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Gigi Roggero – La militanza non va in vacanza. Dagli anni Ottanta, Novanta e Dieci a oggi, e oltre – seconda parte

Pubblichiamo la seconda e ultima parte (qui la precedente) dell’incontro con Gigi Roggero che ha chiuso il ciclo MILITANTI.

Con questa, siamo arrivati alla conclusione della rimessa a disposizione di quello che è stato un percorso di ragionamento, approfondimento e dibattito di cui siamo stati molto soddisfatti (speriamo in egual misura chi vi ha partecipato). La ricchezza delle riflessioni fatte è difficilmente sintetizzabile in queste poche parole finali: sono lì a testimoniarlo le trascrizioni (onore al nostro sbobinatore pazzo) di tutti gli interventi precedenti. L’intento che ci ha mosso, quando abbiamo pensato e progettato questo ciclo, era quello di offrire un momento strutturato e continuativo di formazione, che non fosse solo auto-formazione, ma co-formazione, su un tema tanto baricentrale quanto inattuale – oseremo dire antropologico – dell’agire politico. Troppe volte dato per scontato, o vissuto acriticamente, quando non espunto dalla visuale soggettiva. «Chi è un militante? Cosa significa – e ha significato – militanza, e cosa la distingue da altre forme di agire politico? Quali limiti e ricchezze delle esperienze rivoluzionarie del passato rimangono oggi (in)attuali? Stretta tra conformismo e impotenza, tra testimonianza identitaria e appagamento individualistico, tra sindacalizzazione e attivismo idealista, la scelta militante ha davvero esaurito il suo potenziale di rottura?» Con queste domande aprivamo i lavori, un tentativo – a modo nostro, parzialissimo, sicuramente incompleto – di rimettere e rimetterci in discussione (nessuna ricetta: è tutto da costruire) ma anche di riannodare i fili di una tradizione politica, per elaborare strumenti per pensare e agire nell’oggi, contro l’oggi. Numerose infatti sono le questioni che sembrano venire da un altrove distante – dove collocare la funzione di partito; come scommettere sulle ambiguità; perché ancorare la ricerca del soggetto all’anticipazione strategica – eppure ancora inevitabili per chi riflette per sovvertire. Non è un caso, forse, che rileggendo il nostro passato più prossimo ritornino alla mente intuizioni di un tempo più antico, a cui attingere per costruire un metodo forte delle conquiste, degli errori e delle strade interrotte lasciateci dalle generazioni di militanti politici che ci hanno preceduto. Non sappiamo con certezza se siamo riusciti appieno nell’intento. Speriamo che esso abbia potuto sedimentare, o meglio, messo a fermentare, qualcosa a utilizzo di giovani banditi o lontani compagni che ancora non conosciamo. Quello che sappiamo, però, è che giunti fin qua, non possiamo non concludere queste righe dedicando un ricordo a Mario. Il nostro Mario. Un maestro, un compagno, un amico, la cui voce, anche se non lo sapeva, è stata ben presente durante tutto questo percorso. Prima di conoscerlo davvero qualche anno fa, Mario, l’avevamo già incontrato: sui libri che da più giovani ci hanno formato, e cambiato la vita – in meglio o in peggio, non lo sappiamo: sappiamo solo che questa vita non la scambieremmo con nessun’altra. È l’effetto che fanno i veri maestri, soprattutto quelli cattivi che piacciono a noi. Ma Mario l’avevamo incontrato ancora prima di leggerlo. Nell’irriducibile scelta di campo, nell’odio contro questa barbara civiltà, nella conoscenza legata alla lotta. Negli spiriti liberi che, spalla a spalla, combattono contro un destino che vorrebbero, loro che comandano, già scritto, per noi. Operai e capitale, ancora, e per sempre. 

«Viene prima la scelta di campo. La decisione politica viene prima dell’adesione alla teoria politica. Ho detto più volte di essere diventato comunista prima di essere diventato marxista. È il giusto percorso definitivo. Il militante di base non si iscrive a una dottrina, ma a una pratica. L’intellettuale fa il percorso inverso».

Sono le parole di Mario. Sono le parole di un militante. Ecco tutto. 

Buona lettura.

 

Domanda

Ti chiederei di approfondire un dettaglio della genealogia che hai appena fatto, per riportarla a un aspetto cruciale della contemporaneità. Ti chiederei di dirci qualcosa in più su quel movimento in risposta alla “guerra al terrore” che abbiamo visto tra il 2001 e il 2003, partendo dalla considerazione che, in una fascia di tempo relativamente breve, si crea una mobilitazione estremamente allargata. Non ci sono mai più state manifestazioni contro la guerra così partecipate in Occidente, forse non ce ne furono in tutto il Novecento; però il dato politico che oggi possiamo trarre è che, nonostante i milioni di persone scese in strada in contemporanea in tutto il mondo, quelle mobilitazioni sono state ininfluenti sulla prosecuzione della guerra stessa. La guerra c’è stata ed è durata per anni. Credo quindi che riflettendo su queste vicende potremmo trovare alcuni punti focali della militanza di oggi – perché, a prescindere da quello che si dice, la guerra è sempre all’orizzonte della politica.

