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Autonomia, scuola, repressione. Strumenti per la formazione militante

«Che brutto linguaggio… stretto retroterra trontiano… si prevede brutta fine» (cit.)

Introduzione 

L’esperienza accumulata nella lotta ci insegna che la differenza che separa non soltanto l’amico dal nemico, ma la progettualità politica autonoma da altre forme di attivazione è il punto di vista che emerge nella scelta dei problemi e nella qualità delle domande che ci poniamo davanti. E sono appunto domande cruciali che emergono in controluce dalla discussione con gli studenti delle scuole modenesi avvenuta il 28 febbraio 2026, Autonomia, Scuola, Repressione, organizzata con i collettivi SigAut, Giovani di Modena per la Palestina e Ksa di Torino. 

Per noi di Kamo non si è trattato solo di un evento al termine di un ciclo di mobilitazioni, ma un momento di passaggio per le nuove generazioni di militanti a Modena, che sono non solo eredi ma di fatto protagoniste delle lotte sul nostro territorio. Il punto di svolta è stato il settembre-ottobre 2025 del «Blocchiamo Tutto» – ma è fondamentale ricordare, per questa composizione giovanile, le lotte già risalenti ad alcuni anni fa contro l’alternanza scuola-lavoro, durante le quali abbiamo incontrato diversi ragazzi e ragazze che oggi abbiamo rincontrato. 

Attraverso il fondamentale strumento dell’inchiesta, che abbiamo adottato come metodo, abbiamo iniziato a sondare come sul territorio emiliano e in particolare modenese, caratterizzato dall’impresa meccanica e metalmeccanica organizzata in Motor Valley, la crisi dall’automotive stia venendo colmata sempre più attraverso una capillare e apparentemente ancora invisibile ristrutturazione in chiave bellica, alla quale abbiamo dato il nome di «fabbrica della guerra». 

È una fabbrica diffusa, polverizzata sul territorio, composta da imprese di media o piccola dimensione in competizione collaborativa tra loro, che hanno necessità generale di raggiungere le catene del valore internazionali. In tale contesto la scuola ricalca sempre più il concetto di «industria della formazione», dove l’istruzione superiore e accademica viene messa a valore d’impresa in ottica di formare forza lavoro e soggetti con saperi e capacità da sfruttare in termini capitalistici. 

Abbiamo quindi una scuola e un’università che rappresentano un nodo baricentrale della ristrutturazione produttiva e della costruzione di un “ecosistema” pacificante, che è nostro compito inchiestare e comprendere per rompere e sovvertire. Da qui l’impossibilità di tenere separati il tema del riarmo e del genocidio con quello della formazione, come abbiamo analizzato nell’inchiesta sul «laboratorio della guerra» dell’Unimore uscita nel luglio 2025. La nuova rettrice Cucchiara, infatti, è una figura che svolge il ruolo di cinghia di trasmissione tra accademia, politica e sviluppo di tecnologia militare, non solo in ambito locale e nazionale, ma in correlazione con Nato e Israele. 

Avevamo già raccolto gli effetti diretti del “tempo della guerra” all’interno degli istituti scolastici modenesi: carenze strutturali ed educative, aumento di una precoce conflittualità di classe tra studenti di licei e professionali/tecnici e un ribellismo studentesco spesso individuale e autodistruttivo. In questo scenario il movimento di supporto alla resistenza del popolo palestinese ha fatto irruzione sul nostro territorio creando rottura e quindi occasioni inedite, a partire dal protagonismo delle seconde generazioni fino alla formazione di collettivi studenteschi, animati da una composizione giovanile spesso spontanea, alle prime esperienze di politicizzazione e quindi “figlia di nessuno”, slegata generalmente da organizzazioni nazionali, impostazioni pacificatorie e dalle attrazioni istituzionali di partitini e sindacati confederali. 

Punto centrale emerso da queste soggettività è stata l’esigenza di autoformazione intesa come esperienza di autonomia e necessità di creare un controsapere dentro un movimento che ha saputo eccedere partiti, associazioni e sindacati e loro logiche di bottega, soprattutto in un territorio dove la formazione è considerata per lo più assimilazione al sistema, anche politico, in piena compatibilità con esso. 

Abbiamo quindi provato a cogliere questa particolare esigenza fornendo un supporto a volte semplicemente pratico e logistico, altre di metodo e teorico, affinché chi la scuola la vive tutti i giorni dall’interno possa sviluppare un proprio punto di vista di parte capace di creare conflittualità e rottura, e accumulare una forza collettiva che alimenti progettualità nella prassi e autonomia nell’organizzazione. Abbiamo quindi visto l’iniziativa Autonomia, Scuola, Repressione come un momento prezioso per costruire un’ipotesi, una prospettiva, un percorso in divenire di formazione militante, al servizio di un possibile processo in movimento di lotta di cui abbiamo respirato l’aria frizzante lo scorso ottobre. 

Come può un movimento in un territorio specifico estendere la sua forza? Come raccogliere da una tradizione di lotta un metodo di pensiero e azione, senza cadere nella riproduzione conformista e nella testimonianza istituzionale? Come aprirsi alle contraddizioni interne a una lotta popolare, senza perdere la chiarezza di visione nella strategia e negli obiettivi? 

SigAut

Siamo un collettivo ancora agli albori della sua attività, essendo partiti con l’inizio dell’anno scolastico 2025-2026, che è nato con l’obiettivo di portare nel cuore dell’Istituto – ma non solo, se vogliamo pensare più in grande a una rete estesa su tutta Modena – il tema del conflitto nella politica odierna. Stiamo lanciando delle assemblee, principalmente organizzative, cercando però di mettere a discussione alcuni argomenti per noi nevralgici. Il nostro obiettivo sarebbe aiutare gli studenti a costruire insieme un pensiero critico che li guidi poi nel caos della politica odierna, raccogliere tutte le informazioni e le esperienze concrete che ci permettano di capire come coltivare un collettivo e non un semplice dialogo tra compagne e compagni. 

Gmp

Il nostro collettivo è nato tra agosto e settembre 2025, quindi anche qui si parla di una realtà molto fresca, ed è nato dall’esigenza che avevamo di vedere giovani in piazza, che si attivassero sul nostro territorio. Con lo scemare dell’attenzione sulla causa palestinese ci siamo accorti che sempre meno giovani partecipavano alle piazze proposte e alle iniziative; e così si è creato questo gruppo di giovani studenti, medi e universitari, che appunto hanno come primo obiettivo una realtà di coordinamento finalizzata a raccogliere tutta l’attenzione dei nostri coetanei sul genocidio in corso. Da tempo ci siamo accorti che purtroppo la causa palestinese è sempre meno all’attenzione dei giovani, e abbiamo compreso che questo problema deve essere affrontato a monte, riportando i giovani all’interesse per la politica in generale e all’attivismo che i nostri coetanei possono esercitare sul nostro territorio. Riteniamo infatti che i giovani della nostra età, medi e universitari, non hanno modo di esprimersi, non hanno uno spazio in cui esprimersi, uno spazio in cui poter essere loro stessi, di poter affrontare la politica. E così, oltre ad occuparci di Palestina, abbiamo deciso di espandere i nostri orizzonti, cominciando a interrogarci e a discutere sullo sviluppo delle vicende recenti, dal Venezuela al riarmo; tutti temi, che magari per vie traverse, sentiamo vicini a noi. Da poco inoltre è nata un’altra realtà, che è la Consulta popolare contro la guerra, il riarmo e il genocidio, che è un organismo fatto da giovani e non (soprattutto non, purtroppo), formato a Modena per cercare di agire come voce di una società civile, e di porsi come tramite con le autorità presenti sul territorio di Modena. 

Ksa

Il Kollettivo studentesco autonomo di Torino è un collettivo – almeno di nome – molto longevo. Nasce dal collettivo del Gramsci, ora Einstein, un liceo di una zona veramente popolare di Torino. Il collettivo inizialmente si chiamava Fuori dai banchi e cambia il nome in Ksa già negli anni Novanta, prima ancora che venisse occupato l’Askatasuna. A questo punto penso sia necessario introdurre il tema dell’autonomia e di cosa significhi per noi questa parola, di che area politica si parli, da quale tradizione politica veniamo e dove guardiamo.

Certo, guardare al passato è sicuramente utile e formante, ci può aiutare a sapere come compagne e compagni si sono mossi per organizzarsi contro questa società di merda e può darci importanti strumenti; detto questo crediamo che sia centrale ora come ora parlare della pratica, come ci muoviamo nel quotidiano e soprattutto che postura teniamo nel cercare di muoverci guardando verso il futuro. A ogni modo, il concetto di autonomia di classe nasce tra la fine deli anni Cinquanta e l’inizio degli anni Sessanta osservando le contraddizioni e le ambiguità che il Pci aveva nei confronti del lavoro e nei confronti dei rapporti di forza nelle fabbriche. Era un atteggiamento particolarmente lavorista. E così il concetto di “autonomia di classe dal capitale” nasce proprio dalla contrapposizione rispetto a una visione del lavoro che possiamo dire riformista, a cui si contrapponeva come alternativa la spinta a negare il sistema politico ed economico che ci costringe a inseguire il lavoro salariato per vivere. Insomma, nasce dal rifiuto del lavoro salariato come possibilità di vita e militanza. Lungo questo cardine ci sono state una serie di esperienze determinanti – da Potere operaio all’Autonomia operaia, e via così – che, per quanto ci riguarda, arriva fino agli anni Novanta con il Network antagonista torinese, di cui siamo una diramazione e intorno al quale ruotava tutta la rete dei centri sociali che nasceva in quel periodo. 

