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Autonomia, scuola, repressione. Strumenti per la formazione militante

«Che brutto linguaggio… stretto retroterra trontiano… si prevede brutta fine» (cit.)

Introduzione 

L’esperienza accumulata nella lotta ci insegna che la differenza che separa non soltanto l’amico dal nemico, ma la progettualità politica autonoma da altre forme di attivazione è il punto di vista che emerge nella scelta dei problemi e nella qualità delle domande che ci poniamo davanti. E sono appunto domande cruciali che emergono in controluce dalla discussione con gli studenti delle scuole modenesi avvenuta il 28 febbraio 2026, Autonomia, Scuola, Repressione, organizzata con i collettivi SigAut, Giovani di Modena per la Palestina e Ksa di Torino. 

Per noi di Kamo non si è trattato solo di un evento al termine di un ciclo di mobilitazioni, ma un momento di passaggio per le nuove generazioni di militanti a Modena, che sono non solo eredi ma di fatto protagoniste delle lotte sul nostro territorio. Il punto di svolta è stato il settembre-ottobre 2025 del «Blocchiamo Tutto» – ma è fondamentale ricordare, per questa composizione giovanile, le lotte già risalenti ad alcuni anni fa contro l’alternanza scuola-lavoro, durante le quali abbiamo incontrato diversi ragazzi e ragazze che oggi abbiamo rincontrato. 

Attraverso il fondamentale strumento dell’inchiesta, che abbiamo adottato come metodo, abbiamo iniziato a sondare come sul territorio emiliano e in particolare modenese, caratterizzato dall’impresa meccanica e metalmeccanica organizzata in Motor Valley, la crisi dall’automotive stia venendo colmata sempre più attraverso una capillare e apparentemente ancora invisibile ristrutturazione in chiave bellica, alla quale abbiamo dato il nome di «fabbrica della guerra». 

È una fabbrica diffusa, polverizzata sul territorio, composta da imprese di media o piccola dimensione in competizione collaborativa tra loro, che hanno necessità generale di raggiungere le catene del valore internazionali. In tale contesto la scuola ricalca sempre più il concetto di «industria della formazione», dove l’istruzione superiore e accademica viene messa a valore d’impresa in ottica di formare forza lavoro e soggetti con saperi e capacità da sfruttare in termini capitalistici. 

Abbiamo quindi una scuola e un’università che rappresentano un nodo baricentrale della ristrutturazione produttiva e della costruzione di un “ecosistema” pacificante, che è nostro compito inchiestare e comprendere per rompere e sovvertire. Da qui l’impossibilità di tenere separati il tema del riarmo e del genocidio con quello della formazione, come abbiamo analizzato nell’inchiesta sul «laboratorio della guerra» dell’Unimore uscita nel luglio 2025. La nuova rettrice Cucchiara, infatti, è una figura che svolge il ruolo di cinghia di trasmissione tra accademia, politica e sviluppo di tecnologia militare, non solo in ambito locale e nazionale, ma in correlazione con Nato e Israele. 

Avevamo già raccolto gli effetti diretti del “tempo della guerra” all’interno degli istituti scolastici modenesi: carenze strutturali ed educative, aumento di una precoce conflittualità di classe tra studenti di licei e professionali/tecnici e un ribellismo studentesco spesso individuale e autodistruttivo. In questo scenario il movimento di supporto alla resistenza del popolo palestinese ha fatto irruzione sul nostro territorio creando rottura e quindi occasioni inedite, a partire dal protagonismo delle seconde generazioni fino alla formazione di collettivi studenteschi, animati da una composizione giovanile spesso spontanea, alle prime esperienze di politicizzazione e quindi “figlia di nessuno”, slegata generalmente da organizzazioni nazionali, impostazioni pacificatorie e dalle attrazioni istituzionali di partitini e sindacati confederali. 

Punto centrale emerso da queste soggettività è stata l’esigenza di autoformazione intesa come esperienza di autonomia e necessità di creare un controsapere dentro un movimento che ha saputo eccedere partiti, associazioni e sindacati e loro logiche di bottega, soprattutto in un territorio dove la formazione è considerata per lo più assimilazione al sistema, anche politico, in piena compatibilità con esso. 

Abbiamo quindi provato a cogliere questa particolare esigenza fornendo un supporto a volte semplicemente pratico e logistico, altre di metodo e teorico, affinché chi la scuola la vive tutti i giorni dall’interno possa sviluppare un proprio punto di vista di parte capace di creare conflittualità e rottura, e accumulare una forza collettiva che alimenti progettualità nella prassi e autonomia nell’organizzazione. Abbiamo quindi visto l’iniziativa Autonomia, Scuola, Repressione come un momento prezioso per costruire un’ipotesi, una prospettiva, un percorso in divenire di formazione militante, al servizio di un possibile processo in movimento di lotta di cui abbiamo respirato l’aria frizzante lo scorso ottobre. 

Come può un movimento in un territorio specifico estendere la sua forza? Come raccogliere da una tradizione di lotta un metodo di pensiero e azione, senza cadere nella riproduzione conformista e nella testimonianza istituzionale? Come aprirsi alle contraddizioni interne a una lotta popolare, senza perdere la chiarezza di visione nella strategia e negli obiettivi? 

SigAut

Siamo un collettivo ancora agli albori della sua attività, essendo partiti con l’inizio dell’anno scolastico 2025-2026, che è nato con l’obiettivo di portare nel cuore dell’Istituto – ma non solo, se vogliamo pensare più in grande a una rete estesa su tutta Modena – il tema del conflitto nella politica odierna. Stiamo lanciando delle assemblee, principalmente organizzative, cercando però di mettere a discussione alcuni argomenti per noi nevralgici. Il nostro obiettivo sarebbe aiutare gli studenti a costruire insieme un pensiero critico che li guidi poi nel caos della politica odierna, raccogliere tutte le informazioni e le esperienze concrete che ci permettano di capire come coltivare un collettivo e non un semplice dialogo tra compagne e compagni. 

Gmp

Il nostro collettivo è nato tra agosto e settembre 2025, quindi anche qui si parla di una realtà molto fresca, ed è nato dall’esigenza che avevamo di vedere giovani in piazza, che si attivassero sul nostro territorio. Con lo scemare dell’attenzione sulla causa palestinese ci siamo accorti che sempre meno giovani partecipavano alle piazze proposte e alle iniziative; e così si è creato questo gruppo di giovani studenti, medi e universitari, che appunto hanno come primo obiettivo una realtà di coordinamento finalizzata a raccogliere tutta l’attenzione dei nostri coetanei sul genocidio in corso. Da tempo ci siamo accorti che purtroppo la causa palestinese è sempre meno all’attenzione dei giovani, e abbiamo compreso che questo problema deve essere affrontato a monte, riportando i giovani all’interesse per la politica in generale e all’attivismo che i nostri coetanei possono esercitare sul nostro territorio. Riteniamo infatti che i giovani della nostra età, medi e universitari, non hanno modo di esprimersi, non hanno uno spazio in cui esprimersi, uno spazio in cui poter essere loro stessi, di poter affrontare la politica. E così, oltre ad occuparci di Palestina, abbiamo deciso di espandere i nostri orizzonti, cominciando a interrogarci e a discutere sullo sviluppo delle vicende recenti, dal Venezuela al riarmo; tutti temi, che magari per vie traverse, sentiamo vicini a noi. Da poco inoltre è nata un’altra realtà, che è la Consulta popolare contro la guerra, il riarmo e il genocidio, che è un organismo fatto da giovani e non (soprattutto non, purtroppo), formato a Modena per cercare di agire come voce di una società civile, e di porsi come tramite con le autorità presenti sul territorio di Modena. 

Ksa

Il Kollettivo studentesco autonomo di Torino è un collettivo – almeno di nome – molto longevo. Nasce dal collettivo del Gramsci, ora Einstein, un liceo di una zona veramente popolare di Torino. Il collettivo inizialmente si chiamava Fuori dai banchi e cambia il nome in Ksa già negli anni Novanta, prima ancora che venisse occupato l’Askatasuna. A questo punto penso sia necessario introdurre il tema dell’autonomia e di cosa significhi per noi questa parola, di che area politica si parli, da quale tradizione politica veniamo e dove guardiamo.

Certo, guardare al passato è sicuramente utile e formante, ci può aiutare a sapere come compagne e compagni si sono mossi per organizzarsi contro questa società di merda e può darci importanti strumenti; detto questo crediamo che sia centrale ora come ora parlare della pratica, come ci muoviamo nel quotidiano e soprattutto che postura teniamo nel cercare di muoverci guardando verso il futuro. A ogni modo, il concetto di autonomia di classe nasce tra la fine deli anni Cinquanta e l’inizio degli anni Sessanta osservando le contraddizioni e le ambiguità che il Pci aveva nei confronti del lavoro e nei confronti dei rapporti di forza nelle fabbriche. Era un atteggiamento particolarmente lavorista. E così il concetto di “autonomia di classe dal capitale” nasce proprio dalla contrapposizione rispetto a una visione del lavoro che possiamo dire riformista, a cui si contrapponeva come alternativa la spinta a negare il sistema politico ed economico che ci costringe a inseguire il lavoro salariato per vivere. Insomma, nasce dal rifiuto del lavoro salariato come possibilità di vita e militanza. Lungo questo cardine ci sono state una serie di esperienze determinanti – da Potere operaio all’Autonomia operaia, e via così – che, per quanto ci riguarda, arriva fino agli anni Novanta con il Network antagonista torinese, di cui siamo una diramazione e intorno al quale ruotava tutta la rete dei centri sociali che nasceva in quel periodo. 

Per farla breve, arriviamo all’oggi. Il nostro Ksa nasce da una postura che si è conservata differente e che si è mantenuta negli anni che hanno preceduto la grande mobilitazione contro l’alternanza scuola-lavoro scoppiata dopo la morte di Lorenzo Parelli nel 2022. Quell’anno a Torino si vide una grossissima emersione studentesca, in cui tutte le scuole di Torino e cintura vennero occupate (si parla di 65-70 scuole nel giro di un mese, una roba assurda), tutte con le loro specificità. Un momento molto importante, che però rispetto anche a errori di valutazione della nostra parte vide una rottura molto profonda dopo un momento di piazza, in cui si decise di andare ad attaccare il simbolo della responsabilità della morte dei ragazzi in alternanza scuola-lavoro e dello sfruttamento lavorativo che entra nelle scuole, ossia Confindustria. 

Sì cercò comunque di entrare, e da quello strappo emersero delle posizioni abbastanza velleitarie, che possiamo riassumere nei soliti «eh ma noi dobbiamo mostrarci come quelli bravi», «dobbiamo strizzare l’occhio al centrosinistra» e compagnia bella. Quelle posizioni portano il deserto nelle scuole di Torino. Nonostante la vampata di insubordinazione, questo ripiegamento sul centrosinistra fa sparire i collettivi dalle scuole, quando esistevano erano minoritari o comunque non si ponevano come obiettivo primario il cambiamento di una scuola che ci sta stretta.

L’anno dopo nasce il collettivo all’Einstein, che è stato un po’ il perno su cui ha ruotato l’agire del Ksa. Alla prima riunione eravamo quattro persone in un kebabbaro [applausi di Kamo, ndr]. Nasce come collettivo antifascista, che però si poneva il problema di cercare di continuare l’esperienza dell’anno prima. Anche per chi era troppo piccolo, era stato imponente vedere 20 mila studenti in piazza contro l’alternanza scuola-lavoro tutti uniti per negare questo modello di scuola, in cui il nostro sapere diventa semplicemente uno strumento per i padroni del lavoro, per poterci poi inserire nei loro processi di sfruttamento lavorativo. Quindi noi, alla seconda assemblea, in quattro persone ci diciamo: «L’anno scorso hanno occupato 70 scuole; quest’anno dobbiamo occupare anche noi». Sembravamo dei pazzi, ma cercando di non chiuderci in noi stessi e perderci in discorsi alti o astratti, abbiamo deciso di lottare contro la nostra scuola, contro il nostro preside (un pezzo di merda, un sionista che ha fatto carriera ostacolando ogni organizzazione a scuola). 

Invece che seguire le lezioni normalmente, ci dicevamo: «Boh, ma io dovrei stare qui sul banco ad assorbire come una spugna quello che mi stanno dicendo, fare una verifica e andare a casa? Be’, a me sta roba qui non va bene. Uno perché la metà di quelli che stanno a farmi lezione mi dipingono semplicemente come un oggetto vuoto, che deve solo assorbire performare e diventare poi un pezzetto di questo enorme mondo del lavoro; e due perché mi ritrovo la professoressa che mi dice che bisogna mandare sempre più armi al fronte a discapito del nostro carovita, mentre mi ripete che i comunisti sono tutti terroristi solo perché vede che sono politicizzato. Se le cose stanno così, peggio per voi». 

E abbiamo deciso di essere ribelli, di essere noi quelli che parlavano alla classe e che la spinge a parlare da sé. Siamo noi stessi a decidere di che parlare nei corridoi. Anche se non si può, diamo i volantini in giro quanto ci pare. Perché se la scuola è un nodo politico centrale di questa grande macchina della riproduzione sociale, dobbiamo esserne coscienti e opporci. Si andava nei corridoi, il professore si scazzava e tu gli facevi una scenata perché la tua parola non vale meno della sua e sai argomentare e dimostrarti autorevole con la gente. Con questo modo, magari un po’ gagliardo e un po’ sbruffone, siamo prima dieci, poi quindici, poi venti e poi sessanta. A quel punto diciamo: «Bene, ora occupiamo». 

Diciamo però che a Torino, a differenza di altri territori, l’occupazione classica come ce la si immagina, con le barricate e le smegafonate “qui non entra più nessuno”, in realtà non si è mai data. In aggiunta in quel periodo in molte scuole le occupazioni erano concordate con la presidenza. Noi diciamo di no, vogliamo ribaltare completamente la scuola del padrone, la scuola dell’educazione al lavoro, la scuola della subordinazione. E quindi noi barrichiamo la scuola. Fun fact: il primo giorno abbiamo provato a occupare totalmente ma ci siamo presi a pizze con i bidelli e la presidenza, ma siamo riusciti a occupare soloun piano e a convincerli che non avremmo bloccato tutto. Così se ne sono andati e il secondo giorno hanno trovato tutto murato dalle barricate. [Applauso libero, ndr

A quel punto quel Digos mancato del nostro preside decide che deve entrare la polizia e sgomberare l’occupazione. Aveva le chiavi del cancello, apre ed entrano cinque digossini che a cazzotti cercano di penetrare dentro scuola e minacciare – «Se non uscite vi arrestiamo tutti» e compagnia bella – e la scuola decide di resistere. Li abbiamo cacciati a calci. Hanno provato a trascinarsi via un ragazzo ma non ci sono riusciti e la polizia se n’è andata. È stato sicuramente significativo per un sacco di persone, non per il fatto ideologico che “il poliziotto è cattivo”, ma perché in quel momento il poliziotto sta negando il tuo momento di protagonismo, il momento in cui tu neghi l’ossessione per la delega, in cui non è il rappresentante di istituto a fare politica ma sei tu stesso. Sei tu che prendi lo spazio della scuola e diventa tuo per organizzarlo e trasformarlo. È in quel momento che il poliziotto diventa un nemico. 

Diciamo che questa rottura così forte ha creato una divisione molto profonda a scuola. C’erano quelli che stavano con gli occupanti, e chi diceva «eh no, però la gente deve avere il diritto di andare a scuola», «eh però gli insegnanti poi non vengono pagati» (cosa non vera, tra l’altro) e via di questo passo. C’è polarizzazione, ma proprio per questo il collettivo che nasce è molto forte.  In tutto ciò c’era il Ksa che era un gruppo di persone che – boh – si sentivano zecche e parlavano di cose da zecche. Però diciamo che non è che si organizzassero granché sul piano pratico, e molte persone lo consideravano un po’ stretto: dopotutto, se tu vedi tutta la tua scuola che discute continuamente di come cambiare le cose, è naturale che quella modalità ti sembri un po’ statica. 

Per cui a una certa vediamo una sorta di colpo di stato, per cui le persone più politicizzate del Collettivo Einstein decidono che sì, si dicono autonome, sì, hanno voglia di cambiare il mondo, sì, non vogliono la scuola del padrone, ma vogliono cambiare le cose per davvero. Di modo che il Ksa – che più che essere la sintesi delle varie lotte nella nostra testa era il luogo in cui chi lo attraversava potesse trovare degli strumenti per partire e sviluppare le loro potenzialità nei propri contesti – in qualche modo viene preso d’assalto dal Collettivo Einstein, e si cambia. Iniziamo a ragionare su come generalizzare ed espandere quello che abbiamo fatto nel nostro liceo anche altrove, perché se ci avessimo riprovato da soli rischiavamo veramente che la polizia entrasse.

Quindi con i pochi collettivi rimanenti e singole persone che conoscevamo nelle scuole e che sapevamo volessero organizzarsi lanciamo un’assemblea e un coordinamento di collettivi, senza porre il Ksa come fulcro. Questo perché storicamente essere dell’Askatasuna a Torino ha un significato preciso. Significa trovarsi un marchio addosso che mette dei muri invisibili tra te e la città per il semplice fatto che la macchina mediatica della controparte, di chi non vuole che la gente si organizzi contro questo mondo di merda, è forte. In altri termini, a Torino “essere dell’Askatasuna” significa essere un malfattore, vuol dire essere uno di quelli che spaccano tutto e che, cosa ancora peggiore, ti rovina la tua brava assemblea di sinistroidi. 

Decidiamo quindi che il Ksa era uno spazio in cui non si poteva riversare tutta la possibile gente che ha voglia di organizzarsi ma che non ha voglia dal primo giorno di sentir dire “io sono comunista”, “io sono autonomo”, “io voglio fare la rivoluzione” o chissà che. Serviva uno spazio in cui la gente potesse esprimere le sue necessità, come appunto era stato il collettivo Einstein. Nasce questo coordinamento, all’inizio non eravamo tantissimi ma riusciamo ad allargarlo, e diventa l’Assemblea studentesca. Un nome molto neutro, ma appunto che potesse essere esteriormente una roba molto larga, in cui ci potevi trovare il tamarro, l’ultimo fricchettone, la ragazza del collettivo borghese, la socia dell’Einstein razzializzata figlia di immigrati e via così. Una situazione larga, che può prendere tante di queste identità fasulle che la società ci obbliga a raccogliere e sposare solo per necessità di sentirci parte di qualcosa – nonostante siano tutte parti di un mondo che non ci valorizza, non ci valorizzerà mai e ci vede solo come degli oggetti da inserire, perché solo se inseriti siamo produttivi. 

Si fa l’assemblea, cresciamo e nascono nuovi collettivi, anche perché il nostro quartiere, Barriera di Milano, è un quartiere altamente popolare, non è la posizione classica per un liceo. C’era anche gente di classe media, con i genitori che facevano lavori più remunerativi, ma anche e soprattutto ragazzetti razzializzati, figli di muratori e di lavoratrici del sociale; ci sono pochi dubbi che questa maniera così sentita e rabbiosa di sollevarsi non potesse riprodursi in un liceo bene del centro in cui fanno i dibattiti socratici. Quindi nella nostra assemblea, mano a mano che cresce la volontà di trasformare la scuola, si coglie l’occasione del volantinaggio per farsi raccontare tutte le diverse esperienze di vita. 

Uniti dal solo obiettivo di accrescere la nostra forza, i collettivi diventano lo spazio in cui gli studenti e le scuole affermano di voler contare e lo spazio in cui i bisogni che la scuola non soddisfa possono essere espressi e potenziati collettivamente. Tutto ciò che la società del capitale non ci dà – la necessità di sentirsi gruppo, la possibilità di conquistarsi un futuro, la possibilità di valorizzare un sentirsi “noi” – diventa il traguardo del collettivo. 

Mentre tutto questo si sviluppa, in città ci sono cortei su cortei. Per esempio, un altro coordinamento nasce quando Valditara e la Meloni sarebbero dovuti venire a Torino per due giorni. Botte da orbi, centro militarizzato, zona rossa praticamente lungo tutto il centro… L’anno scorso invece vediamo un autunno incendiario per il genocidio in Palestina che non sembrava rallentare. Si lanciano tre cortei nel giro di un mese e mezzo, fino a quello del 13 dicembre (bellissimo, il 13-12). Conflittualità alta nelle piazze, che determina anche momenti di contraddizione in assemblea – essendo appunto un giro largo in cui c’erano tutti, era inevitabile che non si fosse sempre unanimi negli obiettivi e nei bersagli – ma si teneva come punto dialettico per far crescere la lotta e lottare tutti assieme. L’assemblea inizia a radicarsi nella città, al punto tale che passo passo chi voleva attivarsi sapeva che l’Assemblea studentesca era lo spazio più libero in cui poterlo fare. 

Ma soprattutto arriviamo al settembre del «Blocchiamo tutto». 

Gmp

Vorrei ricollegarmi a quello che hai detto quando parlavi di Askatasuna, visto che è uno dei temi di cui vogliamo parlare. Hai detto che a Torino fare parte di Askatasuna ti mette inevitabilmente davanti anche delle barriere sociali. Ti chiederei quindi di approfondire queste difficoltà che si possono incontrare in un’esperienza di questo tipo, per arrivare a parlare di quello che è stato l’Askatasuna prima di voi. Una realtà così a Modena purtroppo non esiste più, ce ne è un ricordo lontano e una grande speranza possa tornare qualcosa ma è una realtà a cui noi siamo completamente estranei. Così da poter comprendere meglio la posta in gioco nella manifestazione di fine gennaio.

Ksa

Allora, sicuramente per noi l’Aska è stato un punto di riferimento importante, un luogo in cui ci trovavamo e organizzavamo; ma era anche un luogo fondamentale per il quartiere, Vanchiglia. Era un punto di riferimento che portava qualcosa di diverso da quello che già esiste, da quello che il sistema ci offre tutti i giorni e dalle prospettive a cui ci costringe. Per quanto riguarda la questione di questa identità, per noi è sempre stato un fattore problematico per lo stesso motivo di cui parlavamo prima. Rischiavamo di chiuderci in noi stessi, quando invece il nostro sguardo è sempre stato oltre il centro sociale. Mi ricollego quindi allo sgombero.

In opposizione alla narrazione delle destre, che vaneggia sull’Aska come la centrale di tutto quello che viene organizzato “contro” a Torino, noi dopo lo sgombero ci siamo detti chiaramente: senza Aska non crolla niente. Certo, è stata una bella batosta anche emotivamente, ma ciò che conta e che fa la differenza è avere un grandissimo radicamento, che non si vede da tanto, nelle scuole e nell’università con i collettivi e nei quartieri con i comitati. Quindi invece di sprecare fatiche nel conservare un simbolo, serve espandere il suo progetto su tutta la città, affinché ogni luogo in cui ci troviamo possa affrontare tutte le problematicità del caso e creare opposizione rimanendo all’interno di quei processi. Rimanerne fuori, in uno spazio “protetto”, sperando di architettare qualcosa dall’esterno, porta solo all’isolamento. Bisogna invece vivere i contesti, compresi quelli più problematici e sporchi, lavorare con le persone. Già prima del corteo il nostro obiettivo era conservare quindi una prospettiva che andasse fuori dal centro sociale.