La seconda domanda è un altro approfondimento sulle soggettività – sui limiti e sulle loro potenzialità – dell’ultimo movimento che abbiamo attraversato, cioè quello dell’Onda. Tra il 2008 e, grossomodo, la giornata del 15 ottobre 2011 si è presentato l’ultimo “vero” movimento, con soggettività antagoniste nuove. Dopo l’Onda non ho più visto nulla di simile, se non, per certi aspetti, con i Forconi il 9 dicembre 2013. Dunque, secondo te c’è un filo rosso tra l’Onda e la nuova esplosione – magari effimera, ma che ha lasciato grossi sedimenti nella fase successiva – delle piazze populiste? Nonostante le palesi differenze nella composizione, intravedi delle analogie nei comportamenti e nelle forme d’espressione politiche? Perché potrebbe indicare un modo per riconoscere le falle nel nostro approccio, dal momento che (per come la vedo io) le intuizioni provenienti dal mondo militante non sono state all’altezza della fase, risultando incapaci di starci dentro nei modi più adeguati e facendosi soffiare il terreno dai vari “imprenditori politici”.

 

Domanda

Io invece ti chiederei un approfondimento di metodo più generale, ricollegando una questione che hai sollevato alla fine – cioè il “che fare” nei momenti di stasi, ovvero come creare un pensiero capace di parlare e rispecchiare la nuova composizione, che intercetti le possibilità di conflitto nelle ambivalenze – a una che è emersa in apertura al tuo discorso – cioè il nodo irrisolto dell’elaborazione di una forma di organizzazione di ampio respiro una volta che si è criticato il partito novecentesco. Infatti, abbiamo visto una pioggia di tante piccole organizzazioni, con modelli diversi l’una dalle altre, ma che hanno sempre faticato ad espandersi finché non si sono esaurite. Be’, per me questi due problemi sono connessi tra loro. In assenza di lotte, è possibile produrre qualcosa che vada oltre la semplice critica?

Questo però ci porta a un secondo problema: per essere efficace e produrre qualcosa di più che una manciata di “intellettuali critici”, alla ricerca di una reputazione nel mercato intellettuale, serve una qualche forma di coordinamento e di rete centrata sull’obiettivo condiviso di costruire un progetto. E però, come trovare questo progetto nel momento in cui non ci sono lotte? Non a caso, negli ultimi anni ci sono state numerose spinte intellettuali (penso al cosiddetto “postoperaismo”), altroché; ma mancavano di un elemento indispensabile a farsi strumento politico, cioè mancava il nemico. Sapevamo chi potevano essere i potenziali “amici” (i “cognitari”, i “facchini”, eccetera), ma mancava il nemico, o quando c’era lo si riduceva al neoliberismo – come se un capitalismo di welfare ci piacesse. Quindi ti chiederei di approfondire questi due punti sul piano del metodo.

 

Domanda

Mi ricollego a quanto detto ora: nella riflessione militante più recente non manca solamente la descrizione del nemico, manca il nemico come concetto, cioè manca l’idea in sé del conflitto. Se, da totale profano, penso a quanto è stato prodotto in termini di pensiero negli ultimi dieci-quindici anni, trovo o delle seghe mentali da socialismo utopista “del terzo millennio” – penso all’accelerazionismo, per cui basta accelerare senza conflitto e bam, di colpo non si va a lavorare – o analisi magari affascinanti ma solo descrittive – sempre per restare nella stessa area, Realismo capitalista di Fisher ha trovato molti lettori, ma era roba che moriva lì, non a caso riducendosi a declamare che “non c’è un’alternativa”. La domanda quindi che ti pongo: perché persino in una nicchia, nella nicchia dell’intellettualità militante, è sparito il conflitto?

 

Domanda

Io concordo pienamente con il ragionamento che facevi sulla necessità di radicamento e analisi della composizione sociale che troviamo oggi davanti. È cruciale stare nella composizione che abbiamo, perché solo lì si possono trovare elementi reali per cambiare i rapporti di forza. La difficoltà che vedo viene soprattutto dai ritmi delle trasformazioni sociali. Per capirci, noi siamo abituati e affezionati a una determinata maniera di fare analisi, fatte con calma, leggendo testi e confrontando momenti storici diversi; invece, la velocità di oggi non ti concede lo spazio per entrare sul serio nell’analisi. Ti tocca “surfare” su quello che vedi e sperare di averlo colto, e a ogni modo non sai come affrontarlo. Anche perché spesso le composizioni di oggi sono davvero “global”: anche solo guardando a Modena, per trovare dei ventenni devi sapere quantomeno l’urdu e qualche dialetto tunisino. Credo sia un problema condiviso con tutti i gruppi organizzati. Quindi prima di ipotizzare quale possa essere un soggetto collettivo su cui scommettere, bisognerebbe forse capire come stare dentro la velocità. Ti chiederei quindi se hai mai riflettuto a riguardo e se hai indicazioni.

 

Gigi Roggero

Allora, metto subito le mani avanti. Per approssimare anche solo un’introduzione a questi temi ci vorrebbero almeno cinque incontri; quindi, mi limito a lanciare degli spunti che starà poi a voi portare a una conclusione.

Parto dall’inizio, dalla questione della guerra, declinandola nell’ottica dei movimenti e non nella solita prospettiva geopolitica dello scontro tra potenze. Per dare un inquadramento preliminare prima di procedere, sappiate che appunto il 2001 e il 2003 c’è stata una enorme mobilitazione che si è rivelata essere una sorta di prosecuzione, con gli stessi mezzi, del movimento no global – che a sua volta finisce sostanzialmente tra il G8 di Genova e gli attentati alle Torri gemelle.