Per farla breve, arriviamo all’oggi. Il nostro Ksa nasce da una postura che si è conservata differente e che si è mantenuta negli anni che hanno preceduto la grande mobilitazione contro l’alternanza scuola-lavoro scoppiata dopo la morte di Lorenzo Parelli nel 2022. Quell’anno a Torino si vide una grossissima emersione studentesca, in cui tutte le scuole di Torino e cintura vennero occupate (si parla di 65-70 scuole nel giro di un mese, una roba assurda), tutte con le loro specificità. Un momento molto importante, che però rispetto anche a errori di valutazione della nostra parte vide una rottura molto profonda dopo un momento di piazza, in cui si decise di andare ad attaccare il simbolo della responsabilità della morte dei ragazzi in alternanza scuola-lavoro e dello sfruttamento lavorativo che entra nelle scuole, ossia Confindustria. 

Sì cercò comunque di entrare, e da quello strappo emersero delle posizioni abbastanza velleitarie, che possiamo riassumere nei soliti «eh ma noi dobbiamo mostrarci come quelli bravi», «dobbiamo strizzare l’occhio al centrosinistra» e compagnia bella. Quelle posizioni portano il deserto nelle scuole di Torino. Nonostante la vampata di insubordinazione, questo ripiegamento sul centrosinistra fa sparire i collettivi dalle scuole, quando esistevano erano minoritari o comunque non si ponevano come obiettivo primario il cambiamento di una scuola che ci sta stretta.

L’anno dopo nasce il collettivo all’Einstein, che è stato un po’ il perno su cui ha ruotato l’agire del Ksa. Alla prima riunione eravamo quattro persone in un kebabbaro [applausi di Kamo, ndr]. Nasce come collettivo antifascista, che però si poneva il problema di cercare di continuare l’esperienza dell’anno prima. Anche per chi era troppo piccolo, era stato imponente vedere 20 mila studenti in piazza contro l’alternanza scuola-lavoro tutti uniti per negare questo modello di scuola, in cui il nostro sapere diventa semplicemente uno strumento per i padroni del lavoro, per poterci poi inserire nei loro processi di sfruttamento lavorativo. Quindi noi, alla seconda assemblea, in quattro persone ci diciamo: «L’anno scorso hanno occupato 70 scuole; quest’anno dobbiamo occupare anche noi». Sembravamo dei pazzi, ma cercando di non chiuderci in noi stessi e perderci in discorsi alti o astratti, abbiamo deciso di lottare contro la nostra scuola, contro il nostro preside (un pezzo di merda, un sionista che ha fatto carriera ostacolando ogni organizzazione a scuola). 

Invece che seguire le lezioni normalmente, ci dicevamo: «Boh, ma io dovrei stare qui sul banco ad assorbire come una spugna quello che mi stanno dicendo, fare una verifica e andare a casa? Be’, a me sta roba qui non va bene. Uno perché la metà di quelli che stanno a farmi lezione mi dipingono semplicemente come un oggetto vuoto, che deve solo assorbire performare e diventare poi un pezzetto di questo enorme mondo del lavoro; e due perché mi ritrovo la professoressa che mi dice che bisogna mandare sempre più armi al fronte a discapito del nostro carovita, mentre mi ripete che i comunisti sono tutti terroristi solo perché vede che sono politicizzato. Se le cose stanno così, peggio per voi». 

E abbiamo deciso di essere ribelli, di essere noi quelli che parlavano alla classe e che la spinge a parlare da sé. Siamo noi stessi a decidere di che parlare nei corridoi. Anche se non si può, diamo i volantini in giro quanto ci pare. Perché se la scuola è un nodo politico centrale di questa grande macchina della riproduzione sociale, dobbiamo esserne coscienti e opporci. Si andava nei corridoi, il professore si scazzava e tu gli facevi una scenata perché la tua parola non vale meno della sua e sai argomentare e dimostrarti autorevole con la gente. Con questo modo, magari un po’ gagliardo e un po’ sbruffone, siamo prima dieci, poi quindici, poi venti e poi sessanta. A quel punto diciamo: «Bene, ora occupiamo». 

Diciamo però che a Torino, a differenza di altri territori, l’occupazione classica come ce la si immagina, con le barricate e le smegafonate “qui non entra più nessuno”, in realtà non si è mai data. In aggiunta in quel periodo in molte scuole le occupazioni erano concordate con la presidenza. Noi diciamo di no, vogliamo ribaltare completamente la scuola del padrone, la scuola dell’educazione al lavoro, la scuola della subordinazione. E quindi noi barrichiamo la scuola. Fun fact: il primo giorno abbiamo provato a occupare totalmente ma ci siamo presi a pizze con i bidelli e la presidenza, ma siamo riusciti a occupare soloun piano e a convincerli che non avremmo bloccato tutto. Così se ne sono andati e il secondo giorno hanno trovato tutto murato dalle barricate. [Applauso libero, ndr

A quel punto quel Digos mancato del nostro preside decide che deve entrare la polizia e sgomberare l’occupazione. Aveva le chiavi del cancello, apre ed entrano cinque digossini che a cazzotti cercano di penetrare dentro scuola e minacciare – «Se non uscite vi arrestiamo tutti» e compagnia bella – e la scuola decide di resistere. Li abbiamo cacciati a calci. Hanno provato a trascinarsi via un ragazzo ma non ci sono riusciti e la polizia se n’è andata. È stato sicuramente significativo per un sacco di persone, non per il fatto ideologico che “il poliziotto è cattivo”, ma perché in quel momento il poliziotto sta negando il tuo momento di protagonismo, il momento in cui tu neghi l’ossessione per la delega, in cui non è il rappresentante di istituto a fare politica ma sei tu stesso. Sei tu che prendi lo spazio della scuola e diventa tuo per organizzarlo e trasformarlo. È in quel momento che il poliziotto diventa un nemico. 

Diciamo che questa rottura così forte ha creato una divisione molto profonda a scuola. C’erano quelli che stavano con gli occupanti, e chi diceva «eh no, però la gente deve avere il diritto di andare a scuola», «eh però gli insegnanti poi non vengono pagati» (cosa non vera, tra l’altro) e via di questo passo. C’è polarizzazione, ma proprio per questo il collettivo che nasce è molto forte.  In tutto ciò c’era il Ksa che era un gruppo di persone che – boh – si sentivano zecche e parlavano di cose da zecche. Però diciamo che non è che si organizzassero granché sul piano pratico, e molte persone lo consideravano un po’ stretto: dopotutto, se tu vedi tutta la tua scuola che discute continuamente di come cambiare le cose, è naturale che quella modalità ti sembri un po’ statica. 

Per cui a una certa vediamo una sorta di colpo di stato, per cui le persone più politicizzate del Collettivo Einstein decidono che sì, si dicono autonome, sì, hanno voglia di cambiare il mondo, sì, non vogliono la scuola del padrone, ma vogliono cambiare le cose per davvero. Di modo che il Ksa – che più che essere la sintesi delle varie lotte nella nostra testa era il luogo in cui chi lo attraversava potesse trovare degli strumenti per partire e sviluppare le loro potenzialità nei propri contesti – in qualche modo viene preso d’assalto dal Collettivo Einstein, e si cambia. Iniziamo a ragionare su come generalizzare ed espandere quello che abbiamo fatto nel nostro liceo anche altrove, perché se ci avessimo riprovato da soli rischiavamo veramente che la polizia entrasse.

Quindi con i pochi collettivi rimanenti e singole persone che conoscevamo nelle scuole e che sapevamo volessero organizzarsi lanciamo un’assemblea e un coordinamento di collettivi, senza porre il Ksa come fulcro. Questo perché storicamente essere dell’Askatasuna a Torino ha un significato preciso. Significa trovarsi un marchio addosso che mette dei muri invisibili tra te e la città per il semplice fatto che la macchina mediatica della controparte, di chi non vuole che la gente si organizzi contro questo mondo di merda, è forte. In altri termini, a Torino “essere dell’Askatasuna” significa essere un malfattore, vuol dire essere uno di quelli che spaccano tutto e che, cosa ancora peggiore, ti rovina la tua brava assemblea di sinistroidi. 

