da uomini; tuttavia (ed è importante da sottolineare) può assumere una connotazione che non è necessariamente di genere in senso biologico. Potete trovare degli insegnanti uomini che sono altrettanto maternalisti, ovvero che utilizzano anche inconsapevolmente questa tecnica del potere basata sull’“abbraccio”, sull’“accarezzare” e poi sul ricatto morale della delusione.

È una tra le cose più atroci, più subdole che si possano determinare in un rapporto tra insegnante e studente, e che possiamo utilizzare come angolo prospettico per osservare un fenomeno più generale e delicato. Negli anni Novanta si era parlato molto della femminilizzazione del lavoro, cioè della massiccia entrata delle donne dentro il mercato del lavoro, dentro a dei rapporti di subalternità e sfruttamento. Ora, secondo me, dovremmo iniziare ragionare anche nei termini di una femminilizzazione del potere. Per carità, non sto parlando del potere ad alti livelli, sebbene attenzione, anche lì la situazione pare che stia iniziando a mutare; ma sicuramente in alcuni ruoli gestionali ai livelli medio-bassi e sicuramente in ambiti come l’industria della formazione, della riproduzione, del mondo delle cooperative, della cura, il maternalismo e il matriarcato iniziano ad avere un peso rilevante. Sono questioni delicate, che bisognerebbe maneggiare con cautela, ma che hanno una loro importanza e dunque, prima o poi, toccherà affrontare seriamente.

La terza questione di cui vorrei parlare è quella del sapere e della conoscenza. Cioè, qual è il sapere e la conoscenza – e qua lo chiedo direttamente a voi – che viene trasmesso dentro le industrie scolastiche? Si tratta di un sapere e di una conoscenza estremamente modularizzati, trasformati in pillole, in una banale trasmissione di nozioni, che non permettono mai di affrontare i problemi aperti. Per fare un esempio, prendete la questione (verso cui ho un’avversione radicale) dei quiz e delle crocette. Per come lo immagino, un movimento di studenti che rifiutasse e iniziasse a bruciare tutte le prove o quiz a crocette, secondo me sarebbe un movimento estremamente avanzato. E invece nella mia esperienza, lo devo ammettere, molti studenti chiedono i quiz e le crocette. Per certi aspetti c’è una reciproca convenienza: l’insegnante lavora indubbiamente di meno, e anche da parte degli studenti c’è l’idea che si riesca a lavorare di meno, perché prepararsi per il quiz a crocette è più semplice e rapido che non prepararsi invece per un’elaborazione complessa. Però capite anche voi che sul lungo periodo ciò ti addestra soltanto alle nozioni, a meccanismi pavloviani, a forme estremamente impoverite del sapere. Si tratta di conoscenze che oggi ci sono e che domani non ci sono più, che ti appiccichi in testa al mattino e al pomeriggio, dopo aver fatto la prova, non ti ricordi più, come le poesie imparate a memoria alle elementari, ma soprattutto che non formano alla capacità di ragionamento autonomo. Uno studente può prendere tutti dieci con i quiz e le crocette e alla fine dell’anno non sapere assolutamente nulla, non essere in grado di ragionare su nulla.

Ovvio che qui non si sta facendo l’elogio della fatica, ma si vuole evidenziare che oggi il sapere che viene trasmesso è di questo tipo, un sapere impoverente e banalizzante perché non ti permette di confrontarti con i problemi aperti. Sempre più spesso tanto i docenti quanto spesso anche gli studenti hanno il terrore delle domande che non abbiano già una risposta preconfezionata. Alla fine, dopo la lezione, c’è la domanda e tu ti aspetti una risposta che sia vera o falsa, sì o no, la 1, la 2 o la 3. Non c’è nessuna formazione alla capacità di affrontare delle questioni che non abbiano delle risposte già predeterminate. Ma voi, che cosa ve ne fate di un sapere di questo tipo?

Poniamola, ad esempio, nei termini dell’orientamento al mercato del lavoro (per quanto non mi sia simpatica l’opzione per cui la scuola debba preparare al mercato del lavoro, ma come dato di realtà le famiglie che tirano fuori i soldi immaginano innanzitutto lo sbocco occupazionale). Se vi preparate sullo specialismo di un micropezzo di un determinato sistema, considerati i livelli e la velocità dell’innovazione attuale, quella nozione che avete appreso oggi c’è e domani non vi servirà più a niente, ed ecco che vi ritrovate immediatamente spiazzati. Tanto è vero che, nel mercato del lavoro capitalistico, le conoscenze che vengono più pagate sono quelle di chi si deve inventare delle soluzioni che non siano preconfezionate.

Mettiamola invece da un lato che a noi interessa di più: come trovare le forme nuove di lotta e organizzazione per trasformare questa scuola che non ci piace? I compagni di Kamo vi chiedono “scusa, qual è la nuova forma di organizzazione?” e vi propongono di scegliere la risposta 1, 2, 3 o 4? No, sapere sciocco. Spetta a voi inventarla, e se voi non avete una capacità di ragionamento che vi porti ad affrontare dei problemi aperti e per cui non ci sono delle risposte preconfezionate, rischiate di ripetere dei modellini che già esistono e che non vanno da nessuna parte, oppure vi trovate completamente spiazzati. Qui c’è già una traccia dell’origine di tante delle forme contemporanee di ansia e inquietudine, che vengono medicalizzate attraverso lo psicologo – per inciso, la questione degli psicologi apre un grosso terreno, che magari possiamo affrontare in seguito. Attraverso lo specialismo psicologico vengono individualizzati dei problemi che invece sono sociali, anche connessi all’industria scolastica e alla formazione. Una grossa fetta dell’ansia che viene sempre più spesso avvertita dagli studenti deriva infatti dal senso di incapacità nell’affrontare delle situazioni che non hanno già una soluzione. E dire che proprio le situazioni senza già una soluzione dovrebbero essere quelle più emozionanti, più eccitanti, più aperte alla possibilità dell’imprevisto! Laddove c’è già una soluzione, siamo fregati, perché la soluzione è quella che ci hanno già dato quegli altri. Noi invece dovremmo formarci e rivendicare di essere formati al ragionamento per problemi che non hanno risposte vecchie.

Di questi temi e dell’impoverimento dei saperi però, che io sappia, nelle scuole se ne dibatte poco o non se ne dibatte affatto. Non sono interessati i sindacati, quelli che ci vogliono trasformare in Checco Zalone e ragionier Filini. Non sono interessati gli insegnanti, che sublimano la propria carenza salariale e miseria di ruolo attraverso il riconoscimento di status, di quelli che portano il peso del mondo sulle spalle. E gli studenti? Che dite?

Insomma, io credo che al di là di tutte le questioni assolutamente legittime relative ai tagli alla scuola, ai disservizi, a quel che non funziona, porre in maniera radicale la rivendicazione di un sapere ricco sia una cosa assolutamente fondamentale. Quello lì è il nodo centrale, secondo me, della scuola.

Poi ovviamente c’è il rapporto tra scuola e lavoro. Per come la vedo io, il rapporto tra scuola e lavoro va ben oltre la questione del Pcto, come viene chiamato con l’ennesimo acronimo (non mi ricordo cosa significhi e non lo voglio sapere, una volta si chiamava alternanza scuola-lavoro, ma insomma è sempre quella cazzata lì). Comunque, per quanto riguarda il Pcto, vi dico come l’ho vista io, poi mi direte se ho compreso male. Ricordiamo tutti le mobilitazioni che hanno smosso effettivamente in avanti la situazione, lanciate a partire dai casi drammatici di ragazzi morti durante lo svolgimento del Pcto. Ebbene, io ho l’impressione che il nocciolo delle mobilitazioni vada ben al di là dell’alternanza scuola-lavoro, e che questo sia un pretesto (uso la parola pretesto con un’accezione positiva, di legittimo utilizzo di ogni mezzo).

Partiamo dall’ammettere che i Pcto (o quantomeno quelli che ho visto io) sono più delle perdite di tempo che altro. Non rispondono effettivamente al rapporto tra scuola e lavoro, sono perlopiù cose grottesche: fotocopie, corsi motivazionali, cagate del genere. I casi più tragici sono avvenuti soprattutto in alcuni istituti professionali, in cui effettivamente c’è un po’ di forza lavoro che viene presa e buttata a fare lavoro gratuito per dei padroni parassiti. Ho però l’impressione che le mobilitazioni siano in realtà partite da quello che dicevano i compagni di Kamo nella parte finale del loro intervento. Detto in altri termini, le mobilitazioni sul Pcto hanno voluto dare un lessico della rivendicazione a qualcosa che ben oltre quel tipo di linguaggio. Per dirla terra terra, io ho l’impressione che molte occupazioni sono avvenute per dire: «basta, non ce la facciamo più!». E questo non svaluta le mobilitazioni, tutt’altro! Proviamo quindi a guardare un po’ al quadro complessivo.

Prendiamola larga e riassumiamo per sommi capi gli eventi principali che avete vissuto voi. Sullo sfondo c’è una concatenazione di crisi. A occhio e croce inizia nel 2007-2008 con il crack dei mutui subprime negli Stati Uniti e il crollo di Lehmann Brothers. Le sue conseguenze hanno diverse evoluzioni sul piano globale: infatti già nel 2008 c’era il movimento dell’Onda il cui slogan era «noi la crisi non la paghiamo», e a seguire il ciclo di movimenti Occupy. A un certo punto si è iniziato a parlare di uscita dalla crisi, e di lì a poco scoppia il Covid. Quando il Covid comincia a defluire inizia la guerra. Ecco perché questa generazione qua, la vostra generazione, non ha bisogno di tanti motivi di rivendicazione, come vorrebbero i professori di sinistra, non deve preoccuparsi di stilare verbose e complicate piattaforme burocratiche. Questa generazione è fatta di giovani che appunto sono “i figli della crisi”, che sono state socializzate dentro la crisi e che non hanno mai visto nient’altro che la crisi nelle sue differenti evoluzioni.

Se le cose stanno così, il fatto che l’inizio di mobilitazione che c’è stato a gennaio (e che speriamo che sia solo un inizio e assuma degli sviluppi imprevedibili) non abbia sempre espresso una lista di rivendicazioni, non è né una sorpresa né un limite. Mi sembra che l’opposizione al Pcto sia, in qualche modo, un tentativo di tradurre in un linguaggio rivendicativo una rabbia che invece parla di qualcosa di molto più profondo, e secondo me anche di molto più radicale. E se guardiamo adesso tutti i problemi connessi alla questione della guerra, come si intreccerà questa situazione a questa rabbia? Mi piacerebbe saperlo da voi.

Come ritornerete a scuola a settembre? Probabilmente, come si dice ora con il lessico pandemico, “in presenza”: una volta insieme in classe, cosa verrà portato avanti delle mobilitazioni che ci sono state negli ultimi mesi? Come la guerra irromperà dentro la dimensione giovanile? Pensate che ci siano delle possibilità di ripresa, di nuovo inizio delle mobilitazioni a partire da settembre-ottobre? Secondo me sono queste le cose veramente importanti da discutere: la ricerca dei terreni e delle tematiche con cui rilanciare le proteste.

E a tal proposito, prima di concludere, mi limito a dire una cosa. Se posso (non dico darvi un consiglio, perché non ne avete bisogno) dire quello che penso sulla vicenda, io credo che rispetto alla guerra si debba sfuggire alle trappole del già noto.

Non solo sfuggire alle trappole mediatiche della logica dello schieramento, Ucraina-Russia, credo che ciò sia abbastanza scontato; pensavo piuttosto a un problema di fondo. Come sapete, nei decenni trascorsi, ci sono stati parecchi movimenti per la pace che si esprimevano su un terreno prevalentemente ideale. “Che bella la pace, sarebbe bello che andassimo tutti d’accordo” (mah, a dire il vero io questo non l’ho mai pensato, però si dice così). Ora, secondo me bisogna scansare quel terreno lì. Bisogna riuscire a evitare di pensare la guerra come un fatto di semplice cronaca internazionale o di buoni sentimenti. “Sto con l’Ucraina”, “sto con la Russia”, “sto con la pace”, “sto con la guerra”, eccetera.

Un tempo si diceva che bisogna portare la guerra a casa. Ecco, io credo che sia necessario proprio questo: portare la guerra a casa. Il punto centrale non è come io intervengo pubblicamente sui grandi temi del momento. Se la politica internazionale è parte di quello che noi viviamo, e se sempre di più incide nel concreto delle nostre vite, la domanda diventa: dove noi possiamo intervenire esattamente? Dove la geopolitica incide materialmente sulle nostre vite?

Capite bene, qua il problema non sarà se in inverno il termosifone funziona o non funziona nel singolo istituto, ma allargare lo sguardo fino a capire come queste questioni toccheranno i vari aspetti di tutto il nostro quotidiano: la domanda è se nelle case si potranno accendere i riscaldamenti 24 ore al giorno oppure no, come si va a scuola, con la piega che sta prendendo il costo della benzina, il carovita: ecco, sono solo alcuni dei temi materiali che si potrebbe rintracciare nella vita di tutti i giorni.

Sia chiaro, con questi finti dibattiti organizzati dalle scuole sulla questione internazionale e sulla pace si rischia di depoliticizzare i temi materiali, cioè di addolcirli e quindi ostacolare il conflitto. Per “portare la guerra a casa” e ribaltarla su chi ci riduce in questa condizione, bisogna partire individuando quanto la guerra incide concretamente sulle nostre vite, dentro e oltre la scuola. Ora però mi taccio, voglio sapere principalmente da voi cosa ne pensate.

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R. Sciortino, S. Cacciari – Punti di condensazione. La guerra, i media e il «secondo populismo»

«S’i nel mondo ci fosse un po’ di bene» avremmo, come ricetta per l’avvenire, la chiave per una ricomposizione di classe facile, coerente, pulita. Soprattutto in linea con i precetti, i desiderata, i pregiudizi e gli automatismi dei ceti politici (quali?) e intellettuali (dove?) di sinistra, e della loro sinistra ideologia. Saremmo già bell’è pronti, bandiere rosse al vento – o nere, o arcobaleno, scegliete voi al mercato delle identità il vostro pride – e via andare. Ma gli ultimi cicli di mobilitazioni sociali ci hanno ormai definitivamente abituato ad aspettarci qualcosa di ben più complicato, sporco, contraddittorio – ambivalente. Un “guazzabuglio” di soggetti sociali, con un diverso grado di internità alle categorie che usiamo per dare senso e orientarci nel caos del presente – sia di ordine sociale che geopolitico, e i due livelli sono collegati – di cui è difficile sciogliere i nodi. Linguaggi incomunicabili, comportamenti ambigui, potenzialità abortite. Bravo chi ne viene a capo. Ce lo siamo detto tutti.

I feticisti dello spurio e dell’ambivalenza a tutti i costi, così come chi considera il “casino” una maledizione esclusiva di questa fase storica e di questa composizione di classe, se ne stiano a distanza: non siamo noi quello che fa per voi. Non c’è da scandalizzarsi, né da applaudire. Davanti alla realtà concreta, la critica morale di ciò che non si conforma a quello che vorremmo e l’elogio di quello che ancora non c’è portano a ben poco. Occorre, invece, analisi concreta. Come ci stiamo dentro a questa realtà – nello specifico alla guerra, che sta informando il prossimo futuro? Quali lenti e strumenti dobbiamo usare, e quali buttare via? Che uso ne facciamo delle faglie, delle contraddizioni, delle ambiguità che ci stanno intorno e ci determinano? La domanda è politica, non analitica.

Al termine di una densa giornata di riflessione collettiva (quella del 2 aprile a Modena), partendo da questi interrogativi Raffaele Sciortino e Silvano Cacciari ci offrono spunti per affrontare i torbidi del medio periodo. Senza dare ricette, i due interventi ipotizzano domande politiche e passaggi di testimone intorno ad alcuni punti di condensazione – ruolo dei ceti medi, forme del “secondo tempo” populista, enigma della composizione giovanile, precarietà del consenso alla guerra. La trascrizione che segue, la conclusiva di questa serie, apre a una traccia di ricerca militante che dovrà necessariamente proseguire. Il lavoro non manca. Che sia per far saltare la baracca, almeno della nostra assuefazione allo stato di cose presente.

 

Domande:

Potreste dirci qualcosa in più sul crollo della filiera del nichel?

Dal momento che si è parlato di disancoraggio del dollaro nelle transizioni economiche più rilevanti su scala globale, cosa prospetta un ipotetico passaggio verso lo yuan da parte dell’Arabia Saudita per la vendita di petrolio?

– Notoriamente in Francia si era visto nei Gilet Gialli l’emersione, in un primo momento, di un conflitto legato a una materia prima (il prezzo del carburante) e che di lì a poco si è esteso a lotta, diciamo così, per il “potere d’acquisto” e il costo della vita in generale; ma che si è incagliata su di sé e che poi è finita. Nell’ultima fase era rimasto perlopiù un “cittadinismo dalla voce grossa”, una rivendicazione di riconoscimento come “società civile autentica”. Insomma, quella stagione di lotta di ricompositivo aveva certe cose, altre meno. Passando a noi, in Italia c’è qualche lotta sulla circolazione? È possibile anticipare quali possano essere gli ambiti e i contesti in cui un processo di ricomposizione legato alle lotte all’interno della circolazione può presentarsi? Come immaginare l’eventuale mutare della conflittualità sociale nelle lotte sulla circolazione di beni materiali?

Negli interventi si è parlato di primavere arabe, di quantitative easing, e quindi di inflazione. In questo periodo spesso si è parlato della possibilità di un nuovo Volcker Shock, o comunque di strategie basate sull’innalzamento violento dei tassi di interesse. C’è la possibilità che si ripeta qualcosa di simile a quello che è avvenuto negli anni Ottanta, considerando gli effetti che hanno avuto – in particolare sul Nordafrica – alcune manovre finanziarie degli ultimi decenni promosse dalla Federal Reserve e da istituzioni simili?

 

Raffaele Sciortino:

Io partirei da una brevissima riflessione su quello che diceva Silvano, perché, come dire, mi ha risolto un problema sul quale mi sto un po’ arrovellando. In questi giorni sto lavorando appunto nello specifico sullo scontro tra Stati Uniti e Cina. Giustamente tu Silvano parlavi di “previsione e imprevedibilità” le quali, anche se non si sovrappongono, si accompagnano alla ristrutturazione tra ordine e caos. Ovviamente è sempre difficile giudicare il presente dal presente e ancor più il futuro dal presente, ma questa dinamica oggi cosa comporta? Comporta che nella fase attuale, dove sappiamo che si sta sconvolgendo l’ordine globale ma non sappiamo dove si sta andando, tutto ciò mette in discussione la capacità analitica e di azione delle strategie dei grandi attori.