Si capisce quindi meglio perché abbiamo deciso di adottare, già dal primo corteo in dicembre dopo lo sgombero, lo slogan «il governo è nemico del popolo, il popolo resiste». Le direttive nazionali infatti (la decisione non veniva dal Comune di Torino) dimostravano che il governo non risponde alle nostre necessità e, al contrario, la sua priorità consiste nel distruggere tutti gli spazi che possono creare un senso collettivo e alternativo, che possono creare una rottura all’interno di questo sistema, che ci sfrutta e ci distrugge dall’interno. Questa contraddizione l’abbiamo vista in particolare del quartiere Vanchiglia, che notoriamente è il quartiere in cui si trovava l’Aska e per il quale l’Aska era un punto di riferimento fondamentale per una socialità alternativa, per la formazione dei bambini e dei ragazzi, eccetera. Dal giorno in cui l’Aska è stato sgomberato, Vanchiglia è stato militarizzato in una maniera impressionante. Già dal giorno dopo il quartiere è stato bloccato con camionette, jersey, reti, pattuglie… ma noi studenti, che ci trovavamo le strade impercorribili e gli sbirri che ti fermavamo quando entravamo a scuola, ci siamo interrogati tra noi e abbiamo parlato con i residenti. 

Il pretesto usato dalla controparte era, ancora una volta, dare “sicurezza” al quartiere. Ma questa sicurezza chi proteggeva? Era sicurezza per il governo, che aveva soppresso ciò che considerava un pericolo ma che era un punto di riferimento sociale, per i cittadini. Al contrario, per i residenti non voleva dire sicurezza ritrovarsi dieci camionette per via, ma comunque constatare una situazione di illegalità e di problematiche sociali profonde che non venivano nemmeno affrontate e tantomeno risolte dalla polizia. E così è risultato chiaro a tutti, concretamente, che le direttive del governo non siano mai veramente orientate a tutelare i cittadini e gli studenti per le loro necessità, ma soltanto i loro interessi personali. 

Partendo dai nostri luoghi, fare sentire la nostra voce ha significato non solo rivendicare una differenza dal nemico, ma portare avanti il nostro volere e che sì, l’Aska era un punto di riferimento, ma quello che costruiva l’Aska lo costruiscono le persone che lo attraversano. Persone che attraversano le piazze, che fanno le occupazioni delle scuole, che bloccano le università ma che sono pronte a schierarsi nei quartieri e a costruire percorsi che rispecchiano quello che ritengono necessario.

Gmp

Vi farei ora una domanda su un altro tema, che magari potrebbe essere già più ostico e meno conosciuto, quindi parlare a chi ha una vicinanza geografica, ma soprattutto politica con questo tema, può essere determinante. Mi riferisco alla lotta No Tav. Cosa è stata e cosa è?

Ksa 

A parlare di questi temi sarebbe venuto volentieri un nostro compagno, ma fisicamente non riesce ad esserci perché ha delle misure cautelari. Proviamo a spiegare noi il senso di quella lotta in quel momento storico e soprattutto quali prospettive ci ha dato nel tentativo di guardare a una società che si trasforma, cercando nel frattempo di raccogliere dal passato quelle forme di lotta che la gente si è inventata per organizzarsi contro le contraddizioni del capitale nel proprio territorio. Proverei però anche a capire, non solo a leggere, l’esperienza No Tav come un esempio di radicamento reale in un territorio specifico, come una forma di lotta di popolo estremamente forte – differenza sulla quale, secondo noi, conviene ragionare e scommetterci per il futuro in un momento come questo. La corsa al riarmo ha delle conseguenze materiali dirette sulla fisionomia dei territori, e ipotizziamo che il modello della lotta di popolo possa ripresentarsi. Conviene quindi dimostrarsi all’altezza e sottoporla a riflessione.

Il progetto della Tav nasce a fine anni Ottanta. L’alta velocità Torino-Lione inizialmente era pensata per collegare Kiev con Lisbona nei cosiddetti “corridoi paneuropei”: una mega linea di alta velocità pensata per velocizzare il settore logistico, con la promessa ascendente della globalizzazione come momento di esplosione del mercato globale e di circolazione di merci. Lo Stato prometteva che il libero mercato avrebbe portato un benessere mai visto, e allora le merci dovevano viaggiare nella maniera più efficiente possibile. Poi, piano piano le varie amministrazioni del caso e gli Stati europei – che non comprendono il nostro contesto di vita e che rimangono degli utili idioti (c’è una specificità dell’idiozia degli italiani che ritorna anche in questo) dal momento che il Tav non porta in realtà vantaggio a loro, se escludiamo la corruzione e gli appalti mafiosi per la quale è particolarmente noto il cantiere – riducono il progetto alla tratta che passa da Torino per arrivare a Lione, e che dovrebbe passare per la Val di Susa. 

Negli anni Novanta nasce un comitato ambientalista contro questi progetti che, piano piano, riconosce una contraddizione nel fatto che in nome di un fantomatico progresso (ma ripeto, anche ponendosi nella mentalità di chi pensava a quella roba, i profitti erano comunque esigui; nel pratico è l’ennesima opera inutile) le montagne sarebbero state bucate, i valsusini avrebbero respirato l’amianto, i boschi spianati per fare delle autostrade, folate di polvere dalle cave e via discorrendo. Con la volontà di voler contare, si affermava ancora una volta che i piani territoriali dovevano soddisfare i bisogni di chi ci abita, e non di una fantomatica nazione che avrebbe bisogno di treni più efficienti. Il messaggio era chiaro: «La Val di Susa è nostra, e non la vogliamo come la volete voi». 

Questo veniva affermato da un movimento che era composto di tantissimi pezzi: dai comunisti di vecchia scuola (già negli anni Settanta la Val di Susa era un punto caldo di lotte, addirittura c’era un nucleo di Prima Linea molto radicato) si passava ai cattolici che andavano a fare le preghiere davanti ai cantieri e a dire che quella roba lì non faceva bene a nessuno e che bisogna essere altruisti, fino ai leghisti contro il Tav… Non c’era posto per l’ideologia, c’era solo posto per la volontà unanime di andare verso un unico obiettivo, cioè la distruzione del progetto dell’Alta velocità. 

Due date significative per il movimento. Una è stata sicuramente l’8 dicembre 2005. A Venaus, in Val Cenischia, era stato fatto un presidio durato mesi. Poi però, per espropriare quelle terre e inaugurare il cantiere, è stato sgomberato circa una settimana prima dell’8 dicembre. L’8 dicembre si organizza questa manifestazione regionale in cui 80 mila valsusini e gli abitanti di Torino cintura decidono che non si sarebbe andati via e che ci si sarebbe ripresi il presidio della libera Venaus. A una certa la polizia ferma il corteo sulla strada che va verso Venaus; ci sono dei tafferuglini ma si capisce che da lì non si sarebbe potuti passare; però, a differenza della celere che – come sempre quando ci sono delle grandi manifestazioni – non è gente del luogo ma di Milano, di Genova, di Padova e via così (ma poi, anche i celerini di Torino, che cazzo ne sapevano della montagna?), i manifestanti erano gente cresciuta lì e conosceva bene i sentieri. Quindi ci si chiede: ma se scendiamo dal versante, come fanno a prenderci? E quindi tutto il corteo ha inondato la montagna, è diventato un’invasione popolare del territorio che ha occupato il fortino allestito dalla polizia per costruire il cantiere. La polizia venne letteralmente cacciata via, e dopo qualche giorno di occupazione venne annunciato che il Tav non sarebbe mai passato da lì. Grande vittoria del movimento, che tutti gli anni ricordiamo con un corteo che passa per quei sentieri.

Un’altra data è il 3 luglio 2011. Dopo aver affermato che la linea non sarebbe passata per Venaus il progetto cambia. La controparte si inventa delle cazzate sui costi-benefici e insiste che non conveniva sul piano logistico, quando invece la realtà era che non sapevano come pacificare una valle agguerrita contro di loro che non voleva il treno. Quindi la controparte sostiene che si deve passare da Chiomonte, cioè dall’altra parte della montagna che separa le due valli più piccole. Da quel momento nasce il presidio della Libera Repubblica della Val Clarea. Si costruisce una baita in cima alla Val Clarea, in un territorio in cui c’era solo l’autostrada per il resto era tutto bosco. Nei mesi la baita viene visitata da un sacco di persone, anche perché ricordo che siamo in un momento in cui gli occhi di tutta Italia erano puntati sul movimento No Tav. Io pure ricordo che ero piccolino, e mia mamma mi portava lì in mezzo a gente che veniva da ogni dove. C’erano i vecchi montanari, le famiglie “normali”, i punkabbestia dei centri sociali, e la signora cattolica, tutti assieme contro questo progetto. Era veramente molto bello. Viene sgomberato a fine giugno.

I video dello sgombero sono diventati famosi, la polizia ha fatto veramente un macello. Lacrimogeni di brutto, in alcuni video si vedevano i poliziotti che si erano messi a tirare delle pietre, c’era gente che raccontava di sbirri che erano entrati nelle loro tende per cagarci dentro, storie assurde di ogni genere… Però dopo questo attacco diciamo: basta. E lo diciamo in conferenza stampa. Ci si mette il caschetto e la maschera a gas, e quindi i bambini, i vecchi, le famiglie e i compagni, insomma tutto il popolo della Val di Susa insorge, e decide di andare ad assediare il fortino allestito dalla polizia. Scontri di 12 ore in mezzo ai boschi. Famoso fu poi l’aneddoto in cui un poliziotto rotolò da una collina, cascando in mezzo ai compagni. I compagni capiscono che infierire fisicamente – per quanto meritato – si sarebbe ritorto contro sul piano mediatico, e allora decidono di limitarsi a spogliarlo, farlo tornare in mutande dai suoi camerati di plotone, e fargli su la pistola. Dicono che questa pistola sia poi stata lanciata giù per un canalone, e non si sa che fine abbia fatto.

Alla fine questa battaglia finisce in una nostra sconfitta e non si riesce a recuperare il presidio. Il dato che conta però è quegli anni – dal 2011 fino al 2014, con l’inizio dei grandi processi e la repressione legale del movimento No Tav – sono stati estremamente caldi, e la valle era diventata il punto di ritrovo per tutta Italia per chiunque sognasse una società diversa. Comunque mi dicono che si è collegato [censura] in videocall, vediamo se si sente…

Ksa ingiustamente carcerato in collegamento

Mi sembra che il compagno abbia già detto abbastanza tutto, la cosa secondo me più importante da riprendere è come si sia riuscito sostanzialmente in trent’anni, da una negazione, a costruire delle parole d’ordine, delle forme comunicative adeguate, delle forme di contrapposizione popolare che vanno direttamente a interrompere un processo di sviluppo capitalistico ben specifico, su cui poi effettivamente si è riusciti a costruire anche dell’altro. 

La cosa più importante è che il momento No Tav, pur caratterizzato da una chiara negazione, una contrapposizione netta in cui si dice no a qualcosa, è riuscito nel tempo a sedimentare delle forze, riuscendo a parlare a una composizione territoriale gigantesca – all’inizio alle manifestazioni c’erano i cattolici, la Lega, i padani, i comunisti, gli anarchici, i panettieri, e quando arrivava la polizia tutte le campane dei paesi suonavano e la gente usciva da messa per andare a fermare la trivella. La cosa più importante del movimento è stata proprio quella capacità di saper stare dentro a un contesto popolare, di saper agire nella composizione e, andando avanti, di sapere sempre quali fossero i tempi giusti per la forzatura e i tempi nei quali c’era invece più bisogno di un allargamento. Su questa cosa qua si è anche riusciti a passare a una forma di attacco – “noi siamo per il No Tav ma anche per il Sì a molte altre cose”. Per cui nel movimento si è riusciti a sedimentare parecchia forza dentro la Val Susa, e adesso ci sono i presidi in cui la gente può andare a dire la propria, a fare laboratori e altre attività, ogni martedì al presidio di San Didero c’è una cena sempre partecipata da un sacco di gente, e soprattutto c’è il Festival dell’Alta Felicità. È un’esperienza nata nel 2016 e di cui quest’anno ricorrerà il decimo anniversario. Un’occasione per la quale decine e decine di artisti si mettono a disposizione ogni anno per supportare la lotta della Val Susa. Si riescono quindi anche a costruire dei grandi momenti di socialità, in cui la gente riesce a dare il proprio contributo. Io invito tutte le persone a venire soprattutto i giorni prima durante la preparazione del festival, per vedere proprio come una popolazione intera riesce a costruire delle forme di comunità che hanno come presupposto la lotta e la rottura. Per noi autonomi la cosa più importante è quella di costruire forme di rottura all’interno dei movimenti che sappiano individuare degli obiettivi comuni. 

Il movimento adesso sta affrontando parecchie forme repressive, per cui si vive ora un momento di riflusso, ma rimane evidente che ci siano peculiarità all’interno di quella valle. Alcuni esempi pratici: magari c’è stata una battaglia e tu ti devi rifugiare da qualche parte perché la polizia ti insegue, dentro ai paesini trovi rifugio ovunque, ti versano un bicchiere di vino e ti danno un pezzo di salame, la bagna cauda e la polenta e son tutti più felici. La peculiarità quindi è proprio che si è riusciti a partire da una contrapposizione per arrivare a una forma di attacco allo sviluppo capitalistico, riuscendo anche a far passare quella forma di desiderio a una pratica costante, attraverso cui la gente è riuscita ad attivarsi. 

Gmp

L’ultima cosa che volevamo chiedere riguarda il fatto che a Modena noi abbiamo tanti contesti nuovi che si sono attivati, ragazzi che sotto tanti punti di vista sono ancora abbastanza inesperti. Tra cui le assemblee: abbiamo un po’ questo problema dell’affluenza alle assemblee, non sappiamo bene come organizzarle. Mi chiedevo riguardo a questo come siete soliti fare voi. Raccontateci un po’ la vostra esperienza. 

Ksa

Per descrivere un po’ come funziona la nostra assemblea parlerò terra terra, partendo da qualche esempio pratico tratto da quest’ultimo anno che è stato il momento più caldo delle scuole di Torino. Per esempio all’Einstein è venuta fuori una questione riguardo al volantinaggio di Gioventù Nazionale, giovanile di Fratelli d’Italia, in pratica un organo del governo Meloni, semplicemente fascisti di merda. Durante il volantinaggio sotto la scuola, il 27 ottobre 2025, sono nati dei battibecchi e un nostro compagno è stato portato in questura il giorno stesso, accompagnato dalla Digos. Era un contesto complicato e aggressivo. All’interno della nostra scuola c’è poi stata subito una risposta da parte degli studenti che sicuramente hanno visto il tutto come un atto violento compiuto dalle forze dell’ordine, dalla digos e da Gn. 

All’interno della scuola un organo importante ma che si nota poco è la classe. All’interno dell’Einstein noi abbiamo visto l’occupazione partire da ciascuna singola classe, che si portava la bandiera della Palestina e la attaccava al muro, mentre i professori spesso non volevano parlare di quello che era successo il 27 ottobre. Infatti noi abbiamo anche parlato molto di normalizzazione – bisogna sempre parlare, e se necessario urlare, e non normalizzare quei fatti, questa è la cosa più importante. In questo senso chi è già politicamente attivo, per aggregare la gente e far capire quello che sta succedendo, deve parlarne terra terra, e questo è quello che è successo all’Einstein: la classe del compagno portato in questura dalla Digos ha scritto un comunicato, e altre classi si sono esplicitamente esposte contro quello che è successo. 

Il nostro preside, che è un pezzo di merda, ci ha dato una risposta vergognosa, negando l’evidenza, e non voleva fare assolutamente nulla per questo nostro compagno. Quindi una cosa da portare all’interno della propria scuola sono i battibecchi anche coi professori. Ad esempio se porti un volantinaggio dentro alla scuola e il professore dice che non puoi farlo, si può rispondere NO: la scuola è il primo posto in cui bisogna farlo, in cui bisogna parlare di quello che succede e sviluppare un proprio pensiero critico. 

Da noi ci sono stati non solo battibecchi coi professori ma anche scioperi. Noi abbiamo tre sedi, in una ci sono stati scioperi in corridoio in cui gli studenti volevano parlare, volevano sapere, contro il volere dei professori e del preside. Gli studenti si sono organizzati classe per classe attraverso gruppi whatsapp, attraverso sondaggi, sono usciti dalle classi e sono stati in corridoio tutto il giorno. Nella sede dell’accaduto abbiamo fatto un’assemblea in cortile, mentre nelle altre sedi c’è stato uno sciopero enorme in quella stessa giornata. 

Per concludere, ognuno all’interno della propria classe deve fare il lavoro principale di tirare un po’ su l’attenzione, di far parlare di quello che sta succedendo nel mondo, sempre, con i professori durante le lezioni, con gli studenti negli intervalli, perché è così che si forma la base per arrivare all’assemblea studentesca che abbiamo a Torino, ovvero l’unione di tutti i collettivi delle scuole grandi e piccole. 

Un altro esempio di come si è data la lotta in questo autunno a Torino, durante una catena di occupazioni nata dal «Blocchiamo tutto», è stato in una scuola, il Lagrange, vicino a Porta Palazzo. Una scuola nella quale ci sono poche aule, tenute male, senza porte, con i ratti nelle classi e pezzi di soffitto mancanti. E di fianco a questo edificio c’è un cantiere, in cui si lavora con l’obiettivo di creare una nuova ala della scuola molto più bella. Peccato che c’erano questi infissi lasciati nel cortile pronti per essere messi, ma che fondamentalmente non venivano mai messi, a causa dei tagli ai fondi per le scuole. Perché a Torino si preferisce dare i soldi alla Leonardo. 

Durante questa catena di occupazioni, gli studenti del Lagrange, che non sono assolutamente politicizzati, che non si erano mai interessati ad alcun ambito della politica, riescono attraverso la loro volontà a entrare in contatto con persone, fra cui noi, che di occupazioni ne avevano fatte, e in seguito a confronti vari decidono di occupare. Durante questa occupazione, a cui lì per lì non si darebbe neanche una lira, si presentano davanti a scuola. La preside, che li aveva preceduti, li aveva chiusi fuori dalla scuola, ma loro dopo due ore di agonia in cui hanno provato di tutto sono riusciti a farsi aprire la porta convincendo la preside che avrebbero occupato la scuola solo parzialmente e che i professori sarebbero potuti entrare. 

Fatto sta che la preside mette la chiave nel cancello, e nel momento in cui il cancello si apre parte un’azzuffata coi professori, la preside, i bidelli, vengono tutti mandati via a spintoni – una cosa mai vista – e nel giro di trenta secondi la scuola era completamente barricata. Questi sono entrati di corsa, hanno fatto catena umana e banco per banco e hanno bloccato tutto. Ma la cosa incredibile non è tanto la loro praticità nell’azione, ma che questa occupazione ha portato un problema effettivo alla Città Metropolitana, l’organo che gestisce tutti i lavori strutturali nelle scuole di Torino. Sono riusciti addirittura a convocare chi gestiva questi lavori e a fargli firmare un foglio in cui la Città Metropolitana si impegnava a finire lavori nel giro di due mesi. Una cosa che non era scritta su questo foglio ma che era stata detta informalmente era che se così non fosse stato la scuola sarebbe stata rioccupata. Due giorni dopo, magicamente, al Lagrange montano tutte le porte, i soffitti sono puliti, e avviene la disinfestazione. 

Questo è un esempio di come funziona un organo che si dà all’interno della città, che si può chiamare in aiuto a qualsiasi tipo di scuola, anche a una scuola come il Lagrange che alle assemblee non si era mai presentata e alla quale però è stato portato un aiuto da parte di tutti i collettivi per arrivare a questo obiettivo, che è stato un grandissimo obiettivo per quella scuola. 

Un’ultima cosa. Noi a Torino ci muoviamo attraverso l’Assemblea studentesca, in cui una volta a settimana ci ritroviamo con tutti collettivi di tutte le scuole, ed è un contenitore fondamentale perché riusciamo a darci gli strumenti confrontandoci e dialogando, nonostante in ogni scuola ci siano questioni diverse da affrontare. Magari ci sono scuole della periferia che si interessano a certe questioni, ci sono scuole del centro in cui invece gli studenti sono mossi da altri interessi, però è un contesto in cui con il confronto potenziamo tutte le possibilità, e con il movimento del «Blocchiamo tutto» ogni scuola è riuscita – prima protestando per la Palestina, ma poi tirando fuori la propria voce di studenti e facendo sentire quelle che sono le necessità che il nostro governo schiaccia – a protestare e a ottenere quello che voleva senza delegare niente alle istituzioni, smettendo di chiedere, prendendosi da sé ciò che gli spettava, e questo è il nostro obiettivo centrato.

Dibattito – domande e risposte

Come si riescono a tutelare i ragazzi durante le manifestazioni, durante le occupazioni, sia sul piano legale sia sul piano fisico… se si possono tutelare?

Ksa 

Rispetto alla tutela legale, quello sta alla propria individualità, alle proprie necessità. Da un lato noi a Torino crediamo che sia anche importante “metterci la faccia”. L’accollo che ci si mette come compagni e compagne, sapendo che quello che si fa poi “arriverà”, è anche quello di far vedere un’immagine diversa di quello che si sta facendo, che non si tratta di un fantomatico “black bloc”. Detto questo forse ha più senso parlare di cos’è un conflitto, di cosa sono i rapporti di forza, di cosa significa muoversi in maniera conflittuale. Se la tutela legale riguarda una dimensione personale, in cui ognuno decide cosa accollarsi, sul piano collettivo bisogna comprendere cosa significa costruire dimensioni di massa conflittuali, cosa significa acquistare forza con i movimenti.

Io volevo capire meglio cosa significa questa “autonomia”. Dai vostri discorsi ho capito che movimenti più grandi come il «Blocchiamo tutto» vengono reinterpretati, e la mia domanda è quanto questa autonomia rischi di frammentare la lotta e quanto invece ci sia un’apertura a possibili convergenze in periodi in cui – tipo con le mobilitazioni per la Palestina – ce n’è necessità. 

Ksa

– Relativamente a questo, per quanto riguarda il «Blocchiamo tutto», e in generale per come ci siamo sempre mossi, la questione delle alleanze si è sempre posta sul piano strategico. Come dicevamo prima, il nostro obiettivo è rispondere alle necessità che non vengono ascoltate, e farlo senza chiedere, senza delegare a un’istituzione, perché ci rendiamo conto della natura problematica e sistematica di questo. Detto ciò ci sono momenti in cui invece è necessario allargare il campo per permettere di avere uno sguardo più ampio, di riuscire a portare una componente più ampia al nostro discorso – il fine poi rimane lo stesso, e non è compromesso da questo.

– Rispetto alla domanda, può essere un’interpretazione erronea quella di far combaciare la parola “autonomia” allo scontro di piazza. Per me non è quello. Gli autonomi sono un’identità politica e un soggetto in costruzione. Nel momento in cui si sceglie la strada dell’antistituzionalità, con la volontà di sovvertire in qualche modo lo stato di cose presenti per una società libera del capitale, per forza di cose bisogna comprendere chi è il “noi”, chi è il “loro”, e come il “noi” e il “loro” si confrontano l’uno con l’altro. Credo che il “noi” – senza mettersi a usare parole che possono essere un po’ vuote di significato nei termini più pratici, ma più utili invece per avere uno schema mentale su come funziona la società e come sia divisa – sia chi è subordinato al capitale, il salariato, chi è subordinato al lavoro, chi lavora sostanzialmente. Colui e colei ai quali viene rubata la propria «capacità umana» e che è subordinato alla loro volontà di profitto. Il “loro” invece è che ci vuole così, chi ci vuole parte di questa macchina (ormai non tanto ben oliata) di valorizzazione becera e di accumulazione di capitale, chi quindi ci vuole proni, ci vuole subordinati – chi ci vuole tristi, mi viene da dire. 