Decidiamo quindi che il Ksa era uno spazio in cui non si poteva riversare tutta la possibile gente che ha voglia di organizzarsi ma che non ha voglia dal primo giorno di sentir dire “io sono comunista”, “io sono autonomo”, “io voglio fare la rivoluzione” o chissà che. Serviva uno spazio in cui la gente potesse esprimere le sue necessità, come appunto era stato il collettivo Einstein. Nasce questo coordinamento, all’inizio non eravamo tantissimi ma riusciamo ad allargarlo, e diventa l’Assemblea studentesca. Un nome molto neutro, ma appunto che potesse essere esteriormente una roba molto larga, in cui ci potevi trovare il tamarro, l’ultimo fricchettone, la ragazza del collettivo borghese, la socia dell’Einstein razzializzata figlia di immigrati e via così. Una situazione larga, che può prendere tante di queste identità fasulle che la società ci obbliga a raccogliere e sposare solo per necessità di sentirci parte di qualcosa – nonostante siano tutte parti di un mondo che non ci valorizza, non ci valorizzerà mai e ci vede solo come degli oggetti da inserire, perché solo se inseriti siamo produttivi. 

Si fa l’assemblea, cresciamo e nascono nuovi collettivi, anche perché il nostro quartiere, Barriera di Milano, è un quartiere altamente popolare, non è la posizione classica per un liceo. C’era anche gente di classe media, con i genitori che facevano lavori più remunerativi, ma anche e soprattutto ragazzetti razzializzati, figli di muratori e di lavoratrici del sociale; ci sono pochi dubbi che questa maniera così sentita e rabbiosa di sollevarsi non potesse riprodursi in un liceo bene del centro in cui fanno i dibattiti socratici. Quindi nella nostra assemblea, mano a mano che cresce la volontà di trasformare la scuola, si coglie l’occasione del volantinaggio per farsi raccontare tutte le diverse esperienze di vita. 

Uniti dal solo obiettivo di accrescere la nostra forza, i collettivi diventano lo spazio in cui gli studenti e le scuole affermano di voler contare e lo spazio in cui i bisogni che la scuola non soddisfa possono essere espressi e potenziati collettivamente. Tutto ciò che la società del capitale non ci dà – la necessità di sentirsi gruppo, la possibilità di conquistarsi un futuro, la possibilità di valorizzare un sentirsi “noi” – diventa il traguardo del collettivo. 

Mentre tutto questo si sviluppa, in città ci sono cortei su cortei. Per esempio, un altro coordinamento nasce quando Valditara e la Meloni sarebbero dovuti venire a Torino per due giorni. Botte da orbi, centro militarizzato, zona rossa praticamente lungo tutto il centro… L’anno scorso invece vediamo un autunno incendiario per il genocidio in Palestina che non sembrava rallentare. Si lanciano tre cortei nel giro di un mese e mezzo, fino a quello del 13 dicembre (bellissimo, il 13-12). Conflittualità alta nelle piazze, che determina anche momenti di contraddizione in assemblea – essendo appunto un giro largo in cui c’erano tutti, era inevitabile che non si fosse sempre unanimi negli obiettivi e nei bersagli – ma si teneva come punto dialettico per far crescere la lotta e lottare tutti assieme. L’assemblea inizia a radicarsi nella città, al punto tale che passo passo chi voleva attivarsi sapeva che l’Assemblea studentesca era lo spazio più libero in cui poterlo fare. 

Ma soprattutto arriviamo al settembre del «Blocchiamo tutto». 

Gmp

Vorrei ricollegarmi a quello che hai detto quando parlavi di Askatasuna, visto che è uno dei temi di cui vogliamo parlare. Hai detto che a Torino fare parte di Askatasuna ti mette inevitabilmente davanti anche delle barriere sociali. Ti chiederei quindi di approfondire queste difficoltà che si possono incontrare in un’esperienza di questo tipo, per arrivare a parlare di quello che è stato l’Askatasuna prima di voi. Una realtà così a Modena purtroppo non esiste più, ce ne è un ricordo lontano e una grande speranza possa tornare qualcosa ma è una realtà a cui noi siamo completamente estranei. Così da poter comprendere meglio la posta in gioco nella manifestazione di fine gennaio.

Ksa

Allora, sicuramente per noi l’Aska è stato un punto di riferimento importante, un luogo in cui ci trovavamo e organizzavamo; ma era anche un luogo fondamentale per il quartiere, Vanchiglia. Era un punto di riferimento che portava qualcosa di diverso da quello che già esiste, da quello che il sistema ci offre tutti i giorni e dalle prospettive a cui ci costringe. Per quanto riguarda la questione di questa identità, per noi è sempre stato un fattore problematico per lo stesso motivo di cui parlavamo prima. Rischiavamo di chiuderci in noi stessi, quando invece il nostro sguardo è sempre stato oltre il centro sociale. Mi ricollego quindi allo sgombero.

In opposizione alla narrazione delle destre, che vaneggia sull’Aska come la centrale di tutto quello che viene organizzato “contro” a Torino, noi dopo lo sgombero ci siamo detti chiaramente: senza Aska non crolla niente. Certo, è stata una bella batosta anche emotivamente, ma ciò che conta e che fa la differenza è avere un grandissimo radicamento, che non si vede da tanto, nelle scuole e nell’università con i collettivi e nei quartieri con i comitati. Quindi invece di sprecare fatiche nel conservare un simbolo, serve espandere il suo progetto su tutta la città, affinché ogni luogo in cui ci troviamo possa affrontare tutte le problematicità del caso e creare opposizione rimanendo all’interno di quei processi. Rimanerne fuori, in uno spazio “protetto”, sperando di architettare qualcosa dall’esterno, porta solo all’isolamento. Bisogna invece vivere i contesti, compresi quelli più problematici e sporchi, lavorare con le persone. Già prima del corteo il nostro obiettivo era conservare quindi una prospettiva che andasse fuori dal centro sociale.

Si capisce quindi meglio perché abbiamo deciso di adottare, già dal primo corteo in dicembre dopo lo sgombero, lo slogan «il governo è nemico del popolo, il popolo resiste». Le direttive nazionali infatti (la decisione non veniva dal Comune di Torino) dimostravano che il governo non risponde alle nostre necessità e, al contrario, la sua priorità consiste nel distruggere tutti gli spazi che possono creare un senso collettivo e alternativo, che possono creare una rottura all’interno di questo sistema, che ci sfrutta e ci distrugge dall’interno. Questa contraddizione l’abbiamo vista in particolare del quartiere Vanchiglia, che notoriamente è il quartiere in cui si trovava l’Aska e per il quale l’Aska era un punto di riferimento fondamentale per una socialità alternativa, per la formazione dei bambini e dei ragazzi, eccetera. Dal giorno in cui l’Aska è stato sgomberato, Vanchiglia è stato militarizzato in una maniera impressionante. Già dal giorno dopo il quartiere è stato bloccato con camionette, jersey, reti, pattuglie… ma noi studenti, che ci trovavamo le strade impercorribili e gli sbirri che ti fermavamo quando entravamo a scuola, ci siamo interrogati tra noi e abbiamo parlato con i residenti. 

Il pretesto usato dalla controparte era, ancora una volta, dare “sicurezza” al quartiere. Ma questa sicurezza chi proteggeva? Era sicurezza per il governo, che aveva soppresso ciò che considerava un pericolo ma che era un punto di riferimento sociale, per i cittadini. Al contrario, per i residenti non voleva dire sicurezza ritrovarsi dieci camionette per via, ma comunque constatare una situazione di illegalità e di problematiche sociali profonde che non venivano nemmeno affrontate e tantomeno risolte dalla polizia. E così è risultato chiaro a tutti, concretamente, che le direttive del governo non siano mai veramente orientate a tutelare i cittadini e gli studenti per le loro necessità, ma soltanto i loro interessi personali. 

Partendo dai nostri luoghi, fare sentire la nostra voce ha significato non solo rivendicare una differenza dal nemico, ma portare avanti il nostro volere e che sì, l’Aska era un punto di riferimento, ma quello che costruiva l’Aska lo costruiscono le persone che lo attraversano. Persone che attraversano le piazze, che fanno le occupazioni delle scuole, che bloccano le università ma che sono pronte a schierarsi nei quartieri e a costruire percorsi che rispecchiano quello che ritengono necessario.

Gmp

Vi farei ora una domanda su un altro tema, che magari potrebbe essere già più ostico e meno conosciuto, quindi parlare a chi ha una vicinanza geografica, ma soprattutto politica con questo tema, può essere determinante. Mi riferisco alla lotta No Tav. Cosa è stata e cosa è?