Faccio solo due esempi riguardo ai grandi attori statali, partendo dagli Stati Uniti. Allora, se noi andiamo a riprendere per esempio il testo di un democratico, Brzezinski, La grande scacchiera – un libro del 1997, cioè nel pieno della riflessione a cavallo tra crisi definitiva del socialismo reale e impantanamento dell’Unione Sovietica in Afghanistan da un lato, e inizio della globalizzazione e la cosiddetta terza ondata di democratizzazione dall’altro – lì c’era addirittura scritto che in caso di scontro la Russia in Ucraina sarebbe stata destinata a impantanarsi ancora una volta, e che quindi gli Stati Uniti avrebbero dovuto fare tutto il possibile per favorirlo. Per di più prevedeva (adesso non ricordo bene i dettagli, ma non è questo il punto) che tra il 2005 e il 2015 l’Ucraina sarebbe stata inclusa nell’Unione Europea, il che vuol dire automaticamente nella Nato. In un certo senso si veniva ancora da un certo format mentale, da una condizione politica in cui era possibile stilare delle strategie e quindi in qualche modo tener conto di un certo buon livello di prevedibilità (almeno per le linee di tendenza generali) e lì innestare i propri interventi.

Ora noi, nel 2022, vediamo che Brzezinski aveva perfettamente ragione. Alcune pagine sono illuminanti. Però le conseguenze del conflitto ucraino sono molto più devastanti, o perlomeno più imprevedibili di quello che aveva preventivato la strategia statunitense durante il declino del socialismo reale.

Questo per dire che cosa? Che in certe condizioni storiche le strategie, se ben congegnate e promosse dagli attori potenti, hanno una certa presa. Per dirla con Machiavelli, la virtù ha la meglio sulla fortuna. Dunque, la nostra domanda di fondo è: ma non è che stiamo andando verso una transizione, da un assetto a un altro tale per cui la leva della strategia – ciò che gli americani chiamano la grand strategy – ha meno impatto sul reale? E che quindi, detto in altri termini, la virtù diventa molto più debole della fortuna, delle condizioni oggettive, del caso, dell’imprevedibilità?

Penso in primo luogo alla difficoltà degli Stati Uniti a elaborare una grand strategy nei confronti della Cina per i motivi che diceva Silvano e più in generale per quella contraddizione a cui mi richiamavo prima (riassumibile nell’“abbiamo bisogno della globalizzazione, però la dobbiamo rompere”, e nel frattempo il giocattolo rischia di rompersi per davvero). Oppure pensiamo a come la strategia statunitense sui microchip contro la Cina dovrebbe prevedere – almeno nei piani varati da Biden a tavolino – un sostanziale reshoring, un rientro delle produzioni dei microchip più avanzati da Taiwan e dalla Corea del Sud agli Stati Uniti. Ma questo comporta investimenti talmente enormi per cui non si sa se gli stessi Stati Uniti siano in grado di vararli e comunque nella transizione si genererebbe una sovracapacità mondiale (quindi una diminuzione della profittabilità e via discorrendo) i cui effetti sono assolutamente imprevedibili. Lì puoi innescare, ma non puoi governare. È solo un esempio, ovviamente, ma per dire che la grossa domanda è quanto valgono le grandi strategie degli attori principali (non parliamo poi degli altri) in una fase che potremmo aver imboccato.

E questa questione fa il paio con una seconda: se la struttura del capitalismo globale, o per dirla in termini più marxisti, l’imperialismo si è trasformato in questo modo – inedito, tutto sommato, sia rispetto all’imperialismo su cui riflettevano a inizio Novecento Lenin e compagni, sia rispetto al neocolonialismo post Seconda guerra mondiale e post Bretton Woods –, allora è evidente che le categorie della politica, in principal modo “destra” e “sinistra”, saltano. Non sono più adeguate a comprendere, e tantomeno a intervenire, sul reale.

E qui arrivo alle domande. Nuovo Volcker Shock? Rimanda al problema dell’imprevedibilità e della difficoltà di fare strategie con un minimo di ricadute volute, che in qualche modo superino o compensino gli effetti non voluti. Infatti, considerando quel che è costretta a fare la Federal Reserve per andare contro l’inflazione all’interno degli Stati Uniti, ma più in generale avendo inflazionato il dollaro in tutti questi anni di quantitative easing, a un certo punto avrà bisogno di riattirare capitali e quindi di alzare i tassi. Però, la conseguenza prevedibile e non voluta è quella che diceva Silvano: poiché si è così ingigantita la bolla del capitale finanziario speculativo, alzare i tassi vorrebbe dire una correzione in borsa tremenda, fino a sconvolgere il mercato delle obbligazioni. Già ne vediamo i primi segnali. Nel 1979-1981 è stata una strategia vincente e sebbene non fosse ovviamente del tutto calcolata e pianificata a tavolino, in qualche modo agiva su alcune variabili; mentre oggi le variabili sono molto più numerose e i loro effetti sono contraddittori reciprocamente. Dunque per gli stessi Stati Uniti diviene più difficile usare questa “opzione nucleare” dell’aumento dei tassi per riattirare capitali e scaricare la crisi sull’Europa e la Cina, cosa che peraltro hanno già tentato durante la crisi dell’euro del 2010-2012. Quindi, probabilmente assisteremo a uno stop and go, a un fermarsi e riprovare, nell’ottica che diceva Silvano di tentare di sterilizzare, di limitare gli effetti della crisi, senza alcuna garanzia di successo.

Rispetto invece alle lotte sociali sulla circolazione, non ci ho pensato nei termini di un settore specifico. Secondo me il problema è da porre in termini più generali e più strettamente politici, cioè ripercorrendo (ma non c’è il tempo per farlo adesso) la dinamica delle lotte sociali in Occidente dopo il 2008, e sostanzialmente il tema del cosiddetto momento populista. Quella fase si è chiaramente esaurita, la crisi pandemica ha divaricato i soggetti che in qualche modo erano confluiti in maniera differenziata sulle due sponde dell’Atlantico dentro una mobilitazione (anche solo di opinione e non d’azione, come i Gilets Jaunes) che a sua volta era confluita dentro il cosiddetto momento populista inteso sia da destra che da sinistra, se vogliamo ancora utilizzare queste categorie. Il campo si è definitivamente divaricato. Già prima della pandemia la stessa Unione Europea, recependo la spinta italiana di un minimo di mutualizzazione del debito, da un lato ha in qualche modo spuntato le armi del sovranismo antieuropeo, dall’altro ha dovuto fare proprie alcune richieste che provenivano proprio da quelle spinte populiste o neopopuliste, o come vogliamo chiamarle. Durante la crisi pandemica, i due settori principali – una piccola borghesia e un ceto medio in crisi da un lato, e spinte puramente proletarie ma senza voce e senza rappresentanza dall’altro – be’, queste due linee si sono divaricate.

Ora, la crisi ucraina con tutte le ricadute che dicevamo prima, potrebbe generare degli effetti su questo contesto, soprattutto in Europa. Negli Stati Uniti la situazione è più complessa: teniamo conto che Biden all’interno è profondamente zoppicante, presumibilmente perderà di brutto le elezioni di midterm di novembre e il trumpismo può riprendersi, anche se non sarà il trumpismo del 2016-2017. Per quanto riguarda l’Europa, la cosa interessante è che se noi probabilmente potremmo avere una ripresa di conflitti sociali o comunque di istanze sociali a partire dalle ripercussioni della crisi ucraina – e, a catena, della crisi energetica, dei prezzi, della trasformazione green e via discorrendo, le quali, come diceva giustamente Silvano, ricadranno sulla gente comune –, ebbene tale ripresa di conflittualità sociale potrebbe vedersi accompagnata da una nuova richiesta, diciamo, “sovranista”. Questa richiesta sovranista però, a differenza dalla fase precrisi pandemica, potrebbe connotarsi in Europa in senso più esplicitamente antiamericano. Perché?

Perché sostanzialmente agli occhi di questi strati sociali (e lo vediamo già oggi dai sondaggi in Italia su chi non vuole mandare armi in Ucraina, chi non vuole spendere per il riarmo e insomma, su chi rischia di perderci da questa crisi) diventa sempre più evidente che la strategia statunitense dell’attizzare e continuare il conflitto in Ucraina comporta per l’Europa spaccature, crisi, deindustrializzazione, eccetera. Quindi se (ed è un grande “se”) scatterà una mobilitazione sociale, un conflitto o quantomeno un grosso scontento, io credo che in qualche modo il sovranismo si ripresenterà in forme mutate, con una connotazione non tanto antieuropea, quanto più esplicitamente antiamericana e più declinato verso le classi lavoratrici, le classi proletarie, diversamente da quanto è avvenuto nel primo momento in cui il proletariato c’era, ma era silente, e a dar voce erano i ceti medi in crisi e la piccola borghesia.

Sinceramente più di questo non mi arrischierei a dire, se non una cosa sola: sarà molto importante come si piazzeranno i giovani. Perché?

Perché durante tutta la globalizzazione ascendente e ancora nella fase dopo il 2008, gran parte della gioventù (in Occidente e in Europa nello specifico) il messaggio che ha ricevuto a grandi linee è: «possiamo farcela», «siamo ceto medio in formazione». Questo vale anche per dei giovani e per degli studenti perfettamente proletari che non avranno mai nessuna possibilità di riuscirci, e ciononostante al fatto di essere giovane e studente è stato equiparato il fatto di avere un capitale nella propria intelligenza, un capitale che si può spendere individualmente sul mercato e che quindi ti può far accedere al ceto medio. Che poi, guardate, non è così distante dall’illusione che hanno avuto le masse ucraine rispetto all’Occidente e all’Europa, e che ha portato alla tragedia che abbiamo sotto gli occhi.

Sarà dunque molto importante come si collocheranno i giovani, e su questo pende veramente un grosso punto di domanda, perché mi sembra che propendano oggi per un certo realismo e sono consapevoli della gravità della situazione e del problema; ma per ora questo realismo, a differenza di quello machiavelliano, è più un realismo dell’accettazione dell’impotenza che non della trasformazione. Le cose, però, potrebbero cambiare.

 

Silvano Cacciari:

Allora, mi tocca fare un po’ la pastorale e la benedizione degli astanti tipico di una chiusura rituale. Mi limito a un paio di osservazioni, spero incisive, e partirei da una premessa.

Io non sono un economista. Figuratevi, il corso che tengo è di antropologia filosofica, e questo fa già capire la crisi di una disciplina. Ora, per avvicinarsi a qualcosa di sensato sul piano antropologico oggi bisogna cominciare, a mio avviso, a scavare sul grande mistero del denaro, e di lì si hanno risposte anche un po’, come potremmo chiamarle, “inaspettate”.

Per quanto riguarda la questione del nichel, mi ero trovato tre compagnie di trading (di cui onestamente non mi ricordo il nome, però sono un bravo ragazzo e me le ero segnate negli appunti, e nel caso le farò avere ai compagni modenesi, ma non è quello il punto) e c’ho anche un bel grafico che fa notare la crisi di questo soggetto finanziario. Il bello è che si legge molto bene, fa così [mima un aereo che precipita] e i grafici che fanno così li trovi in due momenti della vita: i fumetti di Paperino o le crisi di Wall Street.

Ripreso da https://codice-rosso.net/nichel-e-russia-sai-che-guerra-finanziaria-ti-aspetta

Alla domanda successiva io risponderei con un criterio di metodo. Le due tesi all’ordine del giorno sono o la sostituzione del dollaro come principale divisa internazionale, oppure una coabitazione conflittuale tra moneta americana e moneta cinese con deperimento dell’euro; però stiamo attenti anche a dove queste tesi circolano. Che voi ci crediate o no, attualmente sono molte le testate speculative che scommettono sulla sostituzione del dollaro. Però quando ci scommettono le testate speculative starei molto attento a dare previsioni così secche, perché la speculazione notoriamente segue la volatilità, che nella fattispecie significa inseguire i momenti in cui si fanno soldi investendo e scommettendo contro il dollaro, e poi i momenti in cui magari se ne fanno continuando a scommettere a favore del dollaro. Quindi me la tengo come domanda, perché se devo dirla fino in fondo, ci sono dei segnali contrastanti e questa potrebbe essere tranquillamente una guerra che fa compiere al dollaro lo stesso destino che poi ebbe la sterlina tra la Prima e la Seconda guerra mondiale, così come potrebbe essere (e ho letto analisi che ritengo altrettanto attendibili) un momento di conferma della forza del dollaro per un’altra trentina d’anni ancora. I conflitti servono a sciogliere il nodo nell’una o nell’altra direzione.

Il problema della Volcker Rule è già stato risposto, e a mio avviso in maniera esauriente. Quindi è inutile che mi metta a chiosare, e mi soffermerei piuttosto sulla questione del trasferimento di capitali. Cos’è avvenuto nell’ultimo mese? È abbastanza semplice. Basta andare un po’ su internet, senza nemmeno una grossissima preparazione tecnica, si cerca di capire come è andato il Dax, come è andata la Borsa di Londra, come è andata la Borsa di Parigi e poi come è andata Wall Street. Be’, vedrete che se c’è qualcuno che ha guadagnato in questo mese è Wall Street e se c’è qualcuno che ha perso sono le borse europee. Questo, lungi da voler fare un ragionamento complottista, non vuol dire che sono le borse ad aver scatenato la guerra, ma un’altra cosa: che una delle esigenze insite della politica monetaria americana per adesso è stata naturalmente trascinata dal mercato.

In soldoni, il mercato ha cominciato a dire “c’è la guerra, spostiamoci verso gli Stati Uniti”. Tuttavia rimangono aperti degli interrogativi anche su questo piano, perché se Wall Street deve tenere questo ruolo di catalizzatore dei capitali, è evidente che i bond governativi (a due, a cinque, a dieci, a trent’anni) devono reggere. Questo è il primo elemento. È anche abbastanza evidente che comunque l’economia americana in qualche modo deve andare avanti. Se questa tendenza continua (e ci sono diversi analisti che dicono, e io condivido, che la crisi europea non sia una grossa preoccupazione per l’economia americana), allora è evidente che uno dei nodi della crisi americana, cioè la capacità di attirare capitali (e quella delle borse formali e informali americane è comunque considerevole) terrà. Probabilmente sarà uno di quei fattori capaci di fornire una comprensione della crisi. In caso contrario, chiaramente, la faccenda sarà completamente diversa. A ogni modo, da un punto di vista politico si sono oggettivamente creati due blocchi, uno attorno agli Stati Uniti (che ha ovviamente i suoi elementi di contraddizione e conflittuali) e uno attorno alla Cina-Russia (che per ora raccoglie il 60% della popolazione mondiale, e anche questo è carico dei suoi aspetti di contraddizione).

Per chiudere, mi sento anche io di dire una cosa sul piano politico. Ve lo dico chiaramente: se ci sono dei fenomeni che si sono manifestati negli ultimi cinque anni e che sono evidenti, sono quei fenomeni che nel lessico socioantropologico si nominano con la categoria di anomia, cioè di profonda sfiducia nelle istituzioni. Guardate, l’alt right in America e la popolarità di questo genere di mondo con i processi di anomia ha molto a che vedere, e in Italia il movimento novax ha toccato elementi che appartengono (o appartenevano) al mondo antagonista proprio perché parlava il linguaggio dell’anomia e quindi dell’opposizione alle istituzioni. L’anomia, infatti, ha aspetti profondamente conservativi e altri invece, diciamo, “innovativi”.

Ora se uno, in questo contesto, vuol far politica (politica eh, perché poi si possono fare tante altre cose: si può far morale, si può far giudizi etici, e così via), ovverossia cercare una ricomposizione sociale, una ricostruzione dei rapporti di forza e dare perfino qualche sconfitta significativa al nemico, una cosa se la deve proprio scordare: certo, deve avere ben chiaro cosa sta accadendo a livello globale, ma non pretendere di azzeccare un fantomatico mega equilibrio sociale-economico-politico in Russia, in Ucraina, nel mondo, a livello dell’Unione Europea e dio solo sa dove.

Io purtroppo ho visto persone non solo che stimo, ma a cui voglio un gran bene, che si sono già buttate in questo tipo di fantasticherie, cioè cercare un qualche documento che poi si diffonde, che lancia un forum civile, da lì l’incontro a livello europeo di non si capisce chi, per costruire un immaginifico racconto dove tutto quadra e dove tutto torna a uno stato di equilibrio e di fratellanza. Io, a un carissimo amico, l’ho detto: ti voglio bene, auguri, ma ti farai del male.

E allora, come si può fare qualcosa? Essendo io un vecchio provocatore (cioè, vecchio no, però provocatore sì), starei attento al fatto che il trofeo è ben visibile. C’è un solo elemento su cui si regge questo cavolo di consenso alla guerra, così come c’è un solo elemento fragile su cui si regge l’equilibrio istituzionale: sono i mass media.

Ve lo dico chiaro e tondo: nel momento in cui riesci a delegittimare il comportamento dei mass media sulla guerra salta l’equilibrio istituzionale. E dunque, cosa veramente di meglio che rovesciare tutta questa cloaca fatta di anomia, insoddisfazione, risentimento e, perché no, senso dell’ingiustizia? Essendo il rancore diffuso un mero dato di fatto, tanto vale rovesciarlo sull’unico bersaglio – i  mass media appunto – che ci permette di far saltare il nostro equilibrio sistemico. Il resto, francamente, non conta. Ovviamente non si può cercare di risolvere delle crisi globali che sono molto più grandi di noi; però si può sfruttare in senso tattico gli squilibri del piano su cui possiamo effettivamente intervenire. Il punto fondamentale – a mio modesto parere, per carità d’ Iddio – ­è questo.

Perché ragazzi, anche se ci fosse il Social Forum di vent’anni fa (e sinceramente abbiamo già dato, sia a livello personale ma anche come esperimento politico), non ci sarebbe comunque la forza per impedire lo sviluppo di un conflitto. Si tratta, da un punto di vista tattico, di riuscire a fare danni sul piano sistemico nel momento in cui il piano sistemico è in grave crisi verso la guerra. Questo.

Detto ciò, io non vi sto parlando di soggetti, non vi sto facendo una sociologia di alcune figure precise e non perché mi sfugga, ma, non a caso, ho detto “rovesciamo la cloaca”. Questa società, nella ristrutturazione liberista degli ultimi anni, ha prodotto tanto di quel risentimento per cui la gente non riesce neanche a sodalizzare e questo lo sappiamo benissimo; e allora cerchiamo produttivamente di rovesciare quel liquame che è stato prodotto – e del quale noi facciamo oggettivamente parte – verso un obiettivo ben preciso, quello che legittima questo sistema che abbiamo descritto oggi, cioè i mass media generalisti. Se la cosa è fatta bene, c’è pure da divertirsi.

 

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Silvano Cacciari – Nell’intreccio della guerra. Ordine e caos della crisi globale

Shock energetico, scarsità di materie prime, inflazione galoppante, recessione annunciata, riarmo massiccio: «È l’economia di guerra, bellezza, e tu non puoi farci niente, NIENTE!».

