Categorie
Kultur / Cultura

La fabbrica sistemica. Sviluppo e ristrutturazione del «modello emiliano»

Partiamo da una premessa. Resta per noi ancora valido un vecchio assunto, che indicava nel medio raggio la collocazione del militante. Quel «livello intermedio tra l’alto e il basso, tra la teoria e la pratica, tra l’astrazione determinata del comando e la determinazione astratta della vita quotidiana». È sul medio raggio che il militante va a verificare le proprie ipotesi politiche verso il basso e a correggerle verso l’alto, determinando in questo modo linea politica e linea di condotta. Il medio raggio, quindi, è il livello fondamentale dell’agire politico, perché è l’unico nel quale la ricerca militante può anticipare, scommettendo, su ambivalenze dei soggetti e tendenze dei conflitti a venire, restando ancorata ai processi reali.

Con questo crediamo che il terreno per ogni sperimentazione politica lo si debba ricercare intorno alla nostra collocazione. Si tratta quindi di scandagliare il quotidiano finché questo non disegna una ragnatela di contraddizioni, abbastanza qualitative da prefigurare possibili conflitti, quanto più prossimi a noi per restare direttamente percorribili. Un’analisi storica, per esempio, ci offre strumenti pratici se e soltanto se ci vieta di vagabondare tra nostalgie del passato e fantasie dell’apocalisse. Allo stesso modo, una mappatura geografica dei rapporti di forza contemporanei che non ipotizzi punti specifici di intervento rischia di condurre a una sterile contemplazione della complessità universale, a un litigio con le stelle. E noi sappiamo che la complessità va posseduta, non ammirata.

Una prima fonte di informazioni e strumenti interpretativi più che compatibili con questa prospettiva l’abbiamo trovata in Oltre le mura dell’impresa. Vivere, abitare, lavorare nelle piattaforme territoriali (Deriveapprodi 2021), una raccolta di saggi rivolti alla descrizione dei cambiamenti nel tessuto produttivo dell’Italia settentrionale intercorsi negli ultimi vent’anni. Certo, nel libro non si avanza un progetto politico vero e proprio, se non con vaghi cenni a una volontà di riequilibrare il rapporto tra flussi di capitale e i luoghi di vita, una prospettiva riformistica che – è inutile dirlo – non ci compete, lasciandola volentieri ad altri. Ciononostante, il repertorio analitico ci pare decisamente chiaro, approfondito ed efficace nel riassumere processi multiformi, e quindi a facilitare quell’indispensabile lavoro di inchiesta che i militanti conducono (o dovrebbero condurre) nei propri spazi d’azione.

Il libro si compone, oltre che di un’introduzione di carattere generale, di studi focalizzati su singole aree transregionali – la superficie lombarda, il Nordest, i circuiti economici emiliano-romagnoli e il Piemonte postfordista – che si ritrovano accomunate tra loro per il fatto di reagire a trasformazioni capitalistiche in corso attraverso una medesima macro-traiettoria. Per quanto i contorni della fase a venire siano necessariamente indefiniti e in questi processi abbondino le specificità locali, possiamo riassumere l’attuale congiuntura nella centralità che assume il triangolo produttivo tra la Lombardia, il Veneto e l’Emilia-Romagna (convenientemente soprannominato LO.VE.R), che in parte sostituisce il precedente trinomio Genova-Milano-Torino. A differenza dal precedente, infatti, il nuovo triangolo non fa affidamento ai suoi vertici, situati sulle grandi imprese dei capoluoghi, bensì ai suoi lati, tracciati da grappoli di imprese in evoluzione e poli metropolitani che attraggono risorse qualificate e servizi avanzati. Una diffusione territoriale, dunque, di logiche di valorizzazione industriali.

In questo contesto, sono le città di medie dimensioni a svolgere il ruolo di testa di ponte di tali dinamiche. Intorno ad esse si è infatti stabilita un’ossatura di attività terziare in continua espansione, che garantisce sia un collante tra provincia e grandi flussi di capitale, sia il rinnovamento selettivo delle vecchie città-distretto (a sua volta una momentanea risposta alla crisi del fordismo, ma costretta in ambiti manifatturieri non più all’altezza degli attuali livelli tecnologici o catene del valore), sia un parziale assorbimento di una popolazione in età lavorativa altrimenti eccedentaria. Le città medie si ritrovano quindi ad affrontare il compito di organizzare reti di connessioni per attrezzare i territori di canali di impiego e valorizzazione all’altezza di questo periodo confuso di transizione. A tal fine diventa indispensabile moltiplicare le traiettorie che conducano a stabilire delle clientele robuste internamente ed esternamente, facendo leva su una reale o presunta specificità territoriale. Per questo motivo grosse moli di investimenti monetari e umani sono state indirizzate non solo alla ristrutturazione delle attività manifatturiere locali, ma anche e soprattutto all’assorbimento e all’(iper)industrializzazione (concetto di Romano Alquati) di forme della riproduzione sociale, dell’abitare, della partecipazione cittadina e della vita pubblica che apparentemente sembrerebbero agli antipodi rispetto all’industria.

La fabbrica diffusa, il territorio-fabbrica, si disegna quindi come un reticolato interconnesso ed eterogeneo di poli produttivi, università, ospedali, utility, fiere, piattaforme digitali, grandi progetti di riqualificazione: insomma, come insieme di cluster economici attivi nelle sfere della riproduzione, dall’organizzazione del consumo e giù fino alle infrastrutture che garantiscono le condizioni della vita personale. Una volta ristabilita quale cuore nevralgico della struttura cittadina, questa circolazione di valore reindirizza a monte la produzione tradizionale di beni. È opportuno quindi sottolineare come non si stia parlando di un mero utilizzo opportunistico di retoriche progressiste o ecologiste da parte capitalistica (pinkwashing, greenwashing e simili), ma dell’integrazione reale di elementi chiave della socialità e della qualità della vita (dalla condizione abitativa e la salute alla salvaguardia naturale) come fulcro del rilancio del sistema capitalistico nelle sue forme più internazionalizzate e finanziarizzate. Ma questa ripresa ha il suo prezzo.

Accanto a questi agglomerati produttivo-residenziali in ascesa, si notano infatti un folto numero di coni d’ombra produttivi e di aree di fragilità demografica, che solo a fatica riescono a mantenere un ruolo attivo in una congiuntura di tal fatta, ritrovandosi comunque sempre sull’orlo del declino. Nonostante la fanfara mediatica dei mesi di lockdown, che starnazzava le virtù del ritorno ai borghi e la fuga dalle città, permane il rischio di marginalizzazione e spopolamento per mancanza di sbocchi impiegatizi e di servizi nei comuni appenninici o nella nebulosa di aree a mancata transizione industriale come la Bassa, favorendo l’insorgere di sensazioni e paure di proletarizzazione in pezzi di ceto medio che progressivamente paiono procedere verso un “secondo tempo” del momento populista (apparentemente) lasciatoci alle spalle. Il pendolarismo risulta sempre meno una risposta adeguata a fronteggiare questi deserti lavorativi e abitativi, e il ventaglio delle soluzioni alternative si assottiglia. Tuttavia, anche internamente a questi settori di progressivo svantaggio si osservano disomogeneità e tendenze ambigue.

In alcuni contesti, l’arretramento verso la marginalità e la retrocessione verso forme di lavoro arcaiche risultano compatibili o persino funzionali all’innesto dei canali di verticalizzazione transnazionali – come dimostrato dall’esempio ormai abituale dell’apertura dei magazzini Amazon (a Piacenza, Scandiano, Spilamberto, ecc.) nei comuni con tassi di disoccupazione a crescita più rapida – , mentre altrove si rilevano scenari di netta crisi, collocata nel punto di intersezione tra due diversi campi di forze capitalistiche. Da una parte, un reticolo di imprese locali moribonde, segnate da difficoltà decennali e ormai croniche; dall’altro le dinamiche delle economie globali. Ne derivano continue tensioni tra tendenze alla razionalizzazione o all’automazione e la presunta natura “sociale” e “umana” del capitalismo di territorio. Dove sfuma la possibilità di inserirsi in circuiti più ampi (i quali, inevitabilmente, imporranno le loro traiettorie), intere sezioni di lavoro e imprese sono semplicemente lasciate morire di stenti. Le frizioni si complicano poi ulteriormente osservando che se nel Nord metropolitano – grazie al quale si alimentano i grandi processi delle economie immateriali – la pandemia ha pesato nella maniera più tragica, nelle aree interne e interstiziali questa ha gravato proporzionalmente di meno, ma ha probabilmente accelerato processi di declino antropico e di isolamento.

Come si è visto, una volta adottata una lente temporale e spaziale di medio-raggio diviene possibile seguire più agilmente i contorni dei presenti squilibri nella conformazione urbana e nella composizione sociale, in un contesto nel quale il capitale tenta di sopravvivere alle proprie crisi mostrandosi pronto, dove necessario, a “mangiare se stesso”. Ma cosa vediamo nei nostri luoghi di vita e d’azione, vale a dire l’Emilia centrale e la provincia modenese?

Qui sono due i pilastri su cui si regge la ristrutturazione della produzione: l’innovazione pianificata dall’alto, sostenuta da specifiche policies regionali, e il continuo intreccio di coalizioni tra imprese e corpi intermedi locali in basso. Il meccanismo risulta qui particolarmente rodato, considerando la storia della regione “rossa” e ricordando i tre vettori che hanno costituito il cosiddetto “modello emiliano”, almeno nelle sue ultime fasi: a) forti politiche regionali tese alla costruzione di un ecosistema dell’innovazione tecnologica, collegata soprattutto all’export; b) la progressiva estensione e depoliticizzazione del terzo settore e del volontariato come erogatore di welfare; c) l’enfasi sulla dimensione “civica” e “partecipativa” della vita urbana quale strumento per una governance della crescita. Tuttavia, nel corso degli ultimi venti anni questo blocco amministrativo ha incontrato difficoltà e rallentamenti, che hanno favorito l’affermazione di sfidanti all’egemonia amministrativa tradizionale, M5S e Lega su tutti. Allo stesso tempo però, come hanno indicato le passate elezioni, si ipotizza una ripresa delle élite cittadine classiche, la cui agenda pro-crescita e pro-green potrebbe trovarsi consolidata nei prossimi anni, tenendo presente le parole d’ordine e la via tracciata dal Pnrr.

Molti indicatori fanno infatti ipotizzare un tentativo di ri-creazione di un nuovo ceto medio di “competenti”, tardo-giovanile, a cultura tecnica e civile, messo a valore politico come spina dorsale della ristrutturazione degli assetti economico-gestionali dei territori (post)pandemici. Il frutto di tale progressiva sinergia e organicità tra università e imprese leader, ricerca e servizi avanzati attivi nella digitalizzazione o nella sostenibilità ambientale sarà quindi una fabbrica sistemica, diretta alla qualificazione selettiva delle filiere e all’istituzionalizzazione delle reti collaborative collettive, che presume anche la ristrutturazione stessa della forza-lavoro: la formazione di una classe operaia 4.0 per un’industria 4.0 per la quale il ruolo di Istituti tecnici ed enti formativi regionali diventerà baricentrale. Si prelude quindi a un salto di scala, non soltanto per l’intensità della capitalizzazione, ma anche e soprattutto per l’espansione della fabbrica diffusa come organismo di gestione urbana, e la conseguente produzione capitalistica di nuove soggettività. Citando il volume, si tratta di

un modello di policy che punta ad accompagnare la creazione di esternalità e a incorporare nelle filiere sapere tecnoscientifico nelle culture e modelli produttivi attraverso la formazione condivisa tra imprese e istituzioni di nuove leve di operai, tecnici, quadri, manager, una sorta di “cervello sociale” costituito non solo da saperi astratti e R&S, ma da etica del lavoro, passione collettiva, qualità della vita urbana, servizi, infrastrutture collettive pubbliche e private, start-up e nuova composizione sociale. Un ecosistema/piattaforma che sostiene processi trasversali e che funziona come meccanismo di traduzione di tutte queste risorse sociali in forza competitiva. Una industria che si alimenta non solo di macchine, ma di fattori immateriali, di qualità culturali. Il nucleo motore del “modello emiliano” oggi risiede in primo luogo in una visione progressista e di nuovo umanesimo industriale nel senso della produzione di capitale umano di nuovo tipo, a sostegno di una industria che incorpori la questione del limite ambientale, in cui la crescita industriale equilibrata consiste nel promuovere sistemi industriali diffusi più che singoli settori, e le capacità collettive di produrre “teste ben fatte” e capitale territoriale. (p. 158).

Il capitolo sull’Emilia, scritto da Simone Bertolino e Albino Gusmeroli, a nostro modo di vedere espone in maniera eccellente le sfaccettature di questi processi, descrivendo dettagliatamente le trasformazioni nella cooperazione pubblica e nelle mediazioni istituzionali, nel mecenatismo delle imprese e nella progettualità sociale; ma il merito maggiore resta quello di aver ben evidenziato l’altra faccia dello sviluppo. Come già negli anni Settanta i ricercatori raccolti intorno ai «Quaderni del Territorio» avevano dimostrato, lo sviluppo industriale e tecnologico di alcune aree si determina in funzione di retrocessione e sottosviluppo di altre aree. Per dirla in altri termini, non si comprende fino in fondo cosa comporti il modello delle “valley” (Motor Valley, Food Valley, Data Valley ecc.) strettamente collegato alle catene del valore globali (e tedesche) né la loro trasversalità rispetto alle classiche partizioni tra manifatturiero, terziario, agroalimentare, ICT e reti urbane se non si tiene sullo sfondo il costante decadimento delle aree marginali, interne e appenniniche, segnate da spopolamento crescente, alti tassi di disoccupazione e rarefazione delle risorse comunitarie di base. Le ripercussioni sociali di questi andamenti sono difficili da anticipare, ma già ora sollevano grosse domande.

Potremmo ipotizzare, ma non ci spingiamo più oltre, che la recente ondata di femminicidi, omicidi-suicidi familiari e violenza cruenta nelle retrovie delle “province ricche” sia almeno in parte leggibile in questo contesto. Come spesso accade, chi non vede un domani davanti a sé, e non cerca la trasformazione dell’esistente, può cercare il tramonto, il tramonto tout court. Se poi teniamo presente che, in questi luoghi, insieme allo sfaldamento comunitario si dirada sempre più una militanza complessiva che tenga insieme anticapitalismo e questione di genere, o anche solo che le risorse per case delle donne diventano sempre più inadeguate e che la cura della salute mentale retrocede nelle agende cittadine, appare evidente la dimensione strutturale del fenomeno, che eccede di lungo gli steccati quietistici della cronaca locale. 