Ksa 

A parlare di questi temi sarebbe venuto volentieri un nostro compagno, ma fisicamente non riesce ad esserci perché ha delle misure cautelari. Proviamo a spiegare noi il senso di quella lotta in quel momento storico e soprattutto quali prospettive ci ha dato nel tentativo di guardare a una società che si trasforma, cercando nel frattempo di raccogliere dal passato quelle forme di lotta che la gente si è inventata per organizzarsi contro le contraddizioni del capitale nel proprio territorio. Proverei però anche a capire, non solo a leggere, l’esperienza No Tav come un esempio di radicamento reale in un territorio specifico, come una forma di lotta di popolo estremamente forte – differenza sulla quale, secondo noi, conviene ragionare e scommetterci per il futuro in un momento come questo. La corsa al riarmo ha delle conseguenze materiali dirette sulla fisionomia dei territori, e ipotizziamo che il modello della lotta di popolo possa ripresentarsi. Conviene quindi dimostrarsi all’altezza e sottoporla a riflessione.

Il progetto della Tav nasce a fine anni Ottanta. L’alta velocità Torino-Lione inizialmente era pensata per collegare Kiev con Lisbona nei cosiddetti “corridoi paneuropei”: una mega linea di alta velocità pensata per velocizzare il settore logistico, con la promessa ascendente della globalizzazione come momento di esplosione del mercato globale e di circolazione di merci. Lo Stato prometteva che il libero mercato avrebbe portato un benessere mai visto, e allora le merci dovevano viaggiare nella maniera più efficiente possibile. Poi, piano piano le varie amministrazioni del caso e gli Stati europei – che non comprendono il nostro contesto di vita e che rimangono degli utili idioti (c’è una specificità dell’idiozia degli italiani che ritorna anche in questo) dal momento che il Tav non porta in realtà vantaggio a loro, se escludiamo la corruzione e gli appalti mafiosi per la quale è particolarmente noto il cantiere – riducono il progetto alla tratta che passa da Torino per arrivare a Lione, e che dovrebbe passare per la Val di Susa. 

Negli anni Novanta nasce un comitato ambientalista contro questi progetti che, piano piano, riconosce una contraddizione nel fatto che in nome di un fantomatico progresso (ma ripeto, anche ponendosi nella mentalità di chi pensava a quella roba, i profitti erano comunque esigui; nel pratico è l’ennesima opera inutile) le montagne sarebbero state bucate, i valsusini avrebbero respirato l’amianto, i boschi spianati per fare delle autostrade, folate di polvere dalle cave e via discorrendo. Con la volontà di voler contare, si affermava ancora una volta che i piani territoriali dovevano soddisfare i bisogni di chi ci abita, e non di una fantomatica nazione che avrebbe bisogno di treni più efficienti. Il messaggio era chiaro: «La Val di Susa è nostra, e non la vogliamo come la volete voi». 

Questo veniva affermato da un movimento che era composto di tantissimi pezzi: dai comunisti di vecchia scuola (già negli anni Settanta la Val di Susa era un punto caldo di lotte, addirittura c’era un nucleo di Prima Linea molto radicato) si passava ai cattolici che andavano a fare le preghiere davanti ai cantieri e a dire che quella roba lì non faceva bene a nessuno e che bisogna essere altruisti, fino ai leghisti contro il Tav… Non c’era posto per l’ideologia, c’era solo posto per la volontà unanime di andare verso un unico obiettivo, cioè la distruzione del progetto dell’Alta velocità. 

Due date significative per il movimento. Una è stata sicuramente l’8 dicembre 2005. A Venaus, in Val Cenischia, era stato fatto un presidio durato mesi. Poi però, per espropriare quelle terre e inaugurare il cantiere, è stato sgomberato circa una settimana prima dell’8 dicembre. L’8 dicembre si organizza questa manifestazione regionale in cui 80 mila valsusini e gli abitanti di Torino cintura decidono che non si sarebbe andati via e che ci si sarebbe ripresi il presidio della libera Venaus. A una certa la polizia ferma il corteo sulla strada che va verso Venaus; ci sono dei tafferuglini ma si capisce che da lì non si sarebbe potuti passare; però, a differenza della celere che – come sempre quando ci sono delle grandi manifestazioni – non è gente del luogo ma di Milano, di Genova, di Padova e via così (ma poi, anche i celerini di Torino, che cazzo ne sapevano della montagna?), i manifestanti erano gente cresciuta lì e conosceva bene i sentieri. Quindi ci si chiede: ma se scendiamo dal versante, come fanno a prenderci? E quindi tutto il corteo ha inondato la montagna, è diventato un’invasione popolare del territorio che ha occupato il fortino allestito dalla polizia per costruire il cantiere. La polizia venne letteralmente cacciata via, e dopo qualche giorno di occupazione venne annunciato che il Tav non sarebbe mai passato da lì. Grande vittoria del movimento, che tutti gli anni ricordiamo con un corteo che passa per quei sentieri.

Un’altra data è il 3 luglio 2011. Dopo aver affermato che la linea non sarebbe passata per Venaus il progetto cambia. La controparte si inventa delle cazzate sui costi-benefici e insiste che non conveniva sul piano logistico, quando invece la realtà era che non sapevano come pacificare una valle agguerrita contro di loro che non voleva il treno. Quindi la controparte sostiene che si deve passare da Chiomonte, cioè dall’altra parte della montagna che separa le due valli più piccole. Da quel momento nasce il presidio della Libera Repubblica della Val Clarea. Si costruisce una baita in cima alla Val Clarea, in un territorio in cui c’era solo l’autostrada per il resto era tutto bosco. Nei mesi la baita viene visitata da un sacco di persone, anche perché ricordo che siamo in un momento in cui gli occhi di tutta Italia erano puntati sul movimento No Tav. Io pure ricordo che ero piccolino, e mia mamma mi portava lì in mezzo a gente che veniva da ogni dove. C’erano i vecchi montanari, le famiglie “normali”, i punkabbestia dei centri sociali, e la signora cattolica, tutti assieme contro questo progetto. Era veramente molto bello. Viene sgomberato a fine giugno.

I video dello sgombero sono diventati famosi, la polizia ha fatto veramente un macello. Lacrimogeni di brutto, in alcuni video si vedevano i poliziotti che si erano messi a tirare delle pietre, c’era gente che raccontava di sbirri che erano entrati nelle loro tende per cagarci dentro, storie assurde di ogni genere… Però dopo questo attacco diciamo: basta. E lo diciamo in conferenza stampa. Ci si mette il caschetto e la maschera a gas, e quindi i bambini, i vecchi, le famiglie e i compagni, insomma tutto il popolo della Val di Susa insorge, e decide di andare ad assediare il fortino allestito dalla polizia. Scontri di 12 ore in mezzo ai boschi. Famoso fu poi l’aneddoto in cui un poliziotto rotolò da una collina, cascando in mezzo ai compagni. I compagni capiscono che infierire fisicamente – per quanto meritato – si sarebbe ritorto contro sul piano mediatico, e allora decidono di limitarsi a spogliarlo, farlo tornare in mutande dai suoi camerati di plotone, e fargli su la pistola. Dicono che questa pistola sia poi stata lanciata giù per un canalone, e non si sa che fine abbia fatto.

Alla fine questa battaglia finisce in una nostra sconfitta e non si riesce a recuperare il presidio. Il dato che conta però è quegli anni – dal 2011 fino al 2014, con l’inizio dei grandi processi e la repressione legale del movimento No Tav – sono stati estremamente caldi, e la valle era diventata il punto di ritrovo per tutta Italia per chiunque sognasse una società diversa. Comunque mi dicono che si è collegato [censura] in videocall, vediamo se si sente…

Ksa ingiustamente carcerato in collegamento

Mi sembra che il compagno abbia già detto abbastanza tutto, la cosa secondo me più importante da riprendere è come si sia riuscito sostanzialmente in trent’anni, da una negazione, a costruire delle parole d’ordine, delle forme comunicative adeguate, delle forme di contrapposizione popolare che vanno direttamente a interrompere un processo di sviluppo capitalistico ben specifico, su cui poi effettivamente si è riusciti a costruire anche dell’altro. 

La cosa più importante è che il momento No Tav, pur caratterizzato da una chiara negazione, una contrapposizione netta in cui si dice no a qualcosa, è riuscito nel tempo a sedimentare delle forze, riuscendo a parlare a una composizione territoriale gigantesca – all’inizio alle manifestazioni c’erano i cattolici, la Lega, i padani, i comunisti, gli anarchici, i panettieri, e quando arrivava la polizia tutte le campane dei paesi suonavano e la gente usciva da messa per andare a fermare la trivella. La cosa più importante del movimento è stata proprio quella capacità di saper stare dentro a un contesto popolare, di saper agire nella composizione e, andando avanti, di sapere sempre quali fossero i tempi giusti per la forzatura e i tempi nei quali c’era invece più bisogno di un allargamento. Su questa cosa qua si è anche riusciti a passare a una forma di attacco – “noi siamo per il No Tav ma anche per il Sì a molte altre cose”. Per cui nel movimento si è riusciti a sedimentare parecchia forza dentro la Val Susa, e adesso ci sono i presidi in cui la gente può andare a dire la propria, a fare laboratori e altre attività, ogni martedì al presidio di San Didero c’è una cena sempre partecipata da un sacco di gente, e soprattutto c’è il Festival dell’Alta Felicità. È un’esperienza nata nel 2016 e di cui quest’anno ricorrerà il decimo anniversario. Un’occasione per la quale decine e decine di artisti si mettono a disposizione ogni anno per supportare la lotta della Val Susa. Si riescono quindi anche a costruire dei grandi momenti di socialità, in cui la gente riesce a dare il proprio contributo. Io invito tutte le persone a venire soprattutto i giorni prima durante la preparazione del festival, per vedere proprio come una popolazione intera riesce a costruire delle forme di comunità che hanno come presupposto la lotta e la rottura. Per noi autonomi la cosa più importante è quella di costruire forme di rottura all’interno dei movimenti che sappiano individuare degli obiettivi comuni. 