È il coro unanime scandito a reti e firme unificate che in questi giorni, dalle televisioni ai giornali, passando per i social, comincia a essere ripetuto da giornalisti, opinionisti, politici e ministri con molta chiarezza. Economia di guerra: siamo in guerra, quindi? Dichiarata da chi e in nome di chi, per quanto riguarda l’Italia, ancora non è altrettanto chiaro – in apparenza, nella forma: sappiamo benissimo che le decisioni ratificate a Roma vengono prese a Bruxelles, e prima ancora imposte da Washington e Londra, oltre che pagate da noi.

Delle tendenze di ristrutturazione dell’economia, delle catene del valore e degli scenari geopolitici della crisi ne abbiamo parlato a Modena il 2 aprile, alla giornata di discussione sul mondo di domani, la guerra in Europa e il destino della globalizzazione. Dopo quello di Raffaele Sciortino, presentiamo allora la trascrizione dell’intervento di Silvano Cacciari, autore su «Codice Rosso» e che a breve uscirà in libreria con La finanza è guerra, la moneta è un’arma (per La Casa Usher).

L’intervento ci regala una grande dimostrazione di metodo. Attraverso l’analisi materiale di diversi indicatori, offre una fotografia mossa del presente, in cui linee tendenziali e traiettorie di possibile sviluppo vanno formandosi, permettendo una possibile anticipazione, appunto, del mondo di domani – che, come vediamo, è già oggi. La bussola resta sempre la ricerca, di parte, delle contraddizioni e ambivalenze su cui la prassi militante può (deve) insistere. Nelle righe che seguono, ripercorreremo la storia delle ultime crisi, nelle traiettorie che si sono prevedibilmente disegnate e nei varchi aperti dall’imprevedibile. Il contributo ci è dunque prezioso perché, nella sua ricchezza, dimostra quanto sia ingenuo concepire la teoria come il regno della previsione e la prassi quello dell’inatteso: entrambe devono vivere in entrambi i momenti, pena ridursi a un’analisi astratta o a un’azione senza direzione.

 

Silvano Cacciari

Il testimone che mi avete lasciato dall’analisi che mi ha preceduto è piuttosto gravoso e cercherò di raccoglierlo dando alcune linee di lettura di ciò che sta accadendo. Partiamo però da una premessa generale: se si vuol fare politica, bisogna pensare politicamente. E pensare politicamente è possibile solo a due condizioni: per prima cosa, se si riesce ad avere capacità di previsione; e al contempo se si tiene a mente che fare politica significa fare i conti con la dimensione del rischio e dell’imprevedibile. L’insegnamento viene da Machiavelli. Dobbiamo cavalcare contemporaneamente due tigri, la prevedibilità (che non è così facile da domare) e l’imprevedibilità (che già dal nome di battesimo fa immaginare quanto sia docile). Chiunque si addentri nel sapere e nella pratica politica ne deve tenere conto; dopodiché ognuno farà le proprie scelte. Detto ciò, riallacciandomi alle parole di Raffaele mi concentrerei su un aspetto, che ci fa subito capire in che dimensione la Storia ci ha cacciato. Guardiamola quindi con l’occhio dello storico.

Se noi andiamo ad analizzare la concentrazione globale del capitale a inizio Novecento, vediamo che poco meno del suo 20% era sostanzialmente sulla borsa americana; il 13% su quella che oggi chiameremmo la borsa di Francoforte; e via a seguire. Se la confrontiamo con la situazione alla vigilia della crisi Covid, vediamo che la concentrazione del capitale a Wall Street riguarda il 51% dei capitali globali e tutto il resto è disperso nelle altre borse del pianeta, siano esse ufficiali (cioè borse riconosciute come tali) o non ufficiali (in gergo over the counter). Per esempio, in Germania passiamo dal 13% al 4%. Questo che cosa vuol dire?

Vuol dire che sono passati un secolo e due globalizzazioni, ma soprattutto che il dominio delle borse è sostanzialmente americano, ammesso e anche concesso che quando si parla di Wall Street si parla di Stati Uniti. Messa così, con la fredda logica dei numeri, potremmo tranquillamente parlare di un’egemonia americana sul mondo. È vero, però solo in parte. Perché qui si ritorna alla tigre dell’imprevedibilità. Infatti, nel momento in cui si controllano i capitali, non ci si limita a controllare il mondo, ma si scatenano delle crisi spaventose all’interno di quello stesso capitale che si possiede. Gli Stati Uniti lo sanno benissimo. Nel momento in cui è avvenuto il processo di globalizzazione – cioè dalla metà degli anni Ottanta, con la libera circolazione dei capitali e la crescita di Wall Street fino a come l’abbiamo conosciuta noi – seguono non soltanto una profonda accumulazione finanziaria e un’estensione spettacolare del peso di Wall Street nella composizione globale delle borse, ma anche una serie di crisi non controllabili dagli stessi Stati Uniti: una catena di effetti devastanti quanto una guerra sul piano dei danni materiali e soprattutto di difficile risoluzione.

Poi c’è una cosa che a noi marxisti piace moltissimo: ogni volta che si è risolta una crisi finanziaria generata da Wall Street, si sono poste le condizioni per una crisi successiva, sempre peggiore. Qui la storia è molto lineare: si va dalla crisi di Wall Street del 1987 a quella del fondo LTCM (che stava per far saltare il mondo nel 1997-98 prima ancora di Lehmann), alla crisi delle Dot-com e ancora alla Lehmann Brothers. Tutto ciò non è controllato, né dalla politica, né dalle banche centrali. A un certo punto, d’improvviso, esplode; resta invece anticipabile l’egemonia americana non solo sul dollaro come ha brillantemente riportato Raffaele, ma soprattutto sulla composizione e sulla forza del mercato di Wall Street (e badate bene, quando parlo di Wall Street non mi riferisco solamente a ciò che conosciamo, essendo Wall Street la punta dell’iceberg di un sistema di borse over the counter a predominio americano).

Come vedete, anche prescindendo dalle vicende ucraine, già lo stesso terreno che abbiamo tratteggiato è caratterizzato da elementi che si conservano e drammatici stravolgimenti. Sia chiaro, drammatici anche per gli stessi Stati Uniti, sebbene siano in una qualche misura abituati strutturalmente a crisi finanziarie e bancarie di questo tipo. Per darvi un’idea, il primo bailout da crisi finanziaria nel mondo è stato quello della Second Bank americana nel 1838. Infatti, se ripercorrete questi due secoli noterete che gli Stati Uniti crescono in una dinamica di spettacolare accumulazione militare, economica e tecnologica, ma anche in una dinamica di continua ripetizione di gravi crisi finanziarie. Ma torniamo ora alle specificità dei “caratteri prevedibili e imprevedibili” del conflitto in corso. Vi porto due esempi, riferendomi per i primi alla storia, e per i secondi alla storia recente.

Partiamo dal prevedibile. A tal fine, permettetemi di raccontarvi in due parole la guerra finanziaria del ’12, cioè il momento in cui si comincia a rompere la vera spina dorsale della globalizzazione: la libera circolazione dei capitali su scala planetaria. Nel ’12 tutto ciò inizia a rompersi quando gli Stati Uniti cominciano a non investire più nei paesi europei. Ne consegue una complessa reazione a catena per la quale si erode la fiducia reciproca tra potenze economiche, e che infine degenera in uno scenario di tensioni globali che viene ricordato come “guerra finanziaria”. Attenzione però: questo ’12 non è il 2012, è il 1912. È il primo effetto della crisi borsistica del 1907-1908. Tutto ciò impone a JP Morgan di fare pressioni sul Congresso per fondare la Federal Reserve. Siamo nel 1913. A cosa conduce questa situazione? Alla Prima guerra mondiale.

Se noi torniamo a guardare (con occhi clinici e non troppo emotivi) i giorni nostri, vediamo un quadro molto simile a quello di 110 anni fa. Assistiamo per l’appunto a un tentativo di controllo della circolazione dei capitali (perché le sanzioni sono questo) e allo stesso tempo a una crisi economico-militare che è sì di livello internazionale, ma per il momento limitata sul campo. Badate bene, non voglio minimizzare alcunché. Voglio solamente mostrare il passaggio da un secolo all’altro e che si cerca di risolvere le crisi con una guerra finanziaria di tipo limitato (per estensione dei capitali coinvolti) e con una guerra sul campo di tipo regionale. Ciò indica due importanti elementi per questo genere di analisi.

Il primo è che è passato un secolo, un secolo contrassegnato da profondo tentativo (nel mondo occidentale e soprattutto dove circola il denaro) di sterilizzazione dei processi bellici, per cui si tende a limitarli sul terreno materiale e a estenderne le conseguenze a lungo termine. Il secondo riguarda il contenimento degli effetti su di essi della guerra finanziaria. Vi faccio un esempio banalissimo: se la Federal Reserve alzasse sul serio i tassi, si produrrebbe una crisi finanziaria di vastissime proporzioni perché il processo, in questo caso, sarebbe ingestibile. Quindi, che cosa voglio dire? Voglio dire che rispetto a 110 anni fa, abbiamo dinamiche che si ripetono, però in forma differente, in una scala tecnicamente più ridotta; per cui i danni ci sono, i morti ci sono, per carità, sebbene non siamo di fronte a ciò che è accaduto 110 anni fa. Resta tuttavia un problema, quello che Raymond Aron chiamava «il naso di Cleopatra»: le guerre sono incontrollabili. Nel momento in cui si apre un processo che si vuole limitato, non è affatto scontato che lo rimanga. A un certo punto le premesse possono evolvere a delle proporzioni veramente devastanti. E qui mi rifaccio a chi mi ha preceduto.

Un altro indice dell’imprevedibilità della situazione di cui stiamo parlando riguarda quanto è accaduto in Ucraina nel 2008. Ora, chi è stato attento alla storia recente dell’economia ucraina, sa molto bene che tutta questa storia è cominciata con la crisi del sistema economico e finanziario ucraino dovuto al grande botto di Lehmann Brothers. Il motivo è semplice: molte banche ucraine erano in varia misura – sia che lavorassero direttamente, sia che fossero mere mandatarie, sia che avessero appaltato servizi finanziari o persino nascosto denaro sporco – comunque legate a quei circuiti, erano la periferia di un mondo finanziario che gli è esploso in faccia. Tutte queste banche sono saltate (determinando, fra le tante cose, una grossa perdita anche per alcune banche italiane) e l’Ucraina si è trovata in una crisi economica disastrosa. Meno 15% di Pil ogni anno. Ora, se recuperiamo cosa dicevano gli analisti della crisi ucraina del 2008, leggiamo che il mondo che stiamo vivendo non era affatto previsto. Nelle previsioni del 2008 sugli anni successivi, certo, si parlava di rientro del debito, di prestiti ponte, un po’ di disoccupazione, ma tutto ciò che è accaduto dopo – l’Ucraina spaccata in due, una guerra civile, l’economia ucraina che di fatto non si è ancora ripresa dal 2008 e poi la guerra russo-ucraina – neanche Nostradamus sarebbe riuscito a immaginarla con i criteri, gli strumenti e con la capacità di analisi di ormai quindici anni fa.

Insomma, nel momento in cui si innesca, come la chiamava Raffaele, una crisi sistemica è più che lecito prevedere dei tentativi istituzionali di pervenire a una sua soluzione attraverso dei conflitti limitati, sia sul piano bellico che finanziario. Vi faccio un altro esempio: se l’Europa decidesse di fare dazi di importazione verso la Russia sul gas e sul petrolio, si avrebbero delle ripercussioni molto più pericolose di tutte quelle scatenate dalle misure che sono state adottate fino a oggi. Se la Banca centrale americana andasse fino in fondo sulla questione del sequestro delle divise americane detenute dai russi e depositate presso le banche statunitensi, la guerra finanziaria sarebbe veramente un big shot, come lo chiamano loro. In definitiva, per adesso ci troviamo sul crinale di una crisi che per lungo tempo farà danni sul piano economico e sociale, e che tuttavia non è ancora il grande incendio che qualcuno pensa. Sia chiaro, non intendo tranquillizzare nessuno: siamo davanti a una crisi decisamente seria, ma che non ha ancora raggiunto il parossismo di quelle che l’hanno preceduta.

A questo punto vorrei proporvi alcune chiavi di lettura. Prima però bisogna capirsi su un fatto fondamentale: quando diciamo – e sono d’accordo con i compagni che hanno organizzato questo incontro – quando diciamo che niente sarà più come prima, è vero; ma ciò non significa che stiamo osservando il passaggio da un ordine politico-economico-finanziario a uno successivo. Stiamo virando invece da un piano di complessità a un altro piano di complessità. E quando intendiamo piano di complessità intendiamo un contesto dove convivono (in un intreccio straordinario, perlomeno da un punto di vista teorico) enormi livelli di ordine ed enormi livelli di caos.

Bisogna tenerlo a mente, perché molto spesso nelle ricostruzioni, quando riusciamo a capire dove sta il livello di ordine, si pensa veramente di avere di fronte una sorta di monolite politico-teorico storico. Per esempio Vestfalia [l’ordine politico europeo moderno, originato dall’omonimo Trattato del 1648 a conclusione delle Guerre dei Trent’anni, ndr] era tutto meno che una situazione ordinata o anche solo stabile, e ciononostante per gli storici della politica è l’Ordine. E così via il Dopoguerra, e tutta una serie di “fasi epocali”. Se si vuole agire e pensare politicamente, si deve essere capaci di capire che stiamo passando da un livello di complessità – dove convivono livelli di ordine e di caos – a un altro livello di complessità. E nel nostro caso gli Stati Uniti rappresentano tutto questo, perché stabiliscono il livello di ordine con il governo commerciale da parte del dollaro, e contemporaneamente si ritrovano a un livello di caos per le crisi finanziarie. Così funzionano le cose.

Ora, io mi sono segnato alcuni campi in cui si sta giocando la crisi dei prossimi anni e vi invito a leggerli sempre in quest’ottica, cioè con le lenti dell’analisi che cerca di comprendere dove si sta depositando il livello di ordine e dove si sta depositando il livello di caos. Allora, il primo fattore importante è che siamo di fronte (le statistiche non sono mie, ma di diversi istituti internazionali) alla più grande crisi umanitaria dalla Seconda guerra mondiale in poi. Ho letto report attendibili che descrivono un flusso di popolazione da Est verso Ovest almeno 15 volte superiore rispetto a quello generato dalla crisi jugoslava e largamente superiore persino alla crisi dei rifugiati del 2015. Questo, badate bene, cambia molte cose. Basti pensare a come ha cambiato la Germania l’ondata dei profughi del 2015 per rendersi conto che siamo di fronte a una rivoluzione demografica e sociale.

Noi non ce ne rendiamo conto – e spesso l’analisi dei compagni accusa un po’ questa mancanza oppure la riduce alla sola questione dell’accoglienza –, ma noi siamo un paese di vecchi. Viviamo in paesi a declino demografico. Se le previsioni sono queste, ovvero un volume di profughi 15 volte superiore alla guerra jugoslava, evidentemente siamo di fronte a un fenomeno che potrebbe cambiare realmente la morfologia delle città, e in ogni caso io non ho mai visto un’ondata migratoria di questo tipo non provocare comunque degli effetti (positivi o negativi che siano) che ti cambiano la faccia della società.

La seconda questione l’avete incontrata tutti i gironi e soprattutto quando andate a pagare le bollette: cambiano forzatamente le politiche energetiche. Ora non ve la sto a menare sul rapporto tra politiche energetiche e speculazione finanziaria perché altrimenti mi metto a sbadigliare anch’io, però questo è un punto nodale. Il nostro paese sta già facendo piani di contingentamento delle risorse energetiche per il prossimo autunno. È una faccenda importante, che non riguarda solamente il presente, ma soprattutto il posizionamento dell’energia nel futuro. Quando il ministro della Transizione ecologica dice che «la transizione ecologica non sarà un pranzo di gala» facendo ovviamente rivoltare nella tomba il povero Mao, dice in primo luogo una cosa: che, se usiamo un linguaggio militante, le politiche energetiche saranno un modo di praticare la lotta di classe sotto altre forme. Perché badate bene, le politiche energetiche saranno pagate dalle famiglie, dalle strutture sociali più basse, dalle piccole e medie imprese, insomma dalla struttura grassrootdella società. Politicamente questo è un altro grosso problema.

Un altro problema, forse poco valorizzato in queste settimane (dopotutto, non si possono scoprire tutte le contraddizioni in un colpo solo) è la sicurezza alimentare. La Russia è il principale esportatore di materiale per fertilizzanti del pianeta, e non è poco. Se la situazione resta critica, si dovranno ripensare le politiche di sicurezza alimentare. Per fare un esempio, la fragilità dell’importazione del grano è molto seria, sebbene si sia fatta sentire in maniera ridicola – avete visto anche meglio di me quelle aziende che strombazzavano «noi abbiamo spaghetti 100% grano italiano» fare delle pubblicità struggenti dicendo «scusate, ma con la crisi del grano ucraino siamo costretti a aumentare i prezzi». Ad ogni modo, la rogna non è solo il contingentamento, ma anche e soprattutto i prezzi. Tanto più ciò che gli americani chiamano food security è sull’agenda politica, tanto più lievitano i prezzi degli alimentari; e, a sua volta, quanto più lievitano i prezzi degli alimentari, e tanto più si producono pesanti criticità sociali. Ricordo qui che le primavere arabe sono un frutto di uno dei quantitative easing della Federal Reserve americana che rese insostenibile il prezzo del grano e del frumento come materie prime.

Ora, c’è un altro aspetto importante. Ne ho già toccati tre, più legati a una sfera biopolitica – la questione demografica, l’energia, il cibo –, ma accanto a questi c’è l’altra faccia della medaglia, emersa in tutta la sua drammaticità nelle ultime settimane: è l’aumento spettacolare dei prezzi delle commodities, cioè delle materie prime. Questo ha due effetti fondamentali. Il primo è di natura ovviamente economica, cioè la ripercussione di questa situazione sulle gerarchie di potere a livello geopolitico e globale. Però ce n’è un altro a mio avviso ancora più determinante, che riguarda la maniera in cui si è scatenata in queste settimane la guerra finanziaria sulle materie prime.

Chi ha avuto la pazienza di leggere su «Codice Rosso» sa che nei giorni scorsi mi sono messo ad osservare un po’ di cose, soprattutto un settore, a mio avviso, benchmark per queste dinamiche: il nichel. Il prezzo del nichel è impazzito. Si è gonfiato fino ad arrivare al 93% di aumento in due giorni, poi il nichel non è stato più trattato alla borsa di Mosca per un paio di settimane proprio perché stava salendo a prezzi vertiginosi. Ora, questo logicamente ha grosse ricadute sui prezzi delle materie prime di diverse componenti; però crea anche un altro problema. Sembrerà assurdo da un punto di vista empirico, ma un volume così alto di prezzo per questo tipo di materie prime mette in difficoltà le stesse compagnie finanziarie che fanno servizi e prodotti finanziari per le materie prime. Almeno tre di esse, secondo alcuni analisti americani, sono considerabili a rischio di esplosione pari a quelle del 2008. Quindi come vedete, da una parte le materie prime sono un problema immediato; dall’altra sono un problema di equilibrio sistemico, perché se la Federal Reserve non trova il modo di salvare queste agenzie come ha fatto per le compagnie dei mutui nel 2007-2008, il rischio è serio. Come vedete lo scenario si fa effervescente.

