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Discorsoni / Analisi

Raffaele Sciortino – La temperatura del sistema. Guerra e scongelamento della crisi globale

Il mondo che conoscevamo prima del 24 febbraio 2022, oggi, non esiste più.

È a partire da questo dato di fatto, terrificante nella sua chiarezza, che il 2 aprile abbiamo voluto organizzare un momento di discussione, a Modena, sul mondo di domani, la guerra in Europa e il destino della globalizzazione, di cui oggi cominciamo a riportare gli interventi. Due invitati d’eccezione: Raffaele Sciortino, autore di I dieci anni che sconvolsero il mondo. Crisi globale e geopolitica dei neopopulismi (Asterios 2019) oltre che di numerosi altri contributi, e Silvano Cacciari, della redazione di «Codice Rosso» di Livorno e autore di La finanza è guerra, la moneta è un’arma (in uscita a breve per La Casa Usher). Una discussione di alto livello quindi – o tutto o niente, ormai dovreste conoscerci –, per capire quella che è la “temperatura” del sistema capitalistico globale, al netto del riscaldamento climatico e dei “condizionatori spenti”; un “provare la febbre” a una fase che, già prima della precipitazione ucraina, appariva torrida, e che la messa in mora di un nuovo conflitto armato dentro l’Europa, tra attori e potenze mondiali sull’orlo della crisi di nervi, non può che “accompagnare solo” (cit.) al punto estremo di fusione.

Non ci interessa ripetere la cronaca della guerra o dare cristalline indicazioni politiche. Ci muove, per ora, l’urgenza di possedere la complessità di tendenze, traiettorie e scenari. Sebbene questa crisi sia (fino adesso) localizzata in Ucraina, si dispiega infatti su vari livelli – militari, economici, geopolitici – che abbracciano il mondo intero, sia fisico che immateriale; che chiamano in causa l’egemonia del dollaro, l’ascesa della Cina, la decadenza occidentale – anche se ben vedere ci sono tanti Occidenti, e questa crisi mette in luce i diversi loro interessi: l’Europa, dell’Ovest e dell’Est, quella mediterranea, la Russia eurasiatica, la Gran Bretagna, gli Stati Uniti e il resto dell’anglosfera, e via discorrendo. Tutti attori che stanno giocando delle partite su vari livelli: partite molto pericolose, dove si gioca indiscriminatamente col fuoco e il ferro, oltre che con il nucleare, sulla nostra pelle.

Riassumendo, il grande tema è capire che ne sarà della globalizzazione che abbiamo visto, e vissuto, circa dalla dissoluzione dell’Unione Sovietica nel 1991 in poi – per stare mediani tra la crisi degli anni Settanta e quella del 2008. A nostro parere, questa crisi è anche uno degli aspetti lunghi di questa dissoluzione, una delle sue conseguenze lunghe, approfondita dalla frattura del 2008 e che il Covid non ha fatto altro che accelerare. E quindi, cosa ne sarà del mondo che abbiamo abitato fino a oggi? È per questo che abbiamo voluto mettere in relazione la guerra – che dopo decenni ha l’Europa come epicentro (anche se in verità c’era già negli anni Novanta con la guerra nei Balcani, sebbene si tenda un po’ a dimenticarlo), ma che può veramente escalare e diventare mondiale – con il destino del sistema globale, che è il grande punto interrogativo.

L’unica cosa certa, a nostro avviso, è che andiamo verso un nuovo disordine mondiale. L’abbiamo chiamata, non a caso, una nuova “età dei torbidi”. Sta a noi comprenderla, e riuscire ad anticipare il mondo di domani da una prospettiva di parte, o quantomeno autonoma dalle narrazioni dominanti, dalle propagande, dagli “interessi generali” che si si condensano quotidianamente attraverso redazioni, giornali, talkshow, bombardandoci – metaforicamente, s’intende, ma con proporzionale devastazione delle nostre capacità e soggettività. Sempre mossi da cattive intenzioni, con la nostra parte ancora tutta da costruire. Buttiamo, quindi, senza paura lo sguardo nell’abisso: è solo questione di tempo prima che l’abisso guardi noi.

 

Raffaele Sciortino

Cercando di non essere troppo lungo, oggi nominerei tre punti, tre considerazioni, e ne approfondirò sostanzialmente uno: qual è la temperatura del sistema mondo da un punto di vista in primo luogo economico, e quindi anche geopolitico e sociale. Le altre due considerazioni sono invece le seguenti: la prima penso che sia di fondo condivisa dai presenti ed è la sovradeterminazione di questo conflitto – che vede ovviamente nell’avanscena la Russia e l’Ucraina – da parte degli Stati Uniti. Permettetemi dunque un breve preambolo.

Mi è capitato di leggere ultimamente Günther Anders, il suo testo L’uomo è antiquato. Riflettendo sulla cecità dell’umanità uscita dalla Seconda guerra mondiale rispetto all’apocalisse possibile, cioè la bomba e l’autodistruzione nucleare, a un certo punto l’autore fa una riflessione, che butta un po’ lì. Dice che la forza di un una concezione non sta tanto nelle risposte che dà, quanto nelle domande che soffoca, che non lascia venire fuori. Ora, se al posto di “concezione” mettiamo “soft power statunitense” – e cioè uno degli effetti fondamentali dell’egemonia imperiale statunitense negli ultimi decenni – mi pare piuttosto che, sebbene embrionalmente, in maniera contraddittoria, per così dire soffocata, stiano venendo fuori numerose domande. Non solo fuori dall’Occidente, dove la cosa è abbastanza evidente, ma anche in Occidente e tra la gente comune (non c’è bisogno qui di parlare di soggettività politica). E la domanda che ci si fa è: qual è il ruolo degli Stati Uniti in quello che sta succedendo? E non è forse che questo ruolo sia fondamentale, se non prioritario? Questa è la prima considerazione che rimando a voi per la discussione che seguirà.

Il secondo punto è quello che toccherò, ovvero la temperatura complessiva del sistema mondo e quindi la gravità di questa situazione. Ancora una volta non possiamo sapere in che misura, ma siamo sicuramente di fronte a un punto di svolta, come si diceva prima. E una terza domanda che vi rilancio è come sia possibile, a quali condizioni, su che basi costruire un movimento contro la guerra. In altri termini, quali sono le difficoltà (anche, ma non in primo luogo soggettive) che derivano dalla situazione che cercheremo cogliere nel suo insieme.

Voglio qui approfondire con voi – approfondire è una parola grossa; diciamo articolare – un ragionamento sul fatto che la guerra ucraina è il precipitato di una situazione più complessiva che, come si notava prima, rimanda quantomeno allo scoppio della cosiddetta crisi finanziaria del 2008. Ora, per essere il più sintetico possibile e spero non troppo didattico, direi che la crisi scoppiata nel 2008 con l’epicentro negli Stati Uniti, e che solo in superficie è una crisi finanziaria, è una crisi in realtà sistemica.

A partire dalle risposte che le sono state date dal sistema finanziario statunitense, dallo Stato statunitense e poi a cascata da tutti gli altri attori globali, è stata sostanzialmente congelata. Congelata però non senza aver innescato due processi fondamentali, di cui oggi vediamo una prima precipitazione forte a livello geopolitico. Il primo processo è quello che l’«Economist» (la Bibbia del capitalismo mondiale da metà Ottocento in poi) ha chiamato la slowbalization, da slow, lento. La globalizzazione ascendente, dell’ultimo trentennio perlomeno, anche prima della caduta del Muro di Berlino, non ha subito interruzioni perlomeno nei suoi tre indici fondamentali, ovvero nel commercio mondiale rispetto al prodotto netto globale prodotto in un anno, nella costituzione di filiere globali della produzione e chiaramente della logistica, e negli investimenti esteri. Non c’era e non c’è stato finora un arresto vero e proprio, ma osserviamo sicuramente un rallentamento degli indici di crescita. Quindi appunto una slow-balization, una globalizzazione che rallenta.

Contestualmente a livello produttivo e più in generale a livello di capacità di rimettere in moto l’accumulazione capitalistica e quindi la macchina dei profitti, con alti e bassi e in situazioni ovviamente differenziate, per quanto riguarda l’Occidente (diverso il discorso per l’Asia orientale e in particolare per la Cina) noi abbiamo assistito a una sostanziale stagnazione. Il termine non è precisissimo perché appunto le situazioni sono differenziate sia tra l’Europa e gli Stati Uniti, sia internamente all’Europa; ma diciamo fondamentalmente una crescita asfittica e ancor più un’incapacità di lanciare l’accumulazione di capitale. Il che è andato insieme, come effetto-che-diventa-causa, con un indebitamento crescente impulsato (proprio per bloccare gli effetti dirompenti economici, e poi sociali e politici della crisi globale) dalle banche centrali, in particolare dalla Federal Reserve e poi a cascata dalla Banca centrale giapponese, britannica e poi, da ultima, dalla Bce allora guidata da Draghi.