Ora, nel parlare di Genova io mi soffermo soprattutto sui limiti; ma sia chiaro, lo faccio non perché non ci siano state delle ricchezze. Tutt’altro! Si potrebbero dire tante cose sulla rilevanza di quelle giornate, e da tante prospettive differenti; ma credo sia più utile interrogarsi sul perché un movimento così forte, che sembrava destinato a sviluppi importanti, a un certo momento si inabissa. Anche qui, non penso basti la repressione a spiegarlo: sì, quelli sparano, ma gliene abbiamo date tante e scappavano. Certe dietrologie non mi hanno mai convinto, il discorso per cui avevano “preparato la carneficina” mi sembra una gran cazzata. Senza voler perdonare nessuno, parliamoci chiaro: quel matto che ha sparato si è visto circondato da gente che arrivava con gli estintori e le travi, si è fatto prendere dalla paura… e ha sparato. C’è stato un momento in cui proprio non sapevano più che cosa fare. Poi be’, quelli che sono andati alla Diaz erano poliziotti che per due settimane erano stati tenuti a dormire come le bestie dentro container sotto il sole di Genova, pippati all’inverosimile, e a una certa, dopo che le avevano prese per tre giorni, la questura ha portato gli animali al pascolo per sfogarsi. E hanno fatto quello che hanno fatto.

Insomma, è stata una situazione di conflitto ad alti livelli, accompagnata però da una sostanziale incapacità del ceto politico militante italiano di comprendere la caratura, anche internazionale, che avrebbero avuto quei momenti. Da allora poi si è innescato un momento totalmente difensivo: e quando tu ti difendi, gli altri attaccano; e quando ti attaccano, ti sgominano. Ma chiudiamo la parentesi su Genova e torniamo alla questione della guerra.

Come diceva il compagno, il movimento No War è un movimento estremamente ampio, con caratteristiche molto simili a quanto visto a Genova sul piano della composizione, ma soprattutto è stato l’ultimo grande movimento contro la guerra che ci sia stato. La guerra in Afghanistan, come ricorderete, scoppia pochi mesi dopo le Torri gemelle, e meno di un anno e mezzo dopo scoppia la Seconda guerra del Golfo in Iraq. In questo periodo nascono delle mobilitazioni che culminano nella giornata del 15 febbraio 2003 in cui si dice che in tutte le piazze del mondo fossero scesi 110 milioni di persone. Solo a Roma si aggiravano sui tre milioni. Fece a tutti una grossa impressione vedere nei telegiornali la cartina del globo puntellata di manifestazioni; oppure pensate a quando il 17 febbraio, due giorni dopo l’inizio, il «New York Times» pubblica un articolo in cui annunciano tutti pieni di speranze che «restano ancora due superpotenze nel pianeta: gli Stati Uniti e l’opinione pubblica mondiale»[1]. Tutto molto commovente. Bene, da lì a poche settimane scoppia la guerra e il movimento si dissolve. Quindi se in termini di peso mediatico il movimento è stato senza dubbio una potenza, si è dimostrato completamente incapace di raccogliere quell’estensione quantitativa di aggregazione e partecipazione (ripeto, di straordinaria importanza) per radicarla nella materialità dei processi di produzione e dei rapporti sociali.

Questo vale anche per il movimento No Global: c’erano enormi mobilitazioni di piazza, ma nessuna, che so, in università o nei luoghi di lavoro. E a ben vedere è strano: se per tutti gli anni Settanta c’era il casino e in piazza e sui luoghi di lavoro, arrivati ai Duemila troviamo una discrasia radicale tra una cosa e l’altra. Anche il movimento No Global è un movimento prevalentemente d’opinione – il che, attenzione, non significa sminuirlo dicendo “è andata così, e doveva andare necessariamente così”; ma chiede comunque una lettura disincantata dei suoi sviluppi. Credo quindi che il primo passo per analizzare il movimento contro la guerra sia porlo in relazione con la questione del ceto medio.

Quello che si esprime, anche storicamente, nei movimenti pacifisti è il ceto medio, un ceto medio che riversa le proprie risorse di mobilitazione sulle grandi questioni internazionali o ideali (come la pace e la guerra appunto). Da lì a qualche anno però, nel 2007-2008, inizia quella crisi economica globale a cui siamo ancora interni, e con essa inizia il processo di crisi-scomposizione-polarizzazione-frantumazione del ceto medio che abbiamo ampiamente analizzato negli ultimi anni. E così quella tranquillità che consentiva al ceto medio di mobilitarsi sulle grandi questioni ideali, scompare alla luce di un altro tipo di emergenza. Nel momento in cui il ceto medio viene investito e frammentato dalla materialità della crisi, finisce di esprimersi in quelle direzioni. Insomma, non ci sono più stati movimenti contro la guerra da allora non perché non ci siano più guerre, ma perché erano profondamente cambiate le condizioni in cui versava il loro soggetto principale. E così anche oggi.