Un’altra questione ancora è il cambiamento della catena di fornitura, la supply chain. Il covid e la guerra hanno messo a “seria capacità di resilienza” le catene di fornitura globali. Ora, si è vero, da una parte vediamo che Amazon funziona. Poi, se volessimo capire cosa stia veramente mutando e dove va la globalizzazione, potremmo andare a vedere le tariffe, l’efficienza, i costi, la benzina, il petrolio, eccetera; ma soprattutto, se vogliamo capire se la globalizzazione funziona o meno o si sta trasformando, dovete andare a vedere una cosa sola: cosa accade nel mondo dello shipping, della navigazione. Non ve lo dico perché sto in una città di porto, ma perché è una realtà nella quale le mutazioni della globalizzazione trovano un grande elemento di misura. Non è un caso che chi sta cercando di cambiare la globalizzazione, la prima idea che si è messo in testa – e verso il finale ci ritorno – sia dire “restringiamo ruolo e peso dello shipping”. Non è poco. Perché? Perché la nuova supply chain, che ha nello shipping un elemento per tante merci decisivo, ha rimesso in discussione forza e importanza di questo mondo. Allo stesso tempo, se il mondo dello shipping tornerà a prosperare, allora probabilmente tante analisi sulla deglobalizzazione sono destinate ad essere più facilmente messe in archivio rispetto ad altre.

Vi è poi un ulteriore un processo particolarmente pericoloso, che abbiamo visto in questi anni e che con la guerra ucraina si sta accentuando: la separazione degli standard, ovvero la regionalizzazione o (peggio ancora) nazionalizzazione degli standard tecnologici di molti prodotti. Qualcosa di questa dinamica ce lo fa capire la guerra sul 5G, che si è chiusa durante il Covid. È evidente che un mondo dove le tecnologie non si parlano, per cui quello che si usa in una parte del mondo non si può usare da un altro, è un mondo più incline alla deglobalizzazione di altri.

Prima di chiudere toccherei altri tre punti veloci.

Per prima cosa, noi abbiamo visto che le multinazionali hanno un peso politico più forte che in passato. Nel momento in cui Goldmann Sachs, McDonald’s e Amazon lasciano la Russia, è evidente che riconoscono di detenere un’influenza politica e che intendono esercitarla.

C’è poi la ripresa massiccia della vecchia, “sana” spesa militare. Un aspetto direi ineludibile di queste crisi è che comportano da una parte la proliferazione dei prodotti finanziari di rischio, e dall’altra la moltiplicazione degli investimenti per la guerra sul campo. Sono questi gli indicatori con i quali possiamo misurare ciò che sta accadendo, e che ci suggeriscono dove effettivamente si annidano le trasformazioni degli equilibri e gli spostamenti di potere.

Io so bene che la domanda, la vexata quaestio, è: ma stiamo andando verso un processo di globalizzazione o verso un processo di deglobalizzazione? A tal proposito, io starei attento a una cosa. Ci sono due criteri, che nomino innanzitutto per chiudere quest’intervento, ma anche per capire quello che accade. Il primo è la circolazione dei capitali: finché c’è libera circolazione di capitali non c’è deglobalizzazione che tenga. Cioè, forse non è così per chi è abbonato a servizi di tossicità mentale come «Repubblica», «la Stampa» e compagnia cantante – ragazzi, io ho letto cose in questi giorni che se avessi lavorato in una redazione di questo tipo avrei buttato via la tessera da giornalista; quelle che un tempo venivano chiamate “marchette” erano dignità e rispetto a quello che si vede oggi –, ma comunque finché c’è libera circolazione dei capitali c’è comunque globalizzazione. È sempre stato così.

Il secondo parametro per capire effettivamente dove va la globalizzazione, è capire quali sono i device tecnologici che la interpretano. E qui chiudo su un dettaglio che credo essenziale. Nel 2016, poco prima della vittoria di Trump – ora, non mi dite che Trump e Biden sono uguali: ve lo dico subito, per me Trump era enormemente più simpatico, e poi viene dal tipo di cultura televisiva trash in cui sono nato, quindi ho un cuore anche io – nel dibattito economico-militare e nelle riviste del Ministero della Difesa statunitense si apre una discussione sulla deglobalizzazione legata a quei device che semplificando possiamo chiamare stampanti 3D. I reparti militari americani e il Ministero della Difesa cominciano a dire: «Noi possiamo intraprendere una deglobalizzazione nel momento in cui i device industriali per la stampa 3D diventano una cosa seria». È un’ipotesi che ha avuto una certa fortuna in un dibattito molto interessante da questo punto di vista.

Allora, per concludere, le questioni sono due: la globalizzazione ci sarà finché c’è libera circolazione dei capitali; secondo, i processi di deglobalizzazione o globalizzazione saranno comunque determinati dagli standard tecnologici industriali correnti. Quindi, a mio modo di vedere sono questi i due i migliori criteri di lettura di questi processi. Ma badate bene, non ho voluto fare il Nostradamus, per carità. Non ho nemmeno la barba.

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Raffaele Sciortino – La temperatura del sistema. Guerra e scongelamento della crisi globale

Il mondo che conoscevamo prima del 24 febbraio 2022, oggi, non esiste più.

È a partire da questo dato di fatto, terrificante nella sua chiarezza, che il 2 aprile abbiamo voluto organizzare un momento di discussione, a Modena, sul mondo di domani, la guerra in Europa e il destino della globalizzazione, di cui oggi cominciamo a riportare gli interventi. Due invitati d’eccezione: Raffaele Sciortino, autore di I dieci anni che sconvolsero il mondo. Crisi globale e geopolitica dei neopopulismi (Asterios 2019) oltre che di numerosi altri contributi, e Silvano Cacciari, della redazione di «Codice Rosso» di Livorno e autore di La finanza è guerra, la moneta è un’arma (in uscita a breve per La Casa Usher). Una discussione di alto livello quindi – o tutto o niente, ormai dovreste conoscerci –, per capire quella che è la “temperatura” del sistema capitalistico globale, al netto del riscaldamento climatico e dei “condizionatori spenti”; un “provare la febbre” a una fase che, già prima della precipitazione ucraina, appariva torrida, e che la messa in mora di un nuovo conflitto armato dentro l’Europa, tra attori e potenze mondiali sull’orlo della crisi di nervi, non può che “accompagnare solo” (cit.) al punto estremo di fusione.

Non ci interessa ripetere la cronaca della guerra o dare cristalline indicazioni politiche. Ci muove, per ora, l’urgenza di possedere la complessità di tendenze, traiettorie e scenari. Sebbene questa crisi sia (fino adesso) localizzata in Ucraina, si dispiega infatti su vari livelli – militari, economici, geopolitici – che abbracciano il mondo intero, sia fisico che immateriale; che chiamano in causa l’egemonia del dollaro, l’ascesa della Cina, la decadenza occidentale – anche se ben vedere ci sono tanti Occidenti, e questa crisi mette in luce i diversi loro interessi: l’Europa, dell’Ovest e dell’Est, quella mediterranea, la Russia eurasiatica, la Gran Bretagna, gli Stati Uniti e il resto dell’anglosfera, e via discorrendo. Tutti attori che stanno giocando delle partite su vari livelli: partite molto pericolose, dove si gioca indiscriminatamente col fuoco e il ferro, oltre che con il nucleare, sulla nostra pelle.

Riassumendo, il grande tema è capire che ne sarà della globalizzazione che abbiamo visto, e vissuto, circa dalla dissoluzione dell’Unione Sovietica nel 1991 in poi – per stare mediani tra la crisi degli anni Settanta e quella del 2008. A nostro parere, questa crisi è anche uno degli aspetti lunghi di questa dissoluzione, una delle sue conseguenze lunghe, approfondita dalla frattura del 2008 e che il Covid non ha fatto altro che accelerare. E quindi, cosa ne sarà del mondo che abbiamo abitato fino a oggi? È per questo che abbiamo voluto mettere in relazione la guerra – che dopo decenni ha l’Europa come epicentro (anche se in verità c’era già negli anni Novanta con la guerra nei Balcani, sebbene si tenda un po’ a dimenticarlo), ma che può veramente escalare e diventare mondiale – con il destino del sistema globale, che è il grande punto interrogativo.

L’unica cosa certa, a nostro avviso, è che andiamo verso un nuovo disordine mondiale. L’abbiamo chiamata, non a caso, una nuova “età dei torbidi”. Sta a noi comprenderla, e riuscire ad anticipare il mondo di domani da una prospettiva di parte, o quantomeno autonoma dalle narrazioni dominanti, dalle propagande, dagli “interessi generali” che si si condensano quotidianamente attraverso redazioni, giornali, talkshow, bombardandoci – metaforicamente, s’intende, ma con proporzionale devastazione delle nostre capacità e soggettività. Sempre mossi da cattive intenzioni, con la nostra parte ancora tutta da costruire. Buttiamo, quindi, senza paura lo sguardo nell’abisso: è solo questione di tempo prima che l’abisso guardi noi.

 

Raffaele Sciortino

Cercando di non essere troppo lungo, oggi nominerei tre punti, tre considerazioni, e ne approfondirò sostanzialmente uno: qual è la temperatura del sistema mondo da un punto di vista in primo luogo economico, e quindi anche geopolitico e sociale. Le altre due considerazioni sono invece le seguenti: la prima penso che sia di fondo condivisa dai presenti ed è la sovradeterminazione di questo conflitto – che vede ovviamente nell’avanscena la Russia e l’Ucraina – da parte degli Stati Uniti. Permettetemi dunque un breve preambolo.

Mi è capitato di leggere ultimamente Günther Anders, il suo testo L’uomo è antiquato. Riflettendo sulla cecità dell’umanità uscita dalla Seconda guerra mondiale rispetto all’apocalisse possibile, cioè la bomba e l’autodistruzione nucleare, a un certo punto l’autore fa una riflessione, che butta un po’ lì. Dice che la forza di un una concezione non sta tanto nelle risposte che dà, quanto nelle domande che soffoca, che non lascia venire fuori. Ora, se al posto di “concezione” mettiamo “soft power statunitense” – e cioè uno degli effetti fondamentali dell’egemonia imperiale statunitense negli ultimi decenni – mi pare piuttosto che, sebbene embrionalmente, in maniera contraddittoria, per così dire soffocata, stiano venendo fuori numerose domande. Non solo fuori dall’Occidente, dove la cosa è abbastanza evidente, ma anche in Occidente e tra la gente comune (non c’è bisogno qui di parlare di soggettività politica). E la domanda che ci si fa è: qual è il ruolo degli Stati Uniti in quello che sta succedendo? E non è forse che questo ruolo sia fondamentale, se non prioritario? Questa è la prima considerazione che rimando a voi per la discussione che seguirà.

Il secondo punto è quello che toccherò, ovvero la temperatura complessiva del sistema mondo e quindi la gravità di questa situazione. Ancora una volta non possiamo sapere in che misura, ma siamo sicuramente di fronte a un punto di svolta, come si diceva prima. E una terza domanda che vi rilancio è come sia possibile, a quali condizioni, su che basi costruire un movimento contro la guerra. In altri termini, quali sono le difficoltà (anche, ma non in primo luogo soggettive) che derivano dalla situazione che cercheremo cogliere nel suo insieme.

Voglio qui approfondire con voi – approfondire è una parola grossa; diciamo articolare – un ragionamento sul fatto che la guerra ucraina è il precipitato di una situazione più complessiva che, come si notava prima, rimanda quantomeno allo scoppio della cosiddetta crisi finanziaria del 2008. Ora, per essere il più sintetico possibile e spero non troppo didattico, direi che la crisi scoppiata nel 2008 con l’epicentro negli Stati Uniti, e che solo in superficie è una crisi finanziaria, è una crisi in realtà sistemica.

A partire dalle risposte che le sono state date dal sistema finanziario statunitense, dallo Stato statunitense e poi a cascata da tutti gli altri attori globali, è stata sostanzialmente congelata. Congelata però non senza aver innescato due processi fondamentali, di cui oggi vediamo una prima precipitazione forte a livello geopolitico. Il primo processo è quello che l’«Economist» (la Bibbia del capitalismo mondiale da metà Ottocento in poi) ha chiamato la slowbalization, da slow, lento. La globalizzazione ascendente, dell’ultimo trentennio perlomeno, anche prima della caduta del Muro di Berlino, non ha subito interruzioni perlomeno nei suoi tre indici fondamentali, ovvero nel commercio mondiale rispetto al prodotto netto globale prodotto in un anno, nella costituzione di filiere globali della produzione e chiaramente della logistica, e negli investimenti esteri. Non c’era e non c’è stato finora un arresto vero e proprio, ma osserviamo sicuramente un rallentamento degli indici di crescita. Quindi appunto una slow-balization, una globalizzazione che rallenta.

Contestualmente a livello produttivo e più in generale a livello di capacità di rimettere in moto l’accumulazione capitalistica e quindi la macchina dei profitti, con alti e bassi e in situazioni ovviamente differenziate, per quanto riguarda l’Occidente (diverso il discorso per l’Asia orientale e in particolare per la Cina) noi abbiamo assistito a una sostanziale stagnazione. Il termine non è precisissimo perché appunto le situazioni sono differenziate sia tra l’Europa e gli Stati Uniti, sia internamente all’Europa; ma diciamo fondamentalmente una crescita asfittica e ancor più un’incapacità di lanciare l’accumulazione di capitale. Il che è andato insieme, come effetto-che-diventa-causa, con un indebitamento crescente impulsato (proprio per bloccare gli effetti dirompenti economici, e poi sociali e politici della crisi globale) dalle banche centrali, in particolare dalla Federal Reserve e poi a cascata dalla Banca centrale giapponese, britannica e poi, da ultima, dalla Bce allora guidata da Draghi.

Un indebitamento che non ha pari nella storia del capitalismo e che si è ampliato ulteriormente durante la crisi pandemica. I bilanci delle banche centrali hanno raggiunto indici impensabili, per esempio quello appunto della Banca centrale statunitense (adesso non ricordo precisamente la cifra) che si aggira tra i cinque e i sette trilioni di dollari, che equivale a una cifra tra un terzo e la metà del prodotto interno lordo statunitense. Il che – e non è un punto che possiamo approfondire – ovviamente non è senza ripercussioni su quel fenomeno scattato nell’ultimo annetto e mezzo (nel cosiddetto “rimbalzo” postpandemico) che è l’inflazione.

Beh, già solo il nominare questi macro-processi ci indica che quella che è stata la globalizzazione negli ultimi trenta-quarant’anni non può non essere andata incontro a delle incrinature, se non a delle vere e proprie brecce – anche tenuto conto del fatto che in questi dieci anni tra il 2008 e lo scoppio della crisi globale, la Cina è intervenuta se non a salvare l’economia mondiale e l’Occidente, comunque ad agire come una valvola di sfogo delle difficoltà dell’economia. Ma andiamo per gradi e facciamo un passo indietro.

Cos’è stata la globalizzazione? O meglio, cos’hanno costituito – sul piano geopolitico, sul piano sociale e della lotta di classe, sul piano strettamente economico – quegli assemblaggi che hanno dato come risultato la globalizzazione a guida statunitense?

Alla base ci sono almeno tre grandi processi. Il primo è processo geopolitico, che descrive il riavvicinamento Stati Uniti-Cina, avvenuto a partire dall’inizio degli anni Settanta nel passaggio da Mao a Deng, ossia nel momento in cui gli Stati Uniti stavano subendo una grossissima crisi anche a causa della sconfitta in Vietnam e delle lotte sociali del “lungo Sessantotto”.

Sul piano strettamente economico e monetario, è cruciale lo sganciamento del dollaro dall’oro nel 1971, il che ha dato il via alla fluttuazione delle monete senza una base fisica, per così dire. Sintetizzando, nel regime di Bretton Woods post-Seconda guerra mondiale il legame stretto, fisso, tra dollaro e oro e su cui si innestavano tutte le altre monete, aveva fatto del dollaro la moneta di riserva mondiale e il mezzo di pagamento internazionale. Dal ‘71 in poi, invece, il dollaro segue una traiettoria e una dinamica “a fisarmonica”: nel senso che lo sganciamento dall’oro permette alla Banca centrale statunitense di stampare moneta a volontà, a seconda delle esigenze geostrategiche degli Stati Uniti, ora stampando, ora tirando le redini e stringendo. Nel primo caso, scambiando con il dollaro la produzione mondiale, ci si permetteva attraverso di esso un controllo, un comando su una buona fetta del valore prodotto globalmente; per converso nel secondo caso, in situazioni mutate, si chiudeva la fisarmonica, per riattirarlo negli Stati Uniti, di contro a un dollaro che se troppo inflazionato rischia di perdere valore (e perdeva valore). Una tattica abituale consisteva, per esempio, nell’alzare i tassi e quindi riattirare negli Stati Uniti i capitali che rischiavano di volarsene su altri lidi. Ovviamente la questione è molto più complessa di quello che sto dicendo qui, ma è giusto per dare un’idea di come è andata a costituirsi dagli anni Settanta quello che possiamo chiamare (e che è un fenomeno inedito nella storia del capitalismo mondiale) l’imperialismo finanziario del dollaro.

Governare attraverso il dollaro vuol dire anche governare i flussi di valore globali attraverso l’indebitamento. Perché un dollaro liberamente fluttuante, ora inflazionato ora deflazionato a seconda delle vicende geopolitiche ed economiche interne ed internazionali, ha permesso agli Stati Uniti di accumulare un enorme deficit interno e un disavanzo commerciale delle partite correnti con l’estero altrettanto enorme. In breve, per la prima volta abbiamo un soggetto egemone che comanda il mondo attraverso il debito, il suo debito. Ricordo solo che dalla Prima e poi ancor più dalla Seconda guerra mondiale gli Stati Uniti invece erano usciti come primi creditori di quelle che erano le potenze forti di allora, quelle europee e su tutte la potenza egemone di allora, la Gran Bretagna.

Il terzo macrofenomeno che ha contribuito alla nascita della globalizzazione senza che ci sia stata, come dire, una regia condivisa – cosa che nel capitalismo è impossibile, a meno di abbracciare teorie complottiste – è stata la lotta del “lungo Sessantotto” e il suo assorbimento. A tal proposito è importante una precisazione. Non è che sia stata semplicemente una sconfitta della lotta di classe in Occidente per come si era mossa dagli anni Sessanta agli anni Settanta. C’è stato semmai un suo affievolirsi e anche delle sconfitte importanti, ma soprattutto un assorbimento delle istanze del Sessantotto – quelle istanze libertarie e di ricerca di autonomia che in parte si erano rivolte anche contro la dipendenza dal lavoro salariato – che in qualche modo la globalizzazione ascendente era riuscita ad assorbire portandole e declinandole sul proprio terreno, cioè a favore di una ripartita dell’accumulazione capitalistica.