Un indebitamento che non ha pari nella storia del capitalismo e che si è ampliato ulteriormente durante la crisi pandemica. I bilanci delle banche centrali hanno raggiunto indici impensabili, per esempio quello appunto della Banca centrale statunitense (adesso non ricordo precisamente la cifra) che si aggira tra i cinque e i sette trilioni di dollari, che equivale a una cifra tra un terzo e la metà del prodotto interno lordo statunitense. Il che – e non è un punto che possiamo approfondire – ovviamente non è senza ripercussioni su quel fenomeno scattato nell’ultimo annetto e mezzo (nel cosiddetto “rimbalzo” postpandemico) che è l’inflazione.

Beh, già solo il nominare questi macro-processi ci indica che quella che è stata la globalizzazione negli ultimi trenta-quarant’anni non può non essere andata incontro a delle incrinature, se non a delle vere e proprie brecce – anche tenuto conto del fatto che in questi dieci anni tra il 2008 e lo scoppio della crisi globale, la Cina è intervenuta se non a salvare l’economia mondiale e l’Occidente, comunque ad agire come una valvola di sfogo delle difficoltà dell’economia. Ma andiamo per gradi e facciamo un passo indietro.

Cos’è stata la globalizzazione? O meglio, cos’hanno costituito – sul piano geopolitico, sul piano sociale e della lotta di classe, sul piano strettamente economico – quegli assemblaggi che hanno dato come risultato la globalizzazione a guida statunitense?

Alla base ci sono almeno tre grandi processi. Il primo è processo geopolitico, che descrive il riavvicinamento Stati Uniti-Cina, avvenuto a partire dall’inizio degli anni Settanta nel passaggio da Mao a Deng, ossia nel momento in cui gli Stati Uniti stavano subendo una grossissima crisi anche a causa della sconfitta in Vietnam e delle lotte sociali del “lungo Sessantotto”.

Sul piano strettamente economico e monetario, è cruciale lo sganciamento del dollaro dall’oro nel 1971, il che ha dato il via alla fluttuazione delle monete senza una base fisica, per così dire. Sintetizzando, nel regime di Bretton Woods post-Seconda guerra mondiale il legame stretto, fisso, tra dollaro e oro e su cui si innestavano tutte le altre monete, aveva fatto del dollaro la moneta di riserva mondiale e il mezzo di pagamento internazionale. Dal ‘71 in poi, invece, il dollaro segue una traiettoria e una dinamica “a fisarmonica”: nel senso che lo sganciamento dall’oro permette alla Banca centrale statunitense di stampare moneta a volontà, a seconda delle esigenze geostrategiche degli Stati Uniti, ora stampando, ora tirando le redini e stringendo. Nel primo caso, scambiando con il dollaro la produzione mondiale, ci si permetteva attraverso di esso un controllo, un comando su una buona fetta del valore prodotto globalmente; per converso nel secondo caso, in situazioni mutate, si chiudeva la fisarmonica, per riattirarlo negli Stati Uniti, di contro a un dollaro che se troppo inflazionato rischia di perdere valore (e perdeva valore). Una tattica abituale consisteva, per esempio, nell’alzare i tassi e quindi riattirare negli Stati Uniti i capitali che rischiavano di volarsene su altri lidi. Ovviamente la questione è molto più complessa di quello che sto dicendo qui, ma è giusto per dare un’idea di come è andata a costituirsi dagli anni Settanta quello che possiamo chiamare (e che è un fenomeno inedito nella storia del capitalismo mondiale) l’imperialismo finanziario del dollaro.

Governare attraverso il dollaro vuol dire anche governare i flussi di valore globali attraverso l’indebitamento. Perché un dollaro liberamente fluttuante, ora inflazionato ora deflazionato a seconda delle vicende geopolitiche ed economiche interne ed internazionali, ha permesso agli Stati Uniti di accumulare un enorme deficit interno e un disavanzo commerciale delle partite correnti con l’estero altrettanto enorme. In breve, per la prima volta abbiamo un soggetto egemone che comanda il mondo attraverso il debito, il suo debito. Ricordo solo che dalla Prima e poi ancor più dalla Seconda guerra mondiale gli Stati Uniti invece erano usciti come primi creditori di quelle che erano le potenze forti di allora, quelle europee e su tutte la potenza egemone di allora, la Gran Bretagna.

Il terzo macrofenomeno che ha contribuito alla nascita della globalizzazione senza che ci sia stata, come dire, una regia condivisa – cosa che nel capitalismo è impossibile, a meno di abbracciare teorie complottiste – è stata la lotta del “lungo Sessantotto” e il suo assorbimento. A tal proposito è importante una precisazione. Non è che sia stata semplicemente una sconfitta della lotta di classe in Occidente per come si era mossa dagli anni Sessanta agli anni Settanta. C’è stato semmai un suo affievolirsi e anche delle sconfitte importanti, ma soprattutto un assorbimento delle istanze del Sessantotto – quelle istanze libertarie e di ricerca di autonomia che in parte si erano rivolte anche contro la dipendenza dal lavoro salariato – che in qualche modo la globalizzazione ascendente era riuscita ad assorbire portandole e declinandole sul proprio terreno, cioè a favore di una ripartita dell’accumulazione capitalistica.

Ora, questo ci spiega anche, o può spiegare e plausibilmente secondo me, anche un altro fenomeno. Cioè il fatto che essendo accidentale il nuovo tipo di dominio che gli Stati Uniti hanno instaurato sul mondo dopo gli anni Settanta, nella fuoriuscita dalla crisi del lungo Sessantotto – un dominio, attenzione, che ha avuto necessariamente come altro pilastro (ovviamente in termini asimmetrici, di potenze e di profitto) la Cina, cioè l’apertura dei mercati occidentali (statunitensi in primis) all’esportazione cinese, il che ha permesso l’internazionalizzazione delle produzioni, la costituzione di filiere globali della produzione che hanno permesso alla Cina di fare quell’incredibile ascesa, in trent’anni sostanzialmente, che gli altri paesi a capitalismo maturo hanno fatto in cento, centocinquant’anni, però sempre con una posizione, ovviamente, asimmetrica, non di predominio comunque quella cinese – ebbene, dicevo, è evidente che in questa architettura, in questo assemblaggio globale – grazie a contraddizioni proprie quali la cosiddetta finanziarizzazione, cioè il fatto che gli Stati Uniti non abbiano deindustrializzato completamente la propria ossatura produttiva, spostandosi piuttosto su segmenti “alti” della tecnologia, mentre il peso dell’economia finanziaria e speculativa cresceva in maniera immane, e attraverso questo controllo della moneta e della finanza che abbiamo descritto – gli Stati Uniti sono riusciti a captare, a catturare una buona parte dei flussi globali di valore, subordinandoli in maniera nuova, inedita. Inedita perché negli anni Settanta si pensava a un declino inesorabile degli Stati Uniti, e non è stato così.

Dunque, è chiaro che questa complessa architettura che ho giusto tratteggiato – spero in maniera non troppo confusa – nel 2008 ha iniziato a mostrare le sue crepe, sia per contraddizioni interne, ma anche perché la Cina a un certo punto è servita a instaurare questo nuovo dominio statunitense, però ha fatto la sua ascesa economica e quindi – sia con l’aumento dei redditi, dei salari, sia con le lotte di classe interne in Cina – ha iniziato in qualche modo, se non a pretendere, comunque ad aspirare a una fetta maggiore di profitti globali.

Che cosa ha comportato tutto ciò? Sul versante cinese, la consapevolezza nelle élites, nei vertici del partito-Stato, di questo rapporto asimmetrico, sbilanciato, eccessivamente sbilanciato, che vuole e voleva sostanzialmente dire fondare la sua ascesa tutta sulle esportazioni per il mercato occidentale. Con la crisi del 2008 questa strategia si rivelava tuttavia una scommessa precaria, il che ha sorpreso la dirigenza cinese, e in un qualche modo hanno subito dovuto farci i conti. Per ovviare alla crisi, la Cina quindi è intervenuta con un’emissione di liquidità pazzesca nel 2009, e in questo modo ha anche aiutato l’Occidente. Ma il suo modello di sviluppo economico non può trapassare a un indebitamento continuo, che creerebbe una bolla simile a quella dell’Occidente e destinata prima o poi a scoppiare, lasciando morti e feriti in un percorso come quello degli ultimi trent’anni che è stato sì eccezionale, ma che comunque è pieno di contraddizioni, economiche sociali e politiche.

Dunque la Cina, a partire grossomodo dall’indomani della crisi globale, ha messo in campo un piano, una politica industriale, una politica economica finalizzata risalire le catene del valore. Per farla breve, si tratta di un ribilanciamento dell’economia interna e del rapporto della sua economia con l’esterno. In termini concreti questo significa dipendere meno dalle esportazioni, incentivare il proprio mercato interno, essere meno esposti agli impulsi finanziari occidentali e proiettarsi all’esterno con le cosiddette Vie della Seta. Ovviamente, in tutto ciò diviene fondamentale per la Cina salire a delle produzioni tecnologicamente più avanzate, soprattutto in un campo in cui è decisamente indietro che è quello dei microchip. Si noti come l’attenzione venga rivolta non tanto e non solo alla produzione digitale per il consumo di massa, quanto al design, alla produzione e alla progettazione dei circuiti integrati che ne stanno alla base (la base poi anche, ovviamente, delle tecnologie militari).