 

Domanda

Lancio una provocazione. Tutto quello che dici è giusto; però proprio il ceto medio si ritrova colpito da questa guerra, per le ricadute dirette che il prezzo del gas, delle sanzioni alla Russia e via discorrendo hanno sui loro standard di vita – molto di più che la guerra all’Iraq…

 

Gigi Roggero

Assolutamente. Ma qual è il punto? Che quel movimento aveva alla base la questione “la guerra è brutta vogliamo la pace”. Voglio dire, nel ’17 il tema non era la pace come fine ideale, ma il pane! È su quel punto che si costruisce un conflitto e si volge la guerra imperialistica in guerra rivoluzionaria. Quello che oggi non si riesce a fare è precisamente radicare l’opposizione alla guerra in quello che dici tu, cioè nella materialità della condizione sociale. Capiamoci, il ceto medio che si mobilitò nel 2003 dalla guerra non era toccato per nulla. Era una guerra lontana, una guerra televisiva; era “brutto” guardare della gente morire, ma non si temeva di vedersi declassati. Cosa che invece si pone più direttamente oggi, ma che per il momento, proprio per la frantumazione di cui parlavamo, non ha trovato una sua espressione politica.

Passiamo quindi al secondo punto, il rapporto crisi-Onda. Il movimento dell’Onda è importante perché è il primo movimento sul piano internazionale sulla crisi, tant’è vero che lo slogan più caratteristico non era qualcosa legato all’università, ma “Noi la crisi non la paghiamo”. Si agiva immediatamente su questo livello. Tra l’altro si era ancora nel 2008, dunque ancora agli albori della crisi, quando cioè ancora non si sentivano in maniera corposa le conseguenze del crack. Ecco, potremmo forse dire che quegli stessi soggetti di ceto medio che prima avrebbero guardato con preoccupazione alla guerra, iniziano a percepire sulla propria pelle ciò che si profila concretamente all’orizzonte, intuendo appunto che sarebbero stati loro a pagare. Quella crisi infatti non era affrontata in termini globali, ma osservando il modo in cui si connetteva al contesto italiano; e però, la cosa più scioccante fu che proprio lì emersero le parole d’ordine, per noi urticanti, del merito e dei corrotti.

Io mi ricordo che in quella fase lì, in università, iniziano ad arrivarmi notizie dai compagni. Questi mi dicono: «Guarda, qui c’è un sacco di gente che viene con i registratori. Registrano le lezioni perché così, qualsiasi cosa i professori dicano, possono usarla contro di loro, anche appellandosi alle varie autorità e denunciandoli». Attenzione, questi non sono i pezzi di merda contro cui ti stai battendo, ma quelli che popolano le assemblee. Capite quindi che non era una soggettività semplice e lineare, tantomeno in linea con le nostre posizioni. Era una soggettività spiazzante, anche solo rispetto a quanto ci eravamo abituati con la Pantera.

Durante la Pantera si parlava in termini più nostri, si diceva “No alla mercificazione del sapere” – tema su cui è uscito di recente un  libro di Alquati, Cultura, formazione e ricerca (Derive Approdi), in cui si riporta un dialogo che lui intratteneva in quelle giornate con gli studenti. Un dialogo stupefacente, perché estremamente chiaro (chi ha avuto la sfortuna di imbattersi in un altro testo, Sulla riproduzione della capacità umana vivente, sa che fatica si debba fare per familiarizzare con la sua scrittura) e nel quale emergono già nei primi anni Novanta una serie di tendenze che si dispiegheranno appieno solo successivamente.

Oltre alcune previsioni incredibili (per esempio, riesce a preconizzare cosa sarebbe avvenuto con internet), nel libro trovate una dimostrazione del suo metodo: attaccare le posizioni di chi ti invita. Lui arriva e inizia a mettere in discussione proprio lo slogan “No alla mercificazione del sapere”, spiegando come il sapere sia sempre stato merce e come il capitalismo nasca proprio mercificando il sapere. Così mostrò agli studenti come i beni materiali non fossero più le “merci egemoni” nel capitalismo, e che la nuova produzione di valore e la nuova imprenditoria passavano attraverso Berlusconi e De Benedetti. Insomma, la colpa dei compagni stava nel non vedere la tendenza, guardando piuttosto a una fase che stava scomparendo. Ovviamente, accanto a tutto ciò rientravano delle parole d’ordine su cui ci si raccapezzava facilmente, come l’opposizione all’ingresso dei privati nell’università e via così.

L’Onda invece è da subito un movimento spiazzante. Alcuni di voi si sono formati in quei momenti e sanno bene a quali livelli di ambiguità si arrivasse. Effettivamente la ritroveremo pienamente nel Movimento 5 Stelle: quegli stessi studenti che occupavano le scuole, sei mesi dopo li rivedevi con il «Fatto Quotidiano» sotto il braccio. Non era semplice lavorarci, ma era comunque chiaro che quegli studenti avevano individuato una contraddizione. Nei suoi termini fondamentali, l’Onda è la mobilitazione di una fetta di lavoro cognitivo che rivendicava una collocazione nella società italiana che non vede riconosciuta, e anticipando gli effetti della crisi capisce che andrà sempre peggio.

Ecco, è questo che non abbiamo saputo cogliere: non dovevamo certo assecondarli sul tema della meritocrazia, ma capire che dietro quel significante c’erano dei significati più profondi e più radicati nelle trasformazioni del ceto medio. Ora, con il senno di poi non si fa né la storia né la politica; però potrebbe tornare utile ragionare su come potevano andare diversamente le cose. Non significa martoriarsi o piangere sulla nostra stupidità, ma anzi ricordarsi che il presente è sempre aperto. Il presente è sempre aperto a possibilità differenti: in quel caso, averlo capito in anticipo, significava prendere i 5 Stelle e portarli dall’altra parte.