Ora, questo ci spiega anche, o può spiegare e plausibilmente secondo me, anche un altro fenomeno. Cioè il fatto che essendo accidentale il nuovo tipo di dominio che gli Stati Uniti hanno instaurato sul mondo dopo gli anni Settanta, nella fuoriuscita dalla crisi del lungo Sessantotto – un dominio, attenzione, che ha avuto necessariamente come altro pilastro (ovviamente in termini asimmetrici, di potenze e di profitto) la Cina, cioè l’apertura dei mercati occidentali (statunitensi in primis) all’esportazione cinese, il che ha permesso l’internazionalizzazione delle produzioni, la costituzione di filiere globali della produzione che hanno permesso alla Cina di fare quell’incredibile ascesa, in trent’anni sostanzialmente, che gli altri paesi a capitalismo maturo hanno fatto in cento, centocinquant’anni, però sempre con una posizione, ovviamente, asimmetrica, non di predominio comunque quella cinese – ebbene, dicevo, è evidente che in questa architettura, in questo assemblaggio globale – grazie a contraddizioni proprie quali la cosiddetta finanziarizzazione, cioè il fatto che gli Stati Uniti non abbiano deindustrializzato completamente la propria ossatura produttiva, spostandosi piuttosto su segmenti “alti” della tecnologia, mentre il peso dell’economia finanziaria e speculativa cresceva in maniera immane, e attraverso questo controllo della moneta e della finanza che abbiamo descritto – gli Stati Uniti sono riusciti a captare, a catturare una buona parte dei flussi globali di valore, subordinandoli in maniera nuova, inedita. Inedita perché negli anni Settanta si pensava a un declino inesorabile degli Stati Uniti, e non è stato così.

Dunque, è chiaro che questa complessa architettura che ho giusto tratteggiato – spero in maniera non troppo confusa – nel 2008 ha iniziato a mostrare le sue crepe, sia per contraddizioni interne, ma anche perché la Cina a un certo punto è servita a instaurare questo nuovo dominio statunitense, però ha fatto la sua ascesa economica e quindi – sia con l’aumento dei redditi, dei salari, sia con le lotte di classe interne in Cina – ha iniziato in qualche modo, se non a pretendere, comunque ad aspirare a una fetta maggiore di profitti globali.

Che cosa ha comportato tutto ciò? Sul versante cinese, la consapevolezza nelle élites, nei vertici del partito-Stato, di questo rapporto asimmetrico, sbilanciato, eccessivamente sbilanciato, che vuole e voleva sostanzialmente dire fondare la sua ascesa tutta sulle esportazioni per il mercato occidentale. Con la crisi del 2008 questa strategia si rivelava tuttavia una scommessa precaria, il che ha sorpreso la dirigenza cinese, e in un qualche modo hanno subito dovuto farci i conti. Per ovviare alla crisi, la Cina quindi è intervenuta con un’emissione di liquidità pazzesca nel 2009, e in questo modo ha anche aiutato l’Occidente. Ma il suo modello di sviluppo economico non può trapassare a un indebitamento continuo, che creerebbe una bolla simile a quella dell’Occidente e destinata prima o poi a scoppiare, lasciando morti e feriti in un percorso come quello degli ultimi trent’anni che è stato sì eccezionale, ma che comunque è pieno di contraddizioni, economiche sociali e politiche.

Dunque la Cina, a partire grossomodo dall’indomani della crisi globale, ha messo in campo un piano, una politica industriale, una politica economica finalizzata risalire le catene del valore. Per farla breve, si tratta di un ribilanciamento dell’economia interna e del rapporto della sua economia con l’esterno. In termini concreti questo significa dipendere meno dalle esportazioni, incentivare il proprio mercato interno, essere meno esposti agli impulsi finanziari occidentali e proiettarsi all’esterno con le cosiddette Vie della Seta. Ovviamente, in tutto ciò diviene fondamentale per la Cina salire a delle produzioni tecnologicamente più avanzate, soprattutto in un campo in cui è decisamente indietro che è quello dei microchip. Si noti come l’attenzione venga rivolta non tanto e non solo alla produzione digitale per il consumo di massa, quanto al design, alla produzione e alla progettazione dei circuiti integrati che ne stanno alla base (la base poi anche, ovviamente, delle tecnologie militari).

Questo piano di ribilanciamento cinese, se riuscisse, sarebbe per le multinazionali statunitensi e occidentali in generale – e soprattutto per il controllo statunitense attraverso il dollaro – non dico la fine, perché non è questa l’intenzione e neanche la capacità, considerando i rapporti di forza che abbiamo in Cina, ma comunque un serio colpo. È esattamente questa ipotesi che ha scatenato la reazione statunitense, già abbozzata nel corso dell’amministrazione Obama e poi lanciata con la cosiddetta guerra commerciale di Trump. Ricordiamo che la guerra commerciale non ha tanto come vero obiettivo quello di riequilibrare la bilancia commerciale tra Cina e Stati Uniti, perché come dicevo prima non è questo il problema. Gli Stati Uniti dominano il mondo tranquillamente facendo debito. Il problema è mantenere la priorità e il predominio del dollaro, e impedire alla Cina di risalire tecnologicamente a stadi più elevati di accumulazione capitalistica.

E infatti noi vediamo che c’è una perfetta continuità tra l’amministrazione Trump e l’amministrazione Biden. Biden non ha fatto altro che affinare questa strategia che ha preso la forma del cosiddetto decoupling tecnologico selettivo. Con decoupling si intende lo sganciamento della Cina dall’accesso a capitali e tecnologie elevate occidentali, in un contesto internazionale in cui gli Stati Uniti consapevolmente impongono gli stessi meccanismi anche ai paesi dell’Occidente e agli alleati dell’Asia (Giappone e Taiwan). “Selettivo” perché ovviamente per rompere del tutto con la Cina sarebbe per gli Stati Uniti come uccidere la gallina dalle uova d’oro, il che non è, almeno attualmente, né nei piani né fattibile. Contemporaneamente sul piano geopolitico gli Stati Uniti si sono riorientati verso l’Asia orientale e hanno varato una strategia di accerchiamento, di nuovo contenimento, della Cina, il cui fulcro sono il Mar Cinese (settentrionale e meridionale) e Taiwan. Per questo hanno voluto, se non “abbandonare”, almeno rilassare la presenza in Medio Oriente, e allo stesso tempo lasciare l’Afghanistan e buttarsi su quel nuovo versante.

Ora, cosa c’entra la Russia, l’Europa orientale e l’Asia Centrale in tutto questo?

C’entra innanzitutto perché di lì passano alcune direttive strategiche delle Vie della Seta, che per la Cina sono fondamentali perché, essendo stretta sui mari (da cui dipende, per esempio, per l’arrivo del gas, del petrolio e tutta l’esportazione di merci), cerca di spostarsi via terra passando attraverso il centro-Asia e l’Asia meridionale. La Russia è cruciale già solo per questo, e la stessa Ucraina è uno snodo, previsto, fondamentale delle Via della Seta. Ma anche perché da un punto di vista politico e geopolitico è evidente che la Russia ha nella Cina una sponda fondamentale per resistere alla pressione delle Nato e degli Stati Uniti; e a sua volta la Cina ha nella Russia sia una sponda geografica sia una sponda complementare da un punto di vista economico. La Russia esporta principalmente materie prime agricole e minerarie, e la Cina è l’officina del mondo. È intorno a questo rapporto – non un’alleanza ma comunque una partnership strategica – che possono orbitare tutte quelle aree e quei bacini territoriali che non vogliono sottostare completamente al diktat di Washington.

Ora – e vado verso la conclusione – qui emerge la contraddizione di fase che ci accompagnerà ovviamente per qualche decennio se non esploderà prima. La contraddizione di fase sorge dal bisogno, speculare e insieme opposto, per Cina e per Stati Uniti di conservare la globalizzazione; e dalla necessità al tempo stesso di mettere in atto delle strategie che minino la globalizzazione stessa, che quindi tendano verso una sua crisi e poi, eventualmente, verso addirittura un rinculo, una deglobalizzazione.

Cosa voglio dire?  La Cina necessita della globalizzazione perché è in mezzo a un guado. Necessita di continuare ad esportare merci, di importare materie prime da mezzo mondo, ma soprattutto di accedere a tecnologie e capitali che ancora non possiede. Il problema è che la Cina vorrebbe una globalizzazione meno asimmetrica, potremmo dire più multipolarista, multilaterale. “Un’altra globalizzazione”, come si diceva vent’anni fa nel movimento noglobal; il che però produce chiaramente la reazione durissima degli Stati Uniti, di cui però abbiamo visto e stiamo vendendo solo l’inizio. Gli Stati Uniti infatti sono costretti a rispondere con il decoupling, quindi cercando di sganciare e di separare la Cina dal contesto globale (via sanzioni, via dazi, via quello che vedremo), ma al tempo stesso è chiaro che qui il rischio per gli Stati Uniti è di darsi la zappa sui piedi. Cioè di troncare, di interrompere quei flussi, quelle catene del valore che in buona sostanza sono la fonte del dominio mondiale del dollaro e quindi della sua egemonia imperiale mondiale.

Quindi, la contraddizione sta proprio nel produrre effetti che contraddicono quelle che sono le condizioni, ripeto, speculari e opposte per la Cina – una globalizzazione alternativa e meno asimmetrica, meno occidentocentrica, meno dollaro-centrica – e per gli Stati Uniti – interrompere i flussi con la Cina, che però intanto è diventata l’officina globale, senza i quali, come abbiamo visto anche durante la pandemia, si rischiano di bloccare le filiere globali del valore. Contestualmente, e qui veramente vado a chiudere, il problema di fondo è anche quello che, nel frattempo, a ridosso della crisi si è arrivati, attraverso l’indebitamento e ad altri meccanismi, alla creazione di una bolla di capitale fittizio e speculativo enorme che, se l’accumulazione deve riprendere, in qualche modo deve essere sgonfiata, e deve essere sgonfiata anche violentemente. E guardate, con fenomeni come l’inflazione, le guerre (con le distruzioni che comportano, di capitali e ovviamente di esseri umani) e probabilmente passando attraverso una stagflazione (cioè stagnazione produttiva insieme a un’inflazione), si arriverà di nuovo a una grande recessione o comunque una recessione consistente.

Per quanto riguarda l’Europa, leggevo in questi giorni i dati sulla Germania: l’Europa chiaramente è la più colpita da questa crisi ucraina (ma anche gli Stati Uniti non stanno benissimo quanto a inflazione) e be’, tecnicamente è quasi già recessione, soprattutto se confrontiamo i dati con il pre-pandemia, con il 2019. Si avrebbe quindi una grande recessione che comporterebbe svalorizzazioni di capitali, chiusura di aziende, licenziamenti, distruzione: e la distruzione è la conditio sine qua non di una ripresa dell’accumulazione globale. Solo che nel frattempo questo avviene con crisi, guerre, e dove ogni attore a partire dagli Stati Uniti vorrebbe e cercherà di scaricare i costi di questa svalorizzazione sugli altri. Ma lo stiamo già vedendo nella crisi attuale: vediamo chiaramente l’atteggiamento degli Stati Uniti – proseguire la guerra, l’Ucraina deve vincere – e i danni – sia a livello di prezzo dell’energia, ma in generale, con tutto quello che sta rischiando l’Europa – scaricati appunto sull’alleato.

Quindi, e chiudo, può essere (ce lo dirà il futuro, magari anche prossimo) che la guerra in Ucraina sia un primo punto di svolta della situazione; un punto di sblocco, di scongelamento della crisi che ho cercato, forse un po’ male, di descrivere. Un’inversione del ciclo nel quale, non a caso, assistiamo a una politica della Federal Reserve che segna una deviazione (per adesso non proprio a 180 gradi, ma potrebbe comunque arrivarci) rispetto al “denaro facile” di tutti questi anni. Sta infatti innalzando i tassi per ridare forza al dollaro e riattirare capitali negli Stati Uniti: è ancora una volta quell’effetto fisarmonica del dollaro di cui parlavamo prima. Parimenti lo stesso aumento dei prezzi dell’energia danneggia pesantemente l’Europa come fu già nella crisi energetica del 1973; ma a misura che l’energia viene acquistata e scambiata in dollari non penalizza gli Stati Uniti (o non li penalizzerebbe nella stessa misura se non fosse per l’inflazione concomitante). Ripeto, a misura che il dollaro rimanga moneta di scambio internazionale.

E qui, con quello che sta facendo la Russia (per esempio chiedendo di pagare in rubli nel commercio delle materie prime energetiche) e con quello a cui sta puntando la Cina (cioè a sganciarsi un minimo dal dollaro e via discorrendo) per la prima volta, anche se non si arriverà ovviamente alle estreme conseguenze subito, per la prima volta il tabù è nominato, il tabù è infranto. Qualcuno sta pensando a un’economia mondiale non più sottomessa al dollaro, cioè sta pensando a processi di dedollarizzazione. Ora, che cosa ne verrà fuori nessuno lo sa, ma è evidente che il materiale è esplosivo. Tra crisi della globalizzazione e possibile incipiente di deglobalizzazioni, reazione durissima degli Stati Uniti, processi (o comunque intenzioni, strategie) di dedollarizzazione, è evidente – e qui vi lascio – che la crisi ucraina è la precipitazione di un grumo di contraddizioni che sono ormai sistemiche.

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Kultur / Cultura

Gli arsenali dei padroni. Geopolitica, sinistra e realtà

La parola del nostro tempo è «geopolitica».

Per anni vituperata a queste longitudini politiche, ritenuta appannaggio dei sogni bagnati di bruni più o meno rossi e materia di opachi funzionari d’apparato, oggi talmente sdoganata da essere spettacolarizzata. Merce di intrattenimento mainstream, quotata nel mercato in espansione delle piattaforme, venduta e inflazionata da uno stuolo di commessi e analisti con laurea in Scienze politiche e partita iva – «è la Barberizzazione, bellezza» –, è disciplina per eccellenza degli «interessi generali», quindi dell’organizzazione collettiva della classe dominante, la forma-Stato.

Può esistere una geopolitica di parte, la nostra? Quesito cruciale. Se di «uso operaio» della geopolitica non si può ancora parlare, parliamo allora di un punto di vista che della geopolitica può, e deve, avvalersi.

Tagliamo quindi corto. Oggi più che mai – molto più che nell’epoca ordinata dalla guerra fredda, e della breve parentesi di incontrastata potenza unipolare statunitense degli anni Novanta – vediamo come geopolitica e movimenti di classe, della composizione politica di classe, siano in rapporto, legati a doppio filo. Influenzandosi vicendevolmente in maniera sempre più diretta. Quello che succede nell’alto della geopolitica, oggi, precipita nel basso della composizione sociale sempre più velocemente e pesantemente, con strutture di mediazione e contenimento logore o inefficaci, determinando comportamenti, direzioni, scarti: spazi di intervento soggettivo. Quello che succede nel basso, nei processi di ascesa e declino dei ceti medi, nelle stratificazioni sociali, nella ristrutturazione della composizione di classe, ha invece un riflesso non secondario, quanto meno indiretto, verso l’alto. I due livelli, per chi volesse comprendere lucidamente, anticipare tendenze e dismettere i panni di spettatore passivo per farsi attore, collettivo, di parte, vanno quindi tenuti insieme. Il punto di vista militante deve posizionarsi alla mediana di questo rapporto.

Geopolitica operaia. Nel suo primo numero del settembre 1969, in pieno autunno caldo, «Potere Operaio» pubblica in paginona centrale la mappa di Mirafiori. Sono indicate le porte, i reparti, il numero di addetti per ognuno (totale 50 mila), le officine. Dalle 32 e 54, il Fiatnam.
Nel n. 4, da Mirafiori il punto di vista operaio si alza e abbraccia l’Europa occidentale. È la geopolitica delle lotte di classe. Baricentro tra i due termini, sempre in rapporto, l’analisi della composizione – tecnica e politica – di classe. Una postura da recuperare.

«In una società nemica non c’è libera scelta dei mezzi per combatterla. E le armi per le rivolte proletarie sono state sempre prese dagli arsenali dei padroni». Sul numero di «Limes» che ha accompagnato l’incipit della guerra in Ucraina, due interventi ci hanno solleticato. Indicativi del discorso sulla e della guerra. Fotografia dello spettro politico e della sua ridefinizione. Uno di un’accademica della Sapienza, l’altro di un generale in congedo. Punti di vista a confronto.

Ucraina Limes Europae è la tesi dell’accademica. Ucraina prima (o ultima?) trincea d’Europa. Huntington e Brzezinski citati già nella prima riga, niente di nuovo. Indicativo invece altro: come la professoressa assuma e utilizzi esplicitamente il linguaggio, che qua conosciamo bene, della sinistra “di movimento” occidentale – generalmente libertaria e verbosamente radicale – per usarlo in senso fortemente nazionalista, per promuovere, richiedere e giustificare l’intervento della Nato nel conflitto, con tutto ciò che ne conseguirebbe. «La società ucraina ha espresso una grande capacità di autorganizzazione» per decidere, coesa e determinata, di entrare nell’Unione Europea e nella Nato, dopo la «rivoluzione della dignità» di Euromaidan; un «movimento dal basso pronto a difendere la Nazione e i suoi valori», un «movimento dei volontari», di attivisti – come Pravy Sektor, i gruppi paramilitari banderisti e il battaglione Azov? – che hanno contribuito alla «coesione sociale» – o etnica, con il massacro alla Casa dei sindacati di Odessa – in questa decisione, con un «potere costretto ad ascoltare la società» – e soprattutto gli Stati Uniti, gli oligarchi e le frange ultranazionaliste integrate nello Stato post- Maidan e nell’esercito – contro il «terrorismo di Stato» russo. Sono gli ucraini «istruiti e professionalmente competenti», quindi di ceto medio urbano, occidentalizzati, «immuni dai richiami obsoleti e ideologici del mondo (ex) sovietico», considerato povero, ignorante, puzzolente, quindi proletario, che rigetterebbero ogni compromesso.

Cos’è questo se non la rappresentazione plastica della cooptazione di tutto un ciclo politico, nato dalla sconfitta delle rivolte proletarie, nell’arsenale dei padroni? Una convergenza dei residui ideologici movimentisti nella sinistra imperiale, subordinata all’agenda dell’imperatore e dei suoi vassalli, in nome di un interventismo idealista, liberal, democratico che riabilita il nazismo dal volto umano, di un pacifismo peloso intriso di molti sentimenti ed emozioni, ma poca lucidità politica e capacità di analisi, con cui tanti compagni, più o meno consciamente, in odio allo zar di Russia sono finiti a lavorare per il re di Prussia.