In questo senso, sul “noi” e “loro” credo che ci sia un’incompatibilità di natura rispetto a quelle che sono le nostre esigenze, le necessità e i bisogni di chi sta dalla nostra parte, di chi lavora e di chi è subordinato, e le loro, di chi ci vuole subordinati. E in questa incompatibilità, per forza di cose, esiste un conflitto di interessi. In questo senso si può parlare del fatto che la nostra parte – coscientemente o no – possiede una forza potenziale o espressa, e la loro pure, e in questo esiste un piano di rapporti di forza tra noi e questa fantomatica controparte. 

Poi può essere anche problematico e semplicistico far diventare una cosa unica, un corpo unico cosciente di sé, la controparte, ovvero il capitale, che è fatto da interessi comuni e allo stesso tempo divergenti, che hanno come minimo comune denominatore lo sfruttamento del lavoro salariato. Però questo è un campo di battaglia che esiste, anche se ancora potenziale, e in questo senso appunto si parla di rapporti di forza. 

E per quanto ci riguarda, per noi, l’autonomia di classe, ricostruire il «partito storico» dell’autonomia, significa per forza di cose doversi scontrare e far sì che questa battaglia potenziale si dispieghi in maniera reale. In questo senso l’obiettivo è chiaro.

D’altra parte bisogna affrontare il discorso dei rapporti di forza in maniera non ideologica. Individualmente un proletario, uno sfruttato, che fa violenza contro il suo oppressore è sempre nel giusto. Rispetto a questo però bisogna comprendere cosa possiamo dichiarare ideologicamente giusto e che cosa può essere utile allo spostamento di questi famosi rapporti di forza. Quindi in questo senso, sulla scelta della strategia e della tattica della nostra parte, bisogna saper comprendere cosa è utile all’ampliamento della lotta, alla sua capacità di sapersi allargare e riprodurre, alla sua capacità di essere contro, alla sua capacità di essere massa e di essere forza. Le due cose da tenere in mente sono da un lato la questione della massificazione della lotta, e dall’altro quella del salto qualitativo che si dà nella capacità di saper vedere un nemico, di saper vedere una controparte e di saperla attaccare dove fa male. 

Quindi per noi non esistono dogmi sulle pratiche. Non esiste solo la forza applicata in piazza, sul posto di lavoro, nelle scuole e nelle università, nei quartieri – quella che il capitale non chiama “forza”, ma che queste merde dei giornali del padrone chiamano “violenza”. Per noi la violenza è sistemica, la nostra è forza di liberazione. Non c’è quindi solo quel campo lì, la forza si esprime in una molteplicità di modi, sta alle nostre capacità di saper comprendere in che momenti è necessario allargare e in che momenti è necessario fare il salto di qualità nel vedersi in quanto soggetto politico in lotta contro il capitale, e quindi sapersi prendere fisicamente le cose, saper praticare gli obiettivi e raggiungerli. 

Pensavo alla scala su cui la lotta si dà. L’essere autonomo limita la lotta a una certa scala? Ad esempio, alla città di Torino? O ci sono livelli, forme, strumenti, metodi che possono riprodurre, declinare, amplificare la lotta autonoma?

Ksa

Se la domanda riguarda l’ambire – come pratica nazionale – a un agire comune, la risposta è chiara: se dobbiamo vincere dobbiamo essere ovunque. Più sul pratico, ci sono degli abbozzi di questa cosa dal punto di vista prettamente studentesco. La nostra proposta voleva anche essere questa, far sì che questo non sia un momento tutto chiuso in se stesso, ma che possa essere il primo di tanti, di confronto, di contaminazione reciproca e di costruzione di un progetto comune, magari partendo da una piattaforma comunicativa, che possa semplicemente amplificare quelle che sono le esperienze di lotta nei nostri singoli territori e che possa far sì che tutte le realtà organizzate presenti sul territorio nazionale possano entrare in comunicazione, scambiarsi pratiche e soprattutto un metodo di agire, non per sovrastare le proprie specificità territoriali ma per potersi semplicemente dare degli strumenti per poter lavorare in maniera più efficace sui nostri singoli contesti. Strumenti per potersi confrontare su come la guerra entra nei nostri singoli territori, su come le nostre forze organizzate si plasmano rispetto a quelle che sono le necessità del momento, e su come possiamo contaminarci per riuscire a costruire nelle scuole percorsi contro la guerra, autonomi, e che possono puntare a qualcosa di più che un semplice rifiuto pacifista delle armi.

Io sono di un piccolo collettivo della provincia di Padova, nato in autunno, e sono qui con le mie compagne e compagni di Vicenza. Avete anticipato la domanda che volevo fare, cioè se c’è disponibilità per una condivisione. Anche perché noi viviamo in provincia molto l’abbandono, l’isolamento, il non riuscire a vedere forze con cui confrontarci e con cui poter condividere analisi. Anche per questo sono qui dopo sette ore di treno raga [applausi]. Più sul pratico la domanda che vorrei porre all’assemblea è: voi sui vostri territori, quindi con le vostre specificità e sicuramente con le vostre differenze, rispetto alla nostra visione di autonomia che si divide fra una parte conflittuale, e quindi portare seriamente avanti il conflitto, e una grande parte mutuale, reale, sociale e concreta, che pratiche avete trovato efficaci, funzionali, che vi hanno portato effettivamente risultati nei vostri territori?

Ksa

Diciamo che l’organizzazione di questi momenti è sempre nata da momenti assembleari, e quindi da singoli collettivi che si sono poi articolati in un coordinamento che potesse scambiare idee, confrontarsi sulle pratiche di lotta, che poi sono diversificate da contesto a contesto. Noi quest’anno sicuramente abbiamo sperimentato nella maggior parte delle scuole per la prima volta l’occupazione, che è stato un modo per mostrare una certa forza, una capacità di imporsi sull’istituzione, un’organizzazione del tutto studentesca, quindi dal basso e autorganizzata, che ci ha permesso di allargare lo sguardo e la partecipazione della singola scuola, e poi di riversare questi momenti nelle piazze, confrontandoci anche con tanti altri pezzi. Quando parliamo di contrastare la guerra, che permea tutti gli ambiti delle nostre vite, questo vuol dire anche confrontarsi con persone che vivono la nostra stessa situazione. Noi una volta a settimana ci troviamo sempre, per far sì che non si smetta mai di parlare di queste cose.

Gmp

Io vengo da Gmp, che è una realtà che di fatto si è generata tra agosto e settembre 2025 e che ha preso veramente il volo durante il grande momento del «Blocchiamo tutto». Siamo partiti con un’ottica abbastanza stretta, siamo partiti dal momento dal grande interesse che c’era sulla questione palestinese e dalla brutalità del genocidio in corso, che ha indignato tutti noi, politicizzati o meno, e che ha portato un sacco di energia in piazza che in una città come Modena, ormai da dieci anni sopita, non si vedeva da tanto tempo. Da un confronto con voi come con altre realtà stiamo maturando la comprensione che per avere effettivamente un’efficacia sul territorio, per essere efficienti in quello che facciamo e per migliorare i nostri rapporti di forza, è il momento di diventare un coordinamento studentesco come quelli che abbiamo qui presenti oggi. Quindi intanto lancio la proposta a tutti i ragazzi presenti di Modena, se vogliono lasciarci contatti, se vogliono entrare in quello che diventerà un coordinamento studentesco, anche nell’ottica punto di metterci alla pari con le città che ci circondano. Poi si ricollega questo alla necessità di inserirci in una dimensione nazionale. Siamo andati a Livorno alla due giorni di Infoaut e anche lì abbiamo raccolto contatti. Abbiamo effettivamente la possibilità di tracciare almeno una struttura di base di questa rete che possa effettivamente chiamare autonomamente e in modo coordinato da tutta Italia azioni in tutto il Paese. Ci sono tanti giovani che in realtà sono interessati alla politica ma non hanno nessun organismo da seguire. Noi di Gmp vorremmo diventare l’organismo che possa coinvolgere tutti gli studenti dei collettivi e delle scuole, e speriamo che questo possa andare avanti ed essere un punto di forza per Modena.

Come Kamo abbiamo voluto aiutare i ragazzi a organizzare questa giornata, e per noi “vecchi” vedere tanti giovani, tanti studenti, da Modena e anche da fuori, per confrontarsi su quella che è la militanza, sull’autonomia, e quindi sulla militanza autonoma, è una grandissima boccata d’aria fresca. Noi proveniamo e ci siamo formati in cicli di lotte passate, ne siamo di fatto gli estremi retaggi, ed era da tanto tempo che non vedevamo quest’aria frizzante. A quanto pare proprio nelle province, come Modena, Lucca, anche Vicenza, c’è del fuoco, del magma che bolle sotto la terra, e si tratta di aprire delle fatture, come si diceva anche a Livorno, per far uscire il magma che abbiamo visto manifestarsi nelle bellissime giornate di «Blocchiamo tutto». Pazzesco per noi “vecchi” vedere cose così, che avevamo visto molto più in piccolo ai nostri tempi, quindi è stata una cosa veramente fica. Ci siamo stati dentro anche noi, cercando di creare e stimolare anche con voi ragazzi dei momenti di rottura in piazza. Noi pensiamo, come voi, che l’autonomia, la sua formazione, non sia tanto un’etichetta, una felpa da mettere o una posa da esibire, non tanto un’identità da far vedere, ma vediamo proprio l’autonomia come un metodo, un punto di vista, che è quello della rottura, dell’«attualità della rivoluzione». La rottura con questo mondo di merda che ci portiamo dentro, in cui viviamo – e per odiarlo non servono tante parole, basta guardarlo negli occhi tutti i giorni, nel nostro piccolo, nei nostri territori dove siamo collocati, perfino dentro di noi. A scuola, all’università, al lavoro tutti i giorni, ci basta guardarlo in faccia questo mondo di merda per odiarlo. Ecco, l’autonomia pensiamo che sia proprio un metodo, un punto di vista e uno strumento con una lunga storia, che ovviamente si rinnova di ciclo in ciclo di lotte, e che può dire ancora tanto a voi giovani «figli della crisi», o ancor meglio «figli di nessuno». Noi più vecchi pensiamo che sia fondamentale in questo momento la questione della formazione, dell’autoformazione, del controsapere che si può dare e creare nelle lotte, ma che si può anche affilare nei confronti, in momenti e spazi di formazione che possono essere preziosi per costruire questo metodo e per creare armi per combattere questo mondo di merda. Volevo chiedere ai ragazzi di Torino: come vi formate voi, se avete dei momenti, dei documenti, delle “istituzioni” riproducibili, non istituzioni come quelle della controparte ma istituzioni autonome di formazione e di autoformazione che possano essere riproducibili anche a Modena; libri, seminari, riunioni, per dare slancio, forza organizzativa alle lotte, in vista di momenti di rottura?

Ksa

C’è un piano più nostro, del Ksa, più militante, e poi c’è quello dell’assemblea studentesca, che si dà in un altro modo ma ugualmente interessante e anzi, forse più interessante rispetto alla sua possibilità di riproducibilità. Come Ksa, magari d’estate quando non c’è niente da fare, si organizzano i campeggi in Val di Susa. Quando non c’è la scuola tutti i giorni e c’è più tempo, di solito si programmano formazioni di ampio respiro, giornate intere in cui si provano a sviscerare determinati temi. Abbiamo scritto, prendendo anche da vari pezzi della tradizione dell’operaismo e anche da roba più recente, un seminario, un testo di un centinaio di pagine in cui sono riassunte certe cose sulla storia nostra e su questo famoso metodo, che per noi è l’unico dogma del nostro agire politico. Dogma in quanto punto centrale su cui poi si struttura la proposta politica, e non in quanto immodificabile. Crediamo sia tutto un’ipotesi, sia tutto da costruire, e che non esistano dogmi, anzi, crediamo che la capacità e la potenza che storicamente ha avuto la proposta autonoma è quella di sapersi rinnovare, o almeno di tentare di farlo, rispetto alle necessità di classe del momento storico che si attraversa. 

Quindi ci sono i seminari, e poi quando capitano cose particolari facciamo assemblee, in cui magari ci si rompe un po’ più i coglioni, ci si becca la mattina e si fa tutto il giorno di discussione, e poi magari rimane un recap scritto di queste cose. E poi c’è invece, per quanto riguarda l’assemblea, un tentativo di organizzare questi stati generali per darci una linea. Una linea da seguire per avviare questo progetto di creare campagne di studenti contro la guerra. Una delle tante articolazioni che abbiamo sentito necessaria per le questioni dette prima, e anche per portare un’informazione che fosse nostra, una controinformazione che mettesse al centro il nostro punto di vista e i nostri bisogni, cosa ovviamente non fatta dai media o dai giornali, è quella del giornalino. 

Questo giornalino è importante tanto per l’esterno, per far vedere il nostro punto di vista, per raccontare noi, i nostri cortei, le nostre rivendicazioni, il nostro lavoro dentro le scuole, quanto poi all’interno, per beccarci e costruire insieme, analizzare e far sì che questo momento della scrittura, di impostazione di un articolo sia un momento di crescita e consapevolizzazione per tutte le parti che l’attraversano. Lo si voleva strutturare anche in inchiesta, e quindi andare ai cortei a intervistare le persone, o nelle scuole in cui si stanno vivendo situazioni problematiche oppure di conflitto, di scontro, di creazione di qualcosa che sia contro. Per portare un punto vista nuovo per formarci noi e quindi fare un lavoro per tutti. E poi l’ultima questione che secondo me è importante è che questo giornalino è nato anche per intercettare le capacità e le passioni degli studenti, che siano la fotografia, la grafica o altro, per unirle in uno spazio che sia comune, che ambisca a un obiettivo comune che faccia bene alla collettività e in cui quindi tutte le persone si possano riconoscere.

Dopo il corteo del 31 gennaio a Torino il tema martellante da parte dei media è stata la violenza di piazza, gli scontri. Volevo chiedervi che ruolo ricopre lo scontro nella strategia politica, in che modo la non violenza protegge lo stato di cose correnti e la violenza conseguente del sistema? Come si fa a decidere che filtro usare per capire qual è il momento di fare il salto di qualità e di usare lo scontro come strumento e quando invece di procedere per altre vie? Come fate questo genere di scelte, come vi confrontate con le situazioni, e in che modo possiamo anche noi a un certo punto prendere tatto con questo genere di strategia politica?

Ksa

Allora il fatto è che la forza e lo scontro di per sé sono qualcosa di conseguente rispetto all’obiettivo prefissato che la lotta si pone. Per quanto ci riguarda, la ricetta non c’è, si parla di scommesse. Crediamo che da un lato appunto non bisogni schiacciarsi su un piano rispetto alla risposta della controparte, perché quella sarà sempre la stessa, e dall’altro si debba imparare in qualche modo ad affrontare tutto in maniera dialettica. 

Per quanto riguarda la rottura, questa avviene con la controparte. L’incapacità poi di saper socializzare quel tipo di esperienza crea frammentazione anche all’interno delle nostre dimensioni e quindi in questo senso sta nel saper affrontare in maniera dialettica le necessità del movimento e nel saper comprendere quello che ci è più utile per raggiungere determinati obiettivi, ponendosi sempre la questione di come stare nella lotta e di saperla amplificare in visione dell’obiettivo. 

D’altra parte, durante il «Blocchiamo tutto», nella specificità di Torino ci sono due soggetti politici che sono emersi sul nostro territorio: quello del lavoratore in senso ampio, cioè dell’“operaio sociale”, con picchi nel terzo settore e nella classe media, e poi quello degli studenti come specificità propria. Poi in generale abbiamo visto un soggetto giovanile trasversale agli ambiti storici dell’organizzazione politica, non gli studenti medi e non gli universitari, ma un soggetto ibrido che attraversa l’uno e l’altro spazio: magari fa l’università, ma lavora anche, magari è semplicemente un lavoratore precario ma giovane. Queste sono le persone che hanno attraversato queste piazze. L’eterogeneità e il convergere di questi diversi soggetti sociali hanno portato anche ad una collisione di volontà differenti nei modi e nel saper portare avanti la lotta. 

In questo senso la nostra parte, per saper essere credibile, deve essere sempre quella che fa da collante, che sa unire i pezzetti, in funzione appunto dell’ampliamento di queste dimensioni qua. Un conto è tutto l’ambito di chi fa opportunismo politico su un piano istituzionale, ma un altro conto è magari la lavoratrice del terzo settore o il cinquantenne del caso secondo cui la violenza non porta a nulla. Questi piani qua non sono da schifare e bisogna saperci entrare in un rapporto dialettico per far sì che si riescano a tenere i pezzi uniti. 

Anche per il movimento No Tav ciò che ha fatto da collante è stato il non rompersi su questa contraddizione qui. Non siamo tutti quanti a lanciare le pietre, magari ci stanno i giovani che lo fanno, ma poi ci sono i vecchietti dietro che ti fanno il pranzo e ti medicano la testa dopo le botte, ci sono quelli che ti fanno supporto, che stanno con le mani in alto mentre ci sono i compagni che stanno facendo altre cose. ‘Sti cazzi l’eterogeneità delle pratiche se c’è il convergere verso un obiettivo e la costruzione di una forza collettiva che sposti i rapporti di forza verso possibili vittorie.

Cas Bologna

Io credo che nessuno abbia la sfera di cristallo per sapere ciò che è meglio fare in un dato momento. I movimenti e le lotte sono frastagliate, sono frammentate e composte da soggetti e individui estremamente eterogenei fra di loro. Si citava l’esempio del movimento No Tav che è uno dei più limpidi sotto questo punto di vista, che riesce a tenere insieme un movimento e a portarlo avanti. Sulla questione se la violenza di piazza, come ci si sente sempre dire, sia ciò che invece di progredire fa tornare indietro, ecco credo che quella sia una narrazione di cui tutti siamo succubi, di cui tutti bene o male siamo vittime, visto che la controparte possiede i mezzi di informazione. Come è vero che gli scontri che sono stati fatti questo autunno, che hanno avuto dei picchi nei capoluoghi come Torino, o Roma o Bologna, che magari non hanno avuto nessun risvolto pratico sul momento, sono comunque pressioni politiche importantissime. Bloccare per due giorni un Paese, bloccare gli snodi, bloccarne le infrastrutture, per forza di cose porta allo scontro, e quello scontro diventa poi pressione politica. A quel punto i tuoi calci riescono a diventare interventi in aula, per quanto poi noi alle aule del Parlamento non ci pensiamo in alcun modo. Per cui c’è tutto un retroscena che quel calcio allo sbirro ha, anche se magari non lo cogliamo immediatamente. Poi quale sia la fase per questo o per quell’altro è una scommessa, un azzardo, sarebbe meglio sapere quando è meglio non farlo. Ogni tanto, come abbiamo fatto questo autunno, si mette la palla in buca e si riesce a fare l’azzardo giusto, e ogni tanto ci si dice che forse questo era meglio non farlo.

Siccome Torino è una città divisa fra collettivi, come ogni altra città d’Italia, che magari possono sviluppare divergenze, quando ci sono eventi come lo sgombero dell’Askatasuna queste divergenze si sono almeno attenuate? Anche fra collettivi, organizzazioni e sindacati, c’è stata effettivamente un’unione sull’unica causa oppure c’è sempre stata confusione?

Ksa

Per quanto ci riguarda ciò che crea forza ed è da valorizzare sono le dimensioni in cui effettivamente si possono riscontrare e si possono esprimere i bisogni della gente. Certo, ci possono essere alleanze strumentali con chi fa dell’opportunismo politico il proprio mestiere. Per quanto ci riguarda ciò che ha sempre portato a delle possibilità di rottura grosse, e che soprattutto potessero essere riproducibili e attraversabili, erano dimensioni organizzate che sapessero trascendere dalle singole aree di provenienza politica, e che potessero essere il contenitore largo delle necessità incombenti. 

Durante il «Blocchiamo tutto»,un organo centralissimo per tutto quello che è successo a Torino è stato “Torino per Gaza”, che nasce dopo il 7 ottobre come coordinamento per la Palestina, attivo sin dall’inizio dell’inasprimento del genocidio nei territori palestinesi, ed è sempre stato un contenitore molto largo, che conteneva tutti, dall’infoiato della questione palestinese da anni che però magari era un blogger che si leggeva le sue cose e bella lì, all’operatore umanitario, alle compagne di Nudm, alla gente di Potere al popolo e della Rete dei comunisti, fino a noi. E questi contenitori sapevano ospitare realtà organizzate – che sono sempre minoranze e sono sempre poco interessanti per quanto ci riguarda – e anche la nostra stessa realtà. 

Bisogna sempre guardare fuori, a chi abbiamo dietro e non a chi abbiamo di fianco, per comprendere come far sì che ci sia più gente di fianco a noi. Bisogna quindi saper guardare a chi attraversa questi spazi in maniera nuova, inedita, che non viene da realtà organizzate e già preconfezionate e limitanti in partenza. Per cui in questi contenitori si può esprimere un volere di popolo, un volere eterogeneo, un volere di diversi soggetti sociali che convergono con lo stesso obiettivo. Sono gli spazi in cui si può costruire il nuovo, in cui si possono costruire le cose più interessanti. 

Durante il movimento «Blocchiamo tutto», Torino per Gaza fa assemblee enormi da 400 persone, in cui si dice che tutti assieme, da Nudm alle moschee – dimensione quella delle moschee che si è rivelata un’alleata fondamentale, con tutto l’ambito giovanile delle seconde e terze generazioni razzializzate dei quartieri popolari – il 22 ottobre si vanno a bloccare la stazione centrale e tre tangenziali diverse in vari momenti della giornata, e poi il giorno dopo si decide di bloccare l’aeroporto. 

Per quanto riguarda lo sgombero dell’Aska, si trattava di una situazione legata a un fenomeno storico, che in primis metteva davanti e vedeva disponibili a muoversi chi in qualche modo ha attraversato quegli spazi. Sono tante persone, che fanno parte di un’area che gravita attorno alle nostre dimensioni politiche e che quindi è poco interessante per una prospettiva futura, se non quella di riavvicinarle per fare forza comune nell’allargarsi. Al contempo però questa prassi che si è mantenuta soprattutto nel «Blocchiamo tutto» ha portato a vedere l’attacco all’Askatasuna non come un attacco al centro sociale storico o agli autonomi, ma un attacco ai movimenti sociali tutti, a chi si è mosso per la Palestina, a chi a Torino non abbassa la testa. Quindi in questo senso anche la costruzione del 31 è stata quella di un’«autonomia popolare», pezzi diversi che convergono su questa roba qui. 

Il punto centrale dell’agire adesso è questa roba qui: Askatasuna è la mia città, Askatasuna è Torino partigiana. Askatasuna non c’è più, ma erano “quattro mura di merda”: noi siamo tutto, ma non “noi” in quanto collettivo Askatasuna, “noi” in quanto persone che vogliono un mondo diverso e che vogliono organizzarsi senza compromessi. 

In questo sono stati valorizzati parecchio i singoli comitati di quartiere. In quel contesto il comitato di Vanchiglia ha avuto un ruolo centrale, dal momento che attualmente davanti all’Aska ci sono sei camionette, un idrante, c’è un quartiere militarizzato da due mesi e mezzo e questa roba qui ha portato delle conseguenze pratiche per la gente che vive e attraversa il quartiere normalmente abbastanza importanti. Inoltre, per forza di cose, da sempre l’Askatasuna era anche un punto di riferimento in quartiere rispetto agli spazi dei bambini, alla socialità, al carnevale di quartiere e quant’altro. Questo tipo di socialità, questo modello di assemblea eterogenea, dei comitati nei singoli quartieri sta cercando di essere un modello che si possa riprodurre in tutta la città per volontà di popolo. Crediamo sia poco fruttifero rinchiudersi nei propri spazi e difenderli fino alla morte senza vedere che c’è un mondo lì fuori che non riesce neanche a comprendere bene cosa siano questi spazi. Se perdere un posto significa poter tornare a lavorare nei contesti e fare militanza quotidiana per creare del nuovo, ce lo accolliamo.