Il movimento adesso sta affrontando parecchie forme repressive, per cui si vive ora un momento di riflusso, ma rimane evidente che ci siano peculiarità all’interno di quella valle. Alcuni esempi pratici: magari c’è stata una battaglia e tu ti devi rifugiare da qualche parte perché la polizia ti insegue, dentro ai paesini trovi rifugio ovunque, ti versano un bicchiere di vino e ti danno un pezzo di salame, la bagna cauda e la polenta e son tutti più felici. La peculiarità quindi è proprio che si è riusciti a partire da una contrapposizione per arrivare a una forma di attacco allo sviluppo capitalistico, riuscendo anche a far passare quella forma di desiderio a una pratica costante, attraverso cui la gente è riuscita ad attivarsi. 

Gmp

L’ultima cosa che volevamo chiedere riguarda il fatto che a Modena noi abbiamo tanti contesti nuovi che si sono attivati, ragazzi che sotto tanti punti di vista sono ancora abbastanza inesperti. Tra cui le assemblee: abbiamo un po’ questo problema dell’affluenza alle assemblee, non sappiamo bene come organizzarle. Mi chiedevo riguardo a questo come siete soliti fare voi. Raccontateci un po’ la vostra esperienza. 

Ksa

Per descrivere un po’ come funziona la nostra assemblea parlerò terra terra, partendo da qualche esempio pratico tratto da quest’ultimo anno che è stato il momento più caldo delle scuole di Torino. Per esempio all’Einstein è venuta fuori una questione riguardo al volantinaggio di Gioventù Nazionale, giovanile di Fratelli d’Italia, in pratica un organo del governo Meloni, semplicemente fascisti di merda. Durante il volantinaggio sotto la scuola, il 27 ottobre 2025, sono nati dei battibecchi e un nostro compagno è stato portato in questura il giorno stesso, accompagnato dalla Digos. Era un contesto complicato e aggressivo. All’interno della nostra scuola c’è poi stata subito una risposta da parte degli studenti che sicuramente hanno visto il tutto come un atto violento compiuto dalle forze dell’ordine, dalla digos e da Gn. 

All’interno della scuola un organo importante ma che si nota poco è la classe. All’interno dell’Einstein noi abbiamo visto l’occupazione partire da ciascuna singola classe, che si portava la bandiera della Palestina e la attaccava al muro, mentre i professori spesso non volevano parlare di quello che era successo il 27 ottobre. Infatti noi abbiamo anche parlato molto di normalizzazione – bisogna sempre parlare, e se necessario urlare, e non normalizzare quei fatti, questa è la cosa più importante. In questo senso chi è già politicamente attivo, per aggregare la gente e far capire quello che sta succedendo, deve parlarne terra terra, e questo è quello che è successo all’Einstein: la classe del compagno portato in questura dalla Digos ha scritto un comunicato, e altre classi si sono esplicitamente esposte contro quello che è successo. 

Il nostro preside, che è un pezzo di merda, ci ha dato una risposta vergognosa, negando l’evidenza, e non voleva fare assolutamente nulla per questo nostro compagno. Quindi una cosa da portare all’interno della propria scuola sono i battibecchi anche coi professori. Ad esempio se porti un volantinaggio dentro alla scuola e il professore dice che non puoi farlo, si può rispondere NO: la scuola è il primo posto in cui bisogna farlo, in cui bisogna parlare di quello che succede e sviluppare un proprio pensiero critico. 

Da noi ci sono stati non solo battibecchi coi professori ma anche scioperi. Noi abbiamo tre sedi, in una ci sono stati scioperi in corridoio in cui gli studenti volevano parlare, volevano sapere, contro il volere dei professori e del preside. Gli studenti si sono organizzati classe per classe attraverso gruppi whatsapp, attraverso sondaggi, sono usciti dalle classi e sono stati in corridoio tutto il giorno. Nella sede dell’accaduto abbiamo fatto un’assemblea in cortile, mentre nelle altre sedi c’è stato uno sciopero enorme in quella stessa giornata. 

Per concludere, ognuno all’interno della propria classe deve fare il lavoro principale di tirare un po’ su l’attenzione, di far parlare di quello che sta succedendo nel mondo, sempre, con i professori durante le lezioni, con gli studenti negli intervalli, perché è così che si forma la base per arrivare all’assemblea studentesca che abbiamo a Torino, ovvero l’unione di tutti i collettivi delle scuole grandi e piccole. 

Un altro esempio di come si è data la lotta in questo autunno a Torino, durante una catena di occupazioni nata dal «Blocchiamo tutto», è stato in una scuola, il Lagrange, vicino a Porta Palazzo. Una scuola nella quale ci sono poche aule, tenute male, senza porte, con i ratti nelle classi e pezzi di soffitto mancanti. E di fianco a questo edificio c’è un cantiere, in cui si lavora con l’obiettivo di creare una nuova ala della scuola molto più bella. Peccato che c’erano questi infissi lasciati nel cortile pronti per essere messi, ma che fondamentalmente non venivano mai messi, a causa dei tagli ai fondi per le scuole. Perché a Torino si preferisce dare i soldi alla Leonardo. 

Durante questa catena di occupazioni, gli studenti del Lagrange, che non sono assolutamente politicizzati, che non si erano mai interessati ad alcun ambito della politica, riescono attraverso la loro volontà a entrare in contatto con persone, fra cui noi, che di occupazioni ne avevano fatte, e in seguito a confronti vari decidono di occupare. Durante questa occupazione, a cui lì per lì non si darebbe neanche una lira, si presentano davanti a scuola. La preside, che li aveva preceduti, li aveva chiusi fuori dalla scuola, ma loro dopo due ore di agonia in cui hanno provato di tutto sono riusciti a farsi aprire la porta convincendo la preside che avrebbero occupato la scuola solo parzialmente e che i professori sarebbero potuti entrare. 

Fatto sta che la preside mette la chiave nel cancello, e nel momento in cui il cancello si apre parte un’azzuffata coi professori, la preside, i bidelli, vengono tutti mandati via a spintoni – una cosa mai vista – e nel giro di trenta secondi la scuola era completamente barricata. Questi sono entrati di corsa, hanno fatto catena umana e banco per banco e hanno bloccato tutto. Ma la cosa incredibile non è tanto la loro praticità nell’azione, ma che questa occupazione ha portato un problema effettivo alla Città Metropolitana, l’organo che gestisce tutti i lavori strutturali nelle scuole di Torino. Sono riusciti addirittura a convocare chi gestiva questi lavori e a fargli firmare un foglio in cui la Città Metropolitana si impegnava a finire lavori nel giro di due mesi. Una cosa che non era scritta su questo foglio ma che era stata detta informalmente era che se così non fosse stato la scuola sarebbe stata rioccupata. Due giorni dopo, magicamente, al Lagrange montano tutte le porte, i soffitti sono puliti, e avviene la disinfestazione. 

Questo è un esempio di come funziona un organo che si dà all’interno della città, che si può chiamare in aiuto a qualsiasi tipo di scuola, anche a una scuola come il Lagrange che alle assemblee non si era mai presentata e alla quale però è stato portato un aiuto da parte di tutti i collettivi per arrivare a questo obiettivo, che è stato un grandissimo obiettivo per quella scuola. 

Un’ultima cosa. Noi a Torino ci muoviamo attraverso l’Assemblea studentesca, in cui una volta a settimana ci ritroviamo con tutti collettivi di tutte le scuole, ed è un contenitore fondamentale perché riusciamo a darci gli strumenti confrontandoci e dialogando, nonostante in ogni scuola ci siano questioni diverse da affrontare. Magari ci sono scuole della periferia che si interessano a certe questioni, ci sono scuole del centro in cui invece gli studenti sono mossi da altri interessi, però è un contesto in cui con il confronto potenziamo tutte le possibilità, e con il movimento del «Blocchiamo tutto» ogni scuola è riuscita – prima protestando per la Palestina, ma poi tirando fuori la propria voce di studenti e facendo sentire quelle che sono le necessità che il nostro governo schiaccia – a protestare e a ottenere quello che voleva senza delegare niente alle istituzioni, smettendo di chiedere, prendendosi da sé ciò che gli spettava, e questo è il nostro obiettivo centrato.

Dibattito – domande e risposte

Come si riescono a tutelare i ragazzi durante le manifestazioni, durante le occupazioni, sia sul piano legale sia sul piano fisico… se si possono tutelare?