Poche, chiare, semplici parole. Striscione davanti al Polo Leonardo, Modena.

La via verso il disastro. Il generale in congedo, con realismo, la vede chiaramente in questa guerra. Perché sono i militari che la guerra, organizzata dalla politica, la devono poi materialmente fare. In tale contesto spesso esprimono posizioni più lucide, e quindi più radicali – che vanno alla radice. C’è poco spazio, qui, per la retorica e l’ideologia. Molto per il materialismo. Rapporti di forza. Equilibri geopolitici. Analisi storica delle contraddizioni. Gli errori – deliberati – compiuti dalla Nato a partire dalla dissoluzione dell’Urss. «L’Ucraina è oggi lo specchio di ciò che gli Stati Uniti, la Nato e l’Europa hanno fatto alla Serbia in e per il Kosovo». Gli interventi in Iraq e Libia a seguire. L’espansione sconsiderata, cieca, provocatoria, verso Est, a detrimento della sicurezza collettiva, globale. Fino a toccare la linea rossa. Fino al punto di non ritorno. E l’ipocrisia arrogante dell’idealismo liberal, che ci vende l’interesse geopolitico degli Stati Uniti, «in galoppo da soli verso la perdita di controllo sul mondo», come guerra di civiltà. Termonucleare. Il prezzo per soffocare la Cina nel suo sbocco europeo – guarda caso, l’Ucraina – della Nuova via della seta. Se la responsabilità militare di aver avviato la guerra non può che essere di Putin, la responsabilità politica della destabilizzazione della pace e della creazione, cosciente, delle condizioni per la guerra sono evidentemente della Nato – in particolare delle potenze anglosassoni, Stati Uniti e Inghilterra.

Siamo arrivati al punto che ci tocca assentire con un generale. E la tragedia, oltre a ciò, è che «tutta questa vicenda era evitabile». La catastrofe umanitaria, sociale, politica che ha luogo in Ucraina, nuova Siria d’Europa, si poteva prevenire.

Non lo si è voluto fare. Lo si è perseguito. Ne pagheremo anche noi, insieme alla gente ucraina e russa, tutto il prezzo.

Lo ribadiamo, a scanso di equivoci. Non con Lui – e i suoi utili idioti, che a Modena conosciamo bene, come Terra dei Padri e fascistume euroasiatico vario – ma contro di Voi. A questi, i nemici della pace più vicini a noi, il nemico in casa nostra, va chiesto il conto. E forte. Perché «le guerre non si vincono più, perché non finiscono mai». Lo dice un generale. E allora prendiamone atto. E organizziamo la guerra ai guerrafondai.

Nel nostro piccolo, cominciando a rompere lo schema di una narrazione della guerra che si fa insieme propaganda e intrattenimento. Costruendo un punto di vista lucido, realistico, autonomo. Un punto di vista di parte.

Quello dei banditi.

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Discorsoni / Analisi

Tranquilli, è solo il primo mese di guerra. Poi peggiora

La guerra ha legato tra loro, con catene di ferro, le potenze belligeranti, i gruppi contendenti di capitalisti, i “padroni” del regime capitalistico, gli schiavisti della schiavitù capitalistica. Un grosso grumo di sangue: ecco che cos’è la vita sociale e politica dell’attuale momento storico.

Lenin, Lettere da Lontano.

 

I democratici antifascisti per il battaglione Azov.

I razzisti sovranisti per la denazificazione.

I tecnocratici europeisti per il presidente comico e populista.

Gli anarchici per i sacri confini dello Stato ucraino.

I comunisti per l’Impero zarista di tutte le Russie.

I nazionalisti per l’Eurasia da Lisbona a Vladivostok.

Gli indipendentisti per l’imperialismo anglosassone Nato.

I pacifisti per la guerra mondiale.

I generali per la pace tra i popoli.

Giletti in diretta da Odessa, con «l’occhio della madre», «la carrozzella col bambino», «gli stivali dei soldati».

E il liberatorio grido fantozziano, «È una cagata pazzesca!», bollato come ignobile propaganda putiniana.

Scusate, sbagliato tempolinea.

Ed è solo il primo mese di una guerra che, lungi dal concludersi brevemente e dal considerarci non coinvolti, vedremo ulteriormente peggiorare, prima di migliorare.

Sempre se potrà migliorare. Per i morti, per i caduti, la guerra è già finita. Per tutti gli altri, continua la danza macabra, sconsiderata, sull’abisso: dell’escalation globale, della mutua catastrofe assicurata. «Siamo pronti a ogni sacrificio», ha annunciato alle Camere il premier-tecnico Mario Draghi all’inizio del conflitto. «L’Italia farà la sua parte». Scrosci di applausi. Sedicenti rappresentanti del popolo italiano a ratificare l’ora delle decisioni irrevocabili, prese altrove: Washington, Londra, Bruxelles. Senza che nessuno avesse, o abbia ancora chiesto, se veramente gli italiani siano disposti a questo sacrificio. L’ennesimo. Il più estremo. Dopo due anni, stremanti, di pandemia. Dopo dieci, durissimi, di crisi, stagnazione, emigrazione, impoverimento. Ci stanno chiedendo il sangue. Questa volta, anche quello vero.

O Kiev o tutti accoppati! L’ora delle decisioni irrevocabili. Ma chi pega?

L’Italia è in guerra, così è stato deciso. Per ora combatte con sanzioni finanziarie, commerciali, economiche, che stravolgeranno irrimediabilmente una già fragile economia – non solo nazionale, ma globale. La finanza come momento della guerra – un avvertimento alla Cina, ma lo sapevamo già – oggi più che mai ibrida. Condotta su più livelli. La globalizzazione che abbiamo conosciuto a partire dal 1991 non sarà più la stessa. E armi agli ucraini, puntualmente arrivate nelle mani di reparti – non più milizie – di neonazisti, come quelli di Azov. «In alcune città, è più facile ottenere una mitragliatrice che il pane», raccontano compagni ucraini che non sentirete nei talk-show, ma che vi traduciamo. «I militari e i gruppi fascisti prendono in ostaggio le popolazioni di Kharkiv, Kiev e Mariupol, usando la gente come scudi umani». A difesa «dei nostri valori», si intende: democratici, inclusivi, occidentali, contro la «barbarie orientale» di sempre. Jugoslavia, Iraq, Afghanistan, Libia: cancellati in un sol colpo. Tutte le geopolitiche sono uguali, ma la mia è più uguale delle altre. È la Siria 2.0, alle porte di casa, con arsenali atomici e fratricidio di popoli. Una tragedia non solo russa, ma europea.

Questo meme è offerto dalla strutturale tendenza alla guerra del sistema capitalistico nella sua fase suprema, l’imperialismo.

A Ovest già si preparano gli eserciti. Le licenze sono revocate. Gli arsenali si riempiono. I fucili vengono oliati, mentre si trincera il fronte interno. È caccia al “putiniano”, al “russo”, al “traditore”. O con Noi, o con Lui. Se questa non è già guerra… almeno risparmiateci la retorica democratica.

Per questo: non con Lui, ma contro di Voi.

Contro il nemico in casa nostra: l’imperialismo Nato, la tecnocrazia europea, il governo della crisi trasformata in guerra.

Contro il nemico che marcia alla nostra testa: la sinistra imperiale, la sua chiamata alle armi, che soffia sul fuoco appiccato alle nostre porte.

L’unica posizione possibile, da qui dove stiamo.

Dario Fabbri può accompagnare solo. Chi non viene è Giletti bombardato a Odessa da fuoco amico.
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Discorsoni / Analisi

Grigio capannone. Due parole su meme, Cina e transizione ecologica

Communism : r/ADVChina
Sui social sta girando molto, negli ultimi giorni, questa foto delle olimpiadi invernali di Pechino. Ritrae un impianto per sci allestito nel sito delle acciaierie Shougang, oggi spento per obsolescenza e riconvertito – così dicono: noi non siamo di Pechino.
L’immagine è sicuramente suggestiva: stuzzica non poco le sensibilità distopiche e catastrofiste di un certo immaginario contemporaneo, attratto al contempo sia dal weird sia dalla sci-fi. Diciamo di “un certo” perché, come sappiamo, la struttura delle piattaforme dove esso si può saggiare non può che produrlo in bolle, spesso incomunicanti tra loro. Un’immagine che per una bolla ha significato, per la bolla a fianco può non averne.
In questo caso, la forza dell’immagine sta proprio nel riuscire a forare più bolle, e trovare un senso mediano tra esse, quando anche di segno opposto. Soprattutto tra le fasce giovanili istruite, millennial e Z, è già diventata meme. E in quanto tale strumento del meme warfare, uno dei tanti campi di battaglia dove si prepara, combattendolo già, il conflitto principe che informa i nostri tempi (per non parlare degli spazi, non solo politici): quello degli Stati Uniti contro la Repubblica popolare cinese – Occidente contro Oriente, sai che novità.
Nel tempo dell’immagine, la guerra si fa in particolar modo iconografica, lo sanno bene le agenzie statali e private predisposte a condurla. L’immagine dello scivolo bianco per sci olimpionico alle acciaierie Shougang, un puntino brillante sommerso dallo squallido grigiore industriale circostante, un’isola di luce circondata dalla plumbea cappa dell’inverno carbonfossile, in candido contrasto con il territorio avvelenato, violentato e deturpato dalla velocità – e potenza “novecentesca” – dell’impetuoso sviluppo cinese, si presta bene a convergere nella narrazione propagandistica della “Transizione ecologica”, indirizzo politico della ristrutturazione capitalistica postpandemica, in particolare europea.
L’arruolamento delle sensibilità ambientali ed ecologiste trasversali, ma soprattutto progressiste, predominanti appunto tra le generazioni di venti-trentenni più istruite, in funzione anticinese è lo specchio della ridefinizione delle grammatiche e del riposizionamento dei campi politici in corso, un’anticipazione di quali saranno i fronti per cui si combatterà (già si combatte) la guerra per determinare la forma della globalizzazione uscita dalla pandemia.
«Guardate, la distopia totalitaria cinese. Il paese che inquina più di tutti nel mondo. Nemico della Transizione ecologica. Rischiamo l’estinzione come specie. Se non smette di portare la terra al collasso, qualcuno dovrà costringerla a fermarsi…» Non sappiamo voi dove vivete, ma, a parte lo scivolo, questa foto è letteralmente Sassuolo…
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Kultur / Cultura

La fabbrica sistemica. Sviluppo e ristrutturazione del «modello emiliano»

Partiamo da una premessa. Resta per noi ancora valido un vecchio assunto, che indicava nel medio raggio la collocazione del militante. Quel «livello intermedio tra l’alto e il basso, tra la teoria e la pratica, tra l’astrazione determinata del comando e la determinazione astratta della vita quotidiana». È sul medio raggio che il militante va a verificare le proprie ipotesi politiche verso il basso e a correggerle verso l’alto, determinando in questo modo linea politica e linea di condotta. Il medio raggio, quindi, è il livello fondamentale dell’agire politico, perché è l’unico nel quale la ricerca militante può anticipare, scommettendo, su ambivalenze dei soggetti e tendenze dei conflitti a venire, restando ancorata ai processi reali.

Con questo crediamo che il terreno per ogni sperimentazione politica lo si debba ricercare intorno alla nostra collocazione. Si tratta quindi di scandagliare il quotidiano finché questo non disegna una ragnatela di contraddizioni, abbastanza qualitative da prefigurare possibili conflitti, quanto più prossimi a noi per restare direttamente percorribili. Un’analisi storica, per esempio, ci offre strumenti pratici se e soltanto se ci vieta di vagabondare tra nostalgie del passato e fantasie dell’apocalisse. Allo stesso modo, una mappatura geografica dei rapporti di forza contemporanei che non ipotizzi punti specifici di intervento rischia di condurre a una sterile contemplazione della complessità universale, a un litigio con le stelle. E noi sappiamo che la complessità va posseduta, non ammirata.

Una prima fonte di informazioni e strumenti interpretativi più che compatibili con questa prospettiva l’abbiamo trovata in Oltre le mura dell’impresa. Vivere, abitare, lavorare nelle piattaforme territoriali (Deriveapprodi 2021), una raccolta di saggi rivolti alla descrizione dei cambiamenti nel tessuto produttivo dell’Italia settentrionale intercorsi negli ultimi vent’anni. Certo, nel libro non si avanza un progetto politico vero e proprio, se non con vaghi cenni a una volontà di riequilibrare il rapporto tra flussi di capitale e i luoghi di vita, una prospettiva riformistica che – è inutile dirlo – non ci compete, lasciandola volentieri ad altri. Ciononostante, il repertorio analitico ci pare decisamente chiaro, approfondito ed efficace nel riassumere processi multiformi, e quindi a facilitare quell’indispensabile lavoro di inchiesta che i militanti conducono (o dovrebbero condurre) nei propri spazi d’azione.

Il libro si compone, oltre che di un’introduzione di carattere generale, di studi focalizzati su singole aree transregionali – la superficie lombarda, il Nordest, i circuiti economici emiliano-romagnoli e il Piemonte postfordista – che si ritrovano accomunate tra loro per il fatto di reagire a trasformazioni capitalistiche in corso attraverso una medesima macro-traiettoria. Per quanto i contorni della fase a venire siano necessariamente indefiniti e in questi processi abbondino le specificità locali, possiamo riassumere l’attuale congiuntura nella centralità che assume il triangolo produttivo tra la Lombardia, il Veneto e l’Emilia-Romagna (convenientemente soprannominato LO.VE.R), che in parte sostituisce il precedente trinomio Genova-Milano-Torino. A differenza dal precedente, infatti, il nuovo triangolo non fa affidamento ai suoi vertici, situati sulle grandi imprese dei capoluoghi, bensì ai suoi lati, tracciati da grappoli di imprese in evoluzione e poli metropolitani che attraggono risorse qualificate e servizi avanzati. Una diffusione territoriale, dunque, di logiche di valorizzazione industriali.

In questo contesto, sono le città di medie dimensioni a svolgere il ruolo di testa di ponte di tali dinamiche. Intorno ad esse si è infatti stabilita un’ossatura di attività terziare in continua espansione, che garantisce sia un collante tra provincia e grandi flussi di capitale, sia il rinnovamento selettivo delle vecchie città-distretto (a sua volta una momentanea risposta alla crisi del fordismo, ma costretta in ambiti manifatturieri non più all’altezza degli attuali livelli tecnologici o catene del valore), sia un parziale assorbimento di una popolazione in età lavorativa altrimenti eccedentaria. Le città medie si ritrovano quindi ad affrontare il compito di organizzare reti di connessioni per attrezzare i territori di canali di impiego e valorizzazione all’altezza di questo periodo confuso di transizione. A tal fine diventa indispensabile moltiplicare le traiettorie che conducano a stabilire delle clientele robuste internamente ed esternamente, facendo leva su una reale o presunta specificità territoriale. Per questo motivo grosse moli di investimenti monetari e umani sono state indirizzate non solo alla ristrutturazione delle attività manifatturiere locali, ma anche e soprattutto all’assorbimento e all’(iper)industrializzazione (concetto di Romano Alquati) di forme della riproduzione sociale, dell’abitare, della partecipazione cittadina e della vita pubblica che apparentemente sembrerebbero agli antipodi rispetto all’industria.

La fabbrica diffusa, il territorio-fabbrica, si disegna quindi come un reticolato interconnesso ed eterogeneo di poli produttivi, università, ospedali, utility, fiere, piattaforme digitali, grandi progetti di riqualificazione: insomma, come insieme di cluster economici attivi nelle sfere della riproduzione, dall’organizzazione del consumo e giù fino alle infrastrutture che garantiscono le condizioni della vita personale. Una volta ristabilita quale cuore nevralgico della struttura cittadina, questa circolazione di valore reindirizza a monte la produzione tradizionale di beni. È opportuno quindi sottolineare come non si stia parlando di un mero utilizzo opportunistico di retoriche progressiste o ecologiste da parte capitalistica (pinkwashing, greenwashing e simili), ma dell’integrazione reale di elementi chiave della socialità e della qualità della vita (dalla condizione abitativa e la salute alla salvaguardia naturale) come fulcro del rilancio del sistema capitalistico nelle sue forme più internazionalizzate e finanziarizzate. Ma questa ripresa ha il suo prezzo.

Accanto a questi agglomerati produttivo-residenziali in ascesa, si notano infatti un folto numero di coni d’ombra produttivi e di aree di fragilità demografica, che solo a fatica riescono a mantenere un ruolo attivo in una congiuntura di tal fatta, ritrovandosi comunque sempre sull’orlo del declino. Nonostante la fanfara mediatica dei mesi di lockdown, che starnazzava le virtù del ritorno ai borghi e la fuga dalle città, permane il rischio di marginalizzazione e spopolamento per mancanza di sbocchi impiegatizi e di servizi nei comuni appenninici o nella nebulosa di aree a mancata transizione industriale come la Bassa, favorendo l’insorgere di sensazioni e paure di proletarizzazione in pezzi di ceto medio che progressivamente paiono procedere verso un “secondo tempo” del momento populista (apparentemente) lasciatoci alle spalle. Il pendolarismo risulta sempre meno una risposta adeguata a fronteggiare questi deserti lavorativi e abitativi, e il ventaglio delle soluzioni alternative si assottiglia. Tuttavia, anche internamente a questi settori di progressivo svantaggio si osservano disomogeneità e tendenze ambigue.

In alcuni contesti, l’arretramento verso la marginalità e la retrocessione verso forme di lavoro arcaiche risultano compatibili o persino funzionali all’innesto dei canali di verticalizzazione transnazionali – come dimostrato dall’esempio ormai abituale dell’apertura dei magazzini Amazon (a Piacenza, Scandiano, Spilamberto, ecc.) nei comuni con tassi di disoccupazione a crescita più rapida – , mentre altrove si rilevano scenari di netta crisi, collocata nel punto di intersezione tra due diversi campi di forze capitalistiche. Da una parte, un reticolo di imprese locali moribonde, segnate da difficoltà decennali e ormai croniche; dall’altro le dinamiche delle economie globali. Ne derivano continue tensioni tra tendenze alla razionalizzazione o all’automazione e la presunta natura “sociale” e “umana” del capitalismo di territorio. Dove sfuma la possibilità di inserirsi in circuiti più ampi (i quali, inevitabilmente, imporranno le loro traiettorie), intere sezioni di lavoro e imprese sono semplicemente lasciate morire di stenti. Le frizioni si complicano poi ulteriormente osservando che se nel Nord metropolitano – grazie al quale si alimentano i grandi processi delle economie immateriali – la pandemia ha pesato nella maniera più tragica, nelle aree interne e interstiziali questa ha gravato proporzionalmente di meno, ma ha probabilmente accelerato processi di declino antropico e di isolamento.