Sospendiamo per un momento le ipotesi, e ritorniamo su dati ormai sicuri. Infatti, non dobbiamo dimenticare che anche le aspettative coltivate nel processo di costruzione di questo possibile nuovo ceto medio, legato alle possibilità di rilancio dell’accumulazione capitalistica e dello sviluppo (post)pandemico, saranno con ogni probabilità infrante. Non solo su episodi di forte frustrazione e di nero disincanto una volta addentato il frutto dell’ipocrisia progressista e civica su temi come la partecipazione, l’inclusione o l’ambiente. Anche allargando lo sguardo, in un contesto geopolitico e geoeconomico in forte tensione e segnato per i prossimi anni dal Pnrr – vale a dire uno sfondo interamente segnato dalla ristrutturazione della globalizzazione per come l’abbiamo conosciuta fino a oggi, dal peso immane di un debito ormai difficilmente quantificabile e senza alcun margine per far ripartire cicli stabili di accumulazione, per non parlare del collasso ecologico – non si vedono garanzie per la tesaurizzazione dei risparmi o per un moto complessivo di ascesa sociale. Non a caso vari indicatori sottolineano fin da adesso un graduale divario tra le aspettative crescenti di fasce lavorative giovanili (si veda la “Great Resignation”, l’epidemia di dimissioni e di interruzioni volontarie da contratti di lavoro a tempo indeterminato, specialmente impiegatizi o del terziario) e le serie conseguenze a breve termine della ristrutturazione su questi settori (per esempio, l’aumento costante e generalizzato dei prezzi delle soluzioni immobiliari rivolte a ceti riflessivi “cool” e al lavoro autonomo giovanile, come i trilocali in area urbana).

Per concludere. Se queste ipotesi saranno verificate, ci domandiamo se la scommessa da lanciare non sia allora quella di inchiestare, oggi, le ambivalenze di soggettività baricentrali per il tentativo di rilancio sistemico dell’accumulazione capitalistica postpandemica, e anticipare lo scoppio di queste contraddizioni, per iniziare sin da ora un lavoro di medio periodo che consenta di inseguire una possibile, futura, nuova qualità del conflitto ed essere collocati nel vivo dei processi per non accodarcisi una volta manifestati, piuttosto che rincorrere soggetti della marginalità entro cui difficilmente si potrà perseguire una prospettiva qualitativa della rottura. Conviene investire sugli “obsoleti”, i “non rappresentati” di oggi – in cerca di nuova integrazione piuttosto che di inimicizia e sovversione – o i “delusi”, i “traditi” di domani, cioè i soggetti che recano su di sé l’esperienza della trasformazione del medio-raggio? È una pista che soltanto la prassi potrà saggiare, mettere a verifica e valutare. Nulla dunque da dare per scontato.

Categorie
Discorsoni / Analisi

Sindacati pagliacci da licenziare!

GKN a Firenze, Gianetti a Monza, Timken a Brescia. Sono solo le ultime e più note fabbriche che hanno chiuso nella notte, di nascosto, scappando come ladri.

Centinaia di operai e operaie che si ritrovano senza lavoro da un giorno all’altro, con una mail e tanti saluti dall’Amministratore delegato. Che si vanno ad aggiungere alle migliaia di lavoratori interinali, delle cooperative, precari lasciati a casa dai padroni, che siano italianissimi industriali, multinazionali o fondi speculativi.
Si scrive ristrutturazione, si legge macelleria. Ed è solo l’inizio. Sono le conseguenze dello sblocco dei licenziamenti voluto da Confindustria, appoggiato dal governo Draghi – e da tutti i partiti dal PD alla Lega, dai Cinquestelle alla Meloni – e sottoscritto dai sindacati senza colpo ferire.
Padroni e politici fanno il loro lavoro: profitti e poltrone, a ogni costo necessario. Ma i sindacati? Gli stessi sindacati che oggi si dicono dalla parte dei lavoratori ma che giusto ieri erano al tavolo con governo e Confindustria per concordare, tutti insieme appassionatamente, la macelleria che viene. Che oggi s’indignano per le «modalità non corrette» dei licenziamenti (per le mail!) e non per le intere comunità, le famiglie e i lavoratori prima usati e poi gettati nei rifiuti. I sindacati che prima si accordano per licenziare, e poi dopo i licenziamenti fanno sciopero… di due ore. Che prima lo mettono in culo ai lavoratori, e poi si presentano ai cancelli della fabbrica con i moduli dell’esubero e degli ammortizzatori da firmare (ovviamente previa tessera!). Una presa in giro a cui è arrivato il momento di dire BASTA.
E allora questi sindacati vanno sanzionati. E gli va ricordato quello che sono: pagliacci da licenziare. Perché non fanno i nostri interessi ma solo quelli dei padroni: che è la pace sociale, l’accettazione, la gestione della crisi attraverso deleghe, tavoli, burocrazia e accordi mentre passano sulle nostre vite. Un costo che, arrivati a questo punto, non possiamo più permetterci di sostenere.

Oggi non abbiamo bisogno di delegare qualcuno per piagnucolare e mettersi al tavolo di chi ci sfrutta e di chi ci comanda. Oggi abbiamo bisogno di organizzarci per lottare, qui e ora, con tutti coloro che sono senza riserve. Per riprendere in mano le nostre vite, per riprendere il potere di decidere.

Quel tavolo, noi, abbiamo solo bisogno di ribaltarlo.

Riprendiamoci tutto! Kamo Modena

Modena, sede CISL.
Modena, sede UIL.
Categorie
Kultur / Cultura

«Bestemmiare nelle risse per aumentare il nervoso». Una lettura di “Salario, prezzo e profitto” di K. Marx

I militanti non si trovano in natura, vanno prodotti. E su questo siamo tutti d’accordo. Il difficile viene quando siamo a misurarci con la qualità di questa produzione, più che con la quantità – che già, bene o male, è insufficiente. Proprio per tale motivo crediamo che l’ambito della formazione (o autoformazione) militante sia strategico per una soggettività politica collettiva, soprattutto nelle fasi dove l’esercito è ancora tutto da costruire, e più che andare all’assalto si preparano le battaglie a venire. «Bisogna ripartire dall’alto, bisogna ricostruire élite. Allora cerchiamo di creare i migliori. Per un certo periodo è necessario». Sono le parole di un cattivo maestro, che riprendono il filo di una tradizione rivoluzionaria antica. «Creare i migliori», in questo senso, per noi significa la formazione di quadri, avanguardie, militanti politici (chiamateli come più vi è congeniale) capaci di attrezzarsi progettualmente per cambiare i rapporti di forza e di potere, esprimendo uno scarto qualitativo. La ricerca di tale scarto, attraverso cui si misura la potenza politica di un progetto, crediamo sia una strada che debba muovere le nostre buone – ovvero cattive – intenzioni. Per questo pubblichiamo qualche appunto e piste di lettura presi in occasione di un nostro momento di autoformazione di qualche tempo fa su Salario, prezzo e profitto del vecchio Moro di Treviri (edizione di riferimento: Ombrecorte 2019, traduzione di Adelino Zanini), sperando possano essere utili anche fuori da qui.

 

«Il ruolo dei comunisti è, quindi, in ultima istanza, bestemmiare nelle risse per aumentare il nervoso». Cit.

 

1. Per cominciare, un po’ di inquadramento storico, per capire dove si inserisce il testo che oggi andremo a leggere e commentare. Salario, prezzo e profitto, scritto nel 1865, è una risposta di Marx alle tesi dell’owenista John Weston nel Consiglio generale della prima Internazionale: quindi una polemica contro il socialismo utopico, il riformismo, un preciso atteggiamento e punto di vista insiti dentro il movimento operaio dell’epoca. Si parte quindi dalla contrapposizione, da uno scontro, dall’antagonismo dentro la propria stessa parte contro ogni istanza di compatibilità, accomodamento, mediazione con la controparte. Il nemico, a quanto pare, ha articolazioni perfino dentro il nostro movimento. Marx parte dall’agire una cesura con esse.

2. Salario, prezzo e profitto è un saggio divulgativo che sintetizza le prime tre sezione del Capitale. L’invito non è tanto a concentrarsi sugli aspetti economicisti, ma sull’atteggiamento, l’angolo visuale, lo sguardo attraverso cui Marx osserva salari, prezzi e profitti e li piega ai propri fini di parte, rivolti quindi al conflitto tra una forza potenziale che lui vede ‒ la classe operaia – e il capitale.

3. Il punto centrale di Marx, che è un punto di metodo antagonista, e quindi comunista, è quello di trasformare una relazione economica ‒ non ci interesse se effettivamente vera o concreta o scientificamente provata nei termini in cui la traduce ‒ in un rapporto politico.

4. Dall’economico al politico: è questa l’operazione di Marx. Portare la questione del salario, quindi la questione dei rapporti di forza e di potere tra operai e capitale, dal terreno del capitale – l’economia – al terreno operaio – la politica. Non si vince sul terreno scelto dall’avversario dove esso detta legge, dove esso è la legge. Gli operai possono vincere – qui la questione del potere – solo sul terreno della politica, che è conflitto, organizzazione, organizzazione del conflitto e conflitto tra organizzazioni, quella operaia (il partito) e quella dei capitalisti (lo Stato).

5. È in questo senso che va letto Marx, che va letta la sua necessità di critica dell’economia politica per piegarla a sostegno di fini di parte, politici. Usare le armi del nemico, invadere il suo campo per strappargli quello che ci può servire per sconfiggerlo sul nostro terreno di battaglia. L’importanza di confrontarsi con un nemico alto, da pari a pari, forza contro forza, politica contro economia, operai contro capitale, è quello che ci manca proprio oggi. Da qui l’impasse nostra, ma anche del nostro nemico, che per sconfiggere la forza antagonista operaia ha dovuto nei fatti annientare il motore che lo tiene in vita: e di qui la crisi di valorizzazione del capitale che va avanti dagli anni Settanta, dopo la distruzione di quella composizione politica di classe che, con le sue lotte, aveva inceppato la catena di montaggio sociale.

6. Il salario quindi va usato come una questione politica, perché è indice dei rapporti di forza tra operai e capitale. Trasformare il salario da variabile dipendente dai profitti a variabile indipendente da essi è stato la meta delle lotte degli anni Sessanta e Settanta che hanno infatti messo in crisi il capitale (si veda rapporto Trilaterale del 1973). È stato uno scontro di potere sul piano economico, che ha fallito però perché non è stato in grado di uscire dalle fabbriche e generalizzarsi nella società, non è riuscito quindi a trasformarsi in scontro politico dispiegato, quindi per il potere, in costruzione di contropotere politico rivoluzionario in grado di conquistare le posizioni del nemico, ovvero gli apparati della riproduzione e del comando sociale del capitale, lo Stato. È fallito ‒ sia per limiti oggettivi ma anche soggettivi ‒ il passaggio dalla fabbrica alla società, dal potere dentro la fabbrica al potere fuori dalla fabbrica, nelle relazioni sociali e politiche dispiegate. È mancata l’organizzazione verticale – diffusa, in parte e in sufficiente, c’è stata ‒ di questo contropotere comunista, in grado di sostituirsi al potere organizzato dei padroni.

7. Il salario quindi va guardato non secondo una logica economica (i sindacati, i padroni) ma attraverso una lente politica. È quello che fa Marx con la categoria del salario relativo contro salario assoluto owenista, della forza lavoro contro il lavoro, del valore del lavoro contro il profitto. Il passaggio è quello dal guardare un rapporto (il salario) secondo l’occhio del padrone, del capitale, che è l’interesse generale, di tutti gli attori in gioco, quindi dove vince il più forte, che è il capitale, a quello del guardarlo secondo un punto di vista di parte, partigiano, irriducibile, che è quello dell’operaio, quindi uno sguardo che porta con sé inevitabilmente una prassi di rottura dell’equilibrio delle forze in gioco per fini sovversivi, una prassi di ribaltamento delle carte in tavolo.

8. Introduzione, pagina 17. Marx parte da una presa d’atto: «Sul continente, regna oggi una vera e propria epidemia di scioperi e richiesta generalizzata di aumento dei salari». Parte da un’osservazione concreta della realtà concreta dei comportamenti della composizione di classe, dall’osservazione delle lotte, degli atteggiamenti di rifiuto, dei conflitti, delle parole operaie che emergono sul salario. Lotte non ancora organizzate, evidentemente portatrici anche di istanze mistificate, conflitti spuri nati sull’onda della spontaneità ma con al centro una questione materiale che mobilita e porta allo scontro con le condizioni esistenti, con lo status quo, contro i padroni: il salario.

«Quando la teppa studia – si agisce la teoria». La banda Bellini.

9. Capitolo 1, pagina 22: «La volontà del capitalista consiste certamente nel prendere quanto più possibile. Ciò che noi dobbiamo fare non è parlare della sua volontà, ma indagare la sua forza, i limiti di questa forza e il carattere di questi limiti». Dopo aver cominciato la polemica, Marx si concentra sulle categorie con cui il punto di vista riformista guarda la realtà operaia, del salario, per sovvertirle. Qui l’indicazione di metodo di Marx: non concentrarsi sulla volontà del capitalista, in modo astratto, non guardare quello che vogliono i padroni per determinare se è giusto o sbagliato in modo morale, etico, filosofico. Di questo non ce ne frega niente, a noi interessa un’altra cosa del capitale: «indagare la sua forza, i limiti di questa forza e il carattere di questi limiti». Ovviamente, per combatterli, per vincere! Importante indicazione di metodo. Conoscere il proprio nemico, strappare la nostra forza dalle sue debolezze. Lo si può fare solo odiando il nostro nemico, conosce solo chi odia, chi si contrappone, chi si scontra.

10. Andiamo avanti, al capitolo 2. Non concentriamoci sugli aspetti economicisti, numerici, matematici della dissertazione. Ascoltiamo quello che Marx invece ci dice: qua ci dice di rifiutare l’oggettivismo, il considerare le leggi economiche capitaliste come lo stato di natura, come leggi naturali, immutabili, non trasformabili. Qua Marx ci dice che il salario che noi operai prendiamo non è retto da leggi naturali. È una questione non di oggettività, ma di soggettività, nello specifico di soggettività-contro. «Non c’è nulla di necessario in esso. [Il salario] può venire modificato dalla volontà del capitalista e può quindi essere modificato contro la sua volontà». La soggettività operaia non è una questione sociologica, ma una questione di conflitto. Senza lotta di classe non c’è classe operaia. La classe è quella che lotta. I soggetti che lottano.