Ksa 

Rispetto alla tutela legale, quello sta alla propria individualità, alle proprie necessità. Da un lato noi a Torino crediamo che sia anche importante “metterci la faccia”. L’accollo che ci si mette come compagni e compagne, sapendo che quello che si fa poi “arriverà”, è anche quello di far vedere un’immagine diversa di quello che si sta facendo, che non si tratta di un fantomatico “black bloc”. Detto questo forse ha più senso parlare di cos’è un conflitto, di cosa sono i rapporti di forza, di cosa significa muoversi in maniera conflittuale. Se la tutela legale riguarda una dimensione personale, in cui ognuno decide cosa accollarsi, sul piano collettivo bisogna comprendere cosa significa costruire dimensioni di massa conflittuali, cosa significa acquistare forza con i movimenti.

Io volevo capire meglio cosa significa questa “autonomia”. Dai vostri discorsi ho capito che movimenti più grandi come il «Blocchiamo tutto» vengono reinterpretati, e la mia domanda è quanto questa autonomia rischi di frammentare la lotta e quanto invece ci sia un’apertura a possibili convergenze in periodi in cui – tipo con le mobilitazioni per la Palestina – ce n’è necessità. 

Ksa

– Relativamente a questo, per quanto riguarda il «Blocchiamo tutto», e in generale per come ci siamo sempre mossi, la questione delle alleanze si è sempre posta sul piano strategico. Come dicevamo prima, il nostro obiettivo è rispondere alle necessità che non vengono ascoltate, e farlo senza chiedere, senza delegare a un’istituzione, perché ci rendiamo conto della natura problematica e sistematica di questo. Detto ciò ci sono momenti in cui invece è necessario allargare il campo per permettere di avere uno sguardo più ampio, di riuscire a portare una componente più ampia al nostro discorso – il fine poi rimane lo stesso, e non è compromesso da questo.

– Rispetto alla domanda, può essere un’interpretazione erronea quella di far combaciare la parola “autonomia” allo scontro di piazza. Per me non è quello. Gli autonomi sono un’identità politica e un soggetto in costruzione. Nel momento in cui si sceglie la strada dell’antistituzionalità, con la volontà di sovvertire in qualche modo lo stato di cose presenti per una società libera del capitale, per forza di cose bisogna comprendere chi è il “noi”, chi è il “loro”, e come il “noi” e il “loro” si confrontano l’uno con l’altro. Credo che il “noi” – senza mettersi a usare parole che possono essere un po’ vuote di significato nei termini più pratici, ma più utili invece per avere uno schema mentale su come funziona la società e come sia divisa – sia chi è subordinato al capitale, il salariato, chi è subordinato al lavoro, chi lavora sostanzialmente. Colui e colei ai quali viene rubata la propria «capacità umana» e che è subordinato alla loro volontà di profitto. Il “loro” invece è che ci vuole così, chi ci vuole parte di questa macchina (ormai non tanto ben oliata) di valorizzazione becera e di accumulazione di capitale, chi quindi ci vuole proni, ci vuole subordinati – chi ci vuole tristi, mi viene da dire. 

In questo senso, sul “noi” e “loro” credo che ci sia un’incompatibilità di natura rispetto a quelle che sono le nostre esigenze, le necessità e i bisogni di chi sta dalla nostra parte, di chi lavora e di chi è subordinato, e le loro, di chi ci vuole subordinati. E in questa incompatibilità, per forza di cose, esiste un conflitto di interessi. In questo senso si può parlare del fatto che la nostra parte – coscientemente o no – possiede una forza potenziale o espressa, e la loro pure, e in questo esiste un piano di rapporti di forza tra noi e questa fantomatica controparte. 

Poi può essere anche problematico e semplicistico far diventare una cosa unica, un corpo unico cosciente di sé, la controparte, ovvero il capitale, che è fatto da interessi comuni e allo stesso tempo divergenti, che hanno come minimo comune denominatore lo sfruttamento del lavoro salariato. Però questo è un campo di battaglia che esiste, anche se ancora potenziale, e in questo senso appunto si parla di rapporti di forza. 

E per quanto ci riguarda, per noi, l’autonomia di classe, ricostruire il «partito storico» dell’autonomia, significa per forza di cose doversi scontrare e far sì che questa battaglia potenziale si dispieghi in maniera reale. In questo senso l’obiettivo è chiaro.

D’altra parte bisogna affrontare il discorso dei rapporti di forza in maniera non ideologica. Individualmente un proletario, uno sfruttato, che fa violenza contro il suo oppressore è sempre nel giusto. Rispetto a questo però bisogna comprendere cosa possiamo dichiarare ideologicamente giusto e che cosa può essere utile allo spostamento di questi famosi rapporti di forza. Quindi in questo senso, sulla scelta della strategia e della tattica della nostra parte, bisogna saper comprendere cosa è utile all’ampliamento della lotta, alla sua capacità di sapersi allargare e riprodurre, alla sua capacità di essere contro, alla sua capacità di essere massa e di essere forza. Le due cose da tenere in mente sono da un lato la questione della massificazione della lotta, e dall’altro quella del salto qualitativo che si dà nella capacità di saper vedere un nemico, di saper vedere una controparte e di saperla attaccare dove fa male. 

Quindi per noi non esistono dogmi sulle pratiche. Non esiste solo la forza applicata in piazza, sul posto di lavoro, nelle scuole e nelle università, nei quartieri – quella che il capitale non chiama “forza”, ma che queste merde dei giornali del padrone chiamano “violenza”. Per noi la violenza è sistemica, la nostra è forza di liberazione. Non c’è quindi solo quel campo lì, la forza si esprime in una molteplicità di modi, sta alle nostre capacità di saper comprendere in che momenti è necessario allargare e in che momenti è necessario fare il salto di qualità nel vedersi in quanto soggetto politico in lotta contro il capitale, e quindi sapersi prendere fisicamente le cose, saper praticare gli obiettivi e raggiungerli. 

Pensavo alla scala su cui la lotta si dà. L’essere autonomo limita la lotta a una certa scala? Ad esempio, alla città di Torino? O ci sono livelli, forme, strumenti, metodi che possono riprodurre, declinare, amplificare la lotta autonoma?

Ksa

Se la domanda riguarda l’ambire – come pratica nazionale – a un agire comune, la risposta è chiara: se dobbiamo vincere dobbiamo essere ovunque. Più sul pratico, ci sono degli abbozzi di questa cosa dal punto di vista prettamente studentesco. La nostra proposta voleva anche essere questa, far sì che questo non sia un momento tutto chiuso in se stesso, ma che possa essere il primo di tanti, di confronto, di contaminazione reciproca e di costruzione di un progetto comune, magari partendo da una piattaforma comunicativa, che possa semplicemente amplificare quelle che sono le esperienze di lotta nei nostri singoli territori e che possa far sì che tutte le realtà organizzate presenti sul territorio nazionale possano entrare in comunicazione, scambiarsi pratiche e soprattutto un metodo di agire, non per sovrastare le proprie specificità territoriali ma per potersi semplicemente dare degli strumenti per poter lavorare in maniera più efficace sui nostri singoli contesti. Strumenti per potersi confrontare su come la guerra entra nei nostri singoli territori, su come le nostre forze organizzate si plasmano rispetto a quelle che sono le necessità del momento, e su come possiamo contaminarci per riuscire a costruire nelle scuole percorsi contro la guerra, autonomi, e che possono puntare a qualcosa di più che un semplice rifiuto pacifista delle armi.

Io sono di un piccolo collettivo della provincia di Padova, nato in autunno, e sono qui con le mie compagne e compagni di Vicenza. Avete anticipato la domanda che volevo fare, cioè se c’è disponibilità per una condivisione. Anche perché noi viviamo in provincia molto l’abbandono, l’isolamento, il non riuscire a vedere forze con cui confrontarci e con cui poter condividere analisi. Anche per questo sono qui dopo sette ore di treno raga [applausi]. Più sul pratico la domanda che vorrei porre all’assemblea è: voi sui vostri territori, quindi con le vostre specificità e sicuramente con le vostre differenze, rispetto alla nostra visione di autonomia che si divide fra una parte conflittuale, e quindi portare seriamente avanti il conflitto, e una grande parte mutuale, reale, sociale e concreta, che pratiche avete trovato efficaci, funzionali, che vi hanno portato effettivamente risultati nei vostri territori?

Ksa

Diciamo che l’organizzazione di questi momenti è sempre nata da momenti assembleari, e quindi da singoli collettivi che si sono poi articolati in un coordinamento che potesse scambiare idee, confrontarsi sulle pratiche di lotta, che poi sono diversificate da contesto a contesto. Noi quest’anno sicuramente abbiamo sperimentato nella maggior parte delle scuole per la prima volta l’occupazione, che è stato un modo per mostrare una certa forza, una capacità di imporsi sull’istituzione, un’organizzazione del tutto studentesca, quindi dal basso e autorganizzata, che ci ha permesso di allargare lo sguardo e la partecipazione della singola scuola, e poi di riversare questi momenti nelle piazze, confrontandoci anche con tanti altri pezzi. Quando parliamo di contrastare la guerra, che permea tutti gli ambiti delle nostre vite, questo vuol dire anche confrontarsi con persone che vivono la nostra stessa situazione. Noi una volta a settimana ci troviamo sempre, per far sì che non si smetta mai di parlare di queste cose.