Questo piano di ribilanciamento cinese, se riuscisse, sarebbe per le multinazionali statunitensi e occidentali in generale – e soprattutto per il controllo statunitense attraverso il dollaro – non dico la fine, perché non è questa l’intenzione e neanche la capacità, considerando i rapporti di forza che abbiamo in Cina, ma comunque un serio colpo. È esattamente questa ipotesi che ha scatenato la reazione statunitense, già abbozzata nel corso dell’amministrazione Obama e poi lanciata con la cosiddetta guerra commerciale di Trump. Ricordiamo che la guerra commerciale non ha tanto come vero obiettivo quello di riequilibrare la bilancia commerciale tra Cina e Stati Uniti, perché come dicevo prima non è questo il problema. Gli Stati Uniti dominano il mondo tranquillamente facendo debito. Il problema è mantenere la priorità e il predominio del dollaro, e impedire alla Cina di risalire tecnologicamente a stadi più elevati di accumulazione capitalistica.

E infatti noi vediamo che c’è una perfetta continuità tra l’amministrazione Trump e l’amministrazione Biden. Biden non ha fatto altro che affinare questa strategia che ha preso la forma del cosiddetto decoupling tecnologico selettivo. Con decoupling si intende lo sganciamento della Cina dall’accesso a capitali e tecnologie elevate occidentali, in un contesto internazionale in cui gli Stati Uniti consapevolmente impongono gli stessi meccanismi anche ai paesi dell’Occidente e agli alleati dell’Asia (Giappone e Taiwan). “Selettivo” perché ovviamente per rompere del tutto con la Cina sarebbe per gli Stati Uniti come uccidere la gallina dalle uova d’oro, il che non è, almeno attualmente, né nei piani né fattibile. Contemporaneamente sul piano geopolitico gli Stati Uniti si sono riorientati verso l’Asia orientale e hanno varato una strategia di accerchiamento, di nuovo contenimento, della Cina, il cui fulcro sono il Mar Cinese (settentrionale e meridionale) e Taiwan. Per questo hanno voluto, se non “abbandonare”, almeno rilassare la presenza in Medio Oriente, e allo stesso tempo lasciare l’Afghanistan e buttarsi su quel nuovo versante.

Ora, cosa c’entra la Russia, l’Europa orientale e l’Asia Centrale in tutto questo?

C’entra innanzitutto perché di lì passano alcune direttive strategiche delle Vie della Seta, che per la Cina sono fondamentali perché, essendo stretta sui mari (da cui dipende, per esempio, per l’arrivo del gas, del petrolio e tutta l’esportazione di merci), cerca di spostarsi via terra passando attraverso il centro-Asia e l’Asia meridionale. La Russia è cruciale già solo per questo, e la stessa Ucraina è uno snodo, previsto, fondamentale delle Via della Seta. Ma anche perché da un punto di vista politico e geopolitico è evidente che la Russia ha nella Cina una sponda fondamentale per resistere alla pressione delle Nato e degli Stati Uniti; e a sua volta la Cina ha nella Russia sia una sponda geografica sia una sponda complementare da un punto di vista economico. La Russia esporta principalmente materie prime agricole e minerarie, e la Cina è l’officina del mondo. È intorno a questo rapporto – non un’alleanza ma comunque una partnership strategica – che possono orbitare tutte quelle aree e quei bacini territoriali che non vogliono sottostare completamente al diktat di Washington.

Ora – e vado verso la conclusione – qui emerge la contraddizione di fase che ci accompagnerà ovviamente per qualche decennio se non esploderà prima. La contraddizione di fase sorge dal bisogno, speculare e insieme opposto, per Cina e per Stati Uniti di conservare la globalizzazione; e dalla necessità al tempo stesso di mettere in atto delle strategie che minino la globalizzazione stessa, che quindi tendano verso una sua crisi e poi, eventualmente, verso addirittura un rinculo, una deglobalizzazione.

Cosa voglio dire?  La Cina necessita della globalizzazione perché è in mezzo a un guado. Necessita di continuare ad esportare merci, di importare materie prime da mezzo mondo, ma soprattutto di accedere a tecnologie e capitali che ancora non possiede. Il problema è che la Cina vorrebbe una globalizzazione meno asimmetrica, potremmo dire più multipolarista, multilaterale. “Un’altra globalizzazione”, come si diceva vent’anni fa nel movimento noglobal; il che però produce chiaramente la reazione durissima degli Stati Uniti, di cui però abbiamo visto e stiamo vendendo solo l’inizio. Gli Stati Uniti infatti sono costretti a rispondere con il decoupling, quindi cercando di sganciare e di separare la Cina dal contesto globale (via sanzioni, via dazi, via quello che vedremo), ma al tempo stesso è chiaro che qui il rischio per gli Stati Uniti è di darsi la zappa sui piedi. Cioè di troncare, di interrompere quei flussi, quelle catene del valore che in buona sostanza sono la fonte del dominio mondiale del dollaro e quindi della sua egemonia imperiale mondiale.

Quindi, la contraddizione sta proprio nel produrre effetti che contraddicono quelle che sono le condizioni, ripeto, speculari e opposte per la Cina – una globalizzazione alternativa e meno asimmetrica, meno occidentocentrica, meno dollaro-centrica – e per gli Stati Uniti – interrompere i flussi con la Cina, che però intanto è diventata l’officina globale, senza i quali, come abbiamo visto anche durante la pandemia, si rischiano di bloccare le filiere globali del valore. Contestualmente, e qui veramente vado a chiudere, il problema di fondo è anche quello che, nel frattempo, a ridosso della crisi si è arrivati, attraverso l’indebitamento e ad altri meccanismi, alla creazione di una bolla di capitale fittizio e speculativo enorme che, se l’accumulazione deve riprendere, in qualche modo deve essere sgonfiata, e deve essere sgonfiata anche violentemente. E guardate, con fenomeni come l’inflazione, le guerre (con le distruzioni che comportano, di capitali e ovviamente di esseri umani) e probabilmente passando attraverso una stagflazione (cioè stagnazione produttiva insieme a un’inflazione), si arriverà di nuovo a una grande recessione o comunque una recessione consistente.

Per quanto riguarda l’Europa, leggevo in questi giorni i dati sulla Germania: l’Europa chiaramente è la più colpita da questa crisi ucraina (ma anche gli Stati Uniti non stanno benissimo quanto a inflazione) e be’, tecnicamente è quasi già recessione, soprattutto se confrontiamo i dati con il pre-pandemia, con il 2019. Si avrebbe quindi una grande recessione che comporterebbe svalorizzazioni di capitali, chiusura di aziende, licenziamenti, distruzione: e la distruzione è la conditio sine qua non di una ripresa dell’accumulazione globale. Solo che nel frattempo questo avviene con crisi, guerre, e dove ogni attore a partire dagli Stati Uniti vorrebbe e cercherà di scaricare i costi di questa svalorizzazione sugli altri. Ma lo stiamo già vedendo nella crisi attuale: vediamo chiaramente l’atteggiamento degli Stati Uniti – proseguire la guerra, l’Ucraina deve vincere – e i danni – sia a livello di prezzo dell’energia, ma in generale, con tutto quello che sta rischiando l’Europa – scaricati appunto sull’alleato.

Quindi, e chiudo, può essere (ce lo dirà il futuro, magari anche prossimo) che la guerra in Ucraina sia un primo punto di svolta della situazione; un punto di sblocco, di scongelamento della crisi che ho cercato, forse un po’ male, di descrivere. Un’inversione del ciclo nel quale, non a caso, assistiamo a una politica della Federal Reserve che segna una deviazione (per adesso non proprio a 180 gradi, ma potrebbe comunque arrivarci) rispetto al “denaro facile” di tutti questi anni. Sta infatti innalzando i tassi per ridare forza al dollaro e riattirare capitali negli Stati Uniti: è ancora una volta quell’effetto fisarmonica del dollaro di cui parlavamo prima. Parimenti lo stesso aumento dei prezzi dell’energia danneggia pesantemente l’Europa come fu già nella crisi energetica del 1973; ma a misura che l’energia viene acquistata e scambiata in dollari non penalizza gli Stati Uniti (o non li penalizzerebbe nella stessa misura se non fosse per l’inflazione concomitante). Ripeto, a misura che il dollaro rimanga moneta di scambio internazionale.

E qui, con quello che sta facendo la Russia (per esempio chiedendo di pagare in rubli nel commercio delle materie prime energetiche) e con quello a cui sta puntando la Cina (cioè a sganciarsi un minimo dal dollaro e via discorrendo) per la prima volta, anche se non si arriverà ovviamente alle estreme conseguenze subito, per la prima volta il tabù è nominato, il tabù è infranto. Qualcuno sta pensando a un’economia mondiale non più sottomessa al dollaro, cioè sta pensando a processi di dedollarizzazione. Ora, che cosa ne verrà fuori nessuno lo sa, ma è evidente che il materiale è esplosivo. Tra crisi della globalizzazione e possibile incipiente di deglobalizzazioni, reazione durissima degli Stati Uniti, processi (o comunque intenzioni, strategie) di dedollarizzazione, è evidente – e qui vi lascio – che la crisi ucraina è la precipitazione di un grumo di contraddizioni che sono ormai sistemiche.