11. Sempre nel capitolo 2, a pagina 24, c’è una bella metafora, quella della zuppiera: ciò che impedisce agli operai di prendere più zuppa (salario) dalla zuppiera (prodotto nazionale), non è la piccolezza della zuppiera (poco sviluppo dei mezzi produttivi), né la scarsità del suo contenuto (poca produzione), ma la piccolezza dei loro cucchiai. Ovvero, la loro debolezza, la loro non-forza. Attingere alla zuppa per l’operaio non è una questione regolata da fattori oggettivi, ma è una questione soggettiva, è una questione di forza, di rapporti di forza, di quanto la forza operaia riesce a strappare al capitale, attraverso gli unicisuoi strumenti (il cucchiaio), ovvero l’organizzazione, di attacco e non di difesa.

12. La prima parte del libro, fino al capitolo 6 su valore e lavoro, serve a Marx per smontare il punto di vista oggettivista del riformismo, puntandogli contro le sue stesse contraddizioni. Quello che vuole fare è delegittimarlo di fronte agli operai, dire che è fallace, combattere l’economia con argomenti dell’economia. È guerra del pensiero, lotta di classe sul livello della produzione intellettuale, a livelli alti. Anche questo è un campo di battaglia, che non va slegato dal movimento complessivo.

13. Andiamo dunque al capitolo 6, pagina 53. Valore e lavoro. In che cosa consiste il valore di una merce? Le merci nell’economia capitalista sono prodotti della cooperazione sociale, lavoro sociale realizzato, cristallizzato. Qual è la misura del valore delle merci? Il lavoro degli operai. Marx qui comincia a sferrare il contrattacco, dall’economia alla politica. Osservate l’operazione. Ricordate, siamo sul terreno economico, il terreno delle leggi del capitale. Ma mettere al centro il lavoro degli operai è un’operazione politica. Perché vuol dire mettere al centro la soggettività, quindi la possibilità della lotta. Marx vede una forza. Fa venire quindi prima l’operaio, poi il capitale. Prima una parte, poi il tutto. Mette a punto le condizioni stesse del conflitto. Indicazione di metodo. Punto di vista. Prassi del pensiero che diventa prassi.

14. Il valore relativo di una merce (attenzione: non prezzo, che è espressione monetaria del valore) si misura con quanto lavoro è fissata in essa. Come si misura la quantità di lavoro fissata? Con il tempo. Il tempo che l’operaio ci mette a produrla. Il tempo della propria vita che vende al capitalista. Che il capitalista ci ruba per estrarre pluslavoro, plusvalore. Ma questo si vede meglio avanti. Qua mettiamo in risalto la questione del tempo come misura del lavoro. Come questione centrale in rapporto al salario. Marx mette il tempo dell’operaio al centro del proprio discorso perché è sui tempi che si combatte la battaglia tra operai e capitale. Il tempo della propria vita quanto vale? Quale prezzo? È questo un nodo centrale politico, di lotta politica. Lottare per riprenderci il tempo di vita al maggior prezzo possibile. Meno lavoro, più salario. Il programma di lotta al centro dell’autunno caldo degli anni Sessanta e Settanta. La questione del tempo è strettamente collegata alla questione delle macchine. Valore, tempo, macchine. Intreccio centrale per ogni analisi odierna, al tempo del livello più alto di sviluppo globale della tecnologia (si veda la Cina), che va approfondita senza cadere in ideologie idiote come l’“accelerazionismo”, la “piena automazione” in regime capitalista, che non sono altro che riesumazioni di ideologie del progresso delle socialdemocrazie della Seconda internazionale fatte uscire dalla porta nel Novecento e rientrate oggi dalla finestra attraverso critical theory alla moda tra il ceto medio riflessivo.

15. Lasciamoci dietro queste ultime derive pagliaccesche, di cui non occorre proprio dire altro, e andiamo al capitolo 7, pagina 65, dove Marx fa un’importante distinzione tra lavoro e forza-lavoro: la forza-lavoro è quella che l’operaio vende al capitalista. È una merce. Ma non come tutte le altre. È una merce speciale. È una potenza in possibilità, in carne e ossa. È quindi appunto soggettività. «La forza-lavoro di un uomo consiste unicamente nella sua individualità vivente». Anche questa è un’operazione politica di Marx. Fa sbilanciare il rapporto operai-capitale su una parte precisa. La soggettività è la potenzialità di un’autonomia. «Il valore della forza-lavoro è determinato dalla quantità di lavoro della sua produzione». Qua entra in gioco la questione della riproduzione della forza-lavoro, le condizioni specifiche e storicamente determinate attraverso cui la forza-lavoro operaia, la soggettività, si crea, “ricarica” dopo essersi consumata, logorata, e i suoi costi. Un nodo politico. Costi da scaricare sul padrone o sull’operaio? Chi li paga? Anche questo è un terreno di lotta da politicizzare. E quali sono i terreni della riproduzione? I costi, monetari e di tempo, del trasporto per andare al lavoro che avvantaggiano il capitalista; l’istruzione e la formazione che servono a preparare l’operaio a lavorare (la scuola, l’università, tirocini, stage, corsi), gli svaghi del tempo libero e la cultura, gli affetti, la cura e il lavoro domestico delle donne nella società patriarcale. Qua si apre un mondo. Qual è oggi il peso complessivo della riproduzione per il capitale? È maggiore di quello della produzione stessa?

16. Andiamo avanti. Capitolo 8, sulla produzione del plusvalore, pagina 71. Il plusvalore (si veda definizione che ne dà Marx) è il prodotto del pluslavoro (idem per definizione) di cui si appropria il capitalista comprando la forza-lavoro dell’operaio per un determinato tempo. Il plusvalore è quindi incorporato dal capitalista rubando all’operaio il suo tempo. «È su questa sorta di scambio tra capitale e lavoro che la produzione capitalistica o il sistema salariato si fondano e riproducono, costantemente, l’operaio come operaio e il capitalista come capitalista». Passaggio molto importante. Qua Marx ci dice che il capitale non è tanto o solo una forma determinata di produzione (il capitalismo), ma è nella sostanza un rapporto sociale. Una ri/produzione di soggettività («l’operaio come operaio, il capitalista come capitalista») plasmata da determinati rapporti di forza e di potere. È su queste basi che il compito basilare dei militanti comunisti è quello di produrre, plasmare, costruire controsoggettività, a partire dai conflitti e dalle contraddizioni intrinseci che il rapporto di capitale porta con sé. Dentro il rapporto che tutto ingloba, e contro il rapporto, che è generale, per fini di parte, autonomi. Costruire quindi delle fabbriche di controsoggettività è la sfida più importante per un militante comunista. Dove si costruiscono? In che modo? Con che forma? Dal dentro dei processi o è solo possibile dall’esterno? Con quali soggetti? Attraverso quali comportamenti? È il nodo, sempre irrisolto, dell’agire militante attraverso l’organizzazione della parte nel e per il conflitto. Il nodo del partito, della ricomposizione di classe, del loro rapporto. Il nodo dell’autonomia, di classe e organizzata. Il partito, l’organizzazione, come fabbrica di controsoggettività autonoma, in lotta non solo contro il capitale, ma contro se stessa come soggettività prodotta dal capitale. L’operaio che rifiuta di farsi operaio per il capitale. Che lotta contra il lavoro, come sistema non solo di sfruttamento ma di produzione, appunto, di soggettività capitalista. Il grande compito a cui si è ritrovato a rispondere Lenin dopo l’Ottobre è stato appunto quello di costruire, allargare, far durare (la durata è sinonimo di istituzioni: la parte operaia ha bisogno di istituzioni operaie) la controsoggettività prodotta dalla rivoluzione. L’uomo e la donna sovietici: non uomini e donne nuovi, ma differenti. Un compito di portata antropologica.

I barbari.

17. Il capitolo 9 è importante. Qua Marx descrive come lo squilibrio nello scambio tra capitale e operai sia mascherato da un contratto. Entra quindi in gioco la storia, il portato dei processi umani che si sedimentano nel tempo. L’Inghilterra, dalla Magna Charta alla nascita del capitalismo industriale, la cultura anglosassone, calvinista, dello spirito del capitalismo. Entrano in gioco le istituzioni borghesi, la cultura giuridica liberale, la legge dello Stato che regola, formalizza, dà veste e struttura alle leggi sedicenti naturali dell’economia capitalista. Costruire forme, apparati e culture altre che diano legittimità, struttura e durata al contropotere operaio, al potere comunista, deve essere un compito alto su cui riflettere, senza fare ricette per l’avvenire. Con la priorità, però, di rompere il continuum dello status quo, destituire le forme nemiche. È questa la nostra storia, il nostro compito storico.

18. Capitolo 11, pagina 79. Si parla sempre di plusvalore. Si ripete il metodo. Non ci interessa se è vero o falso quello che Marx dice riguardo all’economia. Non è questo il punto. Marx fa l’operazione politica di mettere al centro del quadro che sta dipingendo gli operai. Li rende protagonisti della storia perché lì ha visto una forza tendenziale in un punto preciso dove loro sono più forti e il capitale è più debole. Una soggettività parziale perno dei processi, in modo che poi possa sovvertirli. «Rendita fondiaria, interesse, profitto industriale sono soltanto nomi diversi per diverse parti del plusvalore della merce, o del lavoro non pagato in essa contenuto, e scaturiscono in egual modo da questa fonte e unicamente da essa», ovvero il plusvalore che il capitalista spreme dagli operai. «Quindi il rapporto fra tale tipo di capitalista e l’operaio salariato è il perno di tutto il sistema salariato e di tutto l’attuale sistema di produzione». Stessa cosa fa per il saggio di profitto. Prima ci mostra cosa è per l’interesse generale, quindi per il capitale, poi ci vedere cosa è per l’operaio, per una parte, il tutto ai fini della lotta, per sobillare e produrre lotta, dare armi non solo concettuali ma indicazioni materiali agli operai di dove andare a colpire. Performatività marxiana del conflitto.

19. Ancora al capitolo 12, pagina 84. Marx parla ancora del valore spartito tra operai e capitale, «quanto più riceve uno, tanto meno riceverà l’altro»: il salario è l’indice dello scontro in atto tra forze contrapposte. Qua Marx ci dice che se i padroni ridono, gli operai piangono, e viceversa. Non ci sono mediazioni, non ci sono terzietà. Il due significa guerra: amico/nemico, la lezione schmittiana. Si lotta per fare male, questo dice il Moro di Treviri. «Se i salari diminuiscono, aumenteranno i profitti; se i salari aumentano, diminuiranno i profitti». Non c’è una via di mezzo, per Marx, per i militanti, per i comunisti. O tutto o niente. Questo è pensiero e metodo del conflitto. È politica, non economia. Semplificare, possedendola, la complessità. Individuare, conoscendolo, il nemico. Chiarificare, allargandolo, lo scontro. Organizzare la forza, di una parte, intorno ad esso. Punto di vista. Metodo. Prassi. Sta tutto qua l’insegnamento che Marx fa ai militanti comunisti.

20. Ci avviciniamo alla conclusione. Siamo al capitolo 13, pagine 92-93. Si parla di operai, tempo e macchine. Ci bastino qua frammenti di appunti. «Gli operai adempiono solamente un dovere verso se stessi e verso la loro razza. Essi non fanno altro che porre dei limiti all’usurpazione tirannica del capitale. Il tempo è lo spazio dello sviluppo umano». Più salario, meno (tempo di) lavoro. Attraverso l’automazione. Rapporto tra operai e macchine (è il capitale. Accelerare vuol dire approfondire il capitale, nient’altro. Eschaton). Macchine contro operai (disoccupazione strutturale/possibilità di liberazione?). Operai contro macchine (luddismo antimoderno, freno allo sviluppo?). Conquistare tempo. Riprenderci il tempo. Prendere tempo (Katechon).

21. Siamo arrivati all’ultimo capitolo, il 14: “La lotta tra capitale e lavoro e i suoi risultati”. Giunti a questo punto è tutto molto più chiaro. Marx non parla di sfruttati, poveri, emarginati e vittime («affamati e disperati», cit.). Marx ha parlato tutto il tempo di sfruttamento, lotta, forza e potere. Il conflitto, la sua possibilità incessante, tra operai e capitale non è separabile dal sistema salariato, è intrinseco al sistema. Il lavoro non è una merce qualsiasi, il suo valore non è comparabile a quello delle altre merci, e non è una grandezza fissa (come i profitti, che nel capitalismo sono variabile indipendente), ma variabile: «La cosa si riduce alla questione dei rapporti di forza tra le parti in lotta». Gli interventi legislativi dello Stato dall’esterno sono determinati dai rapporti di forza tra classi: senza la lotta operaia, non ci sarebbero diritti, Statuti del lavoro, costituzioni. Sono cristallizzazione di quei rapporti di forza, e infatti quando vengono meno le lotte i diritti, le conquiste e le leggi vengono smantellati, con buona pace della sinistra. Ma non è questo infatti che deve competere ai comunisti. Fulcro della loro militanza non è far avanzare in modo progressivo il diritto dentro e fuori la fabbrica, le condizioni di vita e di lavoro, la società nel suo complesso, ma porre la questione del potere e del contropotere, piegare i rapporti di forza sempre più a vantaggio della propria parte, attraverso organizzazione e lotta. Porre la domanda “chi comanda qua?” deve essere a fondamento dell’attività dei comunisti. «È proprio questa necessità di un’azione politica generale che ci fornisce la prova che nella lotta puramente economica il capitale è più forte». Come militanti politici non dobbiamo impantanarci nella sindacalizzazione del conflitto, trasformandoci in rappresentanti, sindacalisti o funzionari (predeterminando una compatibilità attraverso la ricerca di una trattativa, di un accordo, di un tavolo concertativo: lasciamolo fare al sindacato). È quello che abbiamo assistito in questi anni: militanti politici che diventano di fatto funzionari. La direzione del movimento è all’opposto di quello che accadeva, per esempio, negli anni Sessanta e Settanta durante il grande ciclo di conflittualità sociale trainato dalle lotte dell’operaio-massa, quando lo scopo era la soggettivazione politica di lavoratori e avanguardie di lotta verso l’esterno della fabbrica, portare l’autonomia degli operai a rompere gli argini sindacali e organizzarsi su tutto il terreno sociale contro il capitalista collettivo, lo Stato. Oggi invece abbiamo visto il processo contrario, dall’autonomia al sindacalismo. La vertenza è spesso l’inizio di una lotta, ma anche la sua fine. Occorre muoversi con la consapevolezza che mettendo da parte la vertenzialità si rischia di sgonfiare la mobilitazione, ma anche che schiacciandosi, limitandosi, agendo in modo vertenziale si prosciuga il senso politico che deve avere la nostra azione, il nostro compito di militanti, che è quello di allargare e verticalizzare lo scontro, per superare la vertenza, la fase sindacale del conflitto. Che è quello di esprimere e collegare in ogni momento, in ogni anello del nostro agire l’«attualità della rivoluzione». I sindacati passano, ma la lotta di classe resta. I militanti devono essere agenti della radicalizzazione e generalizzazione della lotta di classe dispiegandola sul terreno sociale complessivo come istanza di contro/potere operaio. Altrimenti rimanendo dentro le fabbriche, i magazzini, i posti di lavoro, benché roccaforti e nonostante il relativo potere e miglioramenti materiali conquistati grazie alle lotte, si rimane esposti alla risposta del capitale, che ha tutte le risorse e il tempo che vuole per toglierci il terreno da sotto i piedi, anche a costo di metterci dieci anni, anche a costo di perderci economicamente per una fase, tramite un combinato di ristrutturazione dell’organizzazione del lavoro e del sistema produttivo, innovazione capitalistica e tecnologica, oltre che di repressione. Vediamo l’operaio massa negli anni Settanta (ma l’esempio potrebbe valere anche per il mondo della logistica oggi): il padrone complessivo ha dovuto aspettare un decennio, ma mancando, non riuscendo o evitando una ricomposizione di classe, una generalizzazione politica delle lotte operaie cucita dai militanti comunisti (è la lezione leniniana, il rapporto tra spontaneità e organizzazione) verso l’esterno, non poteva che esserci l’esito visto, l’introduzione di sistemi di automazione e la ristrutturazione produttiva, che frantumano le concentrazioni di avanguardie, “spacchettano” le roccaforti operaie riallocando geograficamente unità minori dove meno sviluppato e forte è il movimento, dividono, parcellizzano, stratificano, disperdono, isolano ed espellono sempre più forza-lavoro passata per il precedente ciclo di lotte dai luoghi di lavoro, spezzandone progressivamente la resistenza e tornando così, alla lunga, a pacificare i luoghi dello sfruttamento.