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Discorsoni / Analisi

Il vento di Torino


«Ma c’è una grossa fila di persone,

camminano di fretta e cambian posizione,

fateli passare, piantatela di insistere…»

0. Il vento a Torino, il giorno di San Geminiano, pizzicava. Per i gas urticanti sparati sulla gente, per conto del governo, da eccitati e brutali soldati a guardia dell’esistente, in divisa blu e assetto da guerra per il fronte interno. Saturando di veleno strade e polmoni. Ma anche per la potenza elettrica nell’atmosfera, lasciata dalla grande mareggiata di settembre e ottobre, che ancora sfrigolava «nella gioia e nella rabbia». C’era voglia di esserci, bisognava esserci. Il giorno di San Geminiano, a Torino, il vento ha fischiato.

1. Crediamo che le mobilitazioni per la Palestina e il movimento del «Blocchiamo tutto» siano stati l’irruzione più forte e chiara di questo cambio di pressione nell’atmosfera. Anche in contesti “provinciali” e tendenzialmente pacificati come Modena. Giorni che sono valsi anni nella soggettività. Hanno lasciato irrisolto un salto di composizione della conflittualità sociale di cui il corteo di Torino va guardato come un passaggio. Un punto del processo di chiarificazione e maturazione nel percorso di una nuova generazione politica, figlia della crisi – di sistema, certo, ma in particolare modo di un intero ciclo di movimento di lotte – che, passo dopo passo, sta lottando per prendere coscienza di sè, dei propri compiti e strumenti nelle condizioni lasciate dai precedenti cicli, della propria possibile forza, del volto del proprio nemico. Lo scrivevamo qualche tempo fa, e già la rivoluzione ha lavorato con metodo: negli occhi senza paura di tanti ragazzi e ragazze abbiamo visto avanzare la possibilità rottura con le soggettività della sconfitta formatesi nel declino del ciclo precedente. Figli di nessuno, alla ricerca della propria tradizione del fuoco. Un processo non già dato, potente ma ancora fragile. Trovare il modo di alimentarlo, costruirlo, senza trasformarlo nella riproduzione delle ceneri.

2. Respiriamo, insieme, questo vento. Anche per non farci avvelenare, il cuore e la mente, dai miasmi che subito hanno impestato l’aria. Quelli che politicanti, giornalisti, opinionisti, guardie e servi affini stanno pompando organizzati, come un muro, lungo i canali dell’industria della propaganda che qualcuno ancora si ostina a chiamare “informazione”. Come per il genocidio in Palestina, complementare alla repressione, strumento di governo controllato dalle consorterie che sostengono l’esecutivo Meloni. Il governo coglie la palla al balzo per approfondire la sua postura poliziesca e militarizzare ulteriormente il fronte interno con il sostegno delle opposizioni. La dinamica era in corso. L’avrebbe fatto comunque, con o senza Torino: un motivo l’avrebbe trovato nel breve-medio termine. Il prossimo sciopero generale, il prossimo blocco dei porti o delle stazioni, l’ennesima “minaccia maranza”… è stata la legittima rabbia espressa dalla conflittualità sociale e la tenuta di massa di una manifestazione popolare, plurale e determinata, a dargliene motivo. C’è forse da stupirsene? C’è forse da dire altro? Quando il popolo indica la luna, lo Stato usa il manganello, e i media inquadrano il martello. Le anime belle e opportuniste della sinistra, invece, guarda altrove. Per la precisione alla propria compatibilità con lo scranno del potere. Il governo Meloni, insieme all’opposizione, si smaschera, scoprendo la propria natura e i propri obiettivi: imporre la pace interna per prepararsi alla guerra esterna.

3. Le decine di migliaia di persone, circa 60 mila, che il 31 gennaio hanno riempito i tre diversi concentramenti di Porta Susa, Porta Nuova e Palazzo Nuovo, poi confluite in unico, grande fiume in piena, hanno espresso un dato politico, quello che fa più paura – come una martellata ben assestata – alla controparte: la possibilità concreta di una ricomposizione sociale, larga e articolata, ma con segno di classe, in opposizione conflittuale all’esecutivo Meloni e ai suoi disegni bellici, autonoma dagli inutili scaldapoltrone del centrosinistra. Un governo, e un parlamento intero, nemico del popolo, complice del genocidio protratto da Israele, subordinato fedelmente ai capricci di Trump per mendicare dividendi dagli orrori dell’imperialismo americano. Tuttavia, sempre più insufficienti a tenere a galla le borghesie nazionali europee, rispetto ai costi politici, economici e sociali scaricati sulle popolazioni. Non c’è alcuna ricetta per far fronte ai crescenti bisogni e contraddizioni popolari nell’approfondirsi della crisi se non la minaccia, tramite Rete 4, di una pistola piantata in fronte da parte di una divisa. Altri margini di spesa non ce ne sono: sono tutti allocati in bombe, proiettili e riarmo. Armi che, dalle squadracce dell’ICE negli Stati Uniti, da quelle dei reclutatori in Ucraina in cerca di carne da cannone giovane e fresca da mandare in prima linea, sparano già sulle strade in Occidente. Come ben sanno anche i giovani e i proletari razzializzati che vivono nei quartieri popolari delle metropoli italiane, e tutti i morti per mano dello Stato che ancora attendono giustizia. 

4. Dalle famiglie ai collettivi, dagli studenti ai lavoratori, dalle organizzazioni palestinesi ai comitati di quartiere e ai sindacati di base, fino agli ultimi spazi sociali. La composizione del corteo nazionale ha ricalcato in parte quella classica dei movimenti sociali ma certamente ecceduto la somma aritmetica delle numerose realtà e sigle presenti in piazza. Ecceduto a partire dallo stesso motivo dello sgombero di Askatasuna. Crediamo infatti che l’intelligenza collettiva sedimentata dopo il ciclo di «Blocchiamo tutto» abbia colto precisamente in questo passaggio il significato dell’attacco del governo, non solo a quattro mura, a un’esperienza, a una proposta, a una storia radicata di lotta e resistenza che parte da lontano, ma alla possibilità stessa del conflitto sociale in una delle sue determinazioni più avanzate. L’attacco a una composizione di cui “i ragazzi di Vanchiglia”, con coerenza, rappresentano la capacità di organizzarsi autonomamente, con radicalità e pragmatismo, contro i progetti del potere di sfruttamento, impoverimento e spoliazione delle nostre vite, in tutte le sue dimensioni materiali e soggettive. Ciò che ha unito, infatti, questo embrione di resistenza di massa è stata sicuramente la volontà collettiva di rilanciare con forza e senza paura una risposta, di passare al contrattacco, contro gli amministratori delegati di un sistema sempre più disumano – il livello di marciume, collusione e intoccabilità dei ceti dirigenti politici, economici e culturali del capitalismo occidentale che sta emergendo dagli Epstein Files le classi subalterne lo hanno immaginato solo nelle fantasie di complotto –  e al capolinea. 

5. Non serve dilungarsi nel descrivere lo schifo materiale e soggettivo che la società capitalistica produce, ce lo abbiamo tutti di fronte e dentro ogni giorno, ben visibile, perché ne facciamo parte. Osserviamo il buio all’orizzonte. È la guerra che ci attende, che stanno preparando, che già infiamma, più vicino di quanto pensiamo. Dalle macerie di Gaza alle strade di Minneapolis, dalle trincee del Donbass al Venezuela. Là dentro, quell’oscurità, è dove ci sta portando il Nemico. È la sua Ombra che proietta, sempre più vicina e feroce. Ristrutturando filiere, territori e università in reparti e laboratori della «fabbrica della guerra». Militarizzando la formazione, le città e la gestione del dissenso interno; promuovendo la schedatura, il ritorno della leva e la deportazione; criminalizzando come «terroristico» il conflitto sociale. Restringendo o chiudendo ogni dimensione di libertà, contropotere e organizzazione popolare incompatibile con i loro progetti bellici e di profitto. Imponendoci un destino: quello deciso nelle aule, democratiche, del Nemico. Come imponiamo, articolandolo nella composizione, sviluppandolo nello spazio e organizzandolo nel tempo, un autonomo e massificato rifiuto di classe che rompa con quel destino, con quelle istituzioni della controparte, con quella forma di vita? è questo il nodo che, progettualmente, cogliamo nel vento, e rimettiamo nel vento.

6. Respiriamo. Insieme, senza paura. Questo vento è del nostro tempo. Arriva a folate. Ha già scompaginato tutto. Apre e chiude finestre, ribalta tavoli e quadri, disordina piani e fa traballare ciò che credevamo rigido. Mette in movimento aria prima immota, determina vertigini produttive di nuove altezze. Rinfresca le menti, rinvigorisce il cuore. Con questo vento occorre misurarsi. Cogliamone l’opportunità, preziosa. Non per muovere il proprio piccolo o grande mulino, le cui ombre spesso scambiamo per giganti. Ma per prendere il largo sulle onde, tracciando la rotta in direzione collettiva. E così spiegare le vele.

Alla conquista di un sogno comune.

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Discorsoni / Analisi

Il governo è nemico del popolo, il popolo resiste: organizziamo il contrattacco

0. Esiste un nesso tra crisi del capitalismo globale, trasformazione in «fabbrica della guerra» dei territori sociali e suprematismo razziale che percorrono l’Occidente. È la catena dell’imperialismo e della guerra generale che si stringe intorno al collo dei popoli, di cui l’Italia è un anello centrale. È questo l’anello in cui siamo collocati, e che possiamo – dobbiamo – erodere, incrinare, disarticolare. Indebolire, per spezzarlo. E spezzare così la maledetta catena.

1. Dal prologo in cielo alle avventure sulla terra. La resistenza della Palestina e il vento frizzante che ha scompaginato le settimane di «Blocchiamo tutto» hanno mostrato che ricomporre un rifiuto popolare per un presente di guerra, impotenza e solitudine è possibile: è possibile essere forti, contare qualcosa imponendo la propria rigidità, ritrovare senso e gioia collettivi nello sciopero, nel sabotaggio dei tempi, nella lotta di massa. Anche in un contesto relativamente piccolo e pacificato come nella “demokratura” di Modena e dell’Emilia.

2. Per la prima volta un’inaspettata paura, scatenata da un’inedita opposizione sociale, ha messo al muro il governo Meloni, il cui unico asset sul palcoscenico nazionale e internazionale rimane la governabilità sulla rassegnazione, la spoliticizzazione e l’immobilismo, e quindi la sudditanza ai propri padroni e alleati, americani e israeliani – alla faccia dei “sovranisti” e dei “patrioti”. La scossa data dalle piazze italiane non è passata inosservata e indolore. La falsa pace di Trump e la guerra portata da Meloni dentro, sul fronte interno, vanno viste come risposta alle possibilità di conflitto sociale diffuso, allargato, con segno di classe.

3. L’attacco repressivo sferrato ad Askatasuna, simbolo di autonomia, tenuta, intelligenza e organizzazione del conflitto sociale in questo paese, ci dà la possibilità di rovesciare un passaggio di crisi in opportunità di contrattacco: in processo di ricomposizione e trasformazione in avanti, oltre i limiti del centrosocialismo e delle quattro mura ideologiche, identitarie o organizzative che compongono le nostre bolle, militanze e percorsi. Un salto di metodo e prospettiva. E ci dà la possibilità di provare a rovesciargli la frittata in testa. Come la Palestina ci ha insegnato.

4. Non abbiamo paura! Non dobbiamo avere paura di accettare questa scommessa, e di sfidare il non-futuro, il destino, che ci vogliono imporre. Non cadiamo nella tentazione di difendere un passato che non c’è più, e un presente che non è all’altezza dei nostri sogni e bisogni. Fatto di una democrazia in cui non contiamo niente; di impoverimento materiale, intellettuale e spirituale delle nostre vite; di un Occidente che persegue un progetto di imperialismo, razzismo e genocidio. Anche a scapito dei popoli europei.

5. Spostare i rapporti di forza significa ricacciare la paura nel campo del nemico. Il loro messaggio è che «lottare è sconveniente»: la nostra risposta deve essere che sconveniente è produrre, fare e portarci le guerre; licenziare e impoverire i lavoratori, sfruttarli nei reparti della fabbrica bellica, arruolare studenti e ricercatori nei loro progetti di morte; distruggere e militarizzare i territori per estrarre energia per la guerra e profitto nella riconversione; restringere gli spazi di libertà e potere che la storia delle lotte operaie e proletarie ha conquistato e imposto alla controparte. 

6. Il 31 gennaio non può essere un punto di arrivo, ma deve essere un punto di svolta e di inizio di qualcosa di nuovo. Ricominciare da capo non significa tornare indietro. L’antico sogno non è finito. Noi ci saremo per fare la nostra piccola parte, «per realizzare questo sogno comune». 

Qui la piattaforma verso la manifestazione nazionale del 31 gennaio a Torino.

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Discorsoni / Analisi

La «Generazione Palestina» tra razza, classe e protagonismo conflittuale

Le analisi e le ipotesi che seguono, e quindi le discussioni e le inchieste che hanno permesso di dare loro una forma – ancora in divenire – partono da quella composizione di piazza che abbiamo provato a definire come “Generazione Palestina”, che si è espressa con diversi gradi di spontaneismo, autonomia e organizzazione in particolar modo durante le manifestazioni e gli scioperi per la Palestina – ma passando anche per le importanti mobilitazioni per la morte di Ramy Elgaml – e contro un razzismo istituzionale e diffuso che si sono susseguiti dall’ottobre 2023 ad oggi con particolare partecipazione e incisività tra settembre e ottobre 2025, nella fase del “blocchiamo tutto”.

In quelle settimane, con il picco degli scioperi generali del 22 settembre e del 3 ottobre, abbiamo infatti assistito, anche nella pacificata Modena, a nuove disponibilità e livelli di conflittualità, sia in relazione alla soggettività che ne è stata l’avanguardia, sia per quanto riguarda la poca o quasi nulla sovrapponibilità tra espressione di conflittualità, per l’appunto, e organizzazioni “a capo” delle mobilitazioni. Queste ultime, in generale, sono state infatti spesso e volentieri eccedute, in termini di iniziativa, protagonismo e autonomia, da chi evidentemente scendeva in piazza e paralizzava tangenziali, porti, stazioni e autostrade non per alzare la bandiera del partito, del sindacato o del collettivo, ma per esprimere voglia di contare, rompere l’impotenza, e sfogare una condizione di profondo malessere, indignazione e rabbia a supporto del popolo e della resistenza Palestinesi e in antagonismo a un governo e una classe politica e dirigente che vedono il riarmo e quindi la guerra come unico orizzonte desiderabile.

Da qui la necessità di indagare i complessi, stratificati e spesso contraddittori legami che mettono in relazione la sfaccettata composizione della “generazione Palestina”, e in particolare le seconde generazioni che ne formano il nucleo pulsante, con questioni come:

– la profonda necessità di costruire forme e linguaggi organizzativi e di militanza più efficaci, slegati da modelli ingessati e ideologici della sinistra, tenendo tuttavia ben stretto il filo rosso della tradizione rivoluzionaria e delle lotte di classe collocate sui territori;

– il ruolo cruciale che razza e quindi razzializzazione svolgono come strumenti di produzione e riproduzione del sistema capitalistico, quindi coloniale e imperialistico;

– ricercare potenziali saperi, strumenti, legami confrontando l’organizzazione di soggettività politiche delle banlieue parigine con le periferie italiane rese fabbrica della guerra, verso una prospettiva di conflitto e ricomposizione che veda seconde generazioni e proletariato bianco uniti da una prospettiva di rottura e fuoriuscita insieme dalla catastrofe del presente, fatta di genocidio, riarmo, ristrutturazione bellica e guerra generalizzata.

– la liberazione della Palestina come catalizzatore e motore di cambiamento, anche alle nostre latitudini.

Come queste piazze ed esperienze hanno trasformato le soggettività che si sono mobilitate? Quali le loro genealogie, sedimentazioni e le possibili prospettive di rilancio e trasformazione? Che ruolo hanno razza, classe e religione nella composizione delle lotte presenti e future e nelle forme organizzative politiche del domani? Sono le domande che abbiamo posto e discusso, il 15 novembre 2025 al Dopolavoro Kanalino78, insieme ai Giovani Palestinesi di Modena e Reggio Emilia con Anna Curcio (ricercatrice militante, autrice di «L’Italia è un paese razzista», Derive Approdi 2024) e Atanasio Bugliari Goggia (autore di «Rosso Banlieu» e «La santa canaglia», ombre corte 2022-2023).

Buona lettura.

M.

I Giovani Palestinesi di Modena e Reggio introdurranno a una discussione interna e a un dibattito che abbiamo avuto con con altre realtà realtà del territorio, soprattutto con Kamo Modena, nel quale abbiamo tentato di unire i punti di analisi sviluppati partendo da quanto abbiamo vissuto nelle piazze negli ultimi due anni di mobilitazioni a sostegno della Palestina e nella campagna “Blocchiamo tutto” degli ultimi mesi. In questo modo, cercheremo di darvi la cornice entro la quale cogliere al meglio la portata politica e le ragioni del nostro interesse per i contributi di Anna e Atanasio. A nostro modo di vedere infatti, una riflessione sulle premesse, gli effetti e il senso profondo delle mobilitazioni per la Palestina deve prendere le mosse da una discussione sul protagonismo delle seconde generazioni e sugli strumenti che i militanti possono portare al movimento nascente.

S.

Negli ultimi due anni qualcosa di profondo si è mosso nelle piazze. Il tema della razza e della Palestina hanno mosso un senso collettivo che va ben oltre la solidarietà e l’indignazione momentanea. Abbiamo visto come abbiano risvegliato una generazione che non si limita ad una solidarietà passiva, ma che riconoscendo nel capitalismo il sistema fallimentare che continua a istituzionalizzare la violenza, ha preso coscienza del fatto che gli stessi autori della violenza, divisione, marginalizzazione e discriminazione che hanno vissuto nella loro esperienza diretta sono gli stessi che hanno interesse ad alimentare la macchina di guerra che occupa la Palestina.

Ma non solo: le seconde generazioni sono riuscite a individuare come nemico lo stesso sistema che crea anche un grande divario economico e sociale a livello mondiale, e che continua a giustificare qualsiasi morte di chi sta in basso, in nome di un progresso economico falso e illusorio, che riempie le tasche ai ricchi del mondo. Ciò poiché, dal loro punto di vista, questo sistema si ripresenta, anche se in scala ridotta, anche nelle loro vite e nelle loro scelte, costringendoli quindi di conseguenza a stare ai margini. Questa sistematica e radicata marginalizzazione la rivedono quindi in qualsiasi oppressione in giro per il mondo, in particolare in quella coloniale nel Sud globale. Questa nuova presa di coscienza ha posto le basi affinché la generazione che noi oggi stiamo chiamando “Generazione Palestina” inizia a riconoscersi e a pensarsi, e a costruirsi come soggetto politico conflittuale, mettendo da parte il ruolo di vittima che viene attribuita loro dalle narrazioni umanitarie e assistenzialistiche. 

E così ci troviamo oggi a ragionare sulla razza, affrontando di petto uno dei meccanismi principali con cui il potere continua a riprodurre diseguaglianze materiali e simboliche. La razzializzazione non è un’opinione o una sensibilità culturale, ma il mezzo concreto con cui si determina chi viene considerato parte della società e chi invece rimane sempre sospeso, precario e esposto. Influenza l’accesso al lavoro, alla cittadinanza, alla credibilità politica e persino al diritto di essere arrabbiati. Per molte persone razzializzate questo non è un concetto astratto, ma un’esperienza quotidiana. Lo vivono negli sguardi, nei controlli, nei rapporti con le istituzioni che li trattano come ospiti da gestire e non come soggetti politici. Guardare le mobilizzazioni di questi anni con questa lente permette quindi di capire perché proprio i giovani razzializzati siano stati tra i più presenti, i più lucidi e i più determinati: poiché essi riconoscono immediatamente nei dispositivi che colpiscono la Palestina gli stessi dispositivi che organizzano la loro vita qui in Europa e soprattutto in Italia. Senza il concetto di razzializzazione, questa lettura complessiva della vita e della società si perde. Conservandolo, tutto si allinea e acquista senso.

Questa generazione, chiamata anche Z – che a livello globale ha ribadito che non vuole più continuare a subire e che in Italia è composta da giovani delle seconde generazioni, da figlie e figli delle migrazioni, ma anche da chi si riconosce nelle battaglie che partono dal basso – sta riscrivendo i linguaggi e i luoghi della politica, dove l’identità non è fine a se stessa, ma un filo conduttore a tutte le lotte di liberazione. Si ritrova a volerlo fare con urgenza, ma non sempre con gli strumenti politici per farlo. Con le mobilitazioni per la Palestina, specialmente negli ultimi anni, abbiamo assistito e partecipato in prima persona, sia come GPI nazionale che sul territorio di Modena, a tentativi e successi di organizzazione e protagonismo inediti da parte di quella che chiamiamo “Generazione Palestina”. Questo, per forza di cose, ha generato situazioni che in passato probabilmente si sono verificate molto più raramente nei contesti politici e di piazze del nostro paese.

Abbiamo infatti potuto analizzare e vivere le dinamiche che si sono venute a creare tra le realtà palestinesi e quelle italiane, motivo di ulteriore spinta al protagonismo e al confronto, in alcuni casi anche conflittuale. A nostro modo di vedere, è una risposta alla costante tensione generata, da un lato, dalla spinta delle realtà palestinesi nel farsi portavoce in Italia della resistenza in tutte le sue forme del popolo palestinese contro il sionismo e la colonizzazione, oltre che di un’analisi di avanguardia del contesto politico del Levante, e dall’altro dalla tendenza da parte di molte realtà italiane alla pacificazione e al porsi “dalla parte dei palestinesi, ma non troppo”. Tutto ciò in un contesto, quello italiano e in particolare quello modenese, segnato da un razzismo istituzionale e diffuso, che delegittima e criminalizza sistematicamente il protagonismo politico, ancora più se conflittuale, delle comunità arabe. Per quanto riguarda le istituzioni, abbiamo ad esempio assistito all’entrata in vigore del decreto legge ex DDL 1660, fortemente indirizzato alla repressione di pratiche conflittuali, in particolare se portate avanti da quelle fasce di popolazione razzializzate.

Uno dei passaggi più importanti di questi due anni è stato capire quanto la battaglia non fosse solo nelle strade, ma anche nel modo in cui gli eventi vengono raccontati. I media italiani continuano a riprodurre narrazioni che infantilizzano i palestinesi e depoliticizzano i giovani arabi e razzializzati in generale. Parlano al posto loro, filtrano le loro parole, le rendono accettabili per un pubblico bianco e pacificato. Al contrario, la Generazione Palestina è riuscita a rompere questo schema. Ha iniziato a parlare direttamente senza mediatori e senza chiedere permesso a nessuno. Con video, reel, interventi spontanei in piazza, comunicati scritti da chi vive certe realtà sulla propria pelle. Tutto questo ha creato uno spazio comunicativo inedito dove è possibile dire ciò che per anni è stato censurato. Creare contronarrazioni significa quindi non solo rispondere ai media, ma costruire una voce collettiva che finalmente non dipende più dalla legittimazione di istituzioni e giornali che hanno sempre raccontato queste comunità da fuori.