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Discorsoni / Analisi

Grigio capannone. Due parole su meme, Cina e transizione ecologica

Communism : r/ADVChina
Sui social sta girando molto, negli ultimi giorni, questa foto delle olimpiadi invernali di Pechino. Ritrae un impianto per sci allestito nel sito delle acciaierie Shougang, oggi spento per obsolescenza e riconvertito – così dicono: noi non siamo di Pechino.
L’immagine è sicuramente suggestiva: stuzzica non poco le sensibilità distopiche e catastrofiste di un certo immaginario contemporaneo, attratto al contempo sia dal weird sia dalla sci-fi. Diciamo di “un certo” perché, come sappiamo, la struttura delle piattaforme dove esso si può saggiare non può che produrlo in bolle, spesso incomunicanti tra loro. Un’immagine che per una bolla ha significato, per la bolla a fianco può non averne.
In questo caso, la forza dell’immagine sta proprio nel riuscire a forare più bolle, e trovare un senso mediano tra esse, quando anche di segno opposto. Soprattutto tra le fasce giovanili istruite, millennial e Z, è già diventata meme. E in quanto tale strumento del meme warfare, uno dei tanti campi di battaglia dove si prepara, combattendolo già, il conflitto principe che informa i nostri tempi (per non parlare degli spazi, non solo politici): quello degli Stati Uniti contro la Repubblica popolare cinese – Occidente contro Oriente, sai che novità.
Nel tempo dell’immagine, la guerra si fa in particolar modo iconografica, lo sanno bene le agenzie statali e private predisposte a condurla. L’immagine dello scivolo bianco per sci olimpionico alle acciaierie Shougang, un puntino brillante sommerso dallo squallido grigiore industriale circostante, un’isola di luce circondata dalla plumbea cappa dell’inverno carbonfossile, in candido contrasto con il territorio avvelenato, violentato e deturpato dalla velocità – e potenza “novecentesca” – dell’impetuoso sviluppo cinese, si presta bene a convergere nella narrazione propagandistica della “Transizione ecologica”, indirizzo politico della ristrutturazione capitalistica postpandemica, in particolare europea.
L’arruolamento delle sensibilità ambientali ed ecologiste trasversali, ma soprattutto progressiste, predominanti appunto tra le generazioni di venti-trentenni più istruite, in funzione anticinese è lo specchio della ridefinizione delle grammatiche e del riposizionamento dei campi politici in corso, un’anticipazione di quali saranno i fronti per cui si combatterà (già si combatte) la guerra per determinare la forma della globalizzazione uscita dalla pandemia.
«Guardate, la distopia totalitaria cinese. Il paese che inquina più di tutti nel mondo. Nemico della Transizione ecologica. Rischiamo l’estinzione come specie. Se non smette di portare la terra al collasso, qualcuno dovrà costringerla a fermarsi…» Non sappiamo voi dove vivete, ma, a parte lo scivolo, questa foto è letteralmente Sassuolo…
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Roba forestiera / Traduzioni

Benvenuti nella prima linea: oltre il nodo violenza/non violenza

Riceviamo e volentieri pubblichiamo la traduzione dell’articolo Welcome to the Frontlines: Beyond Violence and Nonviolence del collettivo cinese Chuǎng (闯).

Lo scritto ha il merito di affrontare, cercando di scioglierlo in avanti, l’annoso nodo della violenza/non violenza a partire dall’analisi concreta di alcune esperienze di piazza – in particolare la “Primera linea” in Cile, il “Movimento degli ombrelli” a Hong Kong, e i riot scaturiti da “Black Lives Matter” negli Stati Uniti – che, seppur distanti, hanno in alcune loro caratteristiche risuonato globalmente e vicendevolmente a distanza di tempo.

Tutte queste mobilitazioni, che hanno raggiunto alti se non inediti livello di scontro, non possono non essere inquadrate in un nuovo ciclo più ampio di sollevazioni globali che negli ultimi anni hanno toccato la Francia come il Libano, l’Iraq come l’Ecuador, la Catalogna come la Cina: un ciclo sicuramente più duro e “sporco” – soprattutto in alcuni suoi frangenti, se pensiamo alla genesi dei Gilet gialli o al grado di violenza in Medio Oriente – rispetto a quello del 2010-2011 (Occupy, Primavere), che si inscrive nell’arrivo del secondo tempo della crisi globale e potrebbe anticipare (questa la domanda che ci poniamo) possibili forme e modi di soggettivazione, attivazione e conflitto sociale e di classe.

Crediamo, infatti, sia interessante uno sguardo sulle forme organizzative, le tattiche e le tecniche comuni sviluppatesi in strada e poi circolate a partire dall’emersione della figura collettiva della «prima linea»: ci chiediamo, infatti, quanto essa sia collegata, influenzata, orientata dal tipo di soggettività messasi in gioco; quanto della questione «tecnica» ci parli – o meno – della questione «politica», e viceversa; quale tipo di direzione politica e aspetti della militanza vengano sollecitati da questo cambio di paradigma. Tutto questo, lo vogliamo chiarire, a prescindere dalla direzione che hanno assunto questi movimenti, dal tifo da casa o dalla valutazione politica che se ne può – e deve – trarre.

Siamo consapevoli, in particolare, delle ambiguità, delle contraddizioni e delle valenze geopolitiche insite nel movimento sviluppatosi a Hong Kong (per forza di cose approfondito particolarmente nel contributo), inscritto – volente o nolente – nello scontro sempre più aperto tra interessi imperialistici occidentali a guida statunitense e Repubblica popolare cinese; scontro che, proprio nell’ex colonia britannica, rischia di passare sul “terreno”. Ma proprio per questo pare interessante da inchiestare l’organizzazione di un movimento che, con tutte le sue criticità politiche, può dirci molto sulla crisi dei ceti medi rispetto al patto sociale con lo Stato, sui fronti e la direzione dello scontro di soggettività spurie in crisi di mediazione e su possibili scenari che, anche a queste latitudini, possono riproporsi in modi e rappresentazioni differenti a chi è militante.

Buona lettura.

«Le armi per le rivolte proletarie sono state sempre prese dagli arsenali dei padroni».
Mario tronti, Operai e capitale.
Nelle ultime due settimane, gli Stati Uniti hanno vissuto alcune delle più grandi, più militanti proteste e rivolte degli ultimi decenni. Il movimento, ormai di portata nazionale, è iniziato a Minneapolis dopo l’assassinio di George Floyd da parte della polizia. La rabbia che ne è seguita ha portato a manifestazioni di massa, scontri con le forze dell’ordine, incendi e saccheggi, momenti di cordoglio e ribellioni che si sono diffusi in tutto il Paese nel giro di poche ore. La centrale di polizia del terzo distretto di Minneapolis, dove gli assassini lavoravano, è stata completamente bruciata, auto della polizia sono state incendiate da New York a Los Angeles nel contesto dell’offensiva radicale più larga contro l’apparato repressivo dello Stato americano vista in questo secolo, alimentata da decenni di rabbia contro il razzismo della polizia e dal continuo succedersi di omicidi da parte della stessa di persone di colore. Ora, anche la sinistra elettorale e riformista sta seriamente discutendo una versione ammorbidita dell’abolizione della polizia a livello nazionale, reimmaginata come “defunding” [taglio dei finanziamenti, ndt], e il Consiglio comunale di Minneapolis si è impegnato a “sciogliere” il dipartimento di polizia della città. Non molto tempo fa, una tale richiesta sarebbe stata considerata utopistica.

Mentre il movimento contro gli abusi polizieschi e l’istituzione della polizia stessa si sviluppa rapidamente negli Stati Uniti, abbiamo visto in esso i segni di altri disordini e lotte di massa che sono emersi in tutto il mondo nell’ultimo anno, dal Cile alla Francia, al Libano, all’Iraq, all’Ecuador e alla Catalogna, per citarne solo alcuni. Qualsiasi analisi di ampio respiro della ribellione negli Stati Uniti sarebbe prematura, dato che i fuochi dei disordini stanno letteralmente ancora bruciando nelle città di tutto il Paese. Vorremmo invece offrire alcune brevi osservazioni sulle lotte a Hong Kong, che abbiamo fatto del nostro meglio per seguire da vicino, concentrandoci su una particolare innovazione tattica che riteniamo possa essere un utile contributo alle proteste in corso negli Stati Uniti e non solo. Abbiamo già visto persone in strada adottare lezioni sparse prese da Hong Kong e da altri punti caldi nel ciclo globale di ribellioni dell’anno scorso: una barricata in stile hongkonghese di carrelli della spesa sulle strade del combattuto terzo distretto di Minneapolis, tecniche per lo spegnimento dei gas lacrimogeni a Portland, utilizzo di laser per abbagliare le telecamere e le visiere della polizia in diverse città, ombrelli impugnati contro lo spray al peperoncino durante le proteste a Columbus e Seattle, e i messaggi nei graffiti ai cittadini di Hong Kong su vetrine di negozi sprangate o saccheggiate in diverse città. Le somiglianze sono state così evidenti, infatti, che hanno portato il paranoico redattore capo del tabloid dei media statali cinesi «The Global Times», Hu Xijin, a concludere che «i rivoltosi di Hong Kong si sono infiltrati negli Stati Uniti» e hanno «orchestrato» gli attacchi.