22. «Invece del motto conservatore: “Un equo salario per un equa giornata di lavoro!” gli operai devono scrivere sulla loro bandiera la parola d’ordine rivoluzionaria: “Abolizione del sistema del lavoro salariato!”». Qua, in conclusione, tutta l’indicazione di Marx e di questo scritto, che ne esprime lo sguardo di metodo. Il punto di vista della rottura, l’attualità della rivoluzione, della classe vendicatrice, che coglie il tutto dalla parte, che conosce veramente perché veramente odia. Si lotta sempre contro, mai per ‒ e tanto basta per iniziare.

«Ai proletari non è concesso il lusso dell’ignoranza, che è invece privilegio dei borghesi».

 

Categorie
Troppo fuorismo / Inchiesta

Un punto di vista autonomo dalle fabbriche. Intervista a un operaio

Quella che segue è una chiacchierata che abbiamo fatto con un lavoratore di un’azienda metalmeccanica della nostra città. Una specie di “carotaggio atipico” su quello che si muove nelle fabbriche e nella composizione operaia “tradizionale” che per la maggiore caratterizzano il nostro territorio. Il nostro interlocutore è una figura mediana, politicizzata, che incorpora saperi e attitudini sedimentati dalla vicinanza o partecipazione a cicli di lotta ed esperienze politiche esauriti, ma che al contempo non è inquadrata in percorsi all’interno di sindacati, organizzazioni partitiche o strutture specifiche. Proprio per questo ci ha interessato la “sua versione” liminale, che evita da una parte quella distanza ideologica o quei filtri (sia “politicisti” che “sindacalisti”) che spesso dividono l’attivista, il delegato o il funzionario da uno sguardo lucido sul livello di massa, e dall’altra quell’aderenza al punto di vista dell’interesse generale che è il senso comune delle classi dominanti. Crediamo che queste parole possano essere utili per approfondire un’analisi di fase e di tendenza oltre gli slogan e le semplificazioni, per “misurare la temperatura” in determinati settori e per dare un punto di vista alternativo – o elementi per un ragionamento – rispetto alla questione della lotta di classe nel suo rapporto con la sindacalizzazione del conflitto. Buona lettura.

 

Ciao. Partiamo questa conversazione chiedendoti di presentarti sommariamente prima di iniziare con qualche domanda più specifica.

Lavoro in una fabbrica metalmeccanica emiliana, di media grandezza, sicuramente non piccola, come operaio, quindi tutto parte da questo mio punto di vista, sicuramente parzialissimo, e da quello che tocco con mano e vedo ormai da diversi anni. Provengo da una famiglia normalissima e faccio una vita normalissima, da operaio appunto, un operaio di trenta e passa anni che ha un lavoro fisso, ancora abbastanza “garantito”, se ha ancora senso questa parola. Sicuramente lo ha, rispetto ad altre situazioni e contesti. Premetto anche a scanso di equivoci che vengo da esperienze politiche, nel senso che ho gravitato qualche anno vicino a quella che una volta si poteva chiamare autonomia, o collettivi autonomi, della mia città. Adesso non credo esistano più, in ogni caso per dire quello che, per un periodo da più giovane, ho masticato e che comunque mi ha lasciato qualcosa, infatti in azienda per un piccolo tempo sono stato delegato sindacale, ma alla fine mi sono rotto il cazzo perché ho capito che non era la mia strada.

 

Come vedi la situazione, oggi, dentro la fabbrica, al tempo della crisi pandemica? Il Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr), presentato dal governo italiano all’Unione europea per sbloccare i finanziamenti del Recovery Fund, è presentato quasi come un nuovo New Deal, sicuramente visto dalle classi dirigenti come un’occasione di ristrutturazione capitalistica. Quali sono secondo te l’impatto e le prospettive sui luoghi di lavoro?

Per partire secondo me bisogna fare qualche passo indietro, andare indietro di qualche anno. Parlare di “Industria 4.0”, del Piano nazionale Industria 4.0, oggi potrebbe risultare, ai più, una roba vecchia, obsoleta, acqua passata. Niente di tutto ciò. Credo infatti che riprendere in mano questo argomento usandolo per analizzare ciò che potrà succedere nel prossimo futuro sia in una qualche maniera determinante. Mi spiego meglio. Di “Industria 4.0” si comincia a parlare all’interno della grande industria e delle multinazionali dell’automotive agli inizi degli anni Duemila come enorme opportunità di cambiamento e innovazione tecnologica del sistema lavoro in Italia, annunciando e preparando, a livello mediatico, quello che sarebbe stato il rinnovamento dei macchinari, degli stabilimenti, delle modalità di lavoro e di conseguenza dei sistemi produttivi all’interno delle fabbriche. Di fatto, chi più chi meno, negli anni seguenti si è fatto proprio questo nei luoghi di lavoro, dove i lavoratori passano gran parte delle loro giornate. Detto questo, è importante secondo il mio punto di vista capire meglio quali sono stati i motivi principali del 4.0 soprattutto, ripeto, in ottica di analisi odierna per quel che ci riguarda come comunisti.

Sicuramente il motivo politico delle associazioni imprenditoriali (Confindustra a tirare le fila) di promuovere, sostenere, espandere e finanziare questo tipo di percorso è stato quello di garantire all’industria italiana la possibilità di lavorare e allinearsi ai sistemi produttivi già presenti al di fuori della penisola. Per sintetizzare il tutto: garantire la competitività dell’industria italiana, e quindi il sempre più incerto posizionamento del paese, nel sistema Europa a trazione tedesca e più in generale nei rapporti della globalizzazione, nelle cosiddette catene globali del valore.

Alla pari della scelta politica, c’è poi sicuramente la scelta economica, ovvero l’enorme possibilità e opportunità offerta ai padroni per rinnovare i propri impianti e produzioni attraverso l’uso di fondi, sgravi, bonus e tutta una serie di canali preferenziali garantiti dallo Stato. Da qui certamente, anche l’occasione di maggiori profitti generati dal rinnovamento e dal cambio di passo strutturale della propria realtà aziendale.

Mi sono soffermato su questi due macro motivi perché la questione, per me, diventa interessante, nel senso che se uno legge tra le righe capisce che dietro alla questione politica c’è una volontà di “pianificare” del capitale volta a rinsaldarsi, entro una certa area, attraverso la standardizzazione dei processi produttivi, per competere magari con altri soggetti concorrenti nelle relazioni intercapitalistiche o avversarie (mi riferisco ovviamente alla Cina), e nel secondo aspetto, quello economico, c’è tutta la questione odierna e futura di quello che ormai sentiamo chiamare dappertutto come “welfare”. Mondo, quello del welfare, in cui si aprono innumerevoli canali di spesa economica privata in cui le aziende si rendono promotrici di tutta una serie di servizi, privati, “al servizio” del lavoratore. Soldi che paiono regalati, donati, dalle aziende ai lavoratori, ma che di fatto sono somme economiche già incanalate per essere spese in modo vincolato. Questione quella del welfare che fa gola ai padroni dal momento che qualche soldo gli torna indietro e fa gola ai lavoratori perché vengono venduti come soldi puliti, detassati.

Deep Padania visual classic.

Puoi dirci di più su come si è articolato dentro le fabbriche, sui luoghi di lavoro, tra gli operai, questo primo “Piano nazionale” che sembra anticipare, quasi spianare la strada al Pnrr?

Dal convincimento dei padroni nel dare seguito alle parole delle proprie associazioni rappresentative con i fatti, è iniziato un vero e proprio percorso all’interno delle aziende: corsi di formazione e aggiornamento su tutti i fronti e soprattutto puntando su competenze, saperi e caratteristiche di tipo “umanistico” per quel che riguarda tutte le figure lavorative. Per “umanistici” intendo corsi di insegnamento all’uso delle parole, del dialogo, delle modalità di comportamento e quindi della costruzione di un sistema dove deve regnare la collaborazione tra i lavoratori e i quadri per un unico fine, un unico scopo: fare e dare il massimo all’azienda e perseguire tutti gli obiettivi aziendali e padronali.

Mi spiego meglio. I padroni in questi anni attraverso tali corsi hanno prodotto, insegnato, diffuso un lessico – che è loro – ai lavoratori, hanno diciamo lavorato per avvicinare i due lessici, quello del lavoratore comune e quello del quadro dirigenziale, in modo tale che anche l’operaio si sentisse un dirigente al servizio dell’azienda. Questa costruzione umanistica dei lessici, degli usi, dei modi è stata usata per spazzare via tutte quelle criticità che nascono nel lavoro quotidianamente tra figure diverse all’interno della stessa azienda, con discussioni che vanno oltre il mero aspetto lavorativo, che riguardano proprio l’approccio mentale, il punto di vista. Si è voluto standardizzare i modi tra chi taglia il ferro in officina e chi fa programmazione annuale di vendita in ufficio, per esempio: avvicino le due figure, che sono distanti nella gerarchia, nel salario, nell’attitudine, e le faccio lavorare in comune per l’azienda. La costruzione di una pace sociale e di una “pace mentale” comune con lo scopo di andare in un’unica direzione: quella del lessico dei padroni, ovvero quella della “produttività”, del “fatturato”, dell’“efficienza”, della “presenza”, dell’“amore” e la “cura” per l’azienda – che non è neanche una cosa del tutto negativa, ma se diventa amore e cura per il profitto del padrone diventa tutta un altro paio di maniche –… in questo senso i corsi formativi umanistici sono serviti a standardizzare e portare sulla linea padronale il lavoratore comune, l’operaio che viene a lavorare per farsi le 8 ore e basta per portarsi a casa la pagnotta un altro giorno ancora. No, il lavoratore deve metterci qualcosa in più, qualcosa di sé, quelle 8 ore devono dare qualcosa in più al padrone, devono dare efficienza, collaborazione e produttività. Standardizzare le parole, i modi e gli usi di un operaio a un quadro dirigenziale vuol fare sentire il lavoratore padrone e dirigente nel proprio reparto di lavoro, creargli quella sensazione di essere padrone del suo reparto, di essere coinvolto direttamente nell’efficienza del reparto, nella responsabilità del reparto: il lavoratore non è più quello che timbra, mette i pezzi sulla macchina, segna i pezzi, va in pausa, mangia, ricomincia fino a quando finisce il turno e torna a casa, ma quella persona che deve sentirsi direttamente coinvolto nell’efficienza, nella produttività, negli obiettivi dell’azienda, e quindi della dirigenza. Queste parole di merda che cominciano a girare tra gli operai.

Per farvi un esempio, nella mia azienda questo corso è stato fatto così: per un periodo è stato tenuto diviso in due parti nella giornata, alla mattina gli operai d’officina, magazzino, montaggio, quelli del manuale diciamo, al pomeriggio i quadri dirigenziali e quadri di reparto. Hanno fatto così per qualche tempo, poi hanno mescolato le persone ed esposto quello che era uscito precedentemente, iniziando una discussione condivisa su come risolvere i problemi, le criticità, le difficolta… trovando insieme la soluzione che andasse bene a tutti, sia all’operaio che al quadro. La responsabilità lavorativa è stata molto sottolineata, ancora più che la produttività o l’efficienza: responsabilità di reparto, della propria mansione, di gestire i problemi, responsabilità economica di tutela aziendale sui fatturati e sui risultati. Insomma, tutta questa roba da risorse umane alla fine mi sembra quello a cui aspirano, in fin dei conti, i sindacati, soprattutto confederali, in cambio di qualche contentino da parte dei padroni. Quando hanno cominciato nella mia azienda sono andato al primo corso, ho ribattuto alla ragazza che lo teneva su alcune questioni, non mi ricordo nello specifico, ma solo che dissi «No piano, aspetti un attimo…» e un po’ dei miei colleghi in quel momento mi sono venuti dietro. Poi non mi hanno fatto più andare (ride).