È vero tuttavia che qualcosa di simile ritorna tra il 2011 e il 2013 con il movimento dei Forconi. I Forconi in realtà nascono in Sicilia nel 2011, e raccoglievano piccolissimi imprenditori dell’agricoltura, che mettono in scacco l’intera isola per alcune settimane. Come da copione, la sinistra istituzionale non perde tempo e subito li accusa di essere dei fascisti, collusi con la mafia, reazionari, eccetera. Mentre invece i compagni, che avevano già iniziato a pubblicare analisi egregie su di loro (come quelli di Giorgio Martinico su UniNomade), spiegano che erano imprenditori solo per modo di dire, trattandosi di imprese con uno o due dipendenti (spesso solo loro e alcuni famigliari, quindi tutto meno che proprietari fondiari).

Quello che esploderà a Torino è una cosa diversa ancora. In sintesi, il 9 dicembre 2013 avviene l’incontro tra alcuni lavoratori autonomi di prima generazione con una composizione proletaria e sottoproletaria proveniente dalle periferie. Una vicenda assolutamente unica e che dura infatti poco; un’alleanza effimera, e anche in quel caso bollata dalla sinistra istituzionale come reazionaria e fascista. Nella loro diversità però, credo che l’Onda e i Forconi siano due movimenti che vadano collocati in una riflessione più generale su cosa realmente avviene nei processi di destabilizzazione del ceto medio.

Se nel 2008 la crisi è ancora aurorale, tra 2011 e 2013 la crisi invece ha già dispiegato i suoi effetti. Ora, noi sappiamo che il concetto di ceto medio, prima ancora di essere una categoria sociologica, è innanzitutto un concetto politico: più che una semplice porzione intermedia nella piramide dei redditi, il ceto medio è una funzione sociale. È una sorta di mediazione, di diga che impedisce lo sviluppo e l’esplosione della lotta di classe; è il soggetto che non solo sta in mezzo, ma che media tra le due classi. La retribuzione che riceve (declinata in termini di reddito, di status, di condizioni professionali, di riconoscimento sociale, eccetera) deriva esattamente da questo suo ruolo di mediatore. Nel momento in cui si destabilizza questo soggetto, ebbene, allora sì che succede qualcosa, perché la società o si polarizza da una parte o si polarizza dall’altra. Il ceto medio dunque è strutturalmente ambiguo: non può esserci un ceto medio senza ambivalenze, proprio perché è esso stesso collocato in modo ambiguo tra una parte e l’altra. Nel normale funzionamento del capitalismo, media a favore della borghesia; nei momenti di destabilizzazione, se si scompone, potrebbe polarizzarsi verso la classe operaia. Immaginatevi una rissa, con in mezzo dei buttafuori: se ti allei con i buttafuori, per gli altri è un casino… Sintetizzando, il ceto medio funziona pressappoco così.

Ciò che quindi non è stato colto in controluce alle parole d’ordine dell’Onda e nella vicenda dei Forconi è stato appunto il processo di destabilizzazione in corso. Una dinamica per certi versi analoga era avvenuta negli anni Settanta (analizzato non a caso da Alquati in un libro intitolato Università di ceto medio), ma con una differenza cruciale alla base: mentre negli anni Settanta la destabilizzazione partiva dalla spinta delle lotte dell’autonomia operaia, con la crisi del 2008-2009 la spinta parte dal lato opposto, cioè è il capitale a destrutturare il ceto medio. E però, quando si destruttura il ceto medio, qualcosa succede sempre.

Alla fin dei conti, si ripropone il problema leniniano della scommessa sul soggetto: a Lenin non piacevano certo i contadini e puntava tutto sulla rilevanza strategica della minoranza operaia; ma riteneva anche che la rivoluzione in Russia richiedesse un’alleanza tattica tra operai e contadini, dove questi ultimi rivolgevano un ruolo avvicinabile a quello del ceto medio. Ma su questo tornerei più avanti. Riassumendola per ora in un’indicazione di metodo, vi basti sapere che ogni volta che si avvertono dei processi di destrutturazione del ceto medio, si ripropone il problema delle alleanze tattiche.

Però, prima di fare un’alleanza tattica, è chiaro che si deve capire chi sia il soggetto strategico, e su questo mi ricollego alla domanda fatta prima. Io non penso che i limiti del postoperaismo abbiano riguardato soprattutto l’individuazione del nemico, quanto piuttosto nella logica con cui si identificava il soggetto politico di riferimento – in altri termini, il soggetto che trainasse le lotte. Cioè, si pensava che quest’ultimo potesse discendere direttamente dalla disamina delle trasformazioni del lavoro e della produzione. Se usiamo le parole dell’operaismo tradizionale, si pensava che la composizione tecnica ci consegnasse immediatamente la composizione politica: siccome il lavoro cognitivo è centrale sul piano della composizione tecnica nei processi di produzione e valorizzazione, allora automaticamente il lavoro cognitivo sarebbe stato centrale anche dal punto di vista politico.