Possiamo fare poco per guidare il modo in cui questo movimento si sviluppa (né vorremmo farlo), ma speriamo che alcuni degli strumenti e delle tattiche impiegate dai nostri amici e compagni di Hong Kong possano essere utili a chi si trova nelle strade di altre città. In particolare, offriamo alla vostra considerazione l’evoluzione del ruolo della “frontline” (prima linea, ndt) nei moti di Hong Kong, nella speranza che possa essere utile per colmare i divari tra i militanti e i partecipanti pacifici nelle strade di altre città.

Come nei movimenti passati, ci sono già stati significativi disaccordi su come affrontare le forze dello Stato negli Stati Uniti. Come in altri movimenti dopo Ferguson e prima, alcune (ma non tutte) organizzazioni di volontariato hanno iniziato ad entrare in contatto e dialogare con l’ala “soft” dell’apparato repressivo locale, entrando in azione per reprimere la militanza della rivolta iniziale: i “leader della comunità” collaborano con le forze dell’ordine, conducendo le folle in agguati e accerchiamenti, e segnalando letteralmente i manifestanti “violenti” tra la folla. Nel frattempo, i governi locali in tutta la nazione affermano che coloro che hanno iniziato i danneggiamenti e i saccheggi o che combattono contro la polizia sono “agitatori esterni”, il sindaco di Seattle ha twettato che «gran parte della violenza e della distruzione, sia qui che in tutto il Paese, è stata istigata e perpetuata da “uomini bianchi.». Ma è evidente che la rabbia repressa contro la polizia è estremamente diffusa e che per le strade sia emerso un ampio consenso sulla necessità di opporvisi.

Hong Kong può offrire una via per sfuggire all’apparente inevitabilità dei conflitti interni al movimento sui nodi della violenza, nonviolenza e il modo di interagire con le forze dell’ordine. Per coloro che sono alla ricerca di un nuovo modo per colmare i divari tra le forme di partecipazione militante e pacifica, pensiamo che uno dei contributi più importanti della città alla nuova era delle lotte sia stato lo sviluppo di particolari ruoli e formazioni da dispiegare nelle strade, così come le strutture dietro di esse che hanno contribuito a collegare meglio coloro che vogliono combattere i poliziotti con gli altri nel movimento. In particolare, vogliamo sottolineare il concetto di frontliners di Hong Kong, che non solo ha sviluppato molte tecniche riuscite per affrontare la polizia, ma ha anche stabilito un nuovo tipo di rapporto tra gli elementi militanti e nonviolenti delle azioni di strada attraverso molti mesi di sperimentazione.

Cosa significa essere “nella prima linea”? Il termine è diventato incredibilmente popolare negli ultimi mesi in tutte le lingue e in tutti gli ambiti sociali, soprattutto in riferimento agli operatori sanitari e ad altri soggetti particolarmente vulnerabili alla pandemia in corso. Questo ha oscurato l’originale ondata di popolarità del termine nella copertura mediatica mainstream dello scorso anno, dove si riferiva ai manifestanti in varie parti del mondo. Le adulazioni ufficiali per i lavoratori che escono dal turno di lavoro a Wuhan e a New York suonano controverse versioni statali del grido «¡vivan lxs de la primera línea!» che salutava i manifestanti di ritorno dalle battaglie con la polizia in Cile lo scorso autunno. Ciò che ha permesso le versatili, e apparentemente opposte, mobilitazioni di questo termine è stata proprio la sua capacità di integrare in modo efficace attività normalmente divise, proponendo un’unità definita non dall’omogeneità ma dal sostegno alla lotta complessiva, simboleggiata da chi è in “prima linea”. Ora, con il ritorno dei disordini negli Stati Uniti, sembra possibile che l’uso del termine si rivolga di nuovo a coloro che affrontano la polizia: in Connecticut, una fila di manifestanti vestiti di nero affronta la polizia indossando maschere che dovevano essere prima destinate a prevenire la diffusione del virus, e in uno screenshot sfocato del momento, una donna tiene in mano un cartello che recita: «Gli unici alleati sono quelli nelle prime linee.».
L’idea di base che permette al concetto di prima linea di integrare il movimento al di là delle vecchie divisioni tra violenza e non violenza, o “diversità di tattiche”, è che chi è in prima linea si assume rischi personali per proteggere chi gli sta intorno, idealmente con (ma spesso senza) un’attrezzatura protettiva distintiva, e che questi rischi aiutano a spingere in avanti l’intero movimento. Questo è anche il motivo per cui il concetto si è esteso così facilmente nella risposta alla pandemia, perché la logica di base del rischio personale a sostegno della lotta è più o meno identica. Ma in quei casi, lo Stato aveva un chiaro interesse a mobilitare il termine per cooptare le risposte popolari o mascherare la propria incompetenza, il tutto con l’obiettivo finale che rimane di sopprimere la pandemia. Ora, tuttavia, lo Stato non ha tale interesse, poiché non condivide lo stesso obiettivo dei manifestanti che invocano il concetto di prima linea. Al contrario, porrà i “leader della comunità” e forse li ritrarrà anche come “in prima linea” del movimento in qualche modo, ma non c’è bisogno di fingere di sostenere coloro che sono effettivamente in conflitto con la polizia. Questo significa che il termine ha la capacità di tornare al significato che ha acquisito a Hong Kong, definito attraverso i rischi assunti in difesa di tutti o l’atto di mettere a rischio la propria vita per tenere tutti gli altri al sicuro e contemporaneamente spingere la lotta in avanti.

Nel corso dell’escalation degli scontri di strada nel 2019, i manifestanti di Hong Kong hanno prodotto innovazioni a ritmo rapido, tra cui l’invenzione di nuove attrezzature e formazioni distinte con specifiche posizioni tattiche da riempire all’interno del corpo della protesta. In questo contesto, il frontliner è emerso come un ruolo riconoscibile di chi, con armature e strategie di mitigazione dei gas lacrimogeni, si è posizionato direttamente contro la polizia, sostenuto da compagni in seconda e terza linea.

Questa innovazione tattica si è diffusa rapidamente, prima in Cile e poi in altri contesti latinoamericani. Il primo salto da Hong Kong al Cile è stato probabilmente tradotto attraverso i “riot-porn” caricati su YouTube o semplicemente trasmesso attraverso l’aria inebriante del ciclo di rivolta del 2019. Un partecipante a un “clan” della prima linea cilena fa capire che le tattiche utilizzate dal suo gruppo sono state adottate da Hong Kong. Ben presto, altri rivoltosi locali si sono attrezzati con tattiche molto simili, tra cui scudi, slogan, costruzione inventiva di barricate, e l’utilizzo diffuso di puntatori laser ad alta potenza come strumenti per disturbare le telecamere e la vista della polizia (così come, in un caso memorabile, la distruzione di un drone della polizia). Oltre a questi adattamenti specifici, anche la struttura del movimento cileno è stata organizzata secondo linee riconoscibili: dopo un periodo di manifestazioni contro l’aumento dei prezzi dei trasporti pubblici, tra cui le diffuse evasioni organizzate e le grandi marce, un giro di vite della polizia ha poi scatenato massicce manifestazioni e rivolte che in Cile sono ampiamente definite come una «esplosione sociale». In un video di una protesta in Plaza Italia, a Santiago del Cile, un uomo su un edificio che si affaccia sulla piazza dice entusiasta che la manifestazione «è possibile solo grazie a un gruppo di ragazzi», che si sono organizzati «per fermare le forze repressive.».

Nel periodo successivo, quando nelle città del Paese è stato dichiarato lo stato di emergenza, lo spazio per manifestazioni pacifiche è stato difeso da una prima linea di manifestanti disposti a combattere la polizia. Come a Hong Kong, questi manifestanti sono stati organizzati principalmente per ruolo: portatori di scudi, lanciatori di pietre, medici, “minatori” (che producono proiettili), manifestanti nelle retrovie con laser per disturbare la vista o le telecamere della polizia e barricatori per bloccare l’avanzata. A differenza degli sviluppi successivi della strategia «be water» (essere fluidi come l’acqua, ndt) di Hong Kong, che ha enfatizzato il logoramento della polizia attraverso il movimento costante, il movimento cileno è iniziato con i manifestanti che hanno allestito e difeso specifiche linee intorno alla “zona zero” o “zona rossa” per impedire ai poliziotti di entrare nelle aree dove si erano radunati altri manifestanti. Con l’aumento della repressione, tuttavia, gli scontri quotidiani sono diventati essenzialmente combattimenti di strada in strada, tra i manifestanti organizzati e la polizia. Tuttavia, l’importanza della prima linea come strumento per rendere possibile la protesta è stata ampiamente riconosciuta da coloro che erano all’interno e all’esterno del movimento, con i “rappresentanti del fronte” acclamati selvaggiamente quando venivano invitati a partecipare ai talk show. Come a Hong Kong, i frontliners che hanno formato gruppi autonomi per difendere il movimento sono stati sostenuti da partecipanti esterni, sia in forma anonima che di gruppo, come hanno lamentato alcuni media di destra.