Oltre a questo percorso, con “Industria 4.0” ci sono state assunzioni a tappeto di consulenti aziendali che hanno avuto tempo, modo e relazioni per cogliere tutto ciò che doveva essere cambiato, modificato, tolto o aggiunto all’interno delle produzioni; poi accordi e progetti spesso sottoscritti dai padroni direttamente con la propria associazione di categoria per la gestione delle contabilità, delle assunzioni di nuova forza lavoro tramite le centinaia e centinaia di agenzie interinali (o cooperative, a seconda del settore) presenti in ogni dove; poi relazioni nuove con fornitori di macchinari fino a quel momento sconosciuti o mai presi in considerazione e quindi anche nuove relazioni che hanno poi portato anche a nuove commesse e a maggiori possibilità di fatturato per come dicevo poco fa.

Insomma, tutta una serie di questioni e azioni padronali fatte in diversi ambiti e ognuna mirata al proprio singolo obiettivo, ma coordinate e direzionate verso lo stesso risultato, lo stesso “sistema lavoro”.

Modena, Pyongyang, Potsdam, Caracas, Bengasi, Perm’…

Quali sono state le reazioni dei lavoratori a questo processo, e che ruolo hanno avuto – se hanno avuto un ruolo – i sindacati?

È proprio in questo momento che si è aperta un’ulteriore fase che oggi pesa come un macigno in quelli che sono gli equilibri di fabbrica, ma soprattutto per quelle che sono le rivendicazioni all’interno del mondo del lavoro: sto parlando della cogestione. Vero e proprio anello di raccordo mancante tra comando d’impresa e forza lavoro, è con essa che si fonde il punto di saldatura tra di loro. C’è chi si dice da sempre contrario tra i lavoratori e all’interno dei sindacati sia confederali che di base, c’è chi sostiene invece che si tratta di un’enorme possibilità nel capire e intervenire su tutta quella che è la parte decisionale dei padroni nei confronti dei lavoratori, soprattutto i sindacati confederali. Certo è che, sicuramente, i lavoratori si sono trovati impreparati al confronto e non hanno saputo gestire questo tipo di relazione con le parti dirigenziali aziendali. Quello che sarebbe, forse, potuto diventare un cavallo di troia per i padroni, si è invece palesato nelle fabbriche come vero e proprio modello di falsa cogestione dai risultati davvero sconfortanti per quel che riguarda, come ho dentro sopra, il conflitto operaio dentro e di conseguenza anche fuori dalle fabbriche.

Si è trattato di una fase in cui si è costruita intorno alla figura del “lavoratore”, un lavoratore generico, tutta una dimensione in cui si sono affidati incarichi, compiti, doveri lavorativi praticamente a costo zero; semplicemente facendolo sentire parte di qualcosa in fabbrica così come fosse a casa sua. Sono nate finte relazioni dove si è messo da parte tutto (tutto ciò che è extra a dove il lavoratore passa la sua giornata lavorativa, sono messe da parte discussioni riguardanti le proprie vite fuori dalla fabbrica, condivisioni di tempo, relazioni e spazi familiari esterni alla fabbrica in cui i lavoratori discutono delle proprie forze, delle proprie idee politiche e anche dei loro obiettivi, e da qui anche il come arrivare ai propri obiettivi, alle proprie esigenze di vita e di sostegno economico della stessa) a fronte delle questioni puramente lavorative (si parla solo di lavoro e ormai viene naturale parlare solo di lavoro) attraverso le parole d’ordine, gli indirizzi e le modalità di chi comanda; e i lavoratori hanno bevuto, sono stati travolti da quest’onda già alta, forte, che ti spazza via portandoti con sé, che ben che vada riesci ad emergere per riprendere fiato.

Hanno mandato giù senza nemmeno rendersene conto e senza sentirne l’odore di marcio e oggi, in piena accelerazione della ristrutturazione produttiva dovuta alla pandemia, sono completamente nel caos sia mentale che pratico. Mille idee, mille scazzi, mille parole di battaglia, ma poi anche una sorta di atteggiamento che li frena, li fa sentire troppo e quindi talvolta sbagliati al cospetto del proprio padrone che fino a pochi anni fa credeva fosse magicamente diventato suo padre o semplicemente il suo nuovo migliore amico da gratificare ed elogiare. Si sentono sbagliati nel pensare di essere contro al padrone, e quindi inopportuni nel mettersi contro e pensare diversamente diventando contestatori del padrone.

 

Con l’avvento di questa fase determinata dalla pandemia, com’è cambiata la situazione in fabbrica? E come hai visto il ruolo di Confindustria?

Un blocco totale, quello dei lavoratori, che poco più di un anno fa si è acutizzato “grazie” alla pandemia da Covid-19, nonostante ci fosse stata qualche prima avvisaglia di scioperi spontanei, a marzo 2020, all’inizio di tutto il casino che poi è seguito.

Ma altrettanto particolare ed interessante da analizzare è che l’avvento della pandemia avviene pure nel momento storico in cui i padroni hanno la “tavola apparecchiata” per una totale gestione dello spazio lavorativo e dove avevano già tutto preparato, apparecchiato appunto, per fare bottino, un pieno di commesse e di fatturati in un 2020 in cui tutti gli elementi e tutta la situazione faceva presagire un anno davvero florido e prosperoso per loro, forse addirittura il primo vero anno “buono” post crisi del 2008 e post Industria 4.0! Avevano all’orizzonte un inizio di ciclo produttivo, probabilmente lungo svariati anni, davvero favorevole in cui nemmeno la presenza sindacale li avrebbe messi in difficoltà e anzi, con un minimo di rapporto pregresso e con altrettanto tatticismo avrebbero cogestito la situazione con loro sia dal punto di vista dei contratti interni, ma anche di tutte le questioni economiche che si sarebbero presentate dal 2020 in avanti.

Diciamo che è in questo momento che i padroni devono ricalibrare un po’ la loro linea tracciata precedentemente ed ecco che si trovano ad affrontare la pandemia in due situazioni parallele, ma che corrono alla stessa velocità.

La prima è sicuramente quella della gestione del virus all’interno degli stabilimenti. Le commesse previste nel portafoglio ordini ci sono, la forza lavoro è pronta quindi non ci si può assolutamente permettere il fermo degli stabilimenti!

La seconda è sicuramente quella contrattuale. Avere contratti aziendali in scadenza e dover affrontare, durante la pandemia, questioni ed eventuali problematiche legate ai contratti di secondo livello diventa sicuramente una preoccupazione in più e bisogna trovare una soluzione diversa, alternativa.

Ed ecco il grande ritorno in pompa magna di Confindustria “nazionale”, vero motore strategico padronale e di fatto figura politica di peso a livello istituzionale.

Come fare a non fermare le produzioni? Come fare a non fare entrare il virus dentro agli stabilimenti? E come fare, nel caso in cui riesca ad entrarci, a fare in modo che non diventi un problema, una difficoltà per il padrone? La strada sicura, maestra, e perfetta per dare risposta a queste domande diventa la cogestione nazionale del problema.

Dopo una stagione in cui la cogestione aziendale aveva funzionato per i padroni (pur non “funzionando”, evidentemente, nel pratico dalla parte dei lavoratori, oltre le belle parole), quale miglior occasione, per Confindustria, di rilanciarla con governo e segreterie nazionali dei sindacati confederali?

Il primo, il governo Conte-bis all’epoca – uscito dall’esperimento sovranista con la Lega ancora sotto il controllo salviniano – definito di centro-sinistra per l’alleanza giallo-rossa tra Movimento 5 Stelle, Partito democratico e Leu, a trazione anteriore all’insegna dei patti, degli accordi e delle intese con le parti. Un governo politico sempre “populista” ma in qualche modo smanioso di smarcarsi dalla precedente rete e di riprodurre, far vedere di tenere in mano, i meccanismi di mediazione. I secondi, i confederali, “tirati dentro” nel mucchio col ricatto (o, a essere sinceri, nemmeno col ricatto, nel senso che hanno capito la mossa anche senza esserci stato alcun ricatto) per non sparire definitivamente da tutto e da tutti, per non perdere l’ultimo senso della loro esistenza che gli è rimasto, quello di stare dentro i giochi come cinghia di trasmissione verso il basso in cambio dei finanziamenti statali che li fanno rimanere in piedi. In un momento storico sindacale confederale (ma non solo) difficilissimo e ai minimi termini soprattutto dentro alle fabbriche in termini di conflitto e rappresentanza vera, attiva tra i lavoratori, il tavolo ministeriale governativo ha rappresentato per i sindacati il bastone su cui reggersi per stare in piedi, per continuare a camminare zoppicando.

E da qui, l’intesa sul protocollo di gestione sanitaria all’interno degli stabilimenti lavorativi. Vero e proprio baluardo mediatico per governo e sindacati; vero e proprio strumento utile per i padroni per gestire a livello normativo la questione dentro alla fabbrica senza interrompere il flusso produttivo.

Le ragioni di quello che ho appena detto non sono altro che il risultato di ciò che è avvenuto nei mesi successivi all’intesa sul protocollo sanitario, perché di fatto i padroni hanno chiuso i propri perimetri produttivi, hanno deciso in autonomia come comportarsi in caso di difficoltà sanitarie presenti nei propri stabilimenti e, ultima questione che vi dà anche la misura della debolezza sindacale e dei lavoratori, gli accordi aziendali tra parti sociali e imprenditori si contano sulle dita di una mano.

Ma poi, di pari passo, ci sono le questioni contrattuali di secondo livello, quelle aziendali, che non devono e non possono rappresentare un problema, uno scoglio da dover superare. Migliaia e migliaia di contratti di secondo livello che per i lavoratori, nella maggior parte dei casi, valgono di più di un contratto nazionale.

E allora è proprio in questo momento che si arriva a capire la bontà e l’efficacia soprattutto del percorso formativo, aggregativo e “umano” di Industria 4.0 fatto dai padroni ai lavoratori. Eh si, perché, se è vero che si è aperta mesi fa una stagione nazionale contrattuale in cui vengono sottoscritte le intese più importanti in Italia (come ad esempio il contratto nazionale Federmeccanica o come quello del settore alimentare, per citarne solamente due tra i più), questo non sarebbe bastato ai padroni che i lavoratori pre-4.0 stessero comunque tranquilli, che si sentissero con le spalle coperte e rinunciando alle loro giuste rivendicazioni, anche contrattuali. E invece…. Bingo! Il lavoro di costruzione di cultura aziendale fatto dai padroni verso i lavoratori ha permesso ciò che ho detto. Un deciso cambio di passo “culturale” per andare a modificare l’atteggiamento e il comportamento dei lavoratori all’interno della fabbrica.

Da una parte le produzioni che vanno avanti, i fatturati che riprendono quota e il tempo perso del 2020 che viene recuperato dalle aziende. Dall’altra il “blocco” del lavoratore con un solo grande pensiero che passa nella sua testa: continuare a lavorare facendo passare i giorni che lo dividono dalla pensione, stando il più possibile tranquillo, senza problemi, senza rotture di coglioni. Un pensiero che lo porta e lo schiaccia alla solitudine, all’individualismo e all’esclusione totale da ciò che lo potrebbe aiutare per quelle che sarebbero le sue giuste rivendicazioni.

Zona industriale della Crocetta, Modena, anni Sessanta.

Parliamo di quello che è successo e succede fuori dalle fabbriche, dal punto di vista di chi sta dentro. Il totale capovolgimento della situazione data dalle ultime elezioni politiche, con la caduta del “Governo del cambiamento”, e l’arrivo di un “tecnico” del calibro di Draghi, che simbolicamente ha messo fine a una fase decennale che qualcuno ha chiamato “momento populista”. Quali elementi si stanno muovendo e cosa sta cambiando, in relazione alle riforme “strutturali” che il “governone nazionale” guidato dall’ex presidente Bce ha messo in conto di attuare?

Be’, ovviamente abbiamo visto il cambio di governo; l’avvento di Draghi e della sua missione da svolgere in Italia in funzione europeista e atlantica. Un momento storico in cui, dopo rotture parlamentari e di palazzo che hanno avuto il sapore di tutto tranne che del politico, Conte cede la poltrona a l’uomo “capace”, l’uomo “giusto”, quello che rappresenta la svolta epocale per l’Italia e per gli italiani. Colui che è sicuramente in grado di gestire al meglio i fior di quattrini in arrivo dall’Europa. Il governo dei “competenti”, dei “migliori”.

Che la motivazione sostanziale e principale del cambio Conte-Draghi sia stata proprio la gestione e la distribuzione del malloppo Recovery Fund erogato di fatto dalla Germania questo ormai è chiaro a tutti, anche ai muri.

Che il governo Conte fosse già traballante da tempo forse era stato meno chiaro alla gente, ma per quel che mi riguarda ero sicuro di questo nel momento in cui lo stesso Conte aprì quella famosa polemica con Meloni e Salvini in una delle sue uscite serali di spiegazione del Dpcm, in cui fece i famosi “nomi”. Una polemica che mi sembrò strana o comunque non coerente con la figura istituzionale che Conte aveva mantenuto fino a quel momento.

Detto questo, dopo i primi mesi di Draghi e del suo arrivo, sicuramente una questione di spicco è stata certamente quella della formazione del governo e dei vari ministri incaricati, ma anche su questo ormai si è scritto tanto e sinceramente non vedo più, ad oggi, una grande indignazione da questo punto di vista.

Certo è che il motivo principale per cui Draghi ha “dovuto” attuare questa assegnazione, questo scambio fatto con il bilancino da manuale, con i vari partiti dell’arco parlamentare è perché questi, da adesso fino a quando l’Italia tornerà ad elezioni, hanno bisogno assolutamente che i loro galoppini di fiducia vadano nei comuni, nelle province, nelle regioni per stringere accordi, raccogliere voti e favoritismi elettorali. È in quegli ambienti che si farà scambio di favori, poltrone e voti con i soldi del Recovery Fund.

Draghi arriva in Italia e porta con sé, stretta stretta, la sua agenda dei lavori, delle riforme.

La riforma degli organismi e apparati statali, della pubblica amministrazione, come prima questione, centrale; ed eccola già fatta. Un “serrate i ranghi” dove si dà ai lavoratori statali una parvenza di contratto nazionale con qualche centinaia di euro in più e forse qualche mezzo diritto che neanche verrà usato o rivendicato; in cambio la garanzia che questi lavorino, producano e gestiscano ciò che dovranno gestire nei prossimi mesi.