Gmp

Io vengo da Gmp, che è una realtà che di fatto si è generata tra agosto e settembre 2025 e che ha preso veramente il volo durante il grande momento del «Blocchiamo tutto». Siamo partiti con un’ottica abbastanza stretta, siamo partiti dal momento dal grande interesse che c’era sulla questione palestinese e dalla brutalità del genocidio in corso, che ha indignato tutti noi, politicizzati o meno, e che ha portato un sacco di energia in piazza che in una città come Modena, ormai da dieci anni sopita, non si vedeva da tanto tempo. Da un confronto con voi come con altre realtà stiamo maturando la comprensione che per avere effettivamente un’efficacia sul territorio, per essere efficienti in quello che facciamo e per migliorare i nostri rapporti di forza, è il momento di diventare un coordinamento studentesco come quelli che abbiamo qui presenti oggi. Quindi intanto lancio la proposta a tutti i ragazzi presenti di Modena, se vogliono lasciarci contatti, se vogliono entrare in quello che diventerà un coordinamento studentesco, anche nell’ottica punto di metterci alla pari con le città che ci circondano. Poi si ricollega questo alla necessità di inserirci in una dimensione nazionale. Siamo andati a Livorno alla due giorni di Infoaut e anche lì abbiamo raccolto contatti. Abbiamo effettivamente la possibilità di tracciare almeno una struttura di base di questa rete che possa effettivamente chiamare autonomamente e in modo coordinato da tutta Italia azioni in tutto il Paese. Ci sono tanti giovani che in realtà sono interessati alla politica ma non hanno nessun organismo da seguire. Noi di Gmp vorremmo diventare l’organismo che possa coinvolgere tutti gli studenti dei collettivi e delle scuole, e speriamo che questo possa andare avanti ed essere un punto di forza per Modena.

Come Kamo abbiamo voluto aiutare i ragazzi a organizzare questa giornata, e per noi “vecchi” vedere tanti giovani, tanti studenti, da Modena e anche da fuori, per confrontarsi su quella che è la militanza, sull’autonomia, e quindi sulla militanza autonoma, è una grandissima boccata d’aria fresca. Noi proveniamo e ci siamo formati in cicli di lotte passate, ne siamo di fatto gli estremi retaggi, ed era da tanto tempo che non vedevamo quest’aria frizzante. A quanto pare proprio nelle province, come Modena, Lucca, anche Vicenza, c’è del fuoco, del magma che bolle sotto la terra, e si tratta di aprire delle fatture, come si diceva anche a Livorno, per far uscire il magma che abbiamo visto manifestarsi nelle bellissime giornate di «Blocchiamo tutto». Pazzesco per noi “vecchi” vedere cose così, che avevamo visto molto più in piccolo ai nostri tempi, quindi è stata una cosa veramente fica. Ci siamo stati dentro anche noi, cercando di creare e stimolare anche con voi ragazzi dei momenti di rottura in piazza. Noi pensiamo, come voi, che l’autonomia, la sua formazione, non sia tanto un’etichetta, una felpa da mettere o una posa da esibire, non tanto un’identità da far vedere, ma vediamo proprio l’autonomia come un metodo, un punto di vista, che è quello della rottura, dell’«attualità della rivoluzione». La rottura con questo mondo di merda che ci portiamo dentro, in cui viviamo – e per odiarlo non servono tante parole, basta guardarlo negli occhi tutti i giorni, nel nostro piccolo, nei nostri territori dove siamo collocati, perfino dentro di noi. A scuola, all’università, al lavoro tutti i giorni, ci basta guardarlo in faccia questo mondo di merda per odiarlo. Ecco, l’autonomia pensiamo che sia proprio un metodo, un punto di vista e uno strumento con una lunga storia, che ovviamente si rinnova di ciclo in ciclo di lotte, e che può dire ancora tanto a voi giovani «figli della crisi», o ancor meglio «figli di nessuno». Noi più vecchi pensiamo che sia fondamentale in questo momento la questione della formazione, dell’autoformazione, del controsapere che si può dare e creare nelle lotte, ma che si può anche affilare nei confronti, in momenti e spazi di formazione che possono essere preziosi per costruire questo metodo e per creare armi per combattere questo mondo di merda. Volevo chiedere ai ragazzi di Torino: come vi formate voi, se avete dei momenti, dei documenti, delle “istituzioni” riproducibili, non istituzioni come quelle della controparte ma istituzioni autonome di formazione e di autoformazione che possano essere riproducibili anche a Modena; libri, seminari, riunioni, per dare slancio, forza organizzativa alle lotte, in vista di momenti di rottura?

Ksa

C’è un piano più nostro, del Ksa, più militante, e poi c’è quello dell’assemblea studentesca, che si dà in un altro modo ma ugualmente interessante e anzi, forse più interessante rispetto alla sua possibilità di riproducibilità. Come Ksa, magari d’estate quando non c’è niente da fare, si organizzano i campeggi in Val di Susa. Quando non c’è la scuola tutti i giorni e c’è più tempo, di solito si programmano formazioni di ampio respiro, giornate intere in cui si provano a sviscerare determinati temi. Abbiamo scritto, prendendo anche da vari pezzi della tradizione dell’operaismo e anche da roba più recente, un seminario, un testo di un centinaio di pagine in cui sono riassunte certe cose sulla storia nostra e su questo famoso metodo, che per noi è l’unico dogma del nostro agire politico. Dogma in quanto punto centrale su cui poi si struttura la proposta politica, e non in quanto immodificabile. Crediamo sia tutto un’ipotesi, sia tutto da costruire, e che non esistano dogmi, anzi, crediamo che la capacità e la potenza che storicamente ha avuto la proposta autonoma è quella di sapersi rinnovare, o almeno di tentare di farlo, rispetto alle necessità di classe del momento storico che si attraversa. 

Quindi ci sono i seminari, e poi quando capitano cose particolari facciamo assemblee, in cui magari ci si rompe un po’ più i coglioni, ci si becca la mattina e si fa tutto il giorno di discussione, e poi magari rimane un recap scritto di queste cose. E poi c’è invece, per quanto riguarda l’assemblea, un tentativo di organizzare questi stati generali per darci una linea. Una linea da seguire per avviare questo progetto di creare campagne di studenti contro la guerra. Una delle tante articolazioni che abbiamo sentito necessaria per le questioni dette prima, e anche per portare un’informazione che fosse nostra, una controinformazione che mettesse al centro il nostro punto di vista e i nostri bisogni, cosa ovviamente non fatta dai media o dai giornali, è quella del giornalino. 

Questo giornalino è importante tanto per l’esterno, per far vedere il nostro punto di vista, per raccontare noi, i nostri cortei, le nostre rivendicazioni, il nostro lavoro dentro le scuole, quanto poi all’interno, per beccarci e costruire insieme, analizzare e far sì che questo momento della scrittura, di impostazione di un articolo sia un momento di crescita e consapevolizzazione per tutte le parti che l’attraversano. Lo si voleva strutturare anche in inchiesta, e quindi andare ai cortei a intervistare le persone, o nelle scuole in cui si stanno vivendo situazioni problematiche oppure di conflitto, di scontro, di creazione di qualcosa che sia contro. Per portare un punto vista nuovo per formarci noi e quindi fare un lavoro per tutti. E poi l’ultima questione che secondo me è importante è che questo giornalino è nato anche per intercettare le capacità e le passioni degli studenti, che siano la fotografia, la grafica o altro, per unirle in uno spazio che sia comune, che ambisca a un obiettivo comune che faccia bene alla collettività e in cui quindi tutte le persone si possano riconoscere.

Dopo il corteo del 31 gennaio a Torino il tema martellante da parte dei media è stata la violenza di piazza, gli scontri. Volevo chiedervi che ruolo ricopre lo scontro nella strategia politica, in che modo la non violenza protegge lo stato di cose correnti e la violenza conseguente del sistema? Come si fa a decidere che filtro usare per capire qual è il momento di fare il salto di qualità e di usare lo scontro come strumento e quando invece di procedere per altre vie? Come fate questo genere di scelte, come vi confrontate con le situazioni, e in che modo possiamo anche noi a un certo punto prendere tatto con questo genere di strategia politica?

Ksa

Allora il fatto è che la forza e lo scontro di per sé sono qualcosa di conseguente rispetto all’obiettivo prefissato che la lotta si pone. Per quanto ci riguarda, la ricetta non c’è, si parla di scommesse. Crediamo che da un lato appunto non bisogni schiacciarsi su un piano rispetto alla risposta della controparte, perché quella sarà sempre la stessa, e dall’altro si debba imparare in qualche modo ad affrontare tutto in maniera dialettica. 