Questo è stato un cortocircuito che non ha portato a nulla, perché bypassava la dimensione della soggettività. La soggettività si produce, si forma nei rapporti di forza e nei tentativi di organizzazione; non è qualcosa che si può riassumere in due parole. Al contempo è anche evidente (o almeno è evidente per me), che è stata fallimentare l’ipotesi negriana di una cooperazione sociale e produttiva che fosse ormai completamente autonoma, per la quale il capitale fosse un semplice involucro parassitario. Alla base c’è lo stesso errore che dicevo prima: se non ci si interroga sul tipo di soggettività di quella cooperazione, non si può immaginare che quella cosa lì ti restituisca immediatamente il comunismo.

È nell’indagine di questo nodo politico che scopriamo le tracce lungo le quali impostare il problema (un problema gigantesco, che non può essere risolto solo teoricamente, ma nella pratica) della funzione di partito. Come dite giustamente voi, dichiarare la fine di un modello recente di organizzazione (i centri sociali, per esempio) non dice nulla su cosa fare, e di certo non possiamo ritornare a uno precedente (il partito classico).

Io rimango anche lì molto leniniano. È chiaro che è difficile pensare in assenza di lotte; ma va fatto comunque. E credo anche che se si aspetta a pensare quando le lotte ci sono, si è già in ritardo. Una volta che si arriva dove è già scoppiato il casino, lo si può seguire, ma non lo si può dirigere. Su questo punto conviene però spendere due parole. È cattivo leninismo, un leninismo paranoico, quello di chi pensa che si possono organizzare movimenti con la semplice volontà. I movimenti nascono nella loro spontaneità, questo sì; ma credo che questo valga un po’ come il gatto col topo: il gatto mica spinge il topo dove decide lui, ma pensa a dove possa uscire e si colloca lì, si radica con pazienza, e al momento giusto è pronto a saltargli addosso. Noi dobbiamo fare esattamente quello, cioè radicarci là dove l’inchiesta ci ha indicato che i nostri soggetti potrebbero emergere, facendoci trovare pronti a potenziare il suo slancio.

Rimango assolutamente leniniano anche su un altro punto: senza teoria rivoluzionaria non c’è movimento rivoluzionario. Ci saranno sempre dei movimenti, spontanei o meno, capaci anche di fare del casino; ma senza una loro teoria rivoluzionaria rimarranno dei movimenti senza direzione, che qualunque piega prenderanno verranno riassorbiti nella macchina capitalistica. E questo è ancora più vero ai livelli di accelerazione attuali. Come possono quei movimenti arrivare ad impattare? È qui che si dimostra fondamentale la ricerca sulla funzione di partito. Dove la collochiamo oggi? Completamente fuori o completamente dentro alla composizione? L’ipotesi che la coscienza di classe si porti esclusivamente dall’esterno è, per varie ragioni, esaurita: non perché fosse sbagliata dall’inizio, ma perché ci sono state importanti mutazioni sociali che hanno condotto al suo esaurimento (non a caso, Lenin dieci anni dopo disse cose molto diverse). Al contempo, come dicevamo, è fallita l’ipotesi che il problema dell’organizzazione fosse immediatamente assorbito dentro la composizione di classe, cioè che questa trovasse automaticamente i propri meccanismi di organizzazione. Forse oggi la funzione di partito va collocata né completamente dentro e né completamente fuori, nel senso che dobbiamo stare dentro la composizione ma senza esserne interamente assorbiti (o come diceva Paolo di Tarso: bisogna essere uomini in questo mondo, ma non uomini di questo mondo).

Per dare concretezza al discorso, provate a rapportarlo alle forme di cooperazione politica e anche alle piccole esperienze che avete attraversato o di cui conoscete gli sviluppi. Che so, una rivista. Immaginatevi uno che decide di aprire una rivista, predispone un’infrastruttura e poi aspetta che la gente spontaneamente manderà i pezzi. Non funzionerà mai. Oppure, al contrario: si stabilisce che la redazione decide i pezzi e li affida da una parte e dall’altra. Non funziona neanche questo. La capacità dev’essere quella di organizzare una spontaneità, attivare un processo che poi marcia da sé. Considerate che, se si fa la tara delle ricostruzioni ideologiche e delle autopresentazioni propagandistiche, storicamente si possono trovare tantissimi esempi di questo stile organizzativo.

Se si vuole, la grandezza di Lenin sta anche in questo. Il Lenin totalmente organizzativista, che fa tutto dall’esterno, è una balla clamorosa. Se si pensa al rapporto tra il partito e i soviet, ci si ricorda subito di come Lenin ripetesse che vi sono dei momenti in cui la spontaneità è più avanzata dell’organizzazione: nel 1905 la spontaneità è nettamente più avanti di qualunque realtà socialista, e quando gli operai fanno i soviet, nessuno li aveva pianificati. Ma a quel punto, cosa deve fare l’organizzazione? Deve collocarsi sul piano della spontaneità. Ci sono però anche altre fasi in cui la spontaneità rincula: il caso tipico è la parentesi descritta da Lenin tra aprile e l’inizio di luglio del ‘18, in cui i soviet possono fare fuori il governo provvisorio senza sparare un colpo; ma da luglio in poi cambia lo scenario, perché ci si accorge che i soviet stanno diventando un parlamentino. È qua che l’organizzazione deve rompere, e riaprire la spontaneità.