E qui il grande insegnamento dato dalla precedente gestione del reddito di cittadinanza e di Quota 100. Due riforme dall’alto profilo elettorale e propagandistico che, data anche l’impreparazione degli enti statali e delle camere del lavoro, non funzionarono nei mesi immediatamente successivi alla loro entrata in vigore; errore che non si deve commettere certamente stavolta. Oggi, che ci sarà da gestire, tra le altre, le pratiche dei licenziamenti di massa una volta sbloccati e degli ammortizzatori sociali (quelle che vengono chiamate come “politiche attive”), tutto dev’essere pronto, agile e sicuro per il popolo che ne avrà bisogno!

Parlavo prima della cogestione nazionale, del cambio di governo, della gestione del malloppo europeo e parlavo infine di riforme. Ecco, tutti e quattro i momenti si muovono nella stessa direzione, con un comune denominatore: la pace sociale.

Quella stessa pace sociale creata, oliata e perfettamente funzionante nelle fabbriche, ormai stabilmente presente in esse e che di fatto è perfetta per i padroni e per le loro produzioni. Pace sociale che deve per forza, dal loro punto di vista oggi, metterli nelle condizioni di decidere tutto quel che c’è da decidere senza ostacoli o rallentamenti, con nulla che li possa indicare come “cattivi”, ovvero controparte, nemici, o far vedere, per come li chiamo comunque io, padroni; anche per quella che sarà la fase dei licenziamenti.

Una fase nuova, voluta e cercata da anni che va ben oltre la gestione della forza-lavoro attuata con le false cooperative, i contratti degli appalti e subappalti o tutta la galassia “contrattuale” spuria e interinale esistente in Italia; siamo oltre, ben oltre. Qui si parla della fabbrica che adesso è in grado di reggere perfettamente i ritmi e i cicli produttivi odierni e dei prossimi anni (non solo nazionali) ed ecco il motivo per cui sono partito da Industria 4.0 all’inizio della mia carrellata cronologica degli eventi.

Una nuova fase di licenziamenti e di ammortizzatori sociali che si sarebbe aperta comunque e non per il fatto che esiste la pandemia. Non c’entra nulla la pandemia per come ci vogliono far credere! La pandemia ha avuto “solo” la malaugurata funzione di accelerare questo tipo di “percorso riformista” e viene usata in ambito lavorativo come strumento puramente riformista, dalla parte dei padroni. Ciò che potevano significare il virus e la pandemia sanitaria quale grossissimo problema per gli industriali e il sistema produttivo italiano è diventato invece un elemento di slancio, di innovazione, diretto e profondo, per gli stessi.

Un cambio di passo, quello pandemico, che non ha fatto altro che ampliare in quest’ultimo anno tre aspetti sociali diversi tra di loro.

Il primo è sicuramente quello di aver diffuso e portato alle orecchie del “popolo” le parole vittimistiche, il lamento, il dolore dei padroni nei confronti dei propri fatturati, delle proprie ambizioni imprenditoriali e questo è stato ed è tutt’ora un altro aspetto determinante al blocco conflittuale e rivendicativo dei lavoratori. Il fare vittimistico dei padroni ha fatto sì che il lavoratore si sentisse in dovere di sostenere le difficoltà imprenditoriali, pensando anche al futuro del proprio posto di lavoro e del proprio stipendio, mettendo da parte ciò che invece dovrebbe interessargli maggiormente e cioè il miglioramento delle sue condizioni di lavoro, del suo salario e di quel rapporto di forza nei confronti del padrone all’interno del sistema produttivo e della società. Nel sostenere il padrone, si crea e si è creato questo blocco rivendicativo e di riflesso anche conflittuale del lavoratore. Non la definirei nemmeno una tregua, nel senso che è qualcosa di più radicato all’interno della mente del lavoratore e quindi non si tratta di qualcosa che ha un tempo di inizio e di fine. È qualcosa di profondo dove si è lavoratori, ma allo stesso tempo per continuarlo ad esserlo ci si concede senza problemi al vittimismo imprenditoriale.

Il secondo è, senza dubbio, il concetto di farci sentire tutti sulla stessa barca. Partendo nel dire che nessuno è escluso si è creato quel tipo di immaginario sociale dove sembra che tutti abbiano gli stessi soldi, gli stessi privilegi, le stesse possibilità, le stesse difficoltà nell’affrontare la situazione pandemica italiana quando in realtà non è affatto così.

Terzo ed ultimo aspetto, determinante e avvilente da un certo punto di vista, il mettere al centro il lavoro, il dovere di lavorare e il “piacere” di lavorare per guadagnare, per avere nelle proprie tasche i soldi utili a vivere e sopravvivere al periodo delle chiusure, delle restrizioni a scacchiera, della crisi. Dico avvilente da un certo punto di vista perché come lavoratori dovremmo rivendicare soldi da un’altra parte e non vedere la strada vincente nel reperirne dallo stesso “popolo”. Si tratta della strada più semplice, più facile, ma che di fatto toglie da ogni responsabilità lo Stato, il sostegno che dovrebbe dare e ciò che dovrebbe restituire nel momento in cui al “popolo” servono soldi, risorse. Se il “popolo” sceglie invece di tornare a guadagnare ciucciando dalle tasche di se stesso direi che ci sia qualcosa che non va e che giri male…

Futuro anteriore. Che cosa vuole oggi la classe operaia?

Andando a finire, come vedi la prossima fase, che si prospetta dure e sarà determinata dallo sblocco dei licenziamenti? Sia dal punto di vista operaio, di quello che senti e tocchi con mano in fabbrica, che da quello delle varie organizzazioni sindacali che si candidano a gestirlo o a resistergli.

Riprendendo quello che dicevo poco fa, la pandemia ha accelerato la nuova fase dei licenziamenti. Ora, non so e non ho la bacchetta magica per dire che lo sblocco dei licenziamenti avverrà alla fine di giugno come per il momento sembra, però che avverrà ne sono praticamente certo. Come sono praticamente certo che non reggerà, in questo senso, il fatto che si partirà a licenziare chi oggi è assunto col Jobs act, ma che davvero tutti i lavoratori saranno uguali, messi sullo stesso piano, in quella fase. Probabilmente la questione Jobs Act e vecchio contratto sarà tutto nutrimento per le sigle sindacali che in un qualche modo andranno a trovare accordi nel momento in cui nelle fabbriche si procederà a licenziare; ma per il resto, lì penso che saremo davvero tutti sulla stessa barca (lo dico essendo lavoratore).

E i lavoratori saranno in gran parte spiazzati, apriranno le loro bocche senza sapere cosa dire o pensando solo in quel momento a cosa dire senza aver costruito una loro posizione precedente, ma come al solito arrivando lunghi, lunghissimi.

Lo dico perché, ad oggi, anche e soprattutto per quello che dicevo in precedenza dei rinnovi contrattuali nazionali, nelle fabbriche ci si sente sicuri, protetti, vincenti e dello sblocco dei licenziamenti non se ne parla. Non se ne parla nelle fabbriche metalmeccaniche, in quelle siderurgiche, dentro a quelle alimentari e nemmeno in quelle logistiche.

Tutti ambiti diffusissimi sul territorio nazionale italiano e tutti in costante cambiamento negli ultimi dieci-quindici anni. Un po’ per tutte le varie regolamentazioni che via via si vanno costantemente a modificare, un po’ per tutte le certificazioni che ognuno deve rispettare a livello non solo nazionale, ma riferite a quel mercato globale che ormai si è evoluto ed espanso e poi anche per quel che riguarda tutto il circuito di commercio online che è letteralmente esploso durante la pandemia.

Mi riferisco dunque al comparto logistico, dove centinaia e migliaia di lavoratori ormai da anni movimentano tonnellate e tonnellate di merce da consegnare in tutte le città, in tutte le strade italiane. Un ambito, quello logistico, in continua espansione e costruzione. Non c’è ormai città o regione italiana dove non ci sia un grande polo logistico epicentro di smistamento merci. Ambiente, quello logistico, dalle caratteristiche certamente diverse dalla maggior parte del resto delle realtà lavorative italiane in cui, per effetto di altrettante situazioni lavorative diverse, ha visto negli ultimi tempi forti circostanze conflittuali, rivendicative da parte di un’avanguardia di lavoratori. Rivendicazioni, da parte dei lavoratori, che negli anni hanno certamente avuto un’impronta marcata di resistenza allo sfruttamento durante la propria lunga ed estenuante giornata lavorativa e rivendicazioni, da parte sindacale, di rappresentanza all’interno degli stabilimenti.

Lo dico in modo trasparente e rimarco la differenza tra di loro perché è importante in questa fase capire e dare una fotografia il più possibile chiara e assente da sentimentalismi o mitizzazioni di come si sono evolute queste due “linee” rivendicative.

Non voglio assolutamente arrivare a dire che lavoratori e sindacati siano due figure distanti o comunque staccate gli uni dagli altri, però in quello che è stato l’inizio, il percorso rivendicativo e poi anche gli obiettivi (dichiarati e non) le differenze ci sono eccome.

Provo a spiegarmi meglio.

Il comparto logistico è stato l’ambito lavorativo in cui sono emerse enormi criticità dal punto di vista delle condizioni lavorative e contrattuali, e di conseguenza criticità all’interno dei sistemi produttivi adottati e presenti negli stabilimenti di riferimento. Luoghi di lavoro, questi, contraddistinti all’inizio da bassa tecnologia e dall’utilizzo massiccio di manodopera immigrata e poco specializzata, dove l’elemento dell’utilizzo di “cooperative spurie” – come giornali e media le hanno chiamate per distinguere delle sedicenti “cooperative buone” da quelle “cattive” – è dilagato e ha assunto di fatto un ruolo centrale all’interno dei processi lavorativi e dell’inquadramento della forza-lavoro. Da qui, le mobilitazioni dei lavoratori e le loro rivendicazioni in merito a turni, paghe orarie, caporalato e tutto quel che ne consegue in termini di diritti e tutele. Mobilitazioni operaie molto forti, effettivamente raccolte da alcuni sindacati di base e dalla loro dirigenza, che hanno avuto una fase esplosiva e di forte radicalità, espansione, allargamento, dopo un primo innesco a partire dal 2008, nel periodo che va circa dal 2011 al 2014/2015, ciclo di massima tensione e ascesa soprattutto qua in Emilia.

E da qui, come dicevo anche sopra, tutto il percorso di progressivo allargamento e stabilizzazione negli anni successivi, in cui da una parte continuano le mobilitazioni e la partecipazione alle vertenze, scioperi, picchetti degli operai e aumenta quindi la repressione sui lavoratori attivi e più esposti come avanguardie (qualcuno mi ha sempre insegnato che se la repressione aumenta vuol dire che si sta andando nella direzione giusta o che comunque si sta facendo male alla controparte) e dall’altra la battaglia intrapresa, e che si sta portando avanti, da parte sindacale di base per contare qualcosa, per essere riconosciuti e accettati nei tavoli di trattativa locali e nazionali.

È chiaro a tutti come, col passare di qualche anno, da quel picco di esplosione a oggi, anche il ruolo e la modalità conflittuale dei sindacati di base in questione siano mutati. È innegabile ed è sotto gli occhi di tutti come siano entrate a far parte del loro lessico tante parole che all’inizio non venivano usate o addirittura non volevano essere usate, a partire dagli stessi operai, in modo così costante e significativo. Parole quali “democrazia”, quali “rappresentanza interna”, quali “tavolo in Prefettura” e quindi il valore numerico di chi è tesserato e chi no.

Non mi stupisco e penso sia “normale”, legittimo, perché alla fine l’organizzazione-sindacato funziona così, nei fatti, che sia di base o confederale poco importa. È una strada di fatto obbligata, quella della “moderazione”, non nel senso delle forme di lotta ma più nel senso della compatibilità degli obiettivi, del dove si vuole andare, del rientrare nel recinto, per qualsiasi sigla sindacale per avere tutte le carte in regola alla partecipazione di tavoli contrattuali, e di conseguenza ad accordi contrattuali, che sono il pane per il mondo sindacale. Gli ultimi esempi di Piacenza, ma anche alcune situazioni e circostanze nel modenese, sono nitidi, palesi.

Una gara democratica di chi è più corretto, più rappresentativo e più legittimo a trattare, quella tra sindacati confederali e di base, che ha visto un confronto anche diretto tra rispettivi iscritti davanti ai cancelli o alle camere del lavoro.

Situazione, questa, che alla lunga non farà altro che mettere in crisi i lavoratori e la possibilità e opportunità di creare, generalizzare conflitto dentro e fuori dalla fabbrica, di portare fuori dalla vertenza singola o il settore singolo la lotta contro la presa per il culo che è questo modo di vita, questa società e come ce la vendono fatta e finita, immodificabile. Uno spazio, quello del conflitto dei lavoratori nella propria autonomia di interessi, bisogni, prospettive, che si assottiglia sempre più e che si schiaccia, si smorza, forse, in tavoli di discussione contrattuale, di accordi istituzionali e di tesseramento per uno o per un altro sindacato.

Un passaggio da sindacato a sindacato, che non farà altro che far perdere tempo ai lavoratori, alle loro vite, alle necessità che li accomunano rispetto magari alla diversità di “colori”, appartenenze, tessere o ideologie, ma che gonfierà il petto delle rispettive dirigenze sindacali che avranno la penna e il microfono facile per rappresentare la loro sigla come quella giusta, più pura e più vicina ai lavoratori. Insomma, più legittimata, accettata a sedersi a un tavolo con il padrone. Che è il mestiere dei sindacati, dei funzionari, certamente e su questo non ci piove, ma non dei militanti politici o dei comunisti, come vogliamo chiamarli non importa. Ecco, da operaio e comunista – l’emblema del disagio uno potrebbe dire –, be’ quel tavolo vorrei ribaltarlo…

«Oooh-issa! Oooh-issa! Oooh-issa!»
Categorie
Con le mani quando volete / Antifascismo

Pizzeria Dugin, ovvero di ristoratori e fascisti

Non avevamo ancora finito di scrivere del presidio di sabato organizzato da Terra dei Padri insieme alla campagna #IoApro, di come sempre, quando si accendono le telecamere, i clown, gli sciacalli e la loro sintesi cameratesca salgano sul palco, che ce l’hanno annullato sotto il naso, forse per il nervosismo di Italexit e di alcuni volti della ristorazione a ritrovarsi sotto i riflettori – di nuovo – con i compagni di banco, più intellettualini ma non meno somari, di Casapound…

Sabato, infatti, ci doveva essere in piazza Mazzini il primo tentativo ufficiale di Terra dei Padri – da quando sono iniziate le proteste di ristoratori, palestre, commercianti e partite iva tra ottobre e novembre 2020 («Tu ci chiudi, tu ci apri») – di mettere il cappello da tipici politicanti sulla rabbia e il malcontento di un segmento sociale in forte crisi nella nostra provincia, tra i più colpiti dalla gestione politica dell’emergenza pandemica: non stiamo parlando degli imprenditori della ristorazione, di chi possiede e gestisce svariati ristoranti, locali e imprese e fino a ieri applicava contratti a chiamata, in nero, pagando due spicci il lavoro precario di donne, camerieri, aiutanti, giovani e studenti, di cui non ci frega niente. Stiamo parlando invece di tutti coloro che vivono del proprio lavoro, che si fanno il culo dentro un bar, un pub o un’attività famigliare per pagare le rette ai propri figli, che si autosfruttano dietro un bancone o in un negozio, che si aprono una partita iva per non finire triturati dentro il magico mondo delle cooperative emiliane o dell’infimo precariato postlaurea.