Tattiche simili sono state adottate anche in Colombia tramite il Cile e Hong Kong, poiché i gruppi che si organizzano su Facebook hanno riconosciuto la necessità di proteggere i manifestanti del movimento guidato dagli studenti dalla violenza della polizia. Tuttavia, i primi membri dei gruppi più importanti in prima linea hanno dichiarato che avrebbero agito in modo puramente “difensivo” piuttosto che attaccare direttamente la polizia e, man mano che il più ampio movimento popolare si spegneva, le opinioni su questi gruppi (caratterizzati dai loro fotogenici scudi blu, adatti ai media) hanno cominciato a cambiare. I frontliners adottarono consapevolmente la strategia «be water» di Hong Kong, ma questo fu percepito da molti nei movimenti studenteschi come un abbandono delle forme tipiche del movimento studentesco, che non aveva fatto le stesse scelte tattiche. Più in generale, i frontliners delle proteste studentesche colombiane sono stati percepiti come opportunisti, nel tentativo di dare spettacolo davanti ai media e di guidare le marce lontano dai percorsi concordati. Alla fine, questo tipo di “prima linea” altamente inorganica si è alienata il sostegno che aveva ricevuto in un primo momento dal resto del movimento.
In questi diversi contesti, lo sviluppo del ruolo del frontliner ha segnato un significativo progresso nella tattica del confronto di strada con la polizia. Tali tattiche devono, naturalmente, cambiare per adattarsi a situazioni particolari, ma possiamo imparare dai continuamente crescenti saperi globali della lotta. Nel decennio successivo al declino del movimento dell’alter-globalizzazione, la discussione sulle tattiche di lotta contro la polizia si è in gran parte ingigantita in dibattiti sul “blocco nero”. Originario della Germania degli anni Ottanta, il blocco nero si riferisce alla tattica di indossare in gruppo capi d’abbigliamento e protezioni simili e neri, che impediscono alla polizia di individuare qualsiasi individuo tra la folla. In parte per il suo successo pratico, le azioni del black-bloc negli Stati Uniti e in gran parte dell’Europa sono state oggetto di interminabili dibattiti, che alla fine si riducono a quale ruolo l’azione militante dovrebbe svolgere nelle proteste di strada. Negli Stati Uniti, il risultato finale è stato una distensione in cui i manifestanti che sostenevano la militanza e quelli che potevano sostenere solo un’azione non conflittuale si sono spinti fino a dividere in aree delle città per impedire l’interazione tra i gruppi. Le affermazioni secondo cui il blocco nero protegge i manifestanti non violenti (sia direttamente che attirando la repressione della polizia altrove) sono stati spesso punti di discussione, ma non si è mai raggiunto un consenso. Nella migliore delle ipotesi, c’è la difesa di una “diversità di tattiche”, forse l’espressione migliore per descrivere questa fragile distensione.

All’inizio di questi movimenti, la diversità di tattiche permette una tenue coesistenza di caratteri militanti e pacifici, poiché vi sono molti partecipanti e marce parallele, permettendo alle persone di distribuirsi in quei luoghi dove prevale il loro “tipo” preferito. Il termine immagina di fatto sfere completamente diverse in cui possono svolgersi “tattiche diverse”. Ma spesso non è così. Con l’aumento della repressione statale e il rallentamento del moto iniziale, le due sfere sono costrette a fondersi. È proprio a questo punto che sono necessarie tattiche più aggressive per difendere il movimento nel suo complesso contro la polizia e per continuare a spingere le cose in avanti man mano che l’energia dei partecipanti diminuisce. Da un lato, è in questo momento che si attiva la funzione repressiva dello Stato, poiché la polizia locale viene rifornita e riceve rinforzi dai livelli superiori di governo. Ma dall’altro, questo è anche il momento in cui lo Stato mobilita il suo apparato di controllo soft sotto forma di leader della comunità, non profit e politici “progressisti”, che giocano tutti un ruolo essenziale nel rompere la tenue alleanza tattica che esisteva all’inizio. Queste sono, dopo tutto, le persone con più successo nello spingere il mito dell'”agitatore esterno”, a deridere la distruzione “da anarchici bianchi” delle proprietà e spesso a intervenire letteralmente per prevenire attacchi alla polizia o anche il de-arresto di altri manifestanti, dopo il fatto incoraggiano la gente a consegnare video da spia che mostrano chi ha lanciato bottiglie alla polizia, e di inondare i social media con post che affermano che i poliziotti o anche i nazionalisti bianchi sono stati quelli che hanno rotto le prime finestre.

Nelle proteste del 2019 a Hong Kong e in Cile, tuttavia, in modi e a velocità diverse, l’affermazione che il “blocco” protegge gli altri è stata trasformata in un chiaro e innegabile pezzo dell’immaginario collettivo. Ciò è stato in parte possibile anche attraverso la cancellazione di ogni precedente significato legato al protestare in blocco nero e la sua sostituzione con il ruolo di frontliner: quel contestatore che, sottoponendosi a gravi pericoli e all’onnipresente gas lacrimogeno, non ha fatto altro che difendere tutti gli altri dalla polizia. Questo rappresenta un cambiamento: non c’è più una grande separazione geografica in due corpi di manifestanti (una zona per la protesta pacifica e un’altra per il confronto), ma un unico corpo coalizzato, protetto in prima linea da coloro che hanno fatto proprio il ruolo di essere lì. In un senso ancora più ampio, e forse ancora più importante, le proteste di Hong Kong e del Cile hanno totalmente riconfigurato il ruolo dei manifestanti vestiti di nero, mascherati e militanti, disposti a combattere la polizia. A differenza della situazione negli Stati Uniti, dove spesso è possibile per i media e la polizia collaborare per isolare i militanti, ritraendoli come separati dal corpo principale dei “buoni manifestanti” e ancora più distanti dal corpo politico in generale, i frontliners sono stati anche ampiamente (se non completamente) intesi come coloro che agiscono in difesa di tutti gli altri, manifestanti e non, rendendo possibile la resistenza a uno status quo insostenibile.

La costruzione di un’effettiva solidarietà tra “militanti coraggiosi” (勇武) e gli aderenti alla “nonviolenza pacifica e razionale” (和理非) non è stato il risultato automatico del movimento nascente nel 2019 a Hong Kong, né è avvenuto da un giorno all’altro. Come negli Stati Uniti, i precedenti movimenti di Hong Kong erano divisi lungo linee ideologiche di militanza e nonviolenza, così come erano divisi tra quelli di strada e l'”opposizione controllata” dei partiti pan-democratici nel Consiglio legislativo (LegCo). Dobbiamo ricordare che le proteste del 2019 sono arrivate dopo anni di sperimentazione, tra cui l’emergere e il fallimento della “Rivoluzione degli ombrelli” del 2014: una protesta altrettanto massiccia e in gran parte “pacifica” che ha spuntato tutte le caselle sostenute dai sostenitori liberali della nonviolenza.

Quando quel movimento è stato così decisamente sconfitto, i giovani di Hong Kong hanno cominciato ad agitarsi in modo nuovo, prima con azioni di strada su scala molto più ridotta, come gli strani e ancora controversi “Fishball Riots” del 2016. In queste azioni, abbiamo visto la linea del fronte staccata dalla sua base in una manifestazione di massa. I giovani ancora scossi dall’abietto fallimento del “pace, amore e nonviolenza” del 2014 si sono invece buttati nel confronto diretto, dichiarando guerra ai poliziotti, accatastando e lanciando mattoni, e poi pilotando la strategia «be water» rifiutando di presidiare spazi fissi in strada. Allo stesso tempo, non hanno aspettato di essere raggiunti da altri manifestanti, e non hanno fatto alcuno sforzo di reclutamento. Il risultato è stato che le prime linee nei Fishball Riots, così com’erano, non avevano nessuna delle connotazioni di difesa che hanno ora. Questo caso di disordini è ancora controverso tra gli hongkonghesi all’interno del movimento di protesta, perché il suo carattere isolato lo ha trasformato in una sorta di avventurismo rischioso (per non parlare del ruolo svolto dai “localisti” di estrema destra nei disordini). Ora, però, vediamo tattiche molto simili ridispiegate e lucidate, ma in un contesto sorprendentemente diverso. È come se le tattiche pilotate sia nelle azioni (relativamente) pacifiche del 2014 sia negli scontri (relativamente) violenti con la polizia del 2016 fossero finalmente costrette a combinarsi in una sintesi efficace.