Come si è visto, una volta adottata una lente temporale e spaziale di medio-raggio diviene possibile seguire più agilmente i contorni dei presenti squilibri nella conformazione urbana e nella composizione sociale, in un contesto nel quale il capitale tenta di sopravvivere alle proprie crisi mostrandosi pronto, dove necessario, a “mangiare se stesso”. Ma cosa vediamo nei nostri luoghi di vita e d’azione, vale a dire l’Emilia centrale e la provincia modenese?

Qui sono due i pilastri su cui si regge la ristrutturazione della produzione: l’innovazione pianificata dall’alto, sostenuta da specifiche policies regionali, e il continuo intreccio di coalizioni tra imprese e corpi intermedi locali in basso. Il meccanismo risulta qui particolarmente rodato, considerando la storia della regione “rossa” e ricordando i tre vettori che hanno costituito il cosiddetto “modello emiliano”, almeno nelle sue ultime fasi: a) forti politiche regionali tese alla costruzione di un ecosistema dell’innovazione tecnologica, collegata soprattutto all’export; b) la progressiva estensione e depoliticizzazione del terzo settore e del volontariato come erogatore di welfare; c) l’enfasi sulla dimensione “civica” e “partecipativa” della vita urbana quale strumento per una governance della crescita. Tuttavia, nel corso degli ultimi venti anni questo blocco amministrativo ha incontrato difficoltà e rallentamenti, che hanno favorito l’affermazione di sfidanti all’egemonia amministrativa tradizionale, M5S e Lega su tutti. Allo stesso tempo però, come hanno indicato le passate elezioni, si ipotizza una ripresa delle élite cittadine classiche, la cui agenda pro-crescita e pro-green potrebbe trovarsi consolidata nei prossimi anni, tenendo presente le parole d’ordine e la via tracciata dal Pnrr.

Molti indicatori fanno infatti ipotizzare un tentativo di ri-creazione di un nuovo ceto medio di “competenti”, tardo-giovanile, a cultura tecnica e civile, messo a valore politico come spina dorsale della ristrutturazione degli assetti economico-gestionali dei territori (post)pandemici. Il frutto di tale progressiva sinergia e organicità tra università e imprese leader, ricerca e servizi avanzati attivi nella digitalizzazione o nella sostenibilità ambientale sarà quindi una fabbrica sistemica, diretta alla qualificazione selettiva delle filiere e all’istituzionalizzazione delle reti collaborative collettive, che presume anche la ristrutturazione stessa della forza-lavoro: la formazione di una classe operaia 4.0 per un’industria 4.0 per la quale il ruolo di Istituti tecnici ed enti formativi regionali diventerà baricentrale. Si prelude quindi a un salto di scala, non soltanto per l’intensità della capitalizzazione, ma anche e soprattutto per l’espansione della fabbrica diffusa come organismo di gestione urbana, e la conseguente produzione capitalistica di nuove soggettività. Citando il volume, si tratta di

un modello di policy che punta ad accompagnare la creazione di esternalità e a incorporare nelle filiere sapere tecnoscientifico nelle culture e modelli produttivi attraverso la formazione condivisa tra imprese e istituzioni di nuove leve di operai, tecnici, quadri, manager, una sorta di “cervello sociale” costituito non solo da saperi astratti e R&S, ma da etica del lavoro, passione collettiva, qualità della vita urbana, servizi, infrastrutture collettive pubbliche e private, start-up e nuova composizione sociale. Un ecosistema/piattaforma che sostiene processi trasversali e che funziona come meccanismo di traduzione di tutte queste risorse sociali in forza competitiva. Una industria che si alimenta non solo di macchine, ma di fattori immateriali, di qualità culturali. Il nucleo motore del “modello emiliano” oggi risiede in primo luogo in una visione progressista e di nuovo umanesimo industriale nel senso della produzione di capitale umano di nuovo tipo, a sostegno di una industria che incorpori la questione del limite ambientale, in cui la crescita industriale equilibrata consiste nel promuovere sistemi industriali diffusi più che singoli settori, e le capacità collettive di produrre “teste ben fatte” e capitale territoriale. (p. 158).

Il capitolo sull’Emilia, scritto da Simone Bertolino e Albino Gusmeroli, a nostro modo di vedere espone in maniera eccellente le sfaccettature di questi processi, descrivendo dettagliatamente le trasformazioni nella cooperazione pubblica e nelle mediazioni istituzionali, nel mecenatismo delle imprese e nella progettualità sociale; ma il merito maggiore resta quello di aver ben evidenziato l’altra faccia dello sviluppo. Come già negli anni Settanta i ricercatori raccolti intorno ai «Quaderni del Territorio» avevano dimostrato, lo sviluppo industriale e tecnologico di alcune aree si determina in funzione di retrocessione e sottosviluppo di altre aree. Per dirla in altri termini, non si comprende fino in fondo cosa comporti il modello delle “valley” (Motor Valley, Food Valley, Data Valley ecc.) strettamente collegato alle catene del valore globali (e tedesche) né la loro trasversalità rispetto alle classiche partizioni tra manifatturiero, terziario, agroalimentare, ICT e reti urbane se non si tiene sullo sfondo il costante decadimento delle aree marginali, interne e appenniniche, segnate da spopolamento crescente, alti tassi di disoccupazione e rarefazione delle risorse comunitarie di base. Le ripercussioni sociali di questi andamenti sono difficili da anticipare, ma già ora sollevano grosse domande.

Potremmo ipotizzare, ma non ci spingiamo più oltre, che la recente ondata di femminicidi, omicidi-suicidi familiari e violenza cruenta nelle retrovie delle “province ricche” sia almeno in parte leggibile in questo contesto. Come spesso accade, chi non vede un domani davanti a sé, e non cerca la trasformazione dell’esistente, può cercare il tramonto, il tramonto tout court. Se poi teniamo presente che, in questi luoghi, insieme allo sfaldamento comunitario si dirada sempre più una militanza complessiva che tenga insieme anticapitalismo e questione di genere, o anche solo che le risorse per case delle donne diventano sempre più inadeguate e che la cura della salute mentale retrocede nelle agende cittadine, appare evidente la dimensione strutturale del fenomeno, che eccede di lungo gli steccati quietistici della cronaca locale. 

Sospendiamo per un momento le ipotesi, e ritorniamo su dati ormai sicuri. Infatti, non dobbiamo dimenticare che anche le aspettative coltivate nel processo di costruzione di questo possibile nuovo ceto medio, legato alle possibilità di rilancio dell’accumulazione capitalistica e dello sviluppo (post)pandemico, saranno con ogni probabilità infrante. Non solo su episodi di forte frustrazione e di nero disincanto una volta addentato il frutto dell’ipocrisia progressista e civica su temi come la partecipazione, l’inclusione o l’ambiente. Anche allargando lo sguardo, in un contesto geopolitico e geoeconomico in forte tensione e segnato per i prossimi anni dal Pnrr – vale a dire uno sfondo interamente segnato dalla ristrutturazione della globalizzazione per come l’abbiamo conosciuta fino a oggi, dal peso immane di un debito ormai difficilmente quantificabile e senza alcun margine per far ripartire cicli stabili di accumulazione, per non parlare del collasso ecologico – non si vedono garanzie per la tesaurizzazione dei risparmi o per un moto complessivo di ascesa sociale. Non a caso vari indicatori sottolineano fin da adesso un graduale divario tra le aspettative crescenti di fasce lavorative giovanili (si veda la “Great Resignation”, l’epidemia di dimissioni e di interruzioni volontarie da contratti di lavoro a tempo indeterminato, specialmente impiegatizi o del terziario) e le serie conseguenze a breve termine della ristrutturazione su questi settori (per esempio, l’aumento costante e generalizzato dei prezzi delle soluzioni immobiliari rivolte a ceti riflessivi “cool” e al lavoro autonomo giovanile, come i trilocali in area urbana).

Per concludere. Se queste ipotesi saranno verificate, ci domandiamo se la scommessa da lanciare non sia allora quella di inchiestare, oggi, le ambivalenze di soggettività baricentrali per il tentativo di rilancio sistemico dell’accumulazione capitalistica postpandemica, e anticipare lo scoppio di queste contraddizioni, per iniziare sin da ora un lavoro di medio periodo che consenta di inseguire una possibile, futura, nuova qualità del conflitto ed essere collocati nel vivo dei processi per non accodarcisi una volta manifestati, piuttosto che rincorrere soggetti della marginalità entro cui difficilmente si potrà perseguire una prospettiva qualitativa della rottura. Conviene investire sugli “obsoleti”, i “non rappresentati” di oggi – in cerca di nuova integrazione piuttosto che di inimicizia e sovversione – o i “delusi”, i “traditi” di domani, cioè i soggetti che recano su di sé l’esperienza della trasformazione del medio-raggio? È una pista che soltanto la prassi potrà saggiare, mettere a verifica e valutare. Nulla dunque da dare per scontato.

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Discorsoni / Analisi

Sindacati pagliacci da licenziare!

GKN a Firenze, Gianetti a Monza, Timken a Brescia. Sono solo le ultime e più note fabbriche che hanno chiuso nella notte, di nascosto, scappando come ladri.

Centinaia di operai e operaie che si ritrovano senza lavoro da un giorno all’altro, con una mail e tanti saluti dall’Amministratore delegato. Che si vanno ad aggiungere alle migliaia di lavoratori interinali, delle cooperative, precari lasciati a casa dai padroni, che siano italianissimi industriali, multinazionali o fondi speculativi.
Si scrive ristrutturazione, si legge macelleria. Ed è solo l’inizio. Sono le conseguenze dello sblocco dei licenziamenti voluto da Confindustria, appoggiato dal governo Draghi – e da tutti i partiti dal PD alla Lega, dai Cinquestelle alla Meloni – e sottoscritto dai sindacati senza colpo ferire.
Padroni e politici fanno il loro lavoro: profitti e poltrone, a ogni costo necessario. Ma i sindacati? Gli stessi sindacati che oggi si dicono dalla parte dei lavoratori ma che giusto ieri erano al tavolo con governo e Confindustria per concordare, tutti insieme appassionatamente, la macelleria che viene. Che oggi s’indignano per le «modalità non corrette» dei licenziamenti (per le mail!) e non per le intere comunità, le famiglie e i lavoratori prima usati e poi gettati nei rifiuti. I sindacati che prima si accordano per licenziare, e poi dopo i licenziamenti fanno sciopero… di due ore. Che prima lo mettono in culo ai lavoratori, e poi si presentano ai cancelli della fabbrica con i moduli dell’esubero e degli ammortizzatori da firmare (ovviamente previa tessera!). Una presa in giro a cui è arrivato il momento di dire BASTA.
E allora questi sindacati vanno sanzionati. E gli va ricordato quello che sono: pagliacci da licenziare. Perché non fanno i nostri interessi ma solo quelli dei padroni: che è la pace sociale, l’accettazione, la gestione della crisi attraverso deleghe, tavoli, burocrazia e accordi mentre passano sulle nostre vite. Un costo che, arrivati a questo punto, non possiamo più permetterci di sostenere.

Oggi non abbiamo bisogno di delegare qualcuno per piagnucolare e mettersi al tavolo di chi ci sfrutta e di chi ci comanda. Oggi abbiamo bisogno di organizzarci per lottare, qui e ora, con tutti coloro che sono senza riserve. Per riprendere in mano le nostre vite, per riprendere il potere di decidere.

Quel tavolo, noi, abbiamo solo bisogno di ribaltarlo.

Riprendiamoci tutto! Kamo Modena

Modena, sede CISL.
Modena, sede UIL.
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Kultur / Cultura

«Bestemmiare nelle risse per aumentare il nervoso». Una lettura di “Salario, prezzo e profitto” di K. Marx

I militanti non si trovano in natura, vanno prodotti. E su questo siamo tutti d’accordo. Il difficile viene quando siamo a misurarci con la qualità di questa produzione, più che con la quantità – che già, bene o male, è insufficiente. Proprio per tale motivo crediamo che l’ambito della formazione (o autoformazione) militante sia strategico per una soggettività politica collettiva, soprattutto nelle fasi dove l’esercito è ancora tutto da costruire, e più che andare all’assalto si preparano le battaglie a venire. «Bisogna ripartire dall’alto, bisogna ricostruire élite. Allora cerchiamo di creare i migliori. Per un certo periodo è necessario». Sono le parole di un cattivo maestro, che riprendono il filo di una tradizione rivoluzionaria antica. «Creare i migliori», in questo senso, per noi significa la formazione di quadri, avanguardie, militanti politici (chiamateli come più vi è congeniale) capaci di attrezzarsi progettualmente per cambiare i rapporti di forza e di potere, esprimendo uno scarto qualitativo. La ricerca di tale scarto, attraverso cui si misura la potenza politica di un progetto, crediamo sia una strada che debba muovere le nostre buone – ovvero cattive – intenzioni. Per questo pubblichiamo qualche appunto e piste di lettura presi in occasione di un nostro momento di autoformazione di qualche tempo fa su Salario, prezzo e profitto del vecchio Moro di Treviri (edizione di riferimento: Ombrecorte 2019, traduzione di Adelino Zanini), sperando possano essere utili anche fuori da qui.

 

«Il ruolo dei comunisti è, quindi, in ultima istanza, bestemmiare nelle risse per aumentare il nervoso». Cit.

 

1. Per cominciare, un po’ di inquadramento storico, per capire dove si inserisce il testo che oggi andremo a leggere e commentare. Salario, prezzo e profitto, scritto nel 1865, è una risposta di Marx alle tesi dell’owenista John Weston nel Consiglio generale della prima Internazionale: quindi una polemica contro il socialismo utopico, il riformismo, un preciso atteggiamento e punto di vista insiti dentro il movimento operaio dell’epoca. Si parte quindi dalla contrapposizione, da uno scontro, dall’antagonismo dentro la propria stessa parte contro ogni istanza di compatibilità, accomodamento, mediazione con la controparte. Il nemico, a quanto pare, ha articolazioni perfino dentro il nostro movimento. Marx parte dall’agire una cesura con esse.

2. Salario, prezzo e profitto è un saggio divulgativo che sintetizza le prime tre sezione del Capitale. L’invito non è tanto a concentrarsi sugli aspetti economicisti, ma sull’atteggiamento, l’angolo visuale, lo sguardo attraverso cui Marx osserva salari, prezzi e profitti e li piega ai propri fini di parte, rivolti quindi al conflitto tra una forza potenziale che lui vede ‒ la classe operaia – e il capitale.

3. Il punto centrale di Marx, che è un punto di metodo antagonista, e quindi comunista, è quello di trasformare una relazione economica ‒ non ci interesse se effettivamente vera o concreta o scientificamente provata nei termini in cui la traduce ‒ in un rapporto politico.

4. Dall’economico al politico: è questa l’operazione di Marx. Portare la questione del salario, quindi la questione dei rapporti di forza e di potere tra operai e capitale, dal terreno del capitale – l’economia – al terreno operaio – la politica. Non si vince sul terreno scelto dall’avversario dove esso detta legge, dove esso è la legge. Gli operai possono vincere – qui la questione del potere – solo sul terreno della politica, che è conflitto, organizzazione, organizzazione del conflitto e conflitto tra organizzazioni, quella operaia (il partito) e quella dei capitalisti (lo Stato).

5. È in questo senso che va letto Marx, che va letta la sua necessità di critica dell’economia politica per piegarla a sostegno di fini di parte, politici. Usare le armi del nemico, invadere il suo campo per strappargli quello che ci può servire per sconfiggerlo sul nostro terreno di battaglia. L’importanza di confrontarsi con un nemico alto, da pari a pari, forza contro forza, politica contro economia, operai contro capitale, è quello che ci manca proprio oggi. Da qui l’impasse nostra, ma anche del nostro nemico, che per sconfiggere la forza antagonista operaia ha dovuto nei fatti annientare il motore che lo tiene in vita: e di qui la crisi di valorizzazione del capitale che va avanti dagli anni Settanta, dopo la distruzione di quella composizione politica di classe che, con le sue lotte, aveva inceppato la catena di montaggio sociale.

6. Il salario quindi va usato come una questione politica, perché è indice dei rapporti di forza tra operai e capitale. Trasformare il salario da variabile dipendente dai profitti a variabile indipendente da essi è stato la meta delle lotte degli anni Sessanta e Settanta che hanno infatti messo in crisi il capitale (si veda rapporto Trilaterale del 1973). È stato uno scontro di potere sul piano economico, che ha fallito però perché non è stato in grado di uscire dalle fabbriche e generalizzarsi nella società, non è riuscito quindi a trasformarsi in scontro politico dispiegato, quindi per il potere, in costruzione di contropotere politico rivoluzionario in grado di conquistare le posizioni del nemico, ovvero gli apparati della riproduzione e del comando sociale del capitale, lo Stato. È fallito ‒ sia per limiti oggettivi ma anche soggettivi ‒ il passaggio dalla fabbrica alla società, dal potere dentro la fabbrica al potere fuori dalla fabbrica, nelle relazioni sociali e politiche dispiegate. È mancata l’organizzazione verticale – diffusa, in parte e in sufficiente, c’è stata ‒ di questo contropotere comunista, in grado di sostituirsi al potere organizzato dei padroni.

7. Il salario quindi va guardato non secondo una logica economica (i sindacati, i padroni) ma attraverso una lente politica. È quello che fa Marx con la categoria del salario relativo contro salario assoluto owenista, della forza lavoro contro il lavoro, del valore del lavoro contro il profitto. Il passaggio è quello dal guardare un rapporto (il salario) secondo l’occhio del padrone, del capitale, che è l’interesse generale, di tutti gli attori in gioco, quindi dove vince il più forte, che è il capitale, a quello del guardarlo secondo un punto di vista di parte, partigiano, irriducibile, che è quello dell’operaio, quindi uno sguardo che porta con sé inevitabilmente una prassi di rottura dell’equilibrio delle forze in gioco per fini sovversivi, una prassi di ribaltamento delle carte in tavolo.

8. Introduzione, pagina 17. Marx parte da una presa d’atto: «Sul continente, regna oggi una vera e propria epidemia di scioperi e richiesta generalizzata di aumento dei salari». Parte da un’osservazione concreta della realtà concreta dei comportamenti della composizione di classe, dall’osservazione delle lotte, degli atteggiamenti di rifiuto, dei conflitti, delle parole operaie che emergono sul salario. Lotte non ancora organizzate, evidentemente portatrici anche di istanze mistificate, conflitti spuri nati sull’onda della spontaneità ma con al centro una questione materiale che mobilita e porta allo scontro con le condizioni esistenti, con lo status quo, contro i padroni: il salario.

«Quando la teppa studia – si agisce la teoria». La banda Bellini.