È la stessa cosa di cui parlavamo tempo fa relativamente al dibattito del ’21 sul ruolo dei sindacati nell’Unione Sovietica: da un lato ci sono Bucharin e Trotskij (che passa per un libertario, ma oltre a essere il padre dell’Armata Rossa, è sempre stato un ultrastatalista) per i quali bisognava militarizzare i sindacati piazzandoci l’esercito alla guida (lo Stato è lo Stato operaio, punto e basta, e i sindacati non devono rompere i coglioni), posizione che Lenin bolla come burocratica; dall’altra parte ci sono quelli dell’Opposizione operaia, la Rabochaya oppozitsiya, che invece ritiene che si debba affidare tutto il potere all’autorganizzazione, tesi che per Lenin è completamente velleitaria. E così cerca di collocare la funzione di partito né completamente dentro, né completamente fuori. Detto in altri termini, cosa possono fare i sindacati in quella fase (e solo in quella fase)? In una congiuntura simile i sindacati possono diventare delle scuole di comunismo, dei centri in cui gli operai si organizzano alla lotta di classe, anche contro lo Stato, e si formano alla direzione di un processo che deve portare alla distruzione dello Stato. Quell’estinzione dunque non sarà spontanea, ma nemmeno frutto di una semplice volontà organizzata. Chiusa parentesi.

Tornando a noi, dove collochiamo oggi la funzione di partito? Se la collochiamo tutta fuori alla composizione non funziona per i motivi che abbiamo esposto; ma stiamo attenti che pensare di collocarla tutta dentro significa avere una fiducia nell’immediato sviluppo della composizione politica dalla composizione tecnica, che è precisamente l’ipotesi che ha franato subito. Tuttavia, ritengo anche che, nonostante tutte le critiche che vanno fatte alle teorie ispirate a Toni sul lavoro immateriale e postfordista, la liquidazione (formentiana, per dirne uno) fatta da una decina d’anni a questa parte a questa prospettiva invece di risultare produttiva – capace cioè di mostrare i limiti mentre si raccolgono le ricchezze – ci abbia portato settant’anni indietro. L’esaltazione della GKN è l’esaltazione dell’operaio con le mani callose e la tuta sporca di grasso, finalmente ritornato “un soggetto operaio” nel senso proprio cretino. Cioè mica quello di Marx: a Marx che l’operaio avesse i calli non gliene fotteva niente, gli interessava in quanto soggetto di avanguardia nella lotta di classe. Invece c’è chi quando sente “operaio” pensa proprio ai bulloni, e quando sente “fabbrica” pensa all’officina meccanica. Quindi ripeto, l’attenzione a fenomeni come il 9 dicembre va rivolta alla ricerca di alleati tattici, ma l’alleanza tattica si fa a partire da un soggetto strategico.

Ecco, riguardo a quello che dicevano i compagni, ritorno un passo indietro. Lo slogan thatcheriano “There is no alternative” viene subito introiettato dal ceto medio dagli anni Ottanta in poi, ma questo valeva anche per i residui centrosocialisti. Uno può fare tutte le critiche che vuole e lamentare le peggiori ingiustizie, ma per una fetta enorme di ceto militante “There is no alternative”. Anzi, meno siamo, più sfigati siamo, più marginali siamo e più stiamo insieme, perché “There is no alternative”. Uno porta testimonianza, con la sua bandierina, si rotola nel fango tutto arrabbiato, ma comunque sei sempre lì. Noi quindi dobbiamo partire rompendo con questo fatalismo e pensare a delle alternative che ci pongano in un’ottica più aperta alla sperimentazione.

Ora, io non sto facendo un discorso da bordighista o come quelli che vendono Lotta Comunista (anche se io cinque euro quando suonano al mio citofono li dò sempre, perché davanti alla fede religiosa genuinamente sentita alzo sempre le braccia). Insomma, non sto facendo un discorso attendista. Non sto dicendo: “Il lavoro, ora, è formare dei quadri dirigenti che, nel momento in cui scoppierà la rivoluzione inevitabile, saranno lì pronti”. No, non è assolutamente questo il punto. Sto dicendo che la formazione della soggettività è consustanziale e contemporanea all’individuazione di spazi, luoghi e soggetti con cui immediatamente sperimentare un ventaglio di nuove pratiche. Questo è il punto fondamentale. Ripeto, uno può immaginare delle linee di tendenza, ma capire quando un movimento nasce sfugge alla prevedibilità – è, per dirla con un termine di Epicuro ripreso da Marx, un clinamen, una deviazione impercettibile al corso degli eventi che poi crea una nuova realtà. Il problema non è solo farsi trovare pronti, ma farsi trovare pronti laddove le cose possono esserci e lavorare organizzati affinché possano sorgere. Qui sta il livello di sperimentazione oggi all’ordine del giorno. La produzione di un nuovo discorso e una sperimentazione che possa permetterci di anticipare, di prefigurare, delle linee di tendenza del conflitto.

È un lavoro forse più ingrato del solito, sia chiaro. Io capisco benissimo ciò che viene naturale pensare a molti giovani militanti: “Se prendo tutte le residualità presenti oggi in Italia, dieci di qui, venti di là eccetera, metto insieme, che so, 3600 persone; e se mi trovo tra 3600 persone, sento di non essere da solo”. Ma la solitudine è precisamente questo! La solitudine è accorgersi di essere in mezzo a una somma di marginalità assolute. E per giunta si perde il bisogno della discontinuità di cui parlavamo prima, perché per non perdere quelle 3600 persone che mi riconoscono, presto o tardi mi ritrovo a lavorare solo per l’autoriproduzione del mio gruppo.