Abbiamo quindi pensato che possa essere particolarmente prezioso il contributo di Anna – autrice di L’Italia è un paese razzista – per comprendere come il tema della razza, per molti versi accantonato e quindi da recuperare, sia stato e rimanga centrale nell’individuare i vari livelli di oppressione e disgregazione che il sistema capitalista ci impone, e ancora di più per capire come inquadrare un antirazzismo come lotta portata avanti da chi in prima persona è razzializzato, lasciando da parte quello che storicamente è stato un antirazzismo di matrice prettamente umanitaria e capitanato da una sinistra italiana bianca, spesso incapace (diciamo pure sempre incapace!) nel renderlo lotta politica, conflittuale e anticapitalista. 

Inoltre è emersa la complessità anche in termini di composizione politica all’interno della stessa comunità araba e tra le diverse organizzazioni arabe e palestinesi. Queste divergenze e increspature possono avere le cause più disparate: il paese di provenienza, la generazione di appartenenza, la stessa famiglia di appartenenza, il credo religioso, le esperienze politiche pregresse, l’appartenenza di classe. Discutere e fare analisi su questo punto è di enorme importanza se si vuole iniziare a smontare la narrazione comune e semplificante che vuole la comunità araba, o anche quella palestinese, e per l’appunto queste seconde generazioni di cui si parla, come qualcosa di omogeneo e facente riferimento a ideali comuni a tutte le persone che ne fanno parte. Attraverso il lavoro di inchiesta e vivendo le dinamiche descritte, andando quindi a sondare e comprendere quali sono le contraddizioni interne, si possono quindi ipotizzare una scomposizione e una ricomposizione di questi segmenti di popolazione in termini politici. Riconoscere le differenze è una parte fondamentale del lavoro politico, non perché ci debbano dividere, ma perché ci aiutano a capire chi siamo davvero e quali strumenti servono a ciascuna parte di questa composizione. Le differenze di classe, le storie familiari, la religione, il rapporto con la migrazione, il legame più o meno diretto con la Palestina o con gli altri contesti coloniali, tutto questo influisce sulle forme di partecipazione, di conflitto, di percezione del rischio, di priorità politica. In Italia spesso si parla di comunità araba come fosse un blocco unico. Questa è una semplificazione coloniale che cancella le sfumature reali. Analizzare le crepe, le contraddizioni è fondamentale, perché significa dare la possibilità a ciascuna soggettività di sentirsi vista e non costretta dentro a un’identità politica preconfezionata. È solo da questa complessità che può nascere una forza collettiva capace di durare.

Parallelamente alle realtà politiche organizzate arabe, specialmente negli ultimi mesi del “blocchiamo tutto”, nelle piazza per la Palestina abbiamo incontrato una componente altamente conflittuale e allo stesso tempo priva di una reale organizzazione. Se a Milano questo si è tradotto in decine di giovani che hanno portato avanti autonomamente, spontaneamente, gli scontri con le guardie a ridosso della stazione Centrale, nel contesto estremamente più pacificato della nostra città, Modena, questa componente si è comunque dimostrata protagonista nel blocco della tangenziale in occasione dello sciopero generale per Gaza del 3 ottobre. Quando si parla del blocco della tangenziale ci ricordiamo tutti che è stato in risposta a quello programmato e concordato da CGIL & co., con tempi e modalità ben lontani dallo slogan “blocchiamo tutto”. 

Ma la distanza dalle strutture tradizionali della politica, partiti, sindacati, associazioni storiche, non è un rifiuto a prescindere, è una risposta a istituzioni che negli anni non hanno saputo rappresentare né comprendere le trasformazioni reali del Paese. Per molti giovani, soprattutto razzializzati, questi spazi risultano chiusi, gerarchici, guidati da persone che non parlano la loro lingua e che non condividono le loro condizioni materiali. Questa frattura ha aperto la strada a forme nuove di organizzazioni, più orizzontali, più veloci, più legate ai bisogni immediati. La Generazione Palestina si muove con codici diversi, non le interessa riprodurre modelli del passato, vuole creare strumenti che funzionano oggi, che parlano ai margini, che sappiano trasformare la rabbia in potere collettivo. Questa distanza quindi non è un vuoto, è un terreno fertile per nuove forme di conflitto e di comunità politica.

La Palestina non mobilita solo sul piano politico. Per quanto riguarda i giovani, questa nuova generazione, mobilita anche sul piano emotivo, identitario e intimo. Per molti giovani razzializzati la Palestina non è lontana, è parte della propria storia familiare, dei racconti ascoltati a casa, delle ingiustizie subite a scuola, nelle questure, nei negozi, nelle istituzioni. Guardare la Palestina significa anche guardare la propria vita e riconoscere in quei meccanismi coloniali qualcosa che li riguarda direttamente. Questo ha trasformato le piazze in spazi di liberazione emotiva oltre che politica, luoghi in cui finalmente si poteva dire “io ci sono, io esisto, io ho una voce” senza filtri. Ed è proprio questo legame emotivo così profondo e collettivo che ha permesso a questa generazione di resistere nonostante la repressione, le criminalizzazioni e la delegittimazione continua.

Da qui l’importanza di porci domande sulla possibilità di organizzare e intercettare queste soggettività, per certi versi estranei ai metodi di fare militanza, prettamente bianchi e italiani; da qui, la necessità di indagare come rilanciare i due anni di mobilitazione e come queste piazze hanno cambiato chi le ha vissute. Allo stesso tempo, chi le ha vissute ha reso queste piazze profondamente diverse da quelle precedenti agli scorsi due anni. Tutto questo calato attentamente in un contesto in cui – in forme particolarmente impattanti sul tessuto produttivo-industriale e di ricerca universitaria, e quindi sociale ed economico del nostro territorio – stiamo assistendo ad una rapida e profonda conversione verso tutto ciò che fa riferimento alla produzione di componenti e software, volte all’uso bellico o al dual-use, con una prospettiva di guerra portata sempre più avanti.

Anna Curcio

Intanto vorrei ringraziarvi per l’ospitalità e la compagna dei GPI per il suo intervento, perché credo che abbia discusso dei temi assolutamente centrali. Dunque, mentre iniziavo a mettere insieme una serie di considerazioni che avevo fatto negli anni passati sulla questione del razzismo in Italia insieme all’editore abbiamo pensato che che fosse arrivato il momento di aprire uno spazio di riflessione e mettere a critica il modo in cui, perlomeno nei settant’anni dalla fine della Seconda guerra mondiale ad oggi, abbiamo considerato cosa sia il razzismo, come funzioni e quindi come sia andata definendosi la lotta antirazzista. Il titolo che ho voluto dare al mio ultimo libro – L’Italia è un paese razzista – provocatoriamente non ha il punto interrogativo perché penso che viviamo realmente in un paese razzista. Ciò però non perché gli italiani siano moralmente peggiori di altri, ma perché viviamo all’interno di società capitalistiche, e quindi coloniali. In altri termini, il razzismo è un elemento assolutamente costitutivo della storia del nostro paese e dell’identità degli italiani. Insomma, sfatare il mito degli italiani brava gente non è soltanto un modo per fare ammenda di colpe passate, ma il primo passo per comprendere qualcosa della realtà in cui viviamo oggi; finché non mettiamo in chiaro che la nostra società contemporanea è strutturalmente razzista non faremo mai un passo avanti nell’analisi e nella comprensione del nostro presente. Dopodiché, una volta che abbiamo assunto il razzismo strutturale della nostra società, abbiamo la responsabilità politica di scegliere di essere antirazzisti. Si apre così il problema per definizione, perché, come emerge anche dall’intervento della compagna, si tratta di capire come si debba essere antirazzisti e cosa non abbia funzionato in tutti questi anni.

Faccio un esempio diretto: io sono cresciuta politicamente negli anni ‘90 e noi, la generazione dei movimenti antagonisti, non abbiamo mai apertamente affrontato il razzismo. A tratti nemmeno lo nominavamo, come se fossimo incapaci di vederlo. Ci siamo certo occupati moltissimo di migrazioni, ma sempre con la pretesa di prendere parola al posto di qualcun altro, o di aiutare qualcuno “più sfigato” di noi. Era un atteggiamento che di fatto infantilizzava le persone migranti, che ci spingeva a trascurare la profondità del problema, e ci rendeva incapaci di affrontarlo di petto in modo radicale, ossia in vista del cambiamento sociale.

Ritengo poi vi sia un nodo irrisolto nella maniera in cui è andata costruendosi la memoria storica dell’esperienza del nazifascismo in Italia e in Europa continentale (sorvoliamo ora sulla questione della Gran Bretagna, che ha una storia e un rapporto col colonialismo diverso). Per farla breve, già dagli anni Cinquanta si può vedere come necessario per le classi dirigenti contenere il peso dell’olocausto e delle leggi razziali, ora mettendole rapidamente da parte, ora depoliticizzandone la portata considerandole faccende che riguardavano le classi dirigenti “di prima”. Dal canto suo, la lotta di liberazione nazionale e la Resistenza sono stati momenti storicamente cruciali, che hanno ridefinito la società italiana alla fine del regime fascista; ma non hanno avuto la capacità – oggi abbiamo la responsabilità di dirlo – di affrontare il problema del razzismo come un nodo politico fondamentale. Anzi, il razzismo era diventato un problema del fascismo. Fatto fuori il fascismo, finito il razzismo. La razza non veniva nemmeno nominata: né, fortunatamente, in senso biologico e eugenetico, ma nemmeno la razza intesa come razzializzazione, ovvero come condizione ed esperienza sociale determinante. Si è buttato il bambino con l’acqua sporca. Al contrario, le responsabilità degli italiani ci sono tutte, e il razzismo è un elemento specifico della nazione Italia, dell’italianità.

Partiamo da un dato: l’Italia nasce sulla frattura Nord-Sud. Se voi andate a rileggere la letteratura della metà dell’Ottocento, ossia degli anni in cui si faceva l’Italia, in mezzo agli afflati romantici per “un sol popolo unito”, ritrovate tutti i più triti commenti sulla gente del Sud Italia come “africani”. Due Italie e due popolazioni, una negroide a sud e una ariana a nord. Dopotutto, l’ideologia fascista non è nata dal niente, ma affondava le sue radici nel modo dominante di pensare l’Italia e l’Europa. L’Italia nasce sulla frattura del razzismo interno e, non a caso,  a nemmeno vent’anni dall’unificazione cominciano immediatamente le campagne di “civilizzazione” dell’Africa. Ora però, per comprendere realmente la portata del problema, occorre evitare le semplificazioni a cui spesso incorre la stampa e la letterature, diciamo, progressiste.

La colonizzazione non era una semplice faccenda di esportazione culturale o di fabbricazione del consenso interno attraverso un “altro” deforme, del tipo “noi non siamo europei del Sud, europei sfigati, perché siamo portatori di civiltà e capaci di conquiste”. No, l’elemento determinante consisteva nel conservare per il Mediterraneo una funzione di cerniera tra l’Europa capitalista, l’Europa della rivoluzione industriale che pompava commercio e denaro, e l’Africa profonda, “l’Africa nera”, descritta come metafora dell’arretratezza poiché ancora non assoggettata completamente al regime capitalista. Di modo che tutto ciò che non è immediatamente identificabile con la norma bianca capitalista diviene “altro”, diventa “male”. Si disegna una linea gerarchica, che viene giustificata anche come una linea evolutiva, con l’Europa del Nord in vetta, l’Africa al fondo, e tutti i paesi che si affacciano sul Mediterraneo in una sorta di zona ambigua, di contaminazione, considerati non del tutto “all’altezza” dei nord-europei ma pur sempre “migliori” degli africani. Bene, questo giudizio storico e questo ruolo nelle catene capitalistiche internazionali arriva fino ad oggi. Tant’è vero che, quando scoppia la crisi economica nel 2011, la stampa occidentale ha prodotto l’espressione “PIGS”, porci, per indicare Portogallo, Italia, Grecia e Spagna, cioè esattamente i paesi del Mediterraneo.

Tutto questo per dire cosa? Che intorno alle lotte del razzismo c’è l’occasione per aprire una partita che non è riducibile al rispetto per “i valori”, per le cortesie liberali, e li scavalca largamente in ordine di importanza. A mio modo di vedere, può aprirsi una nuova stagione politica estremamente seria. Con la Generazione Palestina oggi e in parte ieri con le mobilitazioni di Black Lives Matter i giovani hanno hanno scovato un nuovo spazio politico che non è quello dei militanti antagonisti dei centri sociali come me, che facevano le cose “per aiutare i poveri migranti”. No, la rivolta delle nuove generazioni razzializzate insiste su un punto ben più profondo: mostrando il vero volto genocida e poliziesco dell’Europa e dell’Italia, mettono finalmente sotto accusa la funzione di questi paesi di frontiera dell’Occidente negli equilibri internazionali, vale a dire nella riproduzione del capitalismo su scala globale. Avendo trovato il coraggio di mettere alla luce del sole da quale parte stia l’Europa nelle catene di dominio mondiali, la loro presa di parola e il loro protagonismo ci pongono davanti a delle domande cruciali. Quindi noi, noi militanti comunisti italiani e europei, abbiamo il dovere di fare un passo indietro e metterci in ascolto.

E ancora, fare un passo indietro e mettersi in ascolto non significa solo sentire un affresco di storie di vita tragiche, rischiando così di finire in un patetismo inutile e in una commiserazione che finisce per riprodurre le nostre fantasie da salvatori del mondo, ma vuol dire costruire percorsi comuni di lotta concreti. Solo mettendosi su questo piano di condivisione e complicità reale, una lotta antirazzista può diventare efficace e mettere in crisi le gerarchie del potere, ovvero del capitalismo razziale. Perché il capitalismo ha bisogno del razzismo per funzionare, sia a livello locale che internazionale – di esempi storici se ne possono fare a volontà. Quindi, affrontare il razzismo significa mettere in discussione il modo in cui funziona la nostra società, e interrompere quelle gerarchie che troppo spesso si sono insinuate nelle nostre pratiche. Detto fuori dai denti: se io, militante bianca, magari anche colta e borghese, aiuto i poveri migranti sfigati che arrivano qui senza il pane e li tratto come vittime inermi, sto riproducendo quelle gerarchie. Certo, è sacrosanta l’accoglienza, specialmente oggi di fronte ad un governo che la criminalizza, e dobbiamo continuare a rivendicarla; ma rimaniamo consapevoli che la lotta antirazzista è un’altra cosa. La lotta antirazzista mette in discussione le gerarchie anche tra di noi, e quindi impone immediatamente di costruire percorsi comuni. 

H.

Prima di passare la parola ad Atanasio, una brevissima premessa su come noi Giovani Palestinesi abbiamo letto il suo lavoro. Parlare della Palestina significa riconoscere che la conflittualità non è un rumore di fondo, ma la musica necessaria per dare legittimità politica a chi vive quotidianamente l’oppressione. In questo orizzonte, i lavori di Atanasio – Rosso Banlieu e La santa canaglia – non sono semplici studi, sono laboratori di senso, mappe che ci aiutano a leggere la marginalità non come una ferita dell’immaginario, ma come un terreno fertile da cui germoglia la resistenza. La Francia non è l’Italia e le banlieues non sono le periferie italiane; eppure, ciò che emerge da quei quartieri è un laboratorio politico che ci riguarda da vicino. I risultati sociali e politici che Atanasio ha saputo restituire ci offrono chiavi di lettura indispensabili per immaginare scenari futuri e speranze concrete per questa generazione che, in Italia, si riconosce nella lotta palestinese.

Le banlieues francesi ci insegnano che la conflittualità, quando diventa pratica collettiva, non è caos, ma è emancipazione. Non è devianza, ma protagonismo. Comprendere il conflitto in Palestina significa anche riconoscere che la resistenza di quel popolo non resta confinata oltre il Mediterraneo, ma si incide sui corpi delle seconde generazioni qui. È un dolore che non si limita ai racconti, ma che pulsa nelle vene, che si riflette negli sguardi, che trasforma la memoria in canto e ferita. È il peso di una Storia che non si può dimenticare, e che rende legittima la conflittualità con lo Stato quando necessario. Perché non si può chiedere a chi porta dentro la memoria colonizzazione di restare in silenzio.

Ringraziamo Atanasio perché riconosciamo la preziosità di un lavoro che ci permette di leggere la Generazione Palestina non come un fenomeno isolato, ma come parte di una genealogia più ampia di resistenze e conflitti: una genealogia che attraversa confini, che mette in relazione Francia e Italia, Palestina ed Europa, e che ci consegna la consapevolezza che solo attraverso un risveglio addolorato possiamo imprimere l’autocoscienza nei soggetti nascenti, possiamo costruire nuove forme di comunità politica e di speranza. 

Infine il tempo, che negli ultimi anni è sembrato scorrere impetuoso, travolgendo eventi e vite con una velocità che lascia senza respiro. Ma è impetuoso anche il tempo di questa generazione, che non conosce lentezza e non accetta di aspettare. È un tempo che brucia, che accelera, che pretende di essere ascoltato ora. Ed è proprio in questa urgenza che si rivela la sua forza politica. Un tempo che non si lascia disciplinare, che non si piega alla pacificazione, ma che si sa fare conflitto e speranza insieme, aprendo spiragli di futuro laddove sembra esserci solo chiusura. L’orologio si è rotto e l’abbiamo rotto noi. Questo è e sarà il nostro tempo. 

Atanasio Bugliari Goggia

Dunque, in primo luogo vorrei ringraziare i compagni e le compagne di Kamo per l’invito, Anna per aver fatto da tramite, e i compagni e le compagne dei Giovani Palestinesi di Modena e Reggio, perché è sempre un piacere assistere a un livello simile di discussione. Ora, prima di parlare delle mie ricerche, ci tengo a sottolineare che ho militato per moltissimi anni in Italia, ma da un po’ vivo in Svizzera, in un contesto di piena desertificazione sociale. Seguo l’Italia da lontano, partecipando qualche volta a qualche evento importante, quindi diciamo che non ho i gradi per scendere nello specifico su quanto è emerso negli ultimi mesi di mobilitazione in Italia. Piuttosto, è il vostro parere che mi interessa. Preferisco quindi dare un contributo facendo riferimento a quanto bolle in pentola nelle banlieues soprattutto perché credo moltissimo nel valore dell’inchiesta come strumento militante. Quello che però posso riscontrare sicuramente è che in tutti gli interventi che mi hanno preceduto ho ritrovato una serie di questioni che sono sul tavolo anche nei movimenti delle periferie parigine che avevo visto io: la divisione di classe, la divisione di razza, la cooptazione da parte dei gruppuscoli e dei partiti, le divisioni tra quella che era l’estrema sinistra cittadina francese e i movimenti delle banlieues, la repressione, eccetera. Pur a distanza di anni, molti dei punti più caldi sono presenti anche nel contesto che avete affrontato in queste settimane.

Detto questo, ci tengo profondamente a ricordare l’importanza, il valore politico e umano dell’opera di Emilio Quadrelli, perché se questi lavori sono stati possibili e mi hanno permesso di rientrare in collegamento con realtà di compagni e compagne in Italia è stato sicuramente grazie a lui. Nel suo ultimo lavoro – L’altro bolscevismo. Kamo, l’uomo di Lenin – ha cercato di capire dove sia oggi la classe, intendendo con essa più una forza antagonista che una porzione di reddito, ma soprattutto ha messo in evidenza un punto centrale e che condivido appieno: l’idea che, forse ormai da un po’ di anni, viviamo in una fase in cui il punto di vista della classe è sicuramente più avanzato rispetto alla capacità organizzativa che abbiamo come compagne e compagni. A mio modo di vedere è un dato certo da cui dobbiamo prendere le mosse, e che vorrei teneste presente come sottofondo anche riguardo a quello che dirò sulle mie inchieste.

I miei lavori nelle banlieues sono il risultato di una ricerca etnografica (cioè realizzata vivendo personalmente ai luoghi che si osservano, senza tenersi a distanza) concentrata nelle periferie al nord-est di Parigi. Per essere precisi dovremmo parlare di cités, cioè dei quartieri popolari all’interno di banlieues più grandi, che a loro volta presentano anche settori medio o alto-borghesi. Nella fattispecie, sono stato prima nella banlieue di Clichy-sous-Bois, dove furono ammazzati dalla polizia Bouna e Zyed nel 2005 e dove esplosero enormi rivolte, e infine a Aulnay-sous-Bois; se a Clichy ho cercato di condividere il vissuto quotidiano di questa periferia, ad Aulnay ho militato a tutto tondo nelle diverse realtà che si erano costituite durante quel periodo.

Diciamo che sono arrivato in Francia con un’ipotesi da sottoporre a verifica, ossia che quanto accaduto nel 2005 riguardasse non una specifica classe sociale, ma a tutto ciò ruota intorno, per usare un lessico antico, al lumpenproletariato, vale a dire a tutto ciò che è esterno al lavoro, i suoi residui, le sue frattaglie, i settori operai in declino, eccetera. Insomma, mi aspettavo di trovare nelle periferie una soggettività politica che incarnasse la rivolta dei senza lavoro. Invece mi sono ritrovato davanti a tutt’altro: per semplificare, l’idea che mi sono fatto è che in quel periodo le periferie rappresentassero un po’ un test per i nuovi modelli disciplinari in un momento di pesante ristrutturazione del sistema capitalista. Non a caso, le rivolte che hanno incendiato la Francia nel 2005 e nel 2007 (così come quelle che si sono verificate fino al 2023, anche se spesso sono state innescate da altre cause contingenti) esplosero proprio a ridosso di una congiuntura economica drammatica, dalla quale scaturì una crisi sociale probabilmente senza fine. Insomma, la mia ipotesi è che le banlieues abbiano rappresentato un campo di prova per le classi dirigenti in un momento di ristrutturazione del mercato del lavoro: un test per imporre nuove forme di lavoro, maggiormente precario e in molti casi de-regolamentarizzato al 100%, ma anche per verificare la capacità di reazione delle classi sociali. Poiché le periferie parigine hanno una lunga storia di lotte e di resistenza, i ceti dominanti in quella fase hanno provato a vedere queste nuove forme di lavoro potevano essere insediate in un contesto diciamo “di primo mondo”, e entro che limiti avrebbero risposto al degradamento della loro condizione.

La cosa per me più interessante da registrare fu che nel quadro di questo conflitto tra Stato e  padroni da un lato, e classe operaia delle sterminate periferie dall’altro, la posta in gioco che si combatteva in primo luogo era quella che ruotava intorno ai legami di solidarietà. Io sono profondamente convinto che quello che si giocava in quel momento nelle banlieues, cioè il tentativo di rendere disciplinata e sottomessa una classe sociale, passava anche dalla volontà di rompere quei legami spontanei di solidarietà che nel corso dei decenni hanno permesso alle lotte di prendere forma. La partita tra il potere e le periferie insorte si decideva intorno alla tenuta di quei legami nati in seno al proletariato.

Provo a fare qualche esempio concreto. Quando sono arrivato in banlieue si era nel picco del tentativo di cooptazione lanciato dal segretario di Stato del governo di Sarkozy, il progetto “Espoir Banlieue”. Era un piano messo in campo da Fadela Amara (ironia della sorte, Amara, cabila di una famiglia simpatizzante per l’FLN, era un’ex militante del gruppo femminista Ni putes Ni soumises) retto sulla tesi che la possibilità di uscire dalla banlieues e quindi di realizzarsi economicamente, fosse possibile solo abbandonandola, il che equivaleva a dire che il riscatto sociale passava dal ripudio dei legami di solidarietà.