Le radici di questa sintesi si possono meglio vedere verso la fine della “protesta degli ombrelli”, che ha preso forma attraverso interazioni talvolta conflittuali tra organizzazioni formali e decine di migliaia di partecipanti autonomi. Durante le occupazioni di Central e, più tardi, di Mong Kok, alcuni elementi del movimento furono organizzati centralmente, con occupazioni concentrate intorno a un “grande palco” (大台) che era essenzialmente controllato da grandi organizzazioni politiche, in particolare i due gruppi studenteschi: la HK Federation of Student Unions and Scholarism (un gruppo fondato da studenti delle scuole superiori), così come i principali partiti elettorali del campo pandemocratico e un gran numero di attivisti di ONG affermate. Mentre queste occupazioni non avrebbero mai potuto iniziare – tanto meno si sarebbero potute sostenere da sole – senza una grande quantità di lavoro e di azione autonomi, le organizzazioni formali hanno cercato di mantenere un certo controllo sulla forma del movimento, e in alcuni casi hanno tentato di annullare azioni specifiche, alcune delle quali sono andate avanti comunque senza il loro sostegno. Tuttavia, quelli che occupavano posizioni di leadership erano i gruppi che alla fine entrarono in trattative con il governo. Come in molti contesti occidentali, queste organizzazioni erano in gran parte orientate alla cosiddetta “nonviolenza razionale”. Malgrado ciò, le tensioni tra i radicali e coloro che controllavano il palcoscenico sono aumentate durante tutto il corso del movimento, raggiungendo un picco in seguito all’attacco dei manifestanti all’edificio del LegCo, dopo di che i manifestanti non violenti e gli organizzatori hanno etichettato tutti i militanti come agenti segreti di Pechino o “demolitori”. Dall’altro lato, alcuni manifestanti hanno iniziato a far circolare slogan che chiedevano lo smantellamento del palco principale (e del centro di potere che rappresentava) (拆大台), e lo scioglimento dei picchetti che avevano tentato di fermare gli attacchi al LegCo (散纠察).

Sulla scia del fallimento della protesta degli ombrelli e della liquidazione delle occupazioni, il primo periodo del Movimento anti-estradizione del 2019 – indicativamente dalla proposta di legge del marzo 2019 alla marcia da due milioni di persone del 16 giugno – ha visto ancora la nonviolenza come tattica dominante. Tuttavia, a seguito della riluttanza del governo a ritrattare la legge di fronte al movimento nonviolento di massa, e a seguito di una repressione sempre più violenta da parte della polizia, è emerso un grossolano consenso attorno ad alcuni principi di base: imparando dai fallimenti della protesta degli ombrelli, le nuove proteste non avrebbero dovuto essere organizzate attorno a un corpo centrale e non avrebbero cercato di prendere e tenere lo spazio. Questa forma organizzativa è stata intesa specificamente in riferimento alle tappe principali della protesta degli ombrelli, con il “decentramento” come slogan e principio organizzativo reso in cantonese come «senza un grande palcoscenico» (无大台).

Allo stesso tempo, le esperienze della violenza della repressione poliziesca hanno creato un’atmosfera di solidarietà tra i manifestanti. Sulla base di richieste unificate – prima la ritrattazione della legge sull’estradizione e poi un’inchiesta sulla brutalità della polizia, la fine delle classificazioni dei manifestanti come rivoltosi, l’amnistia per gli arrestati e il suffragio universale – i partecipanti hanno raggiunto un ampio consenso sul fatto che il successo richiede un livello di unità tra i militanti e i manifestanti pacifici: «nessuna divisione, nessuna rinuncia, nessun tradimento» (不分化、不割席、不督灰) o, più positivamente, «ognuno combatte a modo suo, scaliamo insieme la montagna» (兄弟爬山,各自努力) e «i pacifici e i coraggiosi sono indivisibili, ci alziamo e cadiamo insieme» (和勇不分、齐上齐落). I sondaggi tra i partecipanti al movimento, effettuati all’inizio di giugno, hanno mostrato che il 38% degli intervistati credeva che le “tattiche radicali” fossero utili per far sì che lo Stato ascoltasse le richieste dei manifestanti, ma a settembre il 62% era d’accordo. Alla domanda se le tattiche radicali fossero comprensibili di fronte all’intransigenza dello Stato, quasi il 70% era già d’accordo a giugno, e a luglio questa percentuale era salita al 90%.

A settembre, solo il 2,5% degli intervistati ha dichiarato che l’uso di tattiche radicali da parte dei manifestanti non era comprensibile. Dallo stesso sondaggio, a settembre, oltre il 90% dei partecipanti concordava con l’affermazione che «mettere insieme azioni pacifiche e militanti è il modo più efficace per ottenere risultati». Un simile punto di svolta potrebbe emergere negli Stati Uniti, dato che quasi l’80% degli intervistati da un sondaggio nazionale che chiedeva se la rabbia che ha portato all’attuale ondata di proteste è “giustificata” ha risposto affermativamente, e il 54% afferma che la risposta alla morte di George Floyd, compreso l’incendio di un edificio del distretto di polizia, è giustificata.

A Hong Kong, la natura decentralizzata del movimento, unita al crescente senso di uno scopo unitario condiviso tra manifestanti pacifici e militanti, ha permesso la formazione e la riproduzione di ruoli riconoscibili in cui i partecipanti potevano sostenersi a vicenda in gruppi organizzati autonomamente, coordinati in modo anonimo attraverso strumenti online come Telegram e forum come LIHK.org. Questi strumenti e strutture organizzative sono di per sé degni di un’indagine separata o di una guida open-source alla protesta: Telegram permette la creazione di strutture estremamente flessibili, pur preservando l’anonimato, che hanno permesso a manifestanti e sostenitori di sviluppare un intero ecosistema digitale che è stato cruciale per superare in tempo reale la polizia. Lo strumento dei canali di Telegram ha permesso la creazione di entrambe le enormi chatroom su larga scala simili, a livello di funzione, ai commenti sui livestream che i manifestanti negli Stati Uniti stanno utilizzando. Tuttavia, mentre questi «mari pubblici» (公海) erano in grado di fornire alcune informazioni utili, si è capito che erano sotto la sorveglianza della polizia a causa della loro natura pubblica, e l’organizzazione di passaggi “sensibili” è stata fatta in canali con amici fidati.

I manifestanti hanno anche creato altri canali specifici per condividere le posizioni della polizia e le vie di fuga, che alla fine hanno raggiunto decine di migliaia di partecipanti alla protesta. In questi canali, l’invio è limitato agli amministratori o ai bot appositamente designati, che trasmettono informazioni verificate sull’ubicazione e la disposizione delle forze di polizia, contribuendo ad attenuare il fenomeno dei falsi allarmi e relativo panico comuni in ogni protesta. Queste informazioni sono a loro volta fornite da individui che lavorano come osservatori ai margini delle manifestazioni di protesta, che inviano gli aggiornamenti nei canali designati secondo un formato specifico, in modo da poter essere facilmente standardizzate e trasmesse agli aggregatori di dati che monitorano sia i canali scout che i livestream, pubblicando gli aggiornamenti dei canali di annuncio e le mappe in tempo reale della posizione della polizia.

Oltre alle funzioni di segnalazione, i canali di Telegram creati per azioni specifiche hanno anche permesso ai partecipanti di trasmettere informazioni sui bisogni («medici necessari a questo incrocio», «strumenti di attenuazione dei gas lacrimogeni necessari a breve») e di prendere decisioni collettive sulle risposte in tempo reale attraverso funzioni di voto. Quest’ultima ha permesso scelte rapide, come ad esempio quale via di fuga prendere per evitare un attacco di polizia. È importante sottolineare che questi metodi organizzativi hanno attirato sia i militanti sia coloro che non erano disposti, non erano interessati o (a causa dello status di immigrazione, della disabilità o di altre potenziali vulnerabilità alla violenza della polizia) non erano in grado di partecipare in prima linea: mentre i militanti in prima linea affrontavano la polizia e la loro crescente violenza, i sostenitori non violenti si impegnavano nelle marce, come medici o fornendo supporto logistico (spostamento di forniture per le barricate, strumenti per il trattamento dei gas lacrimogeni, o vestiti per i frontliners in nero per cambiarsi), come copwatch con videocamere, o come esploratori che fornivano informazioni ad altri sostenitori che lavoravano come aggregatori di dati.

Molti dei modi in cui coloro che erano “fuori” dalle prime linee hanno fornito un supporto materiale diretto ai frontliners per le strade: in alcune azioni, i manifestanti senza equipaggiamento formavano muri umani, a volte usando ombrelli, per proteggere i manifestanti mentre si toglievano l’equipaggiamento che li avrebbe contrassegnati per l’arresto sulla via del ritorno a casa. Altri, pur non partecipando direttamente in qualità di dimostranti, avrebbero facilitato i danni alla proprietà, usando i loro ombrelli per schermare le persone che rompevano le finestre dalla vista delle telecamere. Più tardi nel corso del movimento, i manifestanti al di fuori delle prime linee avrebbero portato i singoli componenti per le molotov alle azioni, e formato catene umane che portavano ai frontliners materiali per rifornirsi rapidamente con bottiglie, benzina, zucchero e stracci.