Perché molte organizzazioni (anche burocratiche o istituzionali) sopravvivono alla loro funzione storica? Perché danno reddito (Rifondazione Comunista c’è ancora) o perché danno riconoscimento. C’è chi si alza il mattino, vede che non ci sono più i centri sociali né niente, ma ha quelle 18-20 persone intorno ed è tranquillo; poi un giorno si accorge che non sta andando da nessuna parte come prima, ma non ha nemmeno quelle persone lì, e di colpo non sa più chi è. È normale radicare parte della propria identità personale in un progetto o in un gruppo, ma se dipende tutto da quello sono guai. Il militante non deve avere troppa paura della solitudine. Il militante, in un qualche modo, è sempre un po’ solo – proprio perché è in questo mondo, ma non è di questo mondo. È una persona che vive, come dicevano quelli là, in partibus infidelium, nella terra degli infedeli. Se sto bene sotto il capitalismo, che motivo ho di rischiare casini nella militanza politica?

Poi, è vero, c’è stata una velocizzazione incredibile. Ma non credo dobbiamo seguirla, perché rimarremmo fregati. Allo stesso modo, cerchiamo di stare né completamente dentro né completamente fuori ai cambiamenti sociali. Una delle grandi fatiche dei militanti sta nel riappropriarsi della temporaneità. Guardate ad esempio ai social network. Ognuno di noi, volente o nolente, è in una bolla di propri simili, quindi una bolla di compagni vicini o lontani, che ogni giorno si esprime su temi d’opinione diversi. Se uno avesse tempo da buttare e raccogliesse per 365 giorni i temi dibattuti sui social network – la guerra, i vaccini, il Covid, il colonialismo sui pacchetti della pasta… – vedrebbe sì una velocizzazione, ma connessa a questioni che evolvono rapidamente perché sono destinate a esaurirsi in breve tempo. Poche cose sono così rapide come l’effimero. Trovo quindi che una delle cose oggi da fare sia sforzarsi di voltare le spalle alla cronaca. Non estraniarsi dalla realtà, ma allontanare un attimo lo sguardo da essa per meglio aggredirla. Se seguiamo la cronaca saremo sempre in un’affannosa rincorsa, e la cronaca vincerà sempre. Bisognerebbe piuttosto distanziarci e capire, in questa realtà, cosa sta sotto la cronaca, perché è lì che incontriamo le contraddizioni di fondo. O ci riappropriamo di una temporalità nostra, che segua i ritmi dei processi di organizzazione e di costruzione di soggettività, oppure saremmo sempre alla ricerca del caduco.

Ma badate bene: oltre a distanziarsi dalla cronaca, la riconquista di una Storia, come avete fatto voi in questo ciclo, ci consente di individuare pazientemente i punti da colpire, e così smontare appunto l’impressione che There is no alternative. Infatti, con tutte le differenze possibili immaginabili, riprendere un ritmo più disteso nella ricostruzione degli eventi ci mostra tutta la fertilità potenziale nelle fasi precedenti ai momenti alti delle lotte.

Vi faccio un esempio. Negli anni Sessanta scoppiò il casino, no? Bene, se uno lo guarda con il senno di poi, pensa che fosse fin troppo facile: ci sono le fabbriche, ci sono gli operai, è inevitabile che qualcosa parta. Ma negli anni Cinquanta non era mica così! Erano quattro gatti quelli che pensavano che lì stesse germogliando una lotta. Il Pci, il sindacato e gran parte dei militanti di allora ritenevano che non si stesse muovendo più niente: sono gli anni in cui il Pci inseguiva i ceti medi e in cui i teorici della scuola di Francoforte affermano che della classe operaia occidentale non se ne parla più poiché è completamente complice dei meccanismi di produzione e consumo capitalistici. Insomma, tutti sembravano convinti che non ci fosse più partita, che non ci fosse più Storia. E poi da lì a qualche anno si riaprono i giochi.

 

Intervento platea

Aggiungo solo una cosa in chiusura, proprio a riguardo della lezione che si può trarre da quell’esperienza storica. Quella soggettività individuata a cavallo degli anni Duemila era importante perché chiedeva che la promessa del sistema fosse mantenuta. Stava arrivando la crisi e diceva: “col cazzo”. Aveva una spinta verso quella stabilità che era stata promessa e la esigeva. Era quindi un soggetto che voleva contare, che voleva stare al centro della vita politica. Ecco, se dovessi tirare le fila da quello che abbiamo detto oggi, direi che debbano essere proprio queste le caratteristiche del soggetto su cui scommettiamo: deve essere un soggetto protagonista, che vuole stare al centro della trasformazione. E così noi dobbiamo essere minoranza non marginale, e per questo oltre a non seguire la cronaca non dobbiamo inseguire neanche le catastrofi. Perché è raro che una catastrofe ti faccia incontrare dei soggetti con delle ambizioni di rottura, il più delle volte vogliono giusto riparare un pochettino i danni. Per questo poi le mobilitazioni sulla casa o su eventi eccezionali come le alluvioni dimostrano di avere il fiato corto, perché incontrano soggetti che non hanno quella spinta. Certo, sarà un’ambizione ambigua, un’ambizione in parte prodotta dal sistema; ma può essere forzata, può essere trasformata. E se possiamo, dobbiamo.

 

[1] https://www.nytimes.com/2003/02/17/world/threats-and-responses-news-analysis-a-new-power-in-the-streets.html