A mio modo di vedere, tutto quello che si muoveva dentro le periferie partiva da questa guerra ai legami di solidarietà, che a loro volta riportavano la traccia di una lunga storia di resistenza trasmessa dai genitori ai figli. Quelle che allora erano la seconda generazione di migranti poteva accedere a una ricchissima memoria delle lotte agite dai propri padri e dalle proprie madri, nei paesi di origine, nei  percorsi della migrazione e infine agite quotidianamente dentro le periferie. Per capirci, i racconti dei giovani di 14-15 anni ruotavano intorno a un padre in cassa integrazione, a una madre depressa, a un fratello che aveva tentato il suicidio, al lavoro a cottimo: questo era il romanzo di formazione della gioventù delle periferie. La storia delle famiglie era la storia di una classe. E a tutto ciò si intersecavano i dispositivi della razza.

Faccio ora un rapido inciso, richiamandomi a quello che diceva anche Anna. Quando sono arrivato nelle periferie parigine, venivo da un periodo di disillusione profonda verso la militanza che avevo attraversato in Italia. Ero (e sono) convinto che una delle cause di questa crisi di militanza in Italia dipendesse dall’abbandono troppo diffuso di una visione propriamente di classe e di uno sguardo fisso sui rapporti economici e sociali. Quindi, guardare alle risposte della classe operaia francese di periferia era una questione urgente anche per quello che era il mio vissuto politico in prima persona. Con il tempo ci ho riflettuto molto, e anche con i contributi di Anna ho imparato a guardare più approfonditamente le sovrapposizioni della razza e della classe, ma gli input più preziosi sono venuti dalle esperienze apprese dagli insorti. Nelle periferie, infatti, la capacità di mettere in relazione l’appartenenza di classe e l’appartenenza di razza, in territori specifici, era un esercizio continuamente coltivato, che i militanti e gli abitanti dei quartieri portavano avanti come una priorità inderogabile.

Torniamo ai legami di solidarietà. Il dispositivo della razza e della classe si intersecavano a partire da una cornice territoriale: sia il governo delle popolazioni e quanto le forme di antagonismo venivano sempre modificate, calibrate e organizzate sulla base delle specificità di un luogo, dei suoi abitanti e degli elementi economico-sociali che lo componevano. Di pari passo, la guerra che si combatteva intorno ai legami di solidarietà aveva proprio nel territorio la variabile più importante. Per capirci, il periodo in cui sono arrivato io era una fase di gentrificazione potentissima, dove una delle lotte che portavano avanti i comitati territoriali era la difesa degli spazi, delle abitazioni e dei quartieri. Lì la gentrificazione, oltre ad un obiettivo economico consistente nella “messa a lavoro” di quartieri ingovernabili, fungeva anche da tentativo di espellere dalle periferie la memoria delle lotte e di oscurare le potenzialità di legami sociali spontanei intessuti dagli abitanti. Ma capiamoci bene, le periferie francesi non sono le periferie statunitensi.

Per esempio, io ho visto “mixité” razziale molto importante da un lato, e al contempo un’omogeneità sociale dall’altro. L’origine etnica e la confessione religiosa poteva cambiare tantissimo, ma rimanevano appartenenti a un tessuto sociale specifico, a un proletariato che spesso, soprattutto in una fase di crisi economica, tendeva a scivolare nel sottoproletariato; in sintesi, si trattava di una determinata composizione sociale che viveva di lavori saltuari con qualche tuffo nell’economia illegale dovuto alle condizioni oggettive di vita. La cosa sorprendente è che rispondeva a questa incertezza e precarietà strutturali affidandosi alla comunità locale, opponendosi a tutto ciò che pretendeva di penetrarle dall’esterno, e tale disposizione collettiva alla resistenza trovavano uno sfogo nei riot – i quali, a loro volta, potevano trovare anche un’estensione nazionale.

Dalla convergenza di questo spirito di rivolta, che nasceva da condizioni economiche non più sopportabili, e del senso di appartenenza comunitaria, che superava gli identitarismi etnici, si costruiva il terreno più fertile anche per il riconoscimento e l’immedesimazione con la realtà palestinese. Insomma, quei dispositivi di razzializzazione offrivano, quasi come una conseguenza non prevista dal governo o dalle forze di polizia, un utile gancio per la solidarietà con altri popoli arabi in lotta. Di pari passo, l’infantilizzazione di cui parlava prima anche Anna paradossalmente apriva spazio anche alle generazioni più giovani. In molti casi infatti la categoria di “giovani” viene impugnata dalla controparte, estendendola a chiunque, per sostenere che le persone che ne vengono bollate non sono capaci di ragionare politicamente e delegittimarne le rivendicazioni. Gli abitanti delle banlieues sono abituati a riconoscere questa ipocrisia, dimodoché nei cortei si trovavano accanto giovanissimi, soggetti più maturi e le strutture militanti senza che tra di essi si stabilissero gerarchie a priori.

Per come la vedo io, sta forse in questo il maggior punto di convergenza tra quanto avveniva in banlieue e la parte più innovativa e interessante delle ultime mobilitazioni in Italia, ovvero il rapporto tra gli abitanti più giovani delle periferie e le strutture militanti. In Francia c’erano un gran numero di realtà organizzate che in molti casi datavano agli anni a partire dagli anni ’90, ‘70 o addirittura ‘50, ma quando sono esplosi i riot che ho visto io queste si trovavano in un momento di profonde fratture interne, di crisi della militanza e di tendenza all’individualismo. Gran parte del lavoro politico di queste organizzazioni, oltre alla costruzione di un discorso teorico, consisteva nell’avvicinamento di nuove figure, spesso giovani. L’ipotesi a cui sono arrivato è che probabilmente in questi settori giovanili, fosse presente una fortissima coscienza di classe, ossia che non solo viviamo in una società di merda e razzista, ma che sia anche possibile trovare i responsabili e i beneficiari di questa loro situazione. La difficoltà stava piuttosto nella capacità di agire come un lavoro politico di lunga durata, quindi non non limitarsi alla rivolta di strada come risoluzione di tutti i problemi, e approdare piuttosto a una progettualità di più ampio respiro. In altri termini, il nodo della questione stava nel capire come passare dalla coscienza classe alla coscienza politica – il che significa appunto capire come coltivare l’esplosione violenta di strada delle contraddizioni in una lotta a una società che ci sfrutta e che ci porta a una guerra inter-imperialista. Ovviamente, lo sviluppo di queste posizioni era possibile soltanto attraverso il lavoro di comunicazione.

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Discorsoni / Analisi

«C’è chi dice sì ai militari». E anche alla polizia: il nuovo corso di Unimore

«C’è chi dice sì ai militari».

Così gongolava Il Foglio in un articolo del 5 dicembre riferendosi all’Unimore e alla sua nuova rettrice, Rita Cucchiara, fresca la polemica sul corso di Filosofia “negato” a Bologna per i cadetti dell’Accademia militare.

L’11 dicembre sotto il rettorato di Modena si è toccato con mano la sua messa in pratica concreta, che è la vera faccia del nuovo corso: sì ai militari, ma sì anche alla Digos, sì alla polizia, sì alla militarizzazione dei processi decisionali, degli spazi universitari e di opposizione. In questo caso pacifica e democratica come una proposta di mozione al Senato accademico, per l’interruzione dei rapporti tra Università di Modena e aziende e istituzioni di Israele, per non essere – studenti, ricercatori, lavoratori universitari – più complici di un genocidio.

La risposta è stata la chiusura del rettorato con democratici cordoni di polizia, che ha certificato da parte delle istituzioni i democratici sì a Israele, sì al genocidio, ma anche sì ai processi accelerati di trasformazione dell’Università in «laboratorio della guerra», reparto baricentrale e per questo cruciale della più complessiva «fabbrica della guerra» in cui si sta ristrutturando il nostro territorio, l’economia italiana e le società occidentali più in generale.

Lo spiega bene lo stesso giornalista del «Foglio», che a quanto pare ha letto con attenzione l’inchiesta pubblicata a luglio sul blog sulle connessioni tra la rettrice Cucchiara e gli apparati industriali-militari israeliani, europei e della Nato, oltre che con aziende belliche di Stato come Leonardo, attraverso una serie di progetti e laboratori d’avanguardia che interessano l’Intelligenza artificiale, il dual-use della ricerca e le politiche guerrafondaie con cui i governi come quello Meloni – ma anche quello regionale emiliano-romagnolo – tentano di uscire da una crisi capitalistica senza fine.

Se i dipartimenti come quello di Ingegneria, Informatica e Fisica sono profondamente intrecciati e dipendenti con questo processo di riconversione bellica, dato il giro di soldi, carriere e contratti che ci ruota intorno, il prossimo target sembrano allora essere le facoltà umanistiche come Filosofia, Storia, Lettere, Sociologia, Antropologia, come bacino di formazione e reclutamento dei saperi, di produzione di pensiero e discorso ai fini della propaganda e della guerra, dell’accettazione di un destino di mobilitazione militare a fianco di Nato, Usa e Israele per “fermare il declino” di questo sistema di sfruttamento, morte e genocidio.

In una piccola città democratica ma già ampiamente militarizzata come Modena, con la riconversione in atto della Motor Valley in Tank Valley e dell’Unimore in Ricerca & Sviluppo per la Difesa con l’avvallo della CGIL e delle consorterie del PD, può accadere però che l’imprevisto irrompa. L’abbiamo sperimentato tra il 22 settembre e il 3 ottobre, quando una forza collettiva si è manifestata bloccando tutto, spaventando governo, opposizione e padroni, e obbligando ogni organizzazione, sindacato o struttura collettiva a porsi il problema dei propri limiti. Crediamo si tratti di una discontinuità da continuare a interrogare con «sdegno e tenacia, scienza e ribellione», ovvero con metodo, per inchiestarne la composizione, prefigurare le linee di tendenza del conflitto, sperimentare organizzazione e ricomposizione. Perché il punto di prospettiva di un militante è sempre il tentativo di anticipare il possibile, per sovvertirlo nell’imprevisto. Chissà che si possano prendere a calci i piedi del tavolo e rovesciarlo sulle ginocchia di chi ha in serbo un futuro orribile per tutti noi…

[Ringraziamo «Il Foglio» per l’inaspettato interessamento all’inchiesta – apprezziamo quando organi del nemico di classe convalidano un lavoro dei compagni, che a quanto pare ha colpito nel segno – e per la citazione di Kamo come «collettivo rosso»: va benissimo aggiungeremmo solo: compatto e autonomo. Come ogni bandito comunista che si rispetti].

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Rompere la pace dentro territori, fabbrica e università della guerra

Prima di presentare il testo, una piccola introduzione di riepilogo delle “puntate passate”, per meglio inquadrare il senso dell’iniziativa «Guerra alla guerra» dell’11 ottobre scorso con la redazione di Infoaut e i compagni di Askatasuna Torino. Va premesso infatti che come Kamo non abbiamo pensato questo incontro soltanto in rapporto alle ultime settimane e mesi di mobilitazione per la Palestina e contro la guerra – tempi intensi e convulsi di “aria frizzante”, che hanno visto anche Modena scendere in piazza in massa per la Palestina e in solidarietà con la Global Sumud Flotilla, per fermare il genocidio e “bloccare tutto”, a partire da quella che chiamiamo la «fabbrica della guerra», cioè quell’intreccio di territorio, industria e sapere in ristrutturazione in funzione del riarmo e della guerra, che pone Modena tra i centri dello sviluppo capitalista in trasformazione bellica. 

L’incontro lo abbiamo voluto collocare soprattutto come il punto di condensazione dei precedenti cicli di discussione che abbiamo organizzato negli anni passati, in particolare «Militanti» (2023) e «La fabbrica della guerra» (2024-2025). Ciò di cui ci interessa ragionare è infatti come si possa esprimere la militanza politica nella fase attuale, e le sfide che le ultime piazze ci chiamano a raccogliere: se nel ciclo «Militanti» abbiamo tentato di riallacciare e riscostruire, selezionandoli e facendoli nostri, i fili di una tradizione novecentesca di militanza comunista che va da Lenin al movimento di inizio terzo millennio, passando dall’Autonomia operaia degli anni Settanta e alla nascita dei centri sociali – sempre con l’obiettivo di approfondirne la portata teorica e storica e i loro limiti, di riappropriarci di strumenti e soprattutto di riattualizzare il punto di vista della rottura rivoluzionaria –, con «La fabbrica della guerra» invece abbiamo voluto esaminare i processi di radicale e accelerata riorganizzazione e trasformazione del capitalismo innescati dalla guerra, che ci coinvolgono direttamente sul territorio emiliano e modenese. Processi appunto finalizzati alla ristrutturazione bellica, che abbiamo discusso nel dettaglio presentando una nostra inchiesta su quel reticolo di imprese, stabilimenti, magazzini e officine modenesi in cui tanti ragazzi, oggi studenti licei, dei tecnici e dei professionali, andranno a lavorare per produrre componentistica anche per l’indotto militare, e su quei laboratori di ricerca e sviluppo in cui gli universitari, dai dipartimenti di ingegneria a quelli di informatica, vedranno il loro lavoro messo a valore dal comparto bellico come leva per la ristrutturazione dell’automotive in crisi (si veda l’inchiesta sull’UNIMORE e la nuova rettrice Rita Cucchiara «Il laboratorio della guerra» pubblicata a luglio).

Qui cercheremo di condensare questi temi su un punto che inevitabilmente abbiamo tralasciato nelle “puntate scorse”, ovvero la dinamica e il movimento di classe, le dinamiche soggettive della composizione dentro cui noi siamo collocati. Proveremo a farlo attraverso la presentazione e discussione di «La lunga frattura», un complesso documento uscito in una sua versione iniziale su Infoaut alcuni mesi fa e che ora i compagni stanno aggiornando. È diviso in due parti: la prima riassume le macrotendenze nello scenario globale, in cui la quotidianità viene riorganizzata dall’alto in funzione della guerra, mentre la seconda ha come focus l’analisi della soggettività e della composizione di classe, ossia i soggetti nella società, nei luoghi della produzione e nei territori che si troveranno probabilmente più coinvolti in tale ristrutturazione, oltre che sugli effetti subiti (si pensi al taglio delle spese sanitarie o alle infrastrutture scolastiche). Un’analisi politica all’altezza dei problemi che si pongono dal punto di vista militante, ovvero il punto di vista di chi ambisce a cogliere l’opportunità della rottura e l’attualità della rivoluzione dentro la catastrofe del presente, per la costruzione di una prospettiva autonoma di opposizione, conflitto, antagonismo a quei processi che, appunto, rendono la guerra il fatto totale del nostro tempo: già si combatte in Palestina, già si combatte in Ucraina, e come vediamo l’Italia è sempre più coinvolta, è già dentro la guerra. Guerra la quale non è soltanto un disastro umanitario, bensì espressione della crisi del capitalismo globale e di un momento, un tentativo, di suo rilancio. 

Ebbene, pensiamo sia importante discutere di questi temi tenendo davanti agli occhi le straordinarie settimane di mobilitazione e scioperi generali di settembre e ottobre a cui abbiamo tutti partecipato, da quei ragazzi che sono scesi in piazza per la prima volta fino ai non più giovani che non vedevano da decenni un’eccedenza del genere esplodere nel Paese. Ci chiediamo quindi come pensare di starci dentro, sostenere, sedimentare questa spinta inaspettata, quale può essere il nostro ruolo di militanti dentro un embrione di movimento dai contorni inediti. Partiamo dunque dalla frattura che si è creata durante quei giorni di tempo sospeso e al contempo velocissimo, frutto di contraddizioni di più lungo periodo e dell’accelerazione determinata dalle piazze: discutiamo di quanto abbiamo visto, di quello che non potevamo immaginare e di ciò che invece ci aspettavamo, per lanciare ipotesi su come allargare questa frattura e, auspicabilmente, per «rompere la pace». Quella pacificazione sociale che abbiamo subito in questi lunghi anni in Occidente, in Italia, a Modena, e che – non paradossalmente – è concausa dei massacri al fronte. In altri termini: il contrario di guerra non è pace, ma è lotta, è lotta di classe. 

Se vogliamo la pace – non la pacificazione degli Stati Uniti, di Israele, dell’Occidente, ovvero la pace imperialista che significa sfruttamento, devastazione e dominio, non solo sui palestinesi – dobbiamo lottare, metterci in discussione come realtà militanti, e nel farlo anche comprendere le specificità della fase e della composizione che si è attivata. Come ci ripetiamo spesso, prendendo spunto da un vecchio slogan, “chi pensa deve agire: ma chi vuole agire bene, prima deve pensare bene”. Questo il motivo profondo che ci muove e che spazi come il Dopolavoro irregolare Kanalino78 tentano di produrre: provare a pensare bene, per poi agire meglio.

Partiamo da qui, da questa inquietudine mai risolta e sempre irriducibile che accompagna la forma di vita militante, l’unica postura da cui tentare di agguantare Kairòs, il tempo delle opportunità che possiamo cogliere solo se ci mettiamo in gioco. 

Buona lettura.

U.

Ciao a tutti. Proverò a fare un’introduzione, ma prima vi ringraziamo sia a nome della redazione di Infoaut che dai compagni e le compagne di Askatasuna e di Torino per questo invito alla discussione che, soprattutto alla luce di quanto successo negli ultimi giorni, è ancora più preziosa e importante. Io e le compagne ci passeremo la parola per fare un excursus sulla composizione per come l’abbiamo analizzata nel testo, e in un secondo momento farei un giro di interventi fra di noi per discutere su quanto abbiamo visto nelle ultime settimane. Per quanto riguarda La lunga frattura, è il frutto di discussioni interne alla redazione di Infoaut su questa nuova dimensione contrassegnata dalla guerra e dalla crisi dell’Occidente; un confronto che si è allargato anche ad altri soggetti e che uscirà finalmente in forma organica, con una corposa introduzione in cui tentiamo di fotografare questi 15-20 giorni di mobilitazione e di tracciare, per quanto possibile e senza giocare agli stregoni, delle traiettorie e delle ipotesi da affrontare collettivamente.

Il nostro discorso prende le mosse da un’analisi che – lo diciamo senza vergogna – prende spunto anche dagli incontri che avete fatto voi di Kamo qui in Kanalino78, dai documenti che sono usciti, e soprattutto da un confronto con gli ospiti che avete invitato nelle scorse iniziative. Anche noi dunque partiamo dall’assunto che il processo di crisi dell’Occidente capitalista sia arrivato a un punto di svolta negli ultimi anni e che ciò si esprima in prima battuta nella guerra. Una guerra che potremmo definire intercapitalista fra le grandi potenze, ma che non può essere riassunta semplicisticamente in crisi dell’imperialismo americano: certamente assistiamo a una crisi di legittimità dell’impero americano in termini politici, di governance e di soft power, ma non si traduce ancora in una crisi effettiva del comando. 

Al contrario, osserviamo che tale crisi di legittimità profonda si trasforma in un tentativo di ristrutturazione del comando capitalista che ha come suo apice e centro gli Stati Uniti, e che si traduce in una guerra “guerreggiata” sul campo. Sia sul fronte ucraino che sul Medio Oriente, e nello specifico con il genocidio a Gaza, questa crisi ha squarciato il velo di ipocrisia della democrazia americana – se ancora ce ne fosse bisogno – e ha palesato quanto le democrazie neoliberali degli ultimi trenta-quarant’anni abbiano integrato completamente tutti quei dispositivi propri del nazismo e del fascismo, senza la necessità di un ritorno a una forza autonoma strutturata al servizio della borghesia quale appunto fu il fascismo storico. Una volta che queste forze si sono integrate completamente dentro la democrazia neoliberale, per la prima democrazia del Medio Oriente diviene possibile condurre un genocidio approssimabile, se non peggiore, a quanto è stato fatto negli anni Quaranta.

Date queste premesse abbiamo cercato di capire come mutano i comportamenti politici delle “persone comuni” in questa nuova fase di crisi del sistema, in questa enorme frattura dove il mondo di prima, con l’Europa posta a santuario della democrazia, non esiste più; in cui le nostre condizioni di lavoratori, lavoratrici e studenti devono essere forzatamente equiparate agli standard di vita del resto del mondo, ossia a modelli di sfruttamento simili a quelli americani, a quelli cinesi o a quelli di alcuni paesi del Sud globale. Questa congiuntura negli scorsi anni ha attivato dei cicli di mobilitazione che per semplificare chiameremo “neopopulismo”, che con la prima elezione di Trump ha iniziato la fase calante della sua spinta antisistema (per quanto ambigua fosse in partenza), e che con il secondo mandato di Trump e con l’affermazione di questo insieme di sovranismi più o meno di destra in Europa ha visto assorbite a fine di governo le istanze popolari – confuse e spurie – che si erano viste negli anni passati, sebbene altre siano tornate a ribollire sotto la crosta. 

Detto altrimenti, per neopopulismo intendiamo tutte quelle mobilitazioni quali i Forconi in Italia con le rivolte di Torino e nel Mezzogiorno, i Gilet Gialli francesi, o alcuni momenti di mobilitazione durante la pandemia, per esempio le rivolte del “Tu ci chiudi, tu ci paghi”, alcuni tratti del movimento No Green Pass (soprattutto ai suoi albori e quanto successo a Trieste, per chi si ricorda), così come alcuni elementi sia istituzionali dei Cinque Stelle che della Lega, sia di movimento sociale come è stato il movimento NoTav in Val di Susa. In sintesi, ci riferiamo a tutta una serie di istanze che in parte sono state in qualche modo riassorbite dal dispositivo di governo, mentre altre non hanno trovato una loro espressione.

Ora, mi avvicino alla conclusione del mio primo intervento, avanzando però una scommessa che azzardavamo nelle nostre analisi, e che in buona sostanza questi giorni di mobilitazione hanno rimesso in discussione. 

Se il neoliberismo negli ultimi decenni è riuscito a costruire una dimensione di individualismo e disgregazione delle soggettività collettive, in un momento di crisi dell’ordine globale, il capitalismo si trova costretto a mobilitare gli individui per la guerra dopo aver costruito una soggettività che non è più disponibile a un grande sogno collettivo, compreso il nazionalismo, sia per altro sia per difendere la patria. Per il capitale e l’imperialismo si tratta di un’impasse tutto meno che secondaria. È indicativo a riguardo che, per esempio, in Ucraina non si sia data una guerra di popolo, nonostante la propaganda che ci viene servita dai giornali. 

Di fronte a questo paradosso, la scommessa, l’ipotesi che facciamo è quella di proporre un nuovo paradosso: per difendere la propria individualità dalla minaccia della guerra i proletari (intendiamoli in senso molto largo) si ritroveranno costretti a ragionare in termini di azione collettiva; da qui l’ipotesi che dentro tale tendenza all’azione collettiva si possa sviluppare una controsoggettività che progressivamente maturi in un’identità collettiva. Insomma, vedere questo individualismo come una dimensione di ambivalenza.

Se guardiamo alle ultime settimane, l’insopportabilità di dover vedere in diretta il genocidio a Gaza e la complicità del nostro governo hanno fatto sì che quelle stesse persone che fino a poco fa consideravamo impossibili da mobilitare, molto individualisti e chiusi su loro stessi, davanti a un piano molto alto dello sfruttamento capitalista e del dominio hanno opposto un rifiuto totale, per scontrarsi in maniera diretta contro un fatto che parla direttamente “all’umanità” delle persone, aprendosi alla possibilità di essere di nuovo insieme, di contare su un’azione collettiva e coordinata. Ebbene, questa situazione si è data, secondo noi, dentro questo “controparadosso”, che è lo stesso che ha agito da tappo alle mobilitazioni di massa negli ultimi vent’anni. Passo la parola a L.

L.

Percorriamo un altro capitolo di questo futuro libro, ricollegandoci ad alcune cose dette da U. Come già si anticipava, oltre all’analisi delle trasformazioni indotte dalla guerra e dalle “guerre interne”, cioè le lotte sociali, ritenevamo cruciale approfondire l’analisi delle soggettività che sono emerse su questo livello, che è un livello intimamente legato alla questione della riproduzione: che si pensi alle lotte territorialiste o a quelle ecologiste, a ben vedere si tratta di lotte che, in forme diverse, cercano di far procedere delle istanze molto più generali. 