Al di là di queste azioni di sostegno specifico, il semplice fatto di rimanere in strada durante i divieti di raduni pubblici è stato infine inteso come un mezzo per sostenere il movimento: un amico racconta la storia di un anziano impiegato anonimo in una pausa sigaretta che, dopo aver letto su Telegram che un gruppo di frontliners vicino al suo palazzo aveva bisogno di guadagnare tempo prima di impegnarsi con la polizia, si è avvicinato direttamente alla linea di polizia e ha cercato di litigare con i poliziotti, pensando che la sua identità di persona anziana e ben vestita avrebbe potuto diminuire le sue possibilità di essere arrestato e fornire più di un alibi se l’avesse fatto. Tuttavia, questa generalizzazione della lotta è vista da alcuni anche come una delle ragioni per cui la polizia alla fine si è rivolta alla più recente strategia di accerchiamento e di arresti di massa di tutti in una determinata zona: chiunque si trovi per strada può ora essere considerato un partecipante, o almeno uno che odia i poliziotti.
All’inizio del movimento, tuttavia, prima dell’intensificarsi della repressione e degli arresti da parte della polizia alla fine dell’estate e nell’autunno del 2019, il ruolo dei frontliners era relativamente chiaro, con la possibilità per i sostenitori di rimanere separati dallo scontro diretto con la polizia costruendo barricate, fornendo rifornimenti alle prime linee mentre si spegnevano i gas lacrimogeni, o nascondendo i frontliners alla polizia mentre cambiavano il proprio vestiario. Questa divisione era comunque ancora un po’ problematica, poiché l’accettazione del fronte come segmento centrale del movimento ha dato a coloro che combattono contro la polizia una posizione di “maggior merito” in qualche modo, con alcuni manifestanti pacifici che sono stati accusati di non essere abbastanza militanti. Ma man mano che l’accettazione dell’azione militante cresceva di pari passo con la violenza sempre più estrema della polizia, queste divisioni hanno cominciato a rompersi. Da un lato, le azioni che prima erano intese come pacifiche si associavano a un rischio sempre maggiore di essere scoperti e arrestati.

Per esempio, la creazione e la protezione dei “muri di Lennon” (ampie distese di post-it che, a mosaico, ricoprono interamente muri con messaggi di protesta, ndt), contestazione artistica e ed espressione di sé, è stata inizialmente intesa come una modalità di partecipazione completamente “pacifica”, ma con l’aumento del numero di attacchi violenti ai muri e di arresti delle persone che vi lavoravano, è diventato difficile continuare a partecipare senza una preparazione fisica e mentale alla violenza. Di fronte alla violenza della polizia e al “terrore bianco” degli attacchi ai manifestanti da parte di gruppi filo-Pechino, ogni divisione tra chi era disposto a mettere in gioco il proprio corpo e chi era impegnato in una partecipazione a basso rischio o eticamente non violenta diventava sempre più difficile. Ciò è stato particolarmente vero quando un numero crescente di manifestanti è stato arrestato. Per alcuni amici, la decisione di unirsi alla prima linea è avvenuta per gradi ed è stata il risultato della graduale erosione delle differenze tra le attività in prima linea e altri modi di sostenere il movimento. Altri amici hanno raccontato le difficili conversazioni che hanno avuto con i loro genitori anziani che, vedendo gli arresti di tanti giovani, hanno deciso di unirsi al fronte per colmare il vuoto.

Se da un lato ci siamo volutamente concentrati su tattiche materiali piuttosto che sull’identità politica, va riconosciuto che le cinque richieste che hanno contribuito a fornire una base per un’ammirevole unità ai manifestanti di Hong Kong hanno anche messo in evidenza significative divisioni politiche. In particolare, il fatto che il movimento avesse una base così ampia significava che comprendeva (e in alcuni casi era guidato da) un sentimento localista di destra. A differenza dei Gilet Giall in Francia, che avevano una base di partecipazione similmente ampia, l’inclusione e l’escalation di tattiche militanti per danneggiare la proprietà non è servita a scacciare gli elementi di destra dal movimento. Piuttosto, a Hong Kong la situazione si è invertita, e alcuni (ma non tutti) esponenti della sinistra hanno limitato la loro partecipazione al movimento, non volendo cantare slogan a fianco dei nazionalisti che chiedono una rivoluzione per “restaurare” Hong Kong, o partecipare alle marce con quelli che sventolano le bandiere dei regimi statunitensi o coloniali britannici.

Mentre la struttura razziale della politica statunitense rende quasi impossibile la partecipazione della destra al ciclo di ribellione in corso in USA (nonostante i politici promuovano menzogne contrarie), la struttura del movimento di Hong Kong attorno a un insieme unificante di cinque richieste è anche un po’ estranea al contesto degli Stati Uniti. Mentre la loro stessa impossibilità ha dato spazio al movimento per crescere ad Hong Kong, l’uso di richieste anche improbabili è passato di moda negli Stati Uniti. Dopo il fallimento delle prime proteste contro la guerra a metà degli anni 2000, l’ascesa e la caduta di Occupy qualche anno dopo ha definito quella che sarebbe diventata la norma, in cui un eccesso di richieste ha portato all’incapacità generale di “accordarsi” su qualsiasi richiesta. Nella prima ondata di proteste di Black Lives Matter dopo la rivolta di Ferguson del 2014, si è verificato un fenomeno simile: le organizzazioni “ufficiali” BLM no-profit hanno fatto richieste concrete di videocamere sui poliziotti e di denaro per le attrezzature militari da incanalare in corsi di formazione antirazzismo e de-escalation, ma queste non sono mai state le richieste popolari delle strade. Al contrario, il movimento coesisteva non con una richiesta specifica, ma con un’affermazione: che «le vite dei neri contano» («Black Lives Matter»).

È questa affermazione che è tornata ad essere la forza coesiva della rivolta di oggi. Allo stesso tempo, la situazione potrebbe cambiare alquanto. Ma non c’è ancora un insieme coerente di richieste che possa unire i manifestanti pacifici e militanti che si ribellano dopo l’assassinio di George Floyd. Se tali richieste dovessero sorgere, probabilmente sarebbero basilari e difficili da realizzare senza “smantellare il grande palcoscenico” del business as usual negli Stati Uniti, proprio come le Cinque richieste di Hong Kong: amnistia generale, abolizione della polizia, o risarcimenti per secoli di omicidi e lavori forzati approvati dallo Stato. Gli appelli a de-finanziare la polizia («defund the police») sembrano aver preso piede ora, dopo essere stati raccolti da gruppi di attivisti e politici progressisti locali. Ma tale richiesta è ben lontana dall’appello più popolare ad abolire la polizia, e permette ai leader locali di affermare che stanno “depotenziando” i dipartimenti di polizia, mentre in realtà stanno conducendo solo tagli di bilancio frazionari. In questo senso, il defunding della polizia sembra assumere un carattere simile alle richieste di body camera del 2014.

Con o senza tali richieste, vediamo l’innovazione fondamentale del ruolo di frontliners nel venire incorporato nelle nuove relazioni che diventano possibili: tra la “prima linea” e la seconda linea, la terza, e altri manifestanti a sostegno. Una somiglianza tra le esperienze dei manifestanti di Hong Kong e quelle dei manifestanti nelle strade degli Stati Uniti è che, mentre molti hanno sperimentato a lungo i modi in cui funziona la repressione della polizia, questa è per molti la prima volta (o almeno uno dei momenti più gravi) in cui la repressione della protesta pacifica da parte della polizia è visibile. In un certo senso, il ruolo evolutivo del frontliner è stato in realtà forzato dall’azione della polizia. Una volta che la repressione del movimento a Hong Kong ha superato un certo punto, sono emersi due fatti: in primo luogo, la polizia è fondamentalmente violenta, e dispenserà tale violenza indipendentemente dal fatto che i suoi bersagli protestino pacificamente o meno. In secondo luogo, è diventato evidente che se il movimento dovesse continuare, i manifestanti devono essere in grado di autodifendersi.

Poiché la polizia e i rinforzi della Guardia Nazionale cercano di disperdere le proteste in modo incredibilmente violento per le strade di quasi tutte le principali città degli Stati Uniti, sembra possibile che il Paese possa vedere un simile punto di svolta in termini di portata e intensità della repressione. Per coloro che sono alla ricerca di soluzioni – che cercano un modo per sostenere i nostri amici e compagni, per lavorare in solidarietà, per piangere le vittime della polizia e per far sì che questa violenza sistemica finisca un giorno – un metodo per continuare la lotta potrebbe essere quello di riconoscere che il ruolo di chi è in prima linea è quello di proteggere tutti gli altri. Quindi diciamo: welcome to the frontlines, benvenuti in prima linea, e anche in seconda e terza linea, e nelle linee mediche e di rifornimento, tutti occupano ruoli, illustrator, stampatori e distributori, live-streamer e tutti coloro che twittano informazioni dagli scanner della polizia. Forse questa volta possiamo esserci tutti insieme.