«TUTTO ANNULLATO» annuncia Modena ai Geminiani sulla sua pagina, non prima di aver cancellato questo fantastico testo che prima campeggiava sulla locandina dell’evento: «Modena ai geminiani parteciperà all’evento riportato qui sotto. In nostra rappresentanza interverrà Daniele Berselli, il nostro portavoce. Il suo intervento riguarderà un congegno in grado di purificare l’aria e di eliminare il 99% dei virus [sic!], grazie all’azione dei raggi ultravioletti [doppio sic!]. Ovviamente con questo congegno si potrebbe riaprire in sicurezza, limitando e quasi azzerando il rischio di contagio, maggiori dettagli sulla nostra proposta li trovate qui [segue link al sito di questi “scienziati geminiani”, ndK]».

I camerati casaggìni (casaggesi? casaclown?) ci avevano già provato in precedenza a inserirsi nel loro sacrosanto malcontento, “rubando” alle tartarughe cerchiate il brand delle “Mascherine tricolori”, senza nessun risultato se non l’indifferenza della cittadinanza. Ma tant’è, perché non riprovarci ora che a Roma le telecamere si sono nuovamente accese dopo due scaramucce con la polizia?

“Chiagnere e fottere”. Ovvero, zìgher e cìaver. Questi politicanti di Casaggì, assenti da tutte le precedenti piazze cittadine di ristoratori e partite iva, si erano mossi subito dopo aver fiutato l’affare mediatico del momento. Insieme a Italexit di Paragone – reduce da cenette romantiche con la consigliera nera della Lega De Maio proprio durante la serata di “aperture disobbedienti” di #IoApro – e Modena ai Geminiani – gli scappati di casa di Forza Nuova, passati alla Rete dei Patri(di)oti –, si dovevano presentare in piazza per autonominarsi rappresentanti politici di questo segmento di ceto medio in crisi, per farsi delegare la rabbia e usarla nei giochetti di palazzo istituzionali o tra partiti, per raccattare due tessere per il “circolo” ancora senza sede e far fare il solito comizietto alla consigliera figlia del capo.

Peccato sia andata a finire così.

Perché a noi il logo dei fascisti, di Casaggì, Azione Studentesca e Modena ai Geminiani, ci piaceva di fianco a quelli di aziende come GymFive o delle catene di locali con ristoranti anche negli Stati Uniti. Perché le organizzazioni dei fascisti sono aziende qualunque. Partiti-azienda che senza sprezzo del ridicolo esaltano il «sangue contro l’oro», ma che poi funzionano secondo la stessa logica di una Srl di centri fitness. D’altronde, non è Terra dei Padri una pmi, un’azienda a conduzione famigliare, capace di generare profitti politici e poltrone a 360 gradi? Con il padre, in piazza, a spacciarsi come leader dell’opposizione al governo delle banche, dell’Europa e dei globalisti, e la figlia, nei palazzi, consigliera comunale della Lega, la quale insieme alle banche, agli europeisti e alla sinistra tutta (da Bibbiano all’Anpi) sostiene il governo Draghi dagli scranni della maggioranza.

Scusateci, ma a questo punto preferiamo di gran lunga l’originale, Forza Italia. Berlusconi ultima trincea d’Europa…

Pizze a domicilio.
Categorie
Discorsoni / Analisi

Per infermieri e OSS altro che caramelle: SICUREZZA, SOLDI e POCHE BALLE!

Non è andato tutto bene. Esattamente a un anno di distanza dal primo lockdown siamo ancora in piena emergenza.
Ci avevano detto che quando sarebbe arrivato il vaccino tutto sarebbe tornato alla normalità, ma i reparti sono pieni, le terapie intensive sature, gli ospedali sotto stress, i focolai nelle strutture e nelle fabbriche aumentano insieme al numero di ricoveri e di morti.
Mentre politici e Confindustria, tra giochi di palazzo e cambi di governo, si litigano la spartizione dei 207 miliardi del Recovery Fund, tutto il peso dell’emergenza sanitaria è scaricato sulle spalle degli infermieri, degli OSS, dei lavoratori ospedalieri. Come rispondono le autorità a questa situazione? Il direttore del Policlinico e dell’ospedale Baggiovara, Claudio Vagnini, ha lanciato un appello ai cittadini modenesi: «Portateci delle caramelle per farci capire che siete al nostro fianco in questa lotta».
Delle caramelle? Non possiamo stare in silenzio di fronte a questa presa per il culo.
Una presa per il culo non solo per infermieri, OSS e lavoratori, ma per gli ammalati e i loro famigliari, per tutti noi: “caramelle” invece che assunzioni di personale medico e ospedaliero, caramelle invece che aumento delle retribuzioni, caramelle invece che potenziamento e messa in sicurezza delle strutture e dei lavoratori, caramelle invece che eliminazione del precariato e delle esternalizzazioni a cooperative che sfruttano con contratti da fame, caramelle invece che vaccinazioni a tappeto per tutti. Caramelle quando sono otto mesi che non viene erogato l’indennizzo per il rischio malattie infettive agli infermieri, caramelle quando gli stipendi degli OSS sono irrisori rispetto ai turni massacranti e ai contratti precari, con la mafia delle cooperative del PD a fare il bello e il cattivo tempo sulla pelle dei lavoratori.
A pagare il conto sono le fasce sociali che non godono dei privilegi e del potere di Confindustria e politici, i giovani, gli studenti, chi vive del proprio lavoro e cerca di arrivare a fine mese.
Un conto salato che ci fanno pagare con zone rosse, scuole chiuse, coprifuoco, spostamenti vietati e polizia, perchè il piano vaccinale non decolla per meri interessi economici e geopolitici tra Stato italiano, Unione europea e multinazionali farmaceutiche: meglio lasciar morire noi poveracci e metterci ai domiciliari che liberalizzare i brevetti o usare i vaccini russo, cinese e cubano.
Insomma, l’emergenza è diventata la nuova normalità e in Emilia, che del sistema sanitario ha fatto il suo presuntuoso vanto, la retorica del vaccino per tutti non basta più a coprire la realtà del vaccino per pochi, le caramelle non bastano più a coprire le responsabilità politiche ed economiche di questa crisi.

VIRUS ITALIA: UN ANNO DOPO TUTTO UGUALE, IN ZONA ROSSA METTIAMOCI POLITICI E CAPITALE!

LA SALUTE È UN DIRITTO, LUCRARCI UN DELITTO: VACCINI PER TUTTI SUBITO!
Categorie
Con le mani quando volete / Antifascismo

Terra dei Padri, che imbarazzo. Fantapolitica della fascisteria modenese

In questi giorni vari esponenti Lega modenesi stanno passando a Fdi, tra deputati e consiglieri comunali. Proviamo a fare un po’ di fantapolitica, ma neanche troppa.

Il circolo fascista di Casaggì/Terra dei Padri a Modena si trova, per così dire, “bloccato” nella scacchiera politica che si è aperta con l’entrata in scena di Draghi. Nel 2019 ha espresso una marionet… una consigliera comunale, Beatrice De Maio, in quota salviniana, eletta con i voti della fascisteria unita locale, i cui fili sono evidentemente tirati dal padre, leader e frontman di Tdp, Fabio De Maio. Una vera poltrona per due.

Il “circolo” si è così trovato, nel giro di tre anni, dal cavalcare l’onda sovranista e nazionalpopulista (vi ricordate i live di Povia alternati ai concerti del Veneto Fronte Skinhead, tra un corteo contro la sostituzione etnica e l’altro?) a sostenere l’imbarazzante posizione di essere dentro un partito, la Lega salviniana, che adesso ha sconfessato apertamente tutti i presupposti e le ambiguità che avevano dato il via all’operazione “metapolitica” (leggasi infiltrazione ed egemonizzazione) dei nostri camerati locali.

Insomma: dal sovranismo identitario ed etnonazionale all’appoggio al governo delle banche e della Bce di Mario Draghi; dall’alleanza nazionalpopulista “oltre la destra e la sinistra” con i Cinquestelle al governo insieme ai globalisti del Pd, agli immigrazionisti di Leu, ai liberisti di Renzi, ai sorosiani della Bonino; dall’antimondialismo no euro che guardava alla Russia di Putin all’europeismo tecnocratico e ordoliberale vassallo della Merkel, dalle elucubrazione mistico-geopolitiche euroasiatiche alle dichiarazioni di fedeltà all’atlantismo, al sionismo, all’Occidente liberalcapitalista. Questa la traiettoria e la posizione “coerente” di Terra dei Padri e dei suoi esponenti leghisti.

I quali, d’altra parte, difficilmente possono tornare indietro alla “casa madre” di Fratelli d’Italia, da cui provengono (l’area di Casaggì ne è una filiazione, e nella maggior parte delle città ci collabora ancora strettamente) perchè con i meloniani di Modena i rapporti sono tutt’altro che… idilliaci, tanto che negli anni non sono mancati perfino stracci volati a mezzo stampa per assicurarsi la prima fila nel teatrino della “giornata del ricordo” dei fascisti infoibati. Nel caso ci fosse un dietrofront da parte di Terra dei Padri, ai vari De Maio crediamo che i meloniani non gliela farebbero passare liscia, e la testa a rotolare sarebbe (metaforicamente?) la loro… E sappiano che quella del Buon Fabio è la testa del capo, quella che ha tessuto più relazioni (dal network Byoblu a Thomas Fazi, dal Pensiero Forte a Maurizio Murelli, da Dugin a Fusaro, per attivare ad altre “comunità militanti” sulla falsariga di quella modenese).

Insomma: la presenza nella Lega comincia da fuori a farsi a dir poco imbarazzante per i camerati, e in Fdi le porte potrebbero essere definitivamente chiuse.

Da qui, lo scarto che certe cenette ribelli a lume di candela tra la consigliera nera e Pierluigi Paragone, il 15 gennaio a Sassuolo durante l’iniziativa “IoApro”, sembrano suggerire: entrare in Italexit, la neoformazione dell’ex giornalista leghista e senatore stellato, che punta – insieme a Vox di Fusaro Mori, Scardovelli e al (futuro?) gruppo di Di Battista – a colmare il vuoto politico lasciato dal “tradimento” di Lega e M5s?

In questo modo Italextit acquisterebbe il suo primo consigliere comunale in Italia, proprio qui a Modena, senza colpo ferire, e questo consentirebbe al circolo di Casaggì di ricalibrare e approfondire quel lavoro “metapolitico” in un partito appena nato ma ambizioso, quindi più facilmente riempibile dai propri contenuti (e dai propri esponenti…), più influenzabile e indirizzabile della Lega, senza quel “deep state” giorgiettiano a rompere i maroni. Chissà che, con questa sponda, non potrebbe saltarci fuori anche la nuova agognata sede in una zona del centro di Modena…

Fantapolitica? Gossip? Realtà? Non vediamo l’ora di scoprirlo…

Categorie
Discorsoni / Analisi

Enter the Draghi

E alla fine hanno calato l’asso di denari.

Era questione di tempo, lo sapevano tutti i giocatori di briscola da bar. La compagine renziana ha apparecchiato il tavolo, ed è bastato questo perché qualcuno sfruttasse l’occasione, senza andare a scomodare inutili dietrologie. D’altronde, i giocatori erano da un po’ che si scambiavano segni, tutt’altro che inintelligibili.

La partita iniziata il 4 marzo 2018 ha preso una piega beffarda. Inaugurata come l’avvio della “Terza repubblica”, nata dalla rivoluzione nazionalpopulista di Movimento 5 Stelle e Lega, degli “esclusi”, degli “euroscettici”, del “popolo” contro le “élite”, i “competenti”, gli “eurocrati”, ha prima visto lo sbriciolamento del “Governo del cambiamento” giallo-verde tra un Papeete e un Mojito di troppo, poi la cannibalizzazione di quello giallo-bianco (altro che rosso…) da parte di un altro non meno spregiudicato Matteo, questa volta in piena crisi pandemica. Per concludersi con Mario Draghi, il simbolo, l’incarnazione, il boss-finale di tutti quei poteri sovranazionali, monetari e tecnocratici entro il cui contrasto e superamento la “rivoluzione” era stata combattuta – o, semplicemente, raccontata.

Insomma, nel giro di neanche una legislatura, siamo passati dall’Italia “laboratorio politico” di Steve Bannon all’uomo della Bce al comando. In tre anni, tutto appare finito. La “rivoluzione” è sconfitta. È il Termidoro, per usare una terminologia a noi più evocativa. Si torna da capo, alla “normalità” della crisi e della sua gestione. Si ritorna al business as usual, al pilota automatico precedente al “momento populista” che, dagli Stati Uniti all’Italia, ha increspato gli assetti politico-istituzionali dell’Occidente.

Ma è davvero, solo così?

Non un semplice Monti 2

Sono stati dieci gli anni impiegati dall’inizio della grande crisi, quella del 2008, vero epicentro di medio periodo di questi avvenimenti, per portare quella spinta al “cambiamento” che, sull’onda della Brexit e dell’elezione di Trump, a un certo punto, prima del Covid-19, è sembrata inarrestabile, dentro i famigerati palazzi del potere.

Anche noi abbiamo fatto parte di questa storia. C’è un filo che va dall’esaurimento (o sconfitta) delle piazze dell’Onda – ma anche di Occupy Wall Street, degli Indignados, con la retorica del 99% contro l’1% –, dove una generazione politica e militante si è forgiata, all’esplosione del movimento dei Forconi nel 2013 – per non parlare poi dei Gilet Jaune… – fino all’attentato suprematista del lone wolf Luca Traini durante la “turbolenta” campagna elettorale del 2018, la quale ha sancito la legittimazione democratica e l’ingresso delle forze “anti-sistema” nell’arena di governo.