Perché parliamo di “guerra interna”? Perché già sui nostri territori vediamo un grado di devastazione enorme, che andrà necessariamente ad accentuarsi con lo sviluppo di un’economia di guerra che sappiamo essere alle porte: a tal riguardo, nel documento ne abbiamo in parte descritto le dinamiche osservabili in Piemonte e non solo, ricorrendo soprattutto a inchieste sulle lotte extrametropolitane e su quelle attivazioni degli ultimi anni, per quanto spurie e fulminee, che ciononostante hanno saputo darsi una loro forma di critica ed elaborazione teorica anche quando a condurle erano soggetti appartenenti a quella componente neopopulista di cui parlavamo prima.

Scendendo nel dettaglio, trovo che sia stato abbastanza emblematico quanto emerso dalla nostra inchiesta sul “movimento dei trattori”, che a Torino e soprattutto in provincia ha visto esprimersi in una maniera dirompente una categoria (di per sé parecchio estesa, ma comunque una composizione approssimabile a quella neopopulista di cui sopra) che da anni non scendeva in strada, per giunta senza limitarsi all’Italia, ma attivandosi in vario modo sul piano generale europeo, specialmente in Francia, Germania e Olanda. Nel concreto si trattava di diversi presidi, in alcuni casi anche blocchi, che puntavano a criticare la svolta del Green New Deal europeo e la Pac [Politica agricola comune, nda]; ma l’essenziale stava in un embrione di critica di quella faglia nel sistema riproduttivo del comparto alimentare, ovvero l’impossibilità di riprodurre un sistema, come appunto il sistema alimentare europeo; in altri termini, la crisi di un monopolio che però ad oggi è difficile da immaginare senza un enorme collasso dell’intero comparto. La denuncia delle difficoltà profonde in cui versa la filiera agricola giungeva così ad avvicinarsi a uno sguardo sui cedimenti del modello europeo, al quale si tenta oggi di rispondere con un’economia di guerra. Insistendo poi su come la Pac utilizzasse in maniera distorta il tema dei cambiamenti climatici per giustificare forzature miranti a ricusare i costi non soltanto sugli agricoltori ma sulla componente lavorativa in generale, si riusciva a connettere le trasformazioni sui territori in larga scala a un nuovo ciclo di accumulazione che pone la natura come fattore di valore. Perlomeno sul piano mediatico, la narrazione del Green New Deal in parte sembra tramontare e sostituita dall’economia di guerra; e tuttavia, in maniera sotterranea continua a causare trasformazioni a livello territoriale e ad essere impugnata per approvare progetti, innanzitutto nel comparto energetico e all’industria high-tech del digitale di cui si parlava prima.

Per mantenere vivo il focus anche su questo genere di narrazioni e sui loro effetti, abbiamo affinato il nostro metodo di inchiesta attraverso il progetto di «Confluenze». Intercettate le principali mobilitazioni che più o meno spontaneamente sono emerse su tematiche ambientali e territoriali, abbiamo dato un contenuto materiale a una critica più estesa: raccogliendo quanto veniva contestato nei territori, dalle lotte in Piemonte alle attivazioni di tantissimi comitati in Sardegna e Toscana contro i progetti di rinnovabili o l’eolico, si concretizzava una critica radicata localmente alla razionalità economica e alle conseguenze politiche della transizione energetica propinataci dall’Unione Europea, condotta, ancora una volta, da delle componenti sociali tendenzialmente restie ad attivarsi. Il progetto di Confluenze è diventato così una rubrica fissa su Infoaut, in cui tentiamo di esplorare cosa componga le soggettività attive in questi comitati spontanei per difendere i territori da questa grande contraddizione.

Particolarmente utile è stata l’inchiesta in Sardegna, per la quale abbiamo intervistato i membri di diversi comitati che si battono contro l’eolico. Chiaramente la Sardegna è un territorio abbastanza emblematico, in cui le dinamiche che descrivevo si sviluppano in una forma accelerata, ma che vediamo comunque riprodotte anche in altri territori. Una partecipazione molto trasversale, soprattutto di età medio-alta sebbene rimanga un interesse anche giovanile, ma che soprattutto – ed è il dato cruciale – rifiuta di venire assorbita da qualsiasi tipo di partito, struttura o associazione. Anche di fronte al deserto politico che troviamo fuori dalla metropoli, in cui mancando una base che riesca a raccogliere queste attivazioni l’associazionismo non regge, troviamo una risposta quasi immediata e sentita che trascende qualsiasi tipo di assorbimento. Elemento, questo, non privo di contraddizioni, spesso riconosciute dagli stessi membri dei comitati. Dopodiché la critica ai progetti specifici viene situata, vale a dire rivolta alla situazione delle aree interne, ricollegando via via le singole grandi opere al collasso del sistema sanitario, dei trasporti o dell’istruzione. In estrema sintesi, la comparazione delle forme di contestazione di questi comitati spontanei è per noi un modo per comprendere la situazione nei territori più sfruttati e completamente mercificati ai fini di un’accumulazione energetica.

La domanda fondamentale che hanno portato avanti i comitati è infatti a che cosa serve tutta questa energia. Chiaramente, quando parliamo di trasformazione dei territori in ottica bellica, il tema dell’energia e di dove sia indirizzata è centrale anche per ipotizzare le prossime mosse che verranno fatte a livello politico. Ciò si riconnette ad altre attivazioni recenti che a nostro modo di vedere sono interessanti da monitorare e che abbiamo provato a seguire, ossia quelle contro i depositi nucleari e l’energia atomica più in generale. 

A tal riguardo, con Confluenze abbiamo provato a ricostruire come si affermato oggi il discorso sull’atomica e cosa si sia sedimentato nei territori dove in passato vi furono attivazioni molto forti. Pensiamo sia un tema strategico in un’ottica militante, poiché strettamente correlato al problema di come tenere insieme un discorso che parte dai territori più extraurbani (la svendita di terreni, principalmente agricoli) e destinati a un comparto ben preciso, la produzione di energia appunto, ma che oggi a sua volta è strumentale a una determinata industria, a un determinato modo di produrre ad altissima specializzazione scientifica. 

In parole povere, quello stesso sviluppo tecnocapitalistico che va in guerra, che sarà fatto di non solo di centrali nucleari nelle aree periferiche, ma anche di data center e di tutta una serie di avanzamenti tecnologici che continuano a frantumare la divisione tra centro e periferia, città e campagna, scienza e natura. Queste trasformazioni materiali hanno però in sé una ricchissima serie di potenzialità di lotta da raccogliere, magari utilizzando l’economia di guerra come elemento di coesione. Io mi fermerei qua e passo la parola a M.

M.

Vorrei concentrarmi su alcuni aspetti di quanto descritto da L., in particolare riguardo al tema della comunicazione dell’informazione e del sapere. Come detto, il lavoro che stiamo portando avanti in Confluenze di inchiesta sui comitati territoriali è soltanto l’ultimo esempio di un metodo, la conricerca, che abbiamo applicato a moltissimi altri ambiti e moltissime altre composizioni, con l’obiettivo di individuare il terreno della comunicazione e dell’informazione come esso stesso un terreno di conflitto, un terreno di ricomposizione. 

Per quel che concerne i soggetti che abbiamo incontrato nei comitati, un problema immediato nel confrontarsi con questa fase dei neopopulismi è la scelta delle categorie e delle lenti di lettura della realtà, dal complottismo al negazionismo e via discorrendo: se da un lato sono delle semplificazioni erronee o degli sviamenti da una efficace interpretazione dell’“incasinamento generale” della fase che stiamo attraversando, allo stesso tempo rimandano a degli strati sociali che stanno producendo un sapere dal basso. È un patrimonio collettivo con cui bisogna fare i conti proprio perché – e lo stesso vale per la questione delle piazze per la Palestina e la fabbrica della guerra, dall’ambito della formazione nelle università e nelle scuole, fino al mondo dell’industria – è un processo di costruzione di un sapere che travalica gli ambiti classici della politica, che nasce appunto all’interno di aggregati sociali che a vario titolo si condensano intorno all’opposizione a progetti governativi piuttosto che alle necessità quotidiane di base o alla definizione dei criteri per la vivibilità dei propri territori. Fatta la tara di tutte le bizzarrie e i passi falsi del caso, ciò rimane e che vorremmo in qualche modo custodire è l’esigenza di conoscenza e di produzione di sapere che questi soggetti hanno sempre espresso.

Con il progetto di Confluenze (ma ripeto, pensiamo possa essere un metodo applicabile in ogni ambito) l’idea era anche quella di riuscire a sistematizzare e valorizzare a questo sapere per poter individuare delle tendenze anche di lunga durata, e quindi riuscire a ricomporre tutta una serie di posizionamenti di soggetti che si collocano all’interno di una società – come vediamo in queste ultime settimane – in ebollizione. Certo, il tema dell’informazione e del sapere porta con sé dei limiti e delle difficoltà, considerando che viviamo in un mondo super connesso: la questione della transizione digitale di fatto arriva ad influire profondamente nella formazione delle soggettività, nella costruzione dei rapporti sociali; dimodoché ci obbliga a fare i conti con tutto il discorso che si faceva sulle identità, l’individualismo e quant’altro, ma al contempo offre delle possibilità di controsoggettivazione. 

Ciò che abbiamo tentato di raccontare nel documento è che in questa fase di guerra si stanno aprendo delle possibilità, uno spazio politico ad oggi vuoto poiché, lo dicevamo prima, sono in crisi effettiva sia l’opzione sovranista – non potendo soddisfare le esigenze della propria presupposta parte – sia la riproposta di quel sogno americano, occidentale ed europeo – ormai irrimediabilmente privo di qualunque sostanza o appeal. In altri termini, per noi si offre la possibilità di ricavarci uno spazio e di rompere la “pace occidentale” poiché non esiste più nessuna una proposta dall’alto che sia desiderabile: sebbene gli interessi in campo siano profondamente diversi, sebbene i soggetti si collochino in punti diversi della scala sociale, in ogni caso ciò che viene proposto dalle classi dirigenti viene svelato immediatamente come una serie di ipocrisie a tutti i livelli, dal livello locale fino al piano internazionale.

Arrivando all’oggi, la parte più interessante di ciò di cui abbiamo fatto esperienza in queste ultime settimane  è appunto il germogliare di un’autonomia popolare – il che apre un ampio ventaglio di sfide, di scommesse, di interrogativi – che nei fatti si è data indipendentemente dalle realtà organizzate, nonostante esse abbiano avuto ovviamente un loro ruolo nel costruire un terreno fatto di militanza quotidiana di base, di radicamento e di progetto. Allo stesso modo, le organizzazioni sindacali nello specifico di questa fase precisa hanno avuto sicuramente un ruolo importante, ma nulla toglie che l’elemento cruciale e di novità dipendesse da qualcosa di diverso, ovvero dalla domanda sulla proposta credibile e sulla ricomposizione in corso. Dal nostro punto di vista, l’intersezione tra il problema della proposta, degli obiettivi e della ricomposizione tra soggetti più o meno spontaneamente scesi in piazza si trova nel tema degli immaginari: insomma, come tratteggiare un sogno, questa volta di parte, che sia effettivamente desiderabile.

Raccogliendo le parole più diffuse in questa composizione, le caratteristiche insomma che vediamo come fondamentali per una proposta che voglia essere in qualche modo attrattiva per questi soggetti è a) che nutra l’ambizione a divenire qualcosa di massa, che vada a disarticolare quei confini dati da riferimenti ideologici, da purismi o da tendenze al “nuovismo” (cosa in cui non di rado peccano anche le realtà organizzate); b) che sia qualcosa di riproducibile e che quindi proponga delle pratiche applicabili a più contesti; c) che dia la possibilità di incontrarsi e di aggregarsi intorno a un immaginario e delle parole chiare, immediate, come oggi è stata la bandiera palestinese; e infine d) che permetta in qualche modo di sentirsi un popolo, collettivamente, in cui ognuno resiste nel suo angolo di mondo. 

Questi, a nostro modo di vedere, sono gli elementi discorsivi che hanno permesso di fare quel passaggio, di imprimere alla crescita del movimento quello scatto in avanti.

In questo senso, per noi tenere la Palestina “come bussola” in questa fase significa avvicinare due aspetti che, anche rispetto a una proposta autonoma oggi, individuano due indicazioni cruciali: da un lato avere un radicamento nazionale, che soggettivamente porta a riconoscersi, sentirsi parte di un territorio e ricostruire quei legami sociali che abbiamo visto deteriorarsi negli ultimi decenni; e contemporaneamente coltivare uno sguardo internazionale, una prospettiva transnazionale, che punti ad andare oltre i limiti dei nostri percorsi di lotta.

U.

Dal canto nostro, ciò che ci siamo sforzati di dire nel documento, seguendo le analisi degli ultimi due anni, è di sottolineare la necessità di stimolare o quantomeno di intercettare, laddove si muovono le composizioni, una direzione comune, di trovare le comuni direttrici nel grande calderone di composizioni spurie che abbiamo incontrato nelle strade. Tra queste, un’idea condivisa che ci sembrava serpeggiare in varie forme è che si fosse tutti contro l’“Occidente collettivo”: per semplificare, che si stesse prendendo una direzione antiamericana, non nel senso culturale del termine, ma nel senso di antagonismo all’egemonia strutturale che si coagula in quel discorso. Ipotizzavamo che prima o poi sarebbe emersa un’ostilità spontanea su queste due direttrici, il riarmo e le condizioni di vita imposte dall’alto, ma ovviamente non potevamo prevedere che si desse in queste forme. 

Resta il fatto che il genocidio in Palestina, con la sua insopportabilità e la sua presenza nella vita di chiunque attraverso anche l’informazione di massa sia social che mainstream, ha agito da scintilla. Inoltre, nel corso nei due anni in cui si è perpetrato il genocidio, è andato sviluppandosi un sapere collettivo condiviso tanto da chi si è mobilitato, quanto da chi no e si è solo informato. A ogni modo ci è sembrato di vedere comunque una profondità di analisi inaudita da parte di persone che non fanno parte di collettivi che storicamente che si sono occupati di questi temi. Perché? I motivi sono diversi, ma su tutti riteniamo che sia stata la convinzione nella possibilità di poter incidere con un’azione collettiva a essere determinante nel consentire al movimento di esprimersi ed emergere.

Provo ora a tratteggiare per sommi capi quanto abbiamo visto a Torino, ma ritengo sia approssimabile a quanto avvenuto anche nel resto dell’Italia. A partire dall’appello dei portuali autonomi di Genova è scesa in piazza tutta una serie di lavoratori, cogliendo l’occasione dello sciopero e di una parola d’ordine comprensibile – “Blocchiamo tutto” – che alludeva una potenza collettiva, in seguito a quanto sarebbe accaduto alla Flotilla. Abbiamo visto attivarsi tanto dei comparti classici – in primo luogo i metalmeccanici e i lavoratori del manufatturiero – quanto un aggregato trasversale di categorie afferenti al mondo della scuola, dagli insegnanti al personale Ata, dall’università alle scuole primarie. Vi era poi una grossa fetta di lavoro non garantito, di quelle partite Iva autoimposte come forma di precarietà e di autoimprenditorialità al terzo settore, dal mondo delle cooperative alla logistica (che è sceso in piazza soprattutto nelle giornate del 22 settembre e del 3 ottobre, quindi nei momenti di sciopero generale). Per quanto abbiamo potuto osservare noi, queste figure sono risultate presenti suppergiù in tutto il territorio italiano.

L’altra componente determinante è senza dubbio la valanga di studentesse e di studenti delle superiori e dell’università, che sono scesi in maniera veramente massiccia. Ad esempio, noi a Torino stiamo assistendo a un effetto a catena di occupazioni delle scuole superiori che non vedevamo da tempo: nelle ultime due settimane stanno occupando, ora dandosi la staffetta ora tenendo, praticamente tutti gli istituti delle superiori, comprese situazioni molto periferiche in provincia o addirittura scuole che non hanno mai visto un’occupazione da quando sono state fondate. Certo, le punte di conflittualità più alte si sono date nei capoluoghi, ma è soprattutto questa attivazione delle zone più lontane o politicamente “vergini” a darci da riflettere su cosa possa svilupparsi in futuro e sulla durata del movimento.

Un’altra componente fondamentale è quella delle cosiddette “seconde generazioni”. È vero, in molti casi l’attivazione giovanile è stata trasversale, specialmente nelle realtà metropolitane o in città medie del centro-nord come Brescia, La Spezia, Trieste; ma anche in questi frangenti le seconde generazioni hanno avuto un ruolo da protagonista. I ragazzi e le ragazze di seconda generazione spesso e volentieri in questi cortei hanno assunto il ruolo della rottura degli argini imposti dalla controparte, intendendo sia le forze dell’ordine, sia quelle istituzioni sindacali o di movimento, se possiamo chiamarle così, che in questi giorni avevano imposto ai cortei una governabilità e una compatibilità con le agende della sinistra più moderata e conservatrice. 

Una situazione relativamente inedita per l’Italia, che aveva fatto capolino nel passato soprattutto a Milano, a Torino e nell’hinterland, o in quelle rivolte “per la socialità” sul lago di Garda. Infine, è stato particolarmente rilevante il protagonismo non solo dei giovani di seconda generazione, ma anche delle famiglie migranti, di quelle famiglie che abitano qui in pianta stabile, che vogliono vivere qui e che hanno costruito la loro vita sul territorio. Queste famiglie hanno preso parola, sono scese in strada e rompendo quella “divisione del lavoro politico” razzista e imposta dall’alto.

Per come intendiamo noi l’antagonismo, in queste settimane ci è sembrato di assistere a un salto in avanti della storia di decenni. Un ritorno della lotta di classe sul campo, però non scatenata da tematiche economiche, bensì da una questione molto umana, quasi etica, che condensa l’opposizione all’essenza del dominio capitalista, ossia il genocidio, e lo sterminio sistematico come imposizione ultima del comando. Di modo che, scavalcando anche i ragionamenti dei compagni, da una condizione generale, non ascrivibile al mondo del lavoro e dell’economico, si è bloccata la circolarità della produzione capitalista. Riteniamo non sia un semplice accidente imprevisto, ma un dato enorme su cui riflettere per il futuro. 

Per quanto riguarda l’aspetto tecnico, si sono osservate forme di lotta approssimabili ai Gilet gialli francesi, come i cortei a gatto selvaggio e il coordinamento via web e non attraverso le organizzazioni di movimento o sindacali, ma con un livello molto più alto di maturità politica e di critica generale al sistema. 

Ci tengo a essere esplicito a riguardo: la gente che si è attivata non è scesa in piazza dicendo «siamo qua per la Palestina, ma in realtà stiamo parlando del nostro stipendio o delle nostre condizioni di vita». Non è così. Il punto è che ciò che accade in Palestina rappresenta per le persone in Italia, in Europa e in Occidente un’ipotesi molto vicina come futuro prossimo, nel senso di «se si può fare questo impunemente, chissà cosa potrà essere fatto a noi, a cosa potranno ridursi le nostre vite». 

Probabilmente è stato questo genere di ragionamenti ad agire come primo motore, ed è lì dentro che vanno individuate tutte le altre questioni su cui sarebbe importante mobilitarsi: per esempio, una parte considerevole della composizione recepiva il discorso dell’arruolamento e del riarmo nei termini di «fra un anno o due dovremmo mandare i nostri figli o partire noi stessi a combattere sul fronte russo». Il solco che noi militanti dobbiamo approfondire è quello scavato dalla domanda che ha spinto queste persone ad agire, ovvero «tutto questo sarà realizzabile o no se ci sarà una massificazione di scioperi generali come questi». Di pari passo, le dimensioni delle contestazioni hanno concretizzato la speranza che sia possibile ciò che prima era impossibile, cioè che di fronte a un riarmo generalizzato ci si possa opporre in massa in tutta Europa per bloccare l’entrata in guerra dei nostri governi.

Poiché le tensioni internazionali – verso la Russia così come la Cina – sono destinate a crescere e lo scontro diretto a farsi sempre più vicino, da un lato crediamo che il riarmo sia uno dei vettori su cui si possa costruire la tenuta di questo movimento; dall’altro c’è anche la possibilità (o quantomeno un tentativo) di un recupero da parte della sinistra istituzionale. La Cgil e il Pd ne sono l’esempio lampante: pur avendo ostacolato ogni movimento per mesi e mesi, di fronte a un gesto così emblematico come quello della Flotilla sono stati obbligati a inseguire l’ondata di mobilitazioni, fino ad ambire a far proprie molte delle istanze del movimento e addirittura a dare copertura sindacale allo sciopero. 

Al contempo, tutti qui la pensiamo allo stesso modo su questo genere di operazioni, ma tocca riconoscere che, per quanto ipocrita, questa apertura ha avuto la conseguenza di massificare la possibilità di partecipazione. È un’ambivalenza che non va ignorata, e anzi va presa di petto. La possibilità di un recupero c’è sempre, specialmente in casi come questi, in cui le mobilitazioni vanno al di là delle divisioni di destra e sinistra, che sono canoni che rimangono validi nella sfera politica, ma che non fotografano perfettamente le divisioni del mondo sociale. 

Tornando al discorso che facevamo prima sulla continuità fra le mobilitazioni spurie degli anni passati, è il carattere profondamente antistituzionale che ha dentro di sé, è lo scavalcamento di numerose categorie classiche della politica a indicare l’emersione di una grossa frattura. E ciò vale non solo per le giovani generazioni o per i migranti, ma l’intera società, che vive in questa dimensione iperinformatizzata, mostra di seguire altri canoni di ragionamento.

Direi ora due parole sul comportamento della controparte, della polizia per intenderci, che è stato significativo. Nonostante le nostre comprensibili preoccupazioni – specialmente dopo numerose mobilitazioni in sostegno alle difficoltà dell’antagonismo nel paese, sui Ddl sicurezza, sul restringimento dell’agibilità democratica e così via – l’intensità del movimento ha completamente spazzato via la retorica securitaria di Salvini, il decreto sicurezza. Un numero incalcolabile di giovani ha quindi potuto vedere con i propri occhi la dimostrazione che, quando la pratica del conflitto raggiunge dimensioni di massa, i dispositivi legalitari della repressione risultano inermi e si si dà una nuda e cruda contrapposizione nell’uso della forza sulla piazza. 

Dal canto loro, sulle prime ci è sembrato che la polizia conservasse sostanzialmente un atteggiamento di lasciar fare, sulla spinta forse di quei contatti con il mondo del sindacato o anche di strutture militanti o sedicenti tali che hanno agito per creare le condizioni della compatibilità con la gestione dell’ordine. Questa strategia ha funzionato solo in parte, perché questo lasciar fare ha aperto uno spazio che è stato subito praticato. Pensiamo ai blocchi, che hanno quasi sempre travalicato il consentito dalle questure e la dimensione del simbolico: con i blocchi effettivi alle stazioni e nelle autostrade, la polizia si è trovata costretta a mettersi in contrapposizione diretta, trovandosi spesso aggirata dal numero e dalla determinazione delle persone. È quello che ci raccontavate anche voi a Modena, che ha vissuto il blocco come una pratica diffusa, che ha messo in difficoltà la controparte e ha impresso un salto di qualità alla prassi che è in qualche modo fondativo per questo movimento. 

Arriviamo quindi alla grande domanda che penso tutti ci stiamo facendo, cioè “cosa succede ora?” 