9. Capitolo 1, pagina 22: «La volontà del capitalista consiste certamente nel prendere quanto più possibile. Ciò che noi dobbiamo fare non è parlare della sua volontà, ma indagare la sua forza, i limiti di questa forza e il carattere di questi limiti». Dopo aver cominciato la polemica, Marx si concentra sulle categorie con cui il punto di vista riformista guarda la realtà operaia, del salario, per sovvertirle. Qui l’indicazione di metodo di Marx: non concentrarsi sulla volontà del capitalista, in modo astratto, non guardare quello che vogliono i padroni per determinare se è giusto o sbagliato in modo morale, etico, filosofico. Di questo non ce ne frega niente, a noi interessa un’altra cosa del capitale: «indagare la sua forza, i limiti di questa forza e il carattere di questi limiti». Ovviamente, per combatterli, per vincere! Importante indicazione di metodo. Conoscere il proprio nemico, strappare la nostra forza dalle sue debolezze. Lo si può fare solo odiando il nostro nemico, conosce solo chi odia, chi si contrappone, chi si scontra.

10. Andiamo avanti, al capitolo 2. Non concentriamoci sugli aspetti economicisti, numerici, matematici della dissertazione. Ascoltiamo quello che Marx invece ci dice: qua ci dice di rifiutare l’oggettivismo, il considerare le leggi economiche capitaliste come lo stato di natura, come leggi naturali, immutabili, non trasformabili. Qua Marx ci dice che il salario che noi operai prendiamo non è retto da leggi naturali. È una questione non di oggettività, ma di soggettività, nello specifico di soggettività-contro. «Non c’è nulla di necessario in esso. [Il salario] può venire modificato dalla volontà del capitalista e può quindi essere modificato contro la sua volontà». La soggettività operaia non è una questione sociologica, ma una questione di conflitto. Senza lotta di classe non c’è classe operaia. La classe è quella che lotta. I soggetti che lottano.

11. Sempre nel capitolo 2, a pagina 24, c’è una bella metafora, quella della zuppiera: ciò che impedisce agli operai di prendere più zuppa (salario) dalla zuppiera (prodotto nazionale), non è la piccolezza della zuppiera (poco sviluppo dei mezzi produttivi), né la scarsità del suo contenuto (poca produzione), ma la piccolezza dei loro cucchiai. Ovvero, la loro debolezza, la loro non-forza. Attingere alla zuppa per l’operaio non è una questione regolata da fattori oggettivi, ma è una questione soggettiva, è una questione di forza, di rapporti di forza, di quanto la forza operaia riesce a strappare al capitale, attraverso gli unicisuoi strumenti (il cucchiaio), ovvero l’organizzazione, di attacco e non di difesa.

12. La prima parte del libro, fino al capitolo 6 su valore e lavoro, serve a Marx per smontare il punto di vista oggettivista del riformismo, puntandogli contro le sue stesse contraddizioni. Quello che vuole fare è delegittimarlo di fronte agli operai, dire che è fallace, combattere l’economia con argomenti dell’economia. È guerra del pensiero, lotta di classe sul livello della produzione intellettuale, a livelli alti. Anche questo è un campo di battaglia, che non va slegato dal movimento complessivo.

13. Andiamo dunque al capitolo 6, pagina 53. Valore e lavoro. In che cosa consiste il valore di una merce? Le merci nell’economia capitalista sono prodotti della cooperazione sociale, lavoro sociale realizzato, cristallizzato. Qual è la misura del valore delle merci? Il lavoro degli operai. Marx qui comincia a sferrare il contrattacco, dall’economia alla politica. Osservate l’operazione. Ricordate, siamo sul terreno economico, il terreno delle leggi del capitale. Ma mettere al centro il lavoro degli operai è un’operazione politica. Perché vuol dire mettere al centro la soggettività, quindi la possibilità della lotta. Marx vede una forza. Fa venire quindi prima l’operaio, poi il capitale. Prima una parte, poi il tutto. Mette a punto le condizioni stesse del conflitto. Indicazione di metodo. Punto di vista. Prassi del pensiero che diventa prassi.

14. Il valore relativo di una merce (attenzione: non prezzo, che è espressione monetaria del valore) si misura con quanto lavoro è fissata in essa. Come si misura la quantità di lavoro fissata? Con il tempo. Il tempo che l’operaio ci mette a produrla. Il tempo della propria vita che vende al capitalista. Che il capitalista ci ruba per estrarre pluslavoro, plusvalore. Ma questo si vede meglio avanti. Qua mettiamo in risalto la questione del tempo come misura del lavoro. Come questione centrale in rapporto al salario. Marx mette il tempo dell’operaio al centro del proprio discorso perché è sui tempi che si combatte la battaglia tra operai e capitale. Il tempo della propria vita quanto vale? Quale prezzo? È questo un nodo centrale politico, di lotta politica. Lottare per riprenderci il tempo di vita al maggior prezzo possibile. Meno lavoro, più salario. Il programma di lotta al centro dell’autunno caldo degli anni Sessanta e Settanta. La questione del tempo è strettamente collegata alla questione delle macchine. Valore, tempo, macchine. Intreccio centrale per ogni analisi odierna, al tempo del livello più alto di sviluppo globale della tecnologia (si veda la Cina), che va approfondita senza cadere in ideologie idiote come l’“accelerazionismo”, la “piena automazione” in regime capitalista, che non sono altro che riesumazioni di ideologie del progresso delle socialdemocrazie della Seconda internazionale fatte uscire dalla porta nel Novecento e rientrate oggi dalla finestra attraverso critical theory alla moda tra il ceto medio riflessivo.

15. Lasciamoci dietro queste ultime derive pagliaccesche, di cui non occorre proprio dire altro, e andiamo al capitolo 7, pagina 65, dove Marx fa un’importante distinzione tra lavoro e forza-lavoro: la forza-lavoro è quella che l’operaio vende al capitalista. È una merce. Ma non come tutte le altre. È una merce speciale. È una potenza in possibilità, in carne e ossa. È quindi appunto soggettività. «La forza-lavoro di un uomo consiste unicamente nella sua individualità vivente». Anche questa è un’operazione politica di Marx. Fa sbilanciare il rapporto operai-capitale su una parte precisa. La soggettività è la potenzialità di un’autonomia. «Il valore della forza-lavoro è determinato dalla quantità di lavoro della sua produzione». Qua entra in gioco la questione della riproduzione della forza-lavoro, le condizioni specifiche e storicamente determinate attraverso cui la forza-lavoro operaia, la soggettività, si crea, “ricarica” dopo essersi consumata, logorata, e i suoi costi. Un nodo politico. Costi da scaricare sul padrone o sull’operaio? Chi li paga? Anche questo è un terreno di lotta da politicizzare. E quali sono i terreni della riproduzione? I costi, monetari e di tempo, del trasporto per andare al lavoro che avvantaggiano il capitalista; l’istruzione e la formazione che servono a preparare l’operaio a lavorare (la scuola, l’università, tirocini, stage, corsi), gli svaghi del tempo libero e la cultura, gli affetti, la cura e il lavoro domestico delle donne nella società patriarcale. Qua si apre un mondo. Qual è oggi il peso complessivo della riproduzione per il capitale? È maggiore di quello della produzione stessa?

16. Andiamo avanti. Capitolo 8, sulla produzione del plusvalore, pagina 71. Il plusvalore (si veda definizione che ne dà Marx) è il prodotto del pluslavoro (idem per definizione) di cui si appropria il capitalista comprando la forza-lavoro dell’operaio per un determinato tempo. Il plusvalore è quindi incorporato dal capitalista rubando all’operaio il suo tempo. «È su questa sorta di scambio tra capitale e lavoro che la produzione capitalistica o il sistema salariato si fondano e riproducono, costantemente, l’operaio come operaio e il capitalista come capitalista». Passaggio molto importante. Qua Marx ci dice che il capitale non è tanto o solo una forma determinata di produzione (il capitalismo), ma è nella sostanza un rapporto sociale. Una ri/produzione di soggettività («l’operaio come operaio, il capitalista come capitalista») plasmata da determinati rapporti di forza e di potere. È su queste basi che il compito basilare dei militanti comunisti è quello di produrre, plasmare, costruire controsoggettività, a partire dai conflitti e dalle contraddizioni intrinseci che il rapporto di capitale porta con sé. Dentro il rapporto che tutto ingloba, e contro il rapporto, che è generale, per fini di parte, autonomi. Costruire quindi delle fabbriche di controsoggettività è la sfida più importante per un militante comunista. Dove si costruiscono? In che modo? Con che forma? Dal dentro dei processi o è solo possibile dall’esterno? Con quali soggetti? Attraverso quali comportamenti? È il nodo, sempre irrisolto, dell’agire militante attraverso l’organizzazione della parte nel e per il conflitto. Il nodo del partito, della ricomposizione di classe, del loro rapporto. Il nodo dell’autonomia, di classe e organizzata. Il partito, l’organizzazione, come fabbrica di controsoggettività autonoma, in lotta non solo contro il capitale, ma contro se stessa come soggettività prodotta dal capitale. L’operaio che rifiuta di farsi operaio per il capitale. Che lotta contra il lavoro, come sistema non solo di sfruttamento ma di produzione, appunto, di soggettività capitalista. Il grande compito a cui si è ritrovato a rispondere Lenin dopo l’Ottobre è stato appunto quello di costruire, allargare, far durare (la durata è sinonimo di istituzioni: la parte operaia ha bisogno di istituzioni operaie) la controsoggettività prodotta dalla rivoluzione. L’uomo e la donna sovietici: non uomini e donne nuovi, ma differenti. Un compito di portata antropologica.

I barbari.

17. Il capitolo 9 è importante. Qua Marx descrive come lo squilibrio nello scambio tra capitale e operai sia mascherato da un contratto. Entra quindi in gioco la storia, il portato dei processi umani che si sedimentano nel tempo. L’Inghilterra, dalla Magna Charta alla nascita del capitalismo industriale, la cultura anglosassone, calvinista, dello spirito del capitalismo. Entrano in gioco le istituzioni borghesi, la cultura giuridica liberale, la legge dello Stato che regola, formalizza, dà veste e struttura alle leggi sedicenti naturali dell’economia capitalista. Costruire forme, apparati e culture altre che diano legittimità, struttura e durata al contropotere operaio, al potere comunista, deve essere un compito alto su cui riflettere, senza fare ricette per l’avvenire. Con la priorità, però, di rompere il continuum dello status quo, destituire le forme nemiche. È questa la nostra storia, il nostro compito storico.

18. Capitolo 11, pagina 79. Si parla sempre di plusvalore. Si ripete il metodo. Non ci interessa se è vero o falso quello che Marx dice riguardo all’economia. Non è questo il punto. Marx fa l’operazione politica di mettere al centro del quadro che sta dipingendo gli operai. Li rende protagonisti della storia perché lì ha visto una forza tendenziale in un punto preciso dove loro sono più forti e il capitale è più debole. Una soggettività parziale perno dei processi, in modo che poi possa sovvertirli. «Rendita fondiaria, interesse, profitto industriale sono soltanto nomi diversi per diverse parti del plusvalore della merce, o del lavoro non pagato in essa contenuto, e scaturiscono in egual modo da questa fonte e unicamente da essa», ovvero il plusvalore che il capitalista spreme dagli operai. «Quindi il rapporto fra tale tipo di capitalista e l’operaio salariato è il perno di tutto il sistema salariato e di tutto l’attuale sistema di produzione». Stessa cosa fa per il saggio di profitto. Prima ci mostra cosa è per l’interesse generale, quindi per il capitale, poi ci vedere cosa è per l’operaio, per una parte, il tutto ai fini della lotta, per sobillare e produrre lotta, dare armi non solo concettuali ma indicazioni materiali agli operai di dove andare a colpire. Performatività marxiana del conflitto.

19. Ancora al capitolo 12, pagina 84. Marx parla ancora del valore spartito tra operai e capitale, «quanto più riceve uno, tanto meno riceverà l’altro»: il salario è l’indice dello scontro in atto tra forze contrapposte. Qua Marx ci dice che se i padroni ridono, gli operai piangono, e viceversa. Non ci sono mediazioni, non ci sono terzietà. Il due significa guerra: amico/nemico, la lezione schmittiana. Si lotta per fare male, questo dice il Moro di Treviri. «Se i salari diminuiscono, aumenteranno i profitti; se i salari aumentano, diminuiranno i profitti». Non c’è una via di mezzo, per Marx, per i militanti, per i comunisti. O tutto o niente. Questo è pensiero e metodo del conflitto. È politica, non economia. Semplificare, possedendola, la complessità. Individuare, conoscendolo, il nemico. Chiarificare, allargandolo, lo scontro. Organizzare la forza, di una parte, intorno ad esso. Punto di vista. Metodo. Prassi. Sta tutto qua l’insegnamento che Marx fa ai militanti comunisti.

20. Ci avviciniamo alla conclusione. Siamo al capitolo 13, pagine 92-93. Si parla di operai, tempo e macchine. Ci bastino qua frammenti di appunti. «Gli operai adempiono solamente un dovere verso se stessi e verso la loro razza. Essi non fanno altro che porre dei limiti all’usurpazione tirannica del capitale. Il tempo è lo spazio dello sviluppo umano». Più salario, meno (tempo di) lavoro. Attraverso l’automazione. Rapporto tra operai e macchine (è il capitale. Accelerare vuol dire approfondire il capitale, nient’altro. Eschaton). Macchine contro operai (disoccupazione strutturale/possibilità di liberazione?). Operai contro macchine (luddismo antimoderno, freno allo sviluppo?). Conquistare tempo. Riprenderci il tempo. Prendere tempo (Katechon).

21. Siamo arrivati all’ultimo capitolo, il 14: “La lotta tra capitale e lavoro e i suoi risultati”. Giunti a questo punto è tutto molto più chiaro. Marx non parla di sfruttati, poveri, emarginati e vittime («affamati e disperati», cit.). Marx ha parlato tutto il tempo di sfruttamento, lotta, forza e potere. Il conflitto, la sua possibilità incessante, tra operai e capitale non è separabile dal sistema salariato, è intrinseco al sistema. Il lavoro non è una merce qualsiasi, il suo valore non è comparabile a quello delle altre merci, e non è una grandezza fissa (come i profitti, che nel capitalismo sono variabile indipendente), ma variabile: «La cosa si riduce alla questione dei rapporti di forza tra le parti in lotta». Gli interventi legislativi dello Stato dall’esterno sono determinati dai rapporti di forza tra classi: senza la lotta operaia, non ci sarebbero diritti, Statuti del lavoro, costituzioni. Sono cristallizzazione di quei rapporti di forza, e infatti quando vengono meno le lotte i diritti, le conquiste e le leggi vengono smantellati, con buona pace della sinistra. Ma non è questo infatti che deve competere ai comunisti. Fulcro della loro militanza non è far avanzare in modo progressivo il diritto dentro e fuori la fabbrica, le condizioni di vita e di lavoro, la società nel suo complesso, ma porre la questione del potere e del contropotere, piegare i rapporti di forza sempre più a vantaggio della propria parte, attraverso organizzazione e lotta. Porre la domanda “chi comanda qua?” deve essere a fondamento dell’attività dei comunisti. «È proprio questa necessità di un’azione politica generale che ci fornisce la prova che nella lotta puramente economica il capitale è più forte». Come militanti politici non dobbiamo impantanarci nella sindacalizzazione del conflitto, trasformandoci in rappresentanti, sindacalisti o funzionari (predeterminando una compatibilità attraverso la ricerca di una trattativa, di un accordo, di un tavolo concertativo: lasciamolo fare al sindacato). È quello che abbiamo assistito in questi anni: militanti politici che diventano di fatto funzionari. La direzione del movimento è all’opposto di quello che accadeva, per esempio, negli anni Sessanta e Settanta durante il grande ciclo di conflittualità sociale trainato dalle lotte dell’operaio-massa, quando lo scopo era la soggettivazione politica di lavoratori e avanguardie di lotta verso l’esterno della fabbrica, portare l’autonomia degli operai a rompere gli argini sindacali e organizzarsi su tutto il terreno sociale contro il capitalista collettivo, lo Stato. Oggi invece abbiamo visto il processo contrario, dall’autonomia al sindacalismo. La vertenza è spesso l’inizio di una lotta, ma anche la sua fine. Occorre muoversi con la consapevolezza che mettendo da parte la vertenzialità si rischia di sgonfiare la mobilitazione, ma anche che schiacciandosi, limitandosi, agendo in modo vertenziale si prosciuga il senso politico che deve avere la nostra azione, il nostro compito di militanti, che è quello di allargare e verticalizzare lo scontro, per superare la vertenza, la fase sindacale del conflitto. Che è quello di esprimere e collegare in ogni momento, in ogni anello del nostro agire l’«attualità della rivoluzione». I sindacati passano, ma la lotta di classe resta. I militanti devono essere agenti della radicalizzazione e generalizzazione della lotta di classe dispiegandola sul terreno sociale complessivo come istanza di contro/potere operaio. Altrimenti rimanendo dentro le fabbriche, i magazzini, i posti di lavoro, benché roccaforti e nonostante il relativo potere e miglioramenti materiali conquistati grazie alle lotte, si rimane esposti alla risposta del capitale, che ha tutte le risorse e il tempo che vuole per toglierci il terreno da sotto i piedi, anche a costo di metterci dieci anni, anche a costo di perderci economicamente per una fase, tramite un combinato di ristrutturazione dell’organizzazione del lavoro e del sistema produttivo, innovazione capitalistica e tecnologica, oltre che di repressione. Vediamo l’operaio massa negli anni Settanta (ma l’esempio potrebbe valere anche per il mondo della logistica oggi): il padrone complessivo ha dovuto aspettare un decennio, ma mancando, non riuscendo o evitando una ricomposizione di classe, una generalizzazione politica delle lotte operaie cucita dai militanti comunisti (è la lezione leniniana, il rapporto tra spontaneità e organizzazione) verso l’esterno, non poteva che esserci l’esito visto, l’introduzione di sistemi di automazione e la ristrutturazione produttiva, che frantumano le concentrazioni di avanguardie, “spacchettano” le roccaforti operaie riallocando geograficamente unità minori dove meno sviluppato e forte è il movimento, dividono, parcellizzano, stratificano, disperdono, isolano ed espellono sempre più forza-lavoro passata per il precedente ciclo di lotte dai luoghi di lavoro, spezzandone progressivamente la resistenza e tornando così, alla lunga, a pacificare i luoghi dello sfruttamento.

22. «Invece del motto conservatore: “Un equo salario per un equa giornata di lavoro!” gli operai devono scrivere sulla loro bandiera la parola d’ordine rivoluzionaria: “Abolizione del sistema del lavoro salariato!”». Qua, in conclusione, tutta l’indicazione di Marx e di questo scritto, che ne esprime lo sguardo di metodo. Il punto di vista della rottura, l’attualità della rivoluzione, della classe vendicatrice, che coglie il tutto dalla parte, che conosce veramente perché veramente odia. Si lotta sempre contro, mai per ‒ e tanto basta per iniziare.

«Ai proletari non è concesso il lusso dell’ignoranza, che è invece privilegio dei borghesi».