Sono sempre stati dieci gli anni intercorsi dal 2011 – con la defenestrazione di Berlusconi e l’investitura di Monti – tra governo tecnico e governo tecnico, entrambi di “salvezza nazionale”, entrambi guidati da un Super Mario col compito di salvare, e liberare, l’Italia dall’Italia stessa, grazie alla propria superiore, responsabile, competenza tecnica. Prima contro la crisi del debito sovrano, poi contro la crisi del virus globale.

Per questo crediamo sia fondamentale, in questo passaggio di (tentativi di) riassestamento e ristrutturazione sistemici, tanto a livello economico quanto sociale e politico, decifrare il ruolo di Draghi e del suo governo senza sovrapporlo a quelli di Monti.

Il governo Draghi potrebbe non essere solo o semplicemente un Monti 2. Questo sembra scontato, ma bisogna averlo bene in mente. In questo momento è necessario osservare il livello delle discontinuità piuttosto che delle continuità. Quindi facciamo attenzione a ritirare fuori, come una reazione pavloviana, l’armamentario retorico e gli striscioni messi in soffitta dopo il 2011 (anche se qualcosa andrebbe rispolverato… do you remember debito?), soprattutto se a distanza di un decennio con quel ciclo di mobilitazione e soggettività ancora facciamo fatica a farci i conti.

C’è tutta una fase che è cambiata. In questi dieci anni c’è stato di mezzo un “momento populista” – senza offesa per i narodniki – che ha profondamente scavato, nelle sue convulsioni, nelle sue espressioni, nelle sue lotte intestine come nella direzione su cui infine si è assestato, nel corpo sociale, ma anche nel campo politico e istituzionale. E ha sedimentato. Non è un caso che gli analisti più lucidi – non importa se reazionari – abbiano cominciato a definire tecnopopulismo la nuova traiettoria politica che vede la cooptazione di elementi e stili dall’uno e dall’altro campo nel meccanismo del potere (un esempio può essere Macron). La frazione di classe dominante egemone, per continuare a governare attraverso i suoi ceti dirigenti, ha bisogno dell’innovazione, in questo caso di selezionare, addomesticare e fare sue le spinte contrarie provenienti dall’esterno, utilizzabili per fare un salto in avanti in termini di compatibilità e stabilità.

Che questo governo “tecnico” – i governi non sono mai tecnici, ricordiamolo a scanso di equivoci: dietro il velo della neutralità, dell’oggettività, della titolarità della competenza si nascondono precisi indirizzi politici, economici, sociali – potrebbe non essere un semplice “Monti 2” lo si può intuire leggendo gli ultimi interventi dello stesso Draghi su “foglietti” come il «Financial Times»: lo Stato dovrà sostenere l’economia, la ripresa, la produzione – dalla parte delle imprese… e il consumo? – facendo e perfino cancellando debito (abbandonando, con un colpo di spugna, dogmi impressi nel sangue di intere popolazioni come quella greca); dovrà sostenere l’occupazione, le famiglie e allargare forme di welfare sotto forma di «basic income», ovvero di reddito di base (formula crediamo non usata a sproposito dallo stesso Draghi).

In questo giro di giostra, probabilmente, non ci saranno (solo) tagli. Saranno presenti risorse e spese (per chi e su quale modello?) e ovviamente “riforme” – in cambio del tesoro europeo del Recovery Fund, più di 220 miliardi di euro, di cui Draghi è stato scelto come amministratore: un bel lubrificatore economico per gli interventi sociali e politici che si stagliano all’orizzonte, oltre che la torta intorno a cui tutti i partiti si stanno sedendo per agguantarsi un pezzo per i propri padrini (paradigmatica la “trasformazione” di Salvini…).

Pescare l’asso di bastoni

C’è tutto un rapporto tra Draghi e Unione Europea, Draghi e classi dominanti italiane, Unione Europea e ceti dirigenti italiani che va sciolto senza tornare ripetere formule che non corrispondo più (almeno non tutte) alla situazione odierna… Senza neanche andare a scomodare il contesto geopolitico di decadimento europeo, stretto tra i due veri attori che si contendono l’indirizzo e l’egemonia sulla globalizzazione post-pandemia, Stati Uniti e Repubblica popolare cinese.

«Il vecchio adagio dell’abate Sieyés “fiducia dal basso, autorità dall’alto” si è rotto, trasformandosi nella ben più debole formula “sfiducia dal basso, dirigismo dall’alto” o, in termini più moderni, “populismo dal basso, tecnocrazia dall’alto”».

Populismo e tecnocrazia sono due facce dello stesso movimento storico in cui ci troviamo ad agire. Si sono alimentati a vicenda fino al cortocircuito provocato da un evento “inaspettato” come una pandemia globale. Guardando indietro, può sembrare che il «Que se vayan todos!» dei movimentidel 2010-2011 non potesse che avere come corollario il «Lasciate fare ai competenti». Siamo consapevoli però che la direzione che prende un processo sia impressa dai rapporti di forza che si è in grado di costruire, organizzare ed esercitare nella tensione tra contingenza e tendenza.

Il nodo politico da sciogliere oggi, a livello di spazio d’azione e organizzazione, crediamo sia porsi contro la tecnocrazia dei competenti senza cedere al recupero della democrazia, dei gruppi e del parlamento (la tecnologia di depoliticizzazione e inibizione democratica del conflitto, anche nelle sue versioni di sinistra e “movimentiste”), e viceversa.

Dieci anni di speranze, illusioni e delusioni verso un “cambiamento” che non c’è stato lasciano sul terreno un irrisolto: questo può trasformarsi in campo di battaglia politica, soprattutto in un passaggio di fase di approfondimento e chiarificazione della crisi scaricata sui subalterni, che vede una composizione sociale iperproletaria in cui declassamento rovinoso di alcuni segmenti di ceti medi (salariati e autonomi) si mischia a timidi comportamenti di attivazione giovanile tutti ancora da decifrare.

Come radicalizzare e organizzare il sentimento dell’odio, della sfiducia e del disprezzo verso la politica di palazzo, dei santoni e dei partiti senza andare a portare l’acqua al mulino della soluzione tecnocratica e dirigista da una parte e nella difesa della democrazia, dei politici e della rappresentanza dall’altra?

È questa una domanda da un milione di… dogecoin, che ci facciamo non come semplici spettatori della partita più importante, quella della nostra parte sociale, in attesa che essa entri in gioco con l’asso di bastoni.

 

Categorie
Discorsoni / Analisi

Di vaccini e kalashnikov

Il vaccino cinese, a novembre 2020, aveva superato la fase 3 dei test confermandosi sicuro ed efficace nell’86% dei casi. È prodotto dall’azienda statale Sinopharm e si basa su una tecnologia già lungamente applicata e sperimentata a livello globale – quindi a minor costo di produzione – che utilizza un virus morto, simile alla vaccinazione antipolio.

I vaccini occidentali, come quelli di Pfizer e BioNTech, utilizzano una tecnologia più recente e meno collaudata – quindi più costosa e con meno garanzie – che prende di mira una proteina del coronavirus utilizzando l’RNA. Sarebbero sicuri al 95%, se non che, nel trasporto, a questi vaccini deve essere garantita una temperatura che va dai – 70 ai – 20 gradi. Quindi una condizione di trattamento che necessita di protocolli e apparecchiature molto complessi e dispendiosi.

Il vaccino cinese, oltre a costare meno, quindi più accessibile ai Paesi meno ricchi, è inoltre stato concepito per viaggiare a una temperatura tra i 2 e gli 8 gradi sopra lo zero, molto più facilmente gestibile e a minor costo complessivamente, soprattutto per quelle aree – non occidentali – dove vivono circa tre miliardi di persone senza sistemi stabili di elettricità e refrigerazione. Su un pianeta, non dimentichiamolo, lanciato inesorabilmente a subire nei prossimi anni – sta già succedendo! – un aumento brusco delle temperature.

I governi occidentali hanno finanziato con miliardi di euro di risorse pubbliche le ricerche private di aziende private sul vaccino. Le aziende hanno avuto quindi un triplo guadagno: infatti, il vaccino è stato poi acquistato dagli Stati che ne avevano già finanziato la ricerca, il cui brevetto resta… privato.

A dicembre 2020 milioni di cinesi erano stati già vaccinati. La Cina e Cuba si sono rese disponibili a fornire il loro vaccino a qualsiasi paese ne faccia richiesta. Nel mentre in Italia, a gennaio 2021, la distribuzione del vaccino occidentale è rallentata quando non bloccata per la mancanza di personale formato e di aghi e siringhe.

Vogliamo mettere in evidenza le logiche, le strategie e le prospettive differenti e sottostanti ai due vaccini, uno dei terreni di battaglia – come del resto la tecnologia di telecomunicazione 5G – del rinnovato confronto intercapitalistico globale, che gli incubi e le paranoie dei complottisti nostrani hanno, nel loro lucido delirio, intuito.

Da una parte un vaccino concepito per essere prodotto autonomamente, più velocemente e a costi minori, più facilmente gestibile senza ulteriori costose apparecchiature, in grado di arrivare a un maggior numero di persone ed economicamente sostenibile per i paesi marginali alle catene globali del valore, con lo sguardo verso un futuro-presente più caldo. Possiamo benissimo chiamarlo, senza esaltazioni o folklore di sorta, un “vaccino del popolo”, perché la logica sottostante è quella della difesa della salute umana complessiva, a partire da quella delle classi subalterne. Un vaccino sicuramente migliorabile, ma che si fa vettore dell’ampliamento, dell’ulteriore proiezione e influenza di un modello – politico, economico, di relazioni globali – che apertamente si dice socialista, ma con «caratteristiche cinesi», verso aree del globo come il Sudest asiatico, il Medioriente, l’Africa, il Sudamerica, fino a lambire l’Europa. Un modello che comincia a dimostrarsi perfino più «efficiente», «dinamico» e «sostenibile» della tanto decantata razionalità capitalistica occidentale. Il vaccino cinese, insomma, segue le orme, nel campo della salute, del kalashnikov sovietico nel campo della guerra, quella dei subalterni contro i propri dominatori.

Dall’altra un vaccino privato che risponde più a una logica di business a corto raggio, predatoria e finanziaria, invece che di salute sociale, una logica arroccata a difesa di interessi geopolitici di bottega e immediati di classe, il cui ceto dirigente – in particolare quello europeo – è poco lungimirante perfino di fronte alle necessità (anche se sarebbe più corretto dire velleità) politiche del proprio capitalismo. Un vaccino che solo un piccolo nucleo di paesi al mondo può gestire e distribuire alla propria popolazione, e comunque lentamente, e ad altissimo prezzo, mentre le “ondate” continuano a susseguirsi e sempre più persone muoiono o cadono in miseria. Gli italiani, in quanto subalterni a questo specifico intreccio di alleanze e rapporti di forza, non hanno possibilità di scelta se non sucarsi il vaccino delle corporation di BigPharma, o scegliere di andare a infoltire le schiere di utili idioti novax.

La critica serrata – e agita – alla gestione sanitaria della crisi pandemica non va lasciata a questi ultimi, l’altro lato della medaglia della stabilità sistemica. Ma se siamo ormai fuori tempo, va ricostruito, su questa leva, un discorso comunista autonomo e forte più complessivo sulla scienza, la tecnologia, l’innovazione capace di marciare sulle proprie gambe, che non si lasci schiacciare, da una parte, dalle ridicole e dannose velleità ideologiche che possiamo chiamare accelerazioniste – la celebrazione, la fiducia e la difesa, di fatto, dell’idea del progresso, e quindi del progresso capitalistico, la riproposizione dell’ideologia II Internazionale e della socialdemocrazia di kautskiana memoria – e, dall’altra, dall’inutile atteggiamento della lotta contro i mulini a vento, del rifiuto individuale della realtà concreta.

Il nodo fondamentale rimane quello politico. La scienza, la tecnologia, l’innovazione non sono neutrali. Ancora prima del loro uso, contengono in sé un segno politico, dato da chi il potere politico lo detiene. Sono prodotte da precisi rapporti di forza tra classi. I loro prodotti sono la cristallizzazione di tali rapporti, e in base a tali rapporti agiscono secondo logiche diverse.

Logiche diverse, strategie diverse, prospettive diverse, all’interno dello stesso sistema di relazioni capitalistiche mondiale, che vanno comprese e possedute. Che chiarificano la trama della contesa globale di cui il secolo si farà portatore, il posizionamento nella catena imperialista e in quella del valore globale, la profondità della perdita occidentale di centralità e attrazione, in particolare per l’Europa, rispetto alle sfide epocali che questi anni Venti hanno aperto.

 

Categorie
Discorsoni / Analisi

Alluvione 2020: chi pagherà per tutto questo?

Martoriata da cemento, bretelle, consumo di suolo, concessioni edilizie, incuria e disinteresse in nome dell’affarismo più bieco e predatorio, la nostra terra è fragile.

E se la terra è fragile, lo è anche la sua gente. Le nostre comunità.

Guardiamoci in faccia. Non siamo più in emergenza: siamo in una nuova normalità. E tutti gli anni sarà sempre peggio.

È la nuova normalità del cambiamento climatico e della crisi ecologica. Che non è solo crisi ambientale, ma crisi di un intero modello di sviluppo, di produzione, di lavoro, di rapporto col territorio, di rapporti sociali: quello capitalistico.

Non è più quesione di evitare la crisi climatica ed ecologica, è questione di saperla affrontare. Affrontare l’inevitabile. Bisogna riflettere su dove si vive e come si vive, e come cambierà in futuro, un futuro che è già qui e cominciamo a toccare con mano.

Ma non è solo con l’appello alla buona coscienza dei comportamenti individuali che si potranno cambiare le cose.

Il cambiamento climatico non è una scusa. La questione è politica. La questione è di potere. Potere di chi decide. Su cosa produrre, su come farlo, sulla priorità dei bisogni. Sull’organizzazione del territorio, sulla difesa delle comunità, sulle nostre vite.

Di chi pagherà per tutto questo. L’ennesimo disastro che si poteva evitare.

La riproduzione sistemica del capitale si è disconnessa dalla riproduzione sociale e della vita complessive. Destra e sinistra sono due facce dello stesso modello che ha portato il nostro territorio ad essere martoriato.

Rompere radicalmente con questo modello, difendere la nostra terra, è diventata una questione di sopravvivenza.

Esondazione del Tiepido a Fossalta, Modena Est, a pochi chilometri dal centro di Modena.