Ovviamente non avanziamo pretese di dare una risposta precisa, ma crediamo che il punto di riferimento deve essere la situazione sul campo. Il raggiungimento del cessate il fuoco speriamo sia duraturo, perché comunque interrompe lo sterminio effettivo di una soggettività, i palestinesi gazawi, che nel corso di decenni ha costruito, pure nella sua ghettizzazione in una prigione a cielo aperto, un livello unico di resistenza, a cui non possiamo che guardare come esempio. Tuttavia, il fatto che questo dominio continui a esistere apre la strada a un progetto coloniale di vecchio stampo: a ben vedere, quando si arriva a proporre un governatore inglese che ha interessi diretti nei suoi conti bancari sull’estrazione di gas nel territorio davanti a Gaza, ci si avvicina più a forme ottocentesche di colonialismo che non alle egemonie militari degli ultimi decenni. Crediamo quindi che il contrasto a quel piano coloniale che ha imposto la cosiddetta “pace” sia il terreno, probabilmente non così massificato, con cui dovrà misurarsi il movimento se si vuole portare avanti un discorso che parli di disarmo e di sabotaggio della fabbrica della guerra.

Le industrie dell’indotto militare ci sembrano in questo momento dei bersagli alla portata di tutti. O almeno, noi a Torino abbiamo visto che c’è la possibilità di contrastare effettivamente la produzione bellica, come mostrano tutti i tentativi, anche riusciti, di entrare dentro la fabbrica della Leonardo. Le indicazioni per i prossimi passi potrebbero essere cercate in questo genere di azioni. Infatti, ciò su cui bisogna essere chiari è che anche di fronte a un abbassamento della mobilitazione (per una fetta consistente di composizione, la tregua equivale a uno stop al genocidio vero e proprio) non è detto che queste attivazioni non permangano, sia nei termini di una mobilitazione concreta settimanale, sia nei termini di un salto di qualità nei percorsi di politicizzazione, di un qualcosa che ha fratturato la cappa di impossibilità che ha regnato per trent’anni in Italia. Tante, troppe persone hanno visto che muovendosi insieme c’è una possibilità di essere incisivi: i numeri raggiunti dalla manifestazione di Roma del 4 ottobre sono assurdi, e se andiamo a sommare tutto quello che si è mosso in altre città, parliamo di milioni di persone che in due settimane si sono attivate in maniera effettiva.

Ricapitoliamo dunque le cose che hanno funzionato e compattato il movimento: una composizione variegata; alcune parole d’ordine semplici come “Blocchiamo tutto”, “Stop al genocidio” e lo sciopero; l’utilizzo dei social network e delle chat come strumento di organizzazione. Ciò che invece ci pare che manchi al momento è qualcosa che, per capirci, svolga lo stesso ruolo delle rotonde per i Gilet gialli, ovvero un punto di presidio fisso in cui le persone si incontrino, si conoscano, costruiscano momenti assembleari (rischiando anche che risultino deliranti, come spesso capita in questi momenti di discussione). Insomma, qualcosa che si dia come “controistituzione” per il movimento. A Torino stiamo provando riempire questo buco in vario modo, per esempio garantendo che ci si ritrovi insieme prima delle piazze, dando continuità alle assemblee e ai presidi permanenti, favorendo l’emersione di una presa di parola e del protagonismo non delle figure militanti, ma di chi si è avvicinato a questi contesti per la prima volta, e provando ad attraversare i quartieri popolari con questo tipo di iniziative.

Prima di finire, direi due parole sulla trasformazione della militanza. Il 22 settembre a Torino, così come in tutta Italia, c’è stata una grossa partecipazione allo sciopero, che però aveva dei forti connotati sindacali (sia l’Usb che i quadri Cgil che i metalmeccanici erano tutti in piazza, più il resto della composizione di cui parlavamo prima). La sera c’è stato un corteo di pari dimensioni (quindi 50 mila persone la mattina e altrettante la sera). Bene, quando lo abbiamo visto ci siamo detti: “Ecco, questa è l’autonomia come ce la siamo immaginati in tutti questi anni di grandi pipponi mentali, l’abbiamo finalmente vista in piazza, in carne e ossa e sta camminando con noi”. Infatti non c’erano i soliti spezzoni delle sigle, ma al contrario spontaneità, pratica dell’obiettivo, concretezza nelle parole d’ordine e completa indisciplina nelle forme dello stare in piazza. Una cosa mai vista, potente, e che ci chiede di mettere in soffitta il nostro immaginario sul passato. Un immaginario magari glorioso, che rimaneva qualcosa che avevamo in testa e a cui non riuscivamo a dare una forma. Ebbene, oggi probabilmente ce l’ha. Non è detto che questa specifica mobilitazione duri, ma è molto difficile che non si ripresenti in futuro in una maniera più matura ancora.

A mio parere, queste piazze devono essere assunte come metro per i nostri prossimi tentativi di costruire un’organizzazione, poiché lì dentro, per chi si è attivato, stanno nuovi modi di stare in piazza, nuovi modi di concepire un impegno militante e una contrapposizione che dobbiamo inchiestare. Non dobbiamo dare dunque nulla per scontato, né cucirgli addosso le nostre speranze, ma piuttosto prendere spunti e lasciarci mescolare con quello che si muove. Detto ciò, vediamo comunque che alcuni dei cardini della nostra militanza non soltanto sono presenti, ma iniziano ad assumere una dimensione massificata: l’irriducibilità a un punto di vista antistituzionale; la pratica del conflitto non come esasperazione soggettiva, avanguardistica, ma come forma di lotta collettiva, necessaria per portare a casa un risultato; e la mancanza di paura verso la repressione. 

Come si diceva prima, i dispositivi messi in crisi da queste giornate non sono cosa piccola, e ci parlano comunque di un approccio alla vita politica in cui la repressione va inserita tra le cose che possono succedere, cose che la controparte mette in piedi per contrastare i picchi più eclatanti, ma che difficilmente riesce a funzionare quando si ritrova a fronteggiare una massa. Per noi è un’indicazione preziosa. Così come a suo tempo ci disse, e continua a dirci, la Val di Susa, crediamo di aver visto anche la conferma nella nostra caparbietà, passateci il termine, nel non lasciarci spaventare dell’accanimento dello Stato. Inoltre, laddove questa spinta autonoma si massifica, diventano anche più accettabili gli eventuali sacrifici nella pratica militante. 

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Kultur / Cultura

Generazione Palestina. Razza e classe in Italia al tempo della Resistenza globale al genocidio

«Generazione Palestina» è quella composizione giovanile che abbiamo visto mobilitarsi, trainata dal protagonismo delle seconde generazioni, catalizzando e prendendo la testa delle mobilitazioni degli scorsi due anni contro il genocidio a Gaza e a fianco della lotta palestinese.

Si sono formate nuove militanze e militanti, collettivi ed esperienze organizzative, si sono riaccese una politicizzazione di massa e una disposizione alla conflittualità da tempo sopite, con forme inedite di protagonismo ancora da comprendere e pensare, partendo dall’organizzazione che ha caratterizzato le piazze dal 7 ottobre 2023, passando dalle mobilitazioni per la morte di Ramy Elgaml e contro un razzismo istituzionale e diffuso, fino il dirompente spontaneismo del «Blocchiamo tutto!» dell’ultimo mese.

Come queste piazze ed esperienze hanno trasformato le soggettività che si sono mobilitate? Quali le loro genealogie, sedimentazioni e le possibili prospettive di rilancio e trasformazione? Che ruolo hanno razza, classe e religione nella composizione delle lotte presenti e future e nelle forme organizzative politiche del domani?

Ne discuteremo sabato 15 novembre alle ore 16 al Dopolavoro Kanalino78 di Modena con i Giovani Palestinesi d’Italia, Anna Curcio (ricercatrice militante, autrice di «L’Italia è un paese razzista», Derive Approdi 2024) e Atanasio Bugliari Goggia (autore di «Rosso Banlieu» e «La santa canaglia», ombre corte 2022-2023), mettendo a confronto – e perché no, in contrasto – le esperienze e il lavoro di inchiesta politica maturati nelle nostre piazze, il tema sempre centrale della razza, fino alle ricerche effettuate sulla composizione politica delle banlieue parigine e sulle periferie delle città italiane.

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Kultur / Cultura

Guerra alla guerra. Rompere la pace dentro fabbrica e università della guerra

Una lunga frattura oggi attraversa il mondo.

È la linea di faglia della crisi globale, che solca Stati Uniti e Cina, Europa e Medio Oriente, portando la guerra ad essere il fatto del nostro tempo.

Il motore del profitto, sempre più in affanno, batte al ritmo del riarmo anche qui, nella pace apparente dell’Italia del governo Meloni. Soprattutto nella democratica Emilia, dove il territorio-fabbrica si ristruttura in fabbrica della guerra e l’università diventa laboratorio dell’industria bellica, legando Modena a doppio filo con Gaza.

Ma nelle pieghe di questa frattura si sta muovendo qualcosa. Le piazze per la Palestina e del «blocchiamo tutto» raccontano della necessità e della possibilità di un rifiuto di massa, diffuso, che cresce.

Con quale metodo e strumenti si può tentare, qui dove siamo collocati, di muovere «guerra alla guerra»? Lungo quali crinali e spaccature è possibile ricercare la forza e costruire un immaginario alternativo? Come organizzare, nel fermento di una nuova generazione politica, una ricomposizione sociale contro il «partito della guerra»?

«La lunga frattura», documento pubblicato da InfoAut, è il tentativo di dare pensiero e ipotesi praticabile a questa scossa: di leggere la guerra come forma della crisi capitalista, e il rifiuto della sua pace come possibilità di rottura con la catastrofe dell’esistente.

Un testo su cui confrontarsi e discutere insieme, e un invito a guardare la realtà da dentro la lunga frattura, dove, tra le pieghe e i crepacci di un tempo in movimento, c’è già un possibile altro mondo da cogliere.

Con redazione di Infoaut e Askatasuna Torino.

Sabato 11 ottobre, ore 16, al Dopolavoro irregolare di via canalino 78, Modena.

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Troppo fuorismo / Inchiesta

Aria frizzante. Un punto di vista dalla provincia sulla marea del «Blocchiamo tutto»

0. Ci sono giorni che valgono anni. Le ultime settimane, dal 22 settembre al 4 ottobre, sono state tra questi. Anche a Modena.

1. Due scioperi generali che hanno travalicato le appartenenze (o non appartenenze) sindacali e fermato, rallentato, sabotato, la fabbrica della guerra che è nel suo complesso il sistema-Italia e di cui Modena è uno dei suoi reparti più avanzati. Una composizione eterogenea e trasversale di massa e diffusa che ha utilizzato strumentalmente e pragmaticamente le scadenze di sigle, collettivi e delle più svariate infrastrutture organizzative per scendere in mobilitazione permanente. Che, capillarmente, dai territori metropolitani a quelli provinciali, su livelli di intensità variabile da territorio a territorio, ha occupato le strade, le piazze, le facoltà, le scuole, i magazzini, gli stabilimenti, le stazioni, le tangenziali, tentando di praticare con slancio e determinazione l’obiettivo del “blocchiamo tutto”. Una oceanica manifestazione nazionale che ha fatto tremare, per la prima volta, un governo di postfascisti, atlantisti e sionisti – scappati fuori Roma – a digiuno di opposizione. Per non parlare, appunto, delle imbelli, inutili e ipocrite opposizioni della Sinistra, atlantista e sionista, saltate a bordo all’ultimo – citofonare Landini e Schlein – per timore di rimanere naufraghe.

La marea dei 30 mila a Modena. Sciopero generale per la Palestina, 3 ottobre 2025.

2. L’avevamo percepito il lunedì di sciopero generale che l’aria non era più la stessa. Certe cose le senti: ti lasciano il sapore dell’elettricità in bocca. Il 22 settembre abbiamo assaporato un gusto che non sentivamo da molto tempo a Modena.

La manifestazione degli studenti è rumorosa e con numeri (circa 400-500) che non si vedevano da decenni – anche se a maggioranza liceali e con poco apporto di seconde generazioni – portati per la gran parte dal “lavorio invisibile” di un gruppo di giovani senza pregressi politici nato, più o meno spontaneamente, un paio di settimane prima, “Giovani di Modena per la Palestina”. Piazza Grande è ingrossata da lavoratori delle più disparate categorie: operai della logistica e non solo, professionisti e partite iva, insegnanti, impiegati dell’industria, tecnici, precari, operatori delle cooperative, tirocinanti, universitari, perfino i funzionari della CGIL. La manifestazione arriva a contare circa 3000 persone e si carica di un’energia che neanche i soliti, interminabili comizi al microfono riescono a spegnere. C’è voglia di bloccare davvero tutto di fronte a un genocidio trasmesso in diretta dalla Palestina e alle minacce di Israele alla Flottiglia.

Ma questa voglia non si riduce a questo, crediamo. La Palestina è simbolo e pretesto ricompositivo per forze e motivi che agiscono nel profondo delle soggettività e della composizione che si è manifestata – in primo luogo attraverso una generazione politica formatasi a partire dal primo ciclo di lotte postpandemiche del 2022, situate dentro lo sviluppo dello stato di guerra e del caos globale crescente.

La piazza viene fatta sfogare in un corteo selvaggio e liberatorio per il centro città, fino ad arrivare davanti all’Accademia militare. E qui, al culmine della forza, fatta inspiegabilmente sciogliere dai leaderini dei gruppi e sindacati che l’avevano promossa e guidata, sotto le pressioni della digos e l’indisponibilità a cogliere o solamente riconoscere il momento propizio per un “passo in più” praticabile. «Grazie a tutti, per oggi è finita qui». Molti giovani partecipanti, a grossi capannelli, sono rimasti lì, come delusi, ad aspettare un proseguimento che non ci sarà, mentre gli attivisti e i politicanti se ne tornavano a casa: «come, tutto qui? Oggi è già finita? Non si poteva fare un passo in più?»

Sciopero generale per la Palestina, 3 ottobre 2025.

3. Due settimane in cui la mobilitazione serale è stata continuativa e partecipata – gli stessi presidi che un mese prima contavano 70 persone appartenenti al ceto politico si sono visti ingrossare fino a 400-500 partecipanti spontanei di quella composizione emersa il 22 – hanno portato allo sciopero generale di venerdì 3 ottobre.

La CGIL, tirata per la giacca, per non perdere la propria base è scesa in campo con i reparti corazzati. A Modena, un servizio d’ordine imponente, 150 pettorine rosse, a collaborare fianco a fianco coi distintivi e i caschi blu. I rapporti di forza modificati impongono un accordo preventivo tra la questura e il suo omologo sociale cittadino: viene concessa la tangenziale, passeggiata dall’uscita 8 all’uscita 10, e poi via al parco Ferrari. Il corteo partito da piazzale Primo maggio è imponente e inedito per Modena: record storico di 30 mila persone. Una manifestazione di massa, popolare, composita, con tantissimi giovani. L’apporto delle seconde generazioni e delle comunità arabe è consistente. Per l’occasione, crediamo, anche i tecnici e professionali, ancora non toccati dalle proteste, si sono mobilitati.

Il corteo passa di fronte alla stazione dei treni tranquillamente, perché è impenetrabile, blindata dalle camionette dei reparti mobili e presidiata dalle truppe incordonate della Camera del Lavoro, fianco a fianco alla Polizia di Stato. Il serpentone entra infine in tangenziale, come da copione, ma è all’altezza dell’uscita 10 che, nei piani dei tristi gestori dell’esistente, qualcosa va storto.

4. Alla fine del percorso, un piccolo ma combattivo pezzo di corteo scavalca spontaneamente il guardrail passando sull’altra carreggiata vietata dagli accordi, rifiutandosi di uscire dalla tangenziale. Ci sono ragazzi e ragazze di seconda generazione a incitare, seguiti da studenti delle superiori e universitari, giovani lavoratori e più anziani con famiglia al seguito. Persone “normali” e qualche compagno più o meno sciolto. Assenti i partiti rivoluzionari, i collettivi studenteschi e universitari, le sigle nazionali dure e pure. «Abbiamo detto che blocchiamo tutto? E allora facciamolo davvero!» è la voce unanime. C’è un pezzo di composizione sociale che vuole fare DAVVERO quello che gli slogan dei militanti ripetono, senza farsi prendere in giro. È ritenuto possibile, senza troppi timori: il momento di rischiare, di avere coraggio, è ora. L’esempio della Flottiglia è lì davanti.

Eccedenze. Scavallare il guardrail. Il momento del coraggio. Blocchiamo tutto.

Il corteo è in stallo sia per la polizia sia per l’indecisione dei più a “scavallare”, nonostante quel pezzo di corteo più determinato a praticare l’obiettivo diventi progressivamente più nutrito. Il tempo di blocco si allunga, le contraddizioni arrivano fino al carro di testa, tra gli organizzatori, mentre in strada il fronteggiamento con la polizia si fa sempre più teso. Fino a che un argine si scioglie: mentre il grosso della manifestazione rientra nella compatibilità e riparte sul percorso concordato, alcune centinaia si riversano invece sulla carreggiata opposta, raggiungendo il blocco e trasformandolo in un corteo selvaggio e autonomo fino all’uscita 10 bis. Da qui, praticato il blocco con i propri tempi, lo spezzone si ricongiunge al corteo principale tra cori e battimani, accolto dagli applausi della gente. Non quelli delle burocrazie sindacali e politiche, in primis CGIL, che volevano “bloccare tutto” ciò che c’è di possibile.

5. Perché soffermarsi su un evento così apparentemente insignificante, nel racconto di queste giornate che hanno visto complessivamente ben altro livello di scontro o blocco anche solo nelle vicine Bologna e Reggio? Perché, in un contesto specifico come Modena, di tradizionale bassa conflittualità, pesantezza del controllo socialdemocratico e grande solidità di recupero sistemico delle istanze subalterne e delle spinte sociali, questa piccola forzatura non avrebbe potuto conquistare l’obiettivo del “blocchiamo tutto” fuori dalla compatibilità istituzionale e dal copione imposto dall’alto e accettato dalle organizzazioni se non fosse stata trascinata da un’eccedenza, certamente di minoranza ma non minoritaria, di composizione, capace di esprimere una forma di autonomia in nuce, una disponibilità – appunto – a “scavalcare” non solo il guardrail e la paura, ma tutte quelle barriere fatte di ritualità, schemi, appartenenze, logiche bottegaie e leaderini opportunisti riprodotte da alcuni tipi di strutture politiche e sindacali che, in tali occasioni, agiscono da tappo. Insomma, una piccola traccia, ma significativa, del cambio di passo di composizione che queste giornate hanno espresso, anche a Modena, su livelli di conflitto e di forza più avanzati da quelli dati dagli stessi militanti, attivisti, organizzazioni. Per chi sa vedere, non è poco.

Servizio d’ordine della Cgil.

6. Non possiamo sapere, a questo punto, se sia nato, o stia nascendo, un ciclo. Inteso come processo di medio-lunga durata di mobilitazione, politicizzazione, organizzazione del conflitto sociale e di classe, che eccede, rimescola, trasforma le soggettività in esso coinvolte, le identità prestabilite, le stesse organizzazioni o rappresentanze che l’hanno promosso, cavalcato, inseguito. Rovesciando – e ricostruendo – l’immaginario collettivo, sovvertendo le forme di militanza e segnando quelle di vita. Una dinamica ricompositiva e un movimento d’attacco allo stato di cose presente. Occorre andarci ancora cauti, nonostante la straordinaria potenza di queste giornate.

7. Sappiamo però che, in queste convulse settimane di tempo sospeso, non più stretto nel pugno di coloro che comandano sulle nostre esistenze, un lungo e asfissiante ciclo di immobilismo, passività, rassegnazione, che aveva galleggiato su di uno stagno di grigia depressione, si è rotto. O quanto meno, incrinato: la pace del nemico si è infranta in crepe e fratture di possibile concreto. Da cui filtra – forte, potente – aria fresca e frizzante di cui riempirsi i polmoni. È la gioia autentica, condivisa, della lotta quando è di massa e va all’obiettivo. Di riconoscersi complici e compagni in essa, spezzando le solitudini e scacciando l’impotenza. Di prendere coraggio, come i marinai della Flottiglia, e assumersi il rischio quel passo in avanti in più, come scavalcare un guardrail insieme, perché è questo il momento, e non servono altre parole se non “Blocchiamo tutto”.

Verso l’uscita 10 bis.

8. E adesso? Come tenere aperta, dare continuità e allargare questa frattura da cui ha spirato un vento che ha scompigliato tutto e tutti? Attraverso quali forme sostenerlo, potenziarlo, farlo crescere più forte contro il governo e la fabbrica della guerra, del genocidio, dello sfruttamento, senza imbrigliarlo sui mulini del nemico che si chiamano Sinistra, delega, pace (per chi comanda), o lasciarlo spegnere nelle stanze chiuse della competizione sindacale, delle parrocchie di partito, delle botteghe di Movimento, del mercato delle vacche delle strutture? Funziona ancora lo strumento “assemblea di collettivo/partito/movimento” con una composizione che, almeno in questa prima fase, non ha riempito le fila dei vari gruppi militanti ma le piazze, i cortei, intesi come evento a cui partecipare, esperienza da vivere, in cui esserci, in cui imporre una propria autonoma presa di parola e decisione? Da dove può passare il ruolo dei militanti, la costruzione di un immaginario desiderabile, la formazione di controsoggettività negli spazi e nei tempi aperti da queste settimane? C’è tutto un cantiere di inchiesta, conricerca, scienza dell’inaspettato e immaginazione organizzativa da aprire, insieme alla necessità di intelligenza collettiva condivisa, di discussione franca e di produzione di punto di vista, oltre che di pensiero, forte.

9. Mossi più da domande che da certezze, con punto di vista parziale, per ora qui ci fermiamo.

10. «Si deve ricercare la pace quando la si può avere; quando non si può, bisogna cercare aiuti per la guerra». Thomas Hobbes, De Cive, 1642.

Di questo discorso e di cosa lo precede rimandiamo all’incontro dell’11 ottobre con la redazione di Infoaut e con i compagni di Askatasuna Torino per discuterne, a partire dalla presentazione del documento «La lunga frattura», al Dopolavoro di via canalino 78, a Modena.

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Discorsoni / Analisi

Senza dargli pace

In un mondo che scende sempre più in guerra, il problema che si pone è come rompere la pace che l’ha prodotta.

«Senza dargli pace».

È l’indicazione di metodo che ci consegna la lunga tradizione di lotta degli oppressi nel difficile movimento a farsi classe, tra sviluppo di autonomia e costruzione di organizzazione. Dalla Palestina che indomita resiste, alle metropoli e territori della crisi resi fabbriche e laboratori della guerra mondiale.

Lungo quali fratture e con quali strumenti si può tentare, qui e ora, di muovere «guerra alla guerra»? Come si struttura, nel fermento di una nuova generazione politica, il campo di battaglia della classe tra razza e nazione?

Una serie di incontri per mettere a dialogo inchiesta e militanze politiche, formazione e mobilitazione, territori e generazioni, intelligenze collettive ed esperienze pratiche, riprendendo e intrecciando il filo dei precedenti cicli «Militanti» (2023), «La fabbrica della guerra. Modena nel conflitto globale» (2024) e «La fabbrica della guerra. Geopolitica e lotta di classe nella crisi di sistema» (2025).

Non serve raccontarci quello che ci piace ascoltare. Serve quello che ci permette di capire, e quindi di agire, quando le brutture di questo mondo capitalistico sembrano sopraffarci. Per rovesciarle in opportunità di conflitto e sovvertirle in occasioni di rottura.

Segnatevi luogo e date, a breve maggiori informazioni.