Per quanto riguarda la rottura, questa avviene con la controparte. L’incapacità poi di saper socializzare quel tipo di esperienza crea frammentazione anche all’interno delle nostre dimensioni e quindi in questo senso sta nel saper affrontare in maniera dialettica le necessità del movimento e nel saper comprendere quello che ci è più utile per raggiungere determinati obiettivi, ponendosi sempre la questione di come stare nella lotta e di saperla amplificare in visione dell’obiettivo. 

D’altra parte, durante il «Blocchiamo tutto», nella specificità di Torino ci sono due soggetti politici che sono emersi sul nostro territorio: quello del lavoratore in senso ampio, cioè dell’“operaio sociale”, con picchi nel terzo settore e nella classe media, e poi quello degli studenti come specificità propria. Poi in generale abbiamo visto un soggetto giovanile trasversale agli ambiti storici dell’organizzazione politica, non gli studenti medi e non gli universitari, ma un soggetto ibrido che attraversa l’uno e l’altro spazio: magari fa l’università, ma lavora anche, magari è semplicemente un lavoratore precario ma giovane. Queste sono le persone che hanno attraversato queste piazze. L’eterogeneità e il convergere di questi diversi soggetti sociali hanno portato anche ad una collisione di volontà differenti nei modi e nel saper portare avanti la lotta. 

In questo senso la nostra parte, per saper essere credibile, deve essere sempre quella che fa da collante, che sa unire i pezzetti, in funzione appunto dell’ampliamento di queste dimensioni qua. Un conto è tutto l’ambito di chi fa opportunismo politico su un piano istituzionale, ma un altro conto è magari la lavoratrice del terzo settore o il cinquantenne del caso secondo cui la violenza non porta a nulla. Questi piani qua non sono da schifare e bisogna saperci entrare in un rapporto dialettico per far sì che si riescano a tenere i pezzi uniti. 

Anche per il movimento No Tav ciò che ha fatto da collante è stato il non rompersi su questa contraddizione qui. Non siamo tutti quanti a lanciare le pietre, magari ci stanno i giovani che lo fanno, ma poi ci sono i vecchietti dietro che ti fanno il pranzo e ti medicano la testa dopo le botte, ci sono quelli che ti fanno supporto, che stanno con le mani in alto mentre ci sono i compagni che stanno facendo altre cose. ‘Sti cazzi l’eterogeneità delle pratiche se c’è il convergere verso un obiettivo e la costruzione di una forza collettiva che sposti i rapporti di forza verso possibili vittorie.

Cas Bologna

Io credo che nessuno abbia la sfera di cristallo per sapere ciò che è meglio fare in un dato momento. I movimenti e le lotte sono frastagliate, sono frammentate e composte da soggetti e individui estremamente eterogenei fra di loro. Si citava l’esempio del movimento No Tav che è uno dei più limpidi sotto questo punto di vista, che riesce a tenere insieme un movimento e a portarlo avanti. Sulla questione se la violenza di piazza, come ci si sente sempre dire, sia ciò che invece di progredire fa tornare indietro, ecco credo che quella sia una narrazione di cui tutti siamo succubi, di cui tutti bene o male siamo vittime, visto che la controparte possiede i mezzi di informazione. Come è vero che gli scontri che sono stati fatti questo autunno, che hanno avuto dei picchi nei capoluoghi come Torino, o Roma o Bologna, che magari non hanno avuto nessun risvolto pratico sul momento, sono comunque pressioni politiche importantissime. Bloccare per due giorni un Paese, bloccare gli snodi, bloccarne le infrastrutture, per forza di cose porta allo scontro, e quello scontro diventa poi pressione politica. A quel punto i tuoi calci riescono a diventare interventi in aula, per quanto poi noi alle aule del Parlamento non ci pensiamo in alcun modo. Per cui c’è tutto un retroscena che quel calcio allo sbirro ha, anche se magari non lo cogliamo immediatamente. Poi quale sia la fase per questo o per quell’altro è una scommessa, un azzardo, sarebbe meglio sapere quando è meglio non farlo. Ogni tanto, come abbiamo fatto questo autunno, si mette la palla in buca e si riesce a fare l’azzardo giusto, e ogni tanto ci si dice che forse questo era meglio non farlo.

Siccome Torino è una città divisa fra collettivi, come ogni altra città d’Italia, che magari possono sviluppare divergenze, quando ci sono eventi come lo sgombero dell’Askatasuna queste divergenze si sono almeno attenuate? Anche fra collettivi, organizzazioni e sindacati, c’è stata effettivamente un’unione sull’unica causa oppure c’è sempre stata confusione?

Ksa

Per quanto ci riguarda ciò che crea forza ed è da valorizzare sono le dimensioni in cui effettivamente si possono riscontrare e si possono esprimere i bisogni della gente. Certo, ci possono essere alleanze strumentali con chi fa dell’opportunismo politico il proprio mestiere. Per quanto ci riguarda ciò che ha sempre portato a delle possibilità di rottura grosse, e che soprattutto potessero essere riproducibili e attraversabili, erano dimensioni organizzate che sapessero trascendere dalle singole aree di provenienza politica, e che potessero essere il contenitore largo delle necessità incombenti. 

Durante il «Blocchiamo tutto»,un organo centralissimo per tutto quello che è successo a Torino è stato “Torino per Gaza”, che nasce dopo il 7 ottobre come coordinamento per la Palestina, attivo sin dall’inizio dell’inasprimento del genocidio nei territori palestinesi, ed è sempre stato un contenitore molto largo, che conteneva tutti, dall’infoiato della questione palestinese da anni che però magari era un blogger che si leggeva le sue cose e bella lì, all’operatore umanitario, alle compagne di Nudm, alla gente di Potere al popolo e della Rete dei comunisti, fino a noi. E questi contenitori sapevano ospitare realtà organizzate – che sono sempre minoranze e sono sempre poco interessanti per quanto ci riguarda – e anche la nostra stessa realtà. 

Bisogna sempre guardare fuori, a chi abbiamo dietro e non a chi abbiamo di fianco, per comprendere come far sì che ci sia più gente di fianco a noi. Bisogna quindi saper guardare a chi attraversa questi spazi in maniera nuova, inedita, che non viene da realtà organizzate e già preconfezionate e limitanti in partenza. Per cui in questi contenitori si può esprimere un volere di popolo, un volere eterogeneo, un volere di diversi soggetti sociali che convergono con lo stesso obiettivo. Sono gli spazi in cui si può costruire il nuovo, in cui si possono costruire le cose più interessanti. 

Durante il movimento «Blocchiamo tutto», Torino per Gaza fa assemblee enormi da 400 persone, in cui si dice che tutti assieme, da Nudm alle moschee – dimensione quella delle moschee che si è rivelata un’alleata fondamentale, con tutto l’ambito giovanile delle seconde e terze generazioni razzializzate dei quartieri popolari – il 22 ottobre si vanno a bloccare la stazione centrale e tre tangenziali diverse in vari momenti della giornata, e poi il giorno dopo si decide di bloccare l’aeroporto. 

Per quanto riguarda lo sgombero dell’Aska, si trattava di una situazione legata a un fenomeno storico, che in primis metteva davanti e vedeva disponibili a muoversi chi in qualche modo ha attraversato quegli spazi. Sono tante persone, che fanno parte di un’area che gravita attorno alle nostre dimensioni politiche e che quindi è poco interessante per una prospettiva futura, se non quella di riavvicinarle per fare forza comune nell’allargarsi. Al contempo però questa prassi che si è mantenuta soprattutto nel «Blocchiamo tutto» ha portato a vedere l’attacco all’Askatasuna non come un attacco al centro sociale storico o agli autonomi, ma un attacco ai movimenti sociali tutti, a chi si è mosso per la Palestina, a chi a Torino non abbassa la testa. Quindi in questo senso anche la costruzione del 31 è stata quella di un’«autonomia popolare», pezzi diversi che convergono su questa roba qui. 

Il punto centrale dell’agire adesso è questa roba qui: Askatasuna è la mia città, Askatasuna è Torino partigiana. Askatasuna non c’è più, ma erano “quattro mura di merda”: noi siamo tutto, ma non “noi” in quanto collettivo Askatasuna, “noi” in quanto persone che vogliono un mondo diverso e che vogliono organizzarsi senza compromessi. 

In questo sono stati valorizzati parecchio i singoli comitati di quartiere. In quel contesto il comitato di Vanchiglia ha avuto un ruolo centrale, dal momento che attualmente davanti all’Aska ci sono sei camionette, un idrante, c’è un quartiere militarizzato da due mesi e mezzo e questa roba qui ha portato delle conseguenze pratiche per la gente che vive e attraversa il quartiere normalmente abbastanza importanti. Inoltre, per forza di cose, da sempre l’Askatasuna era anche un punto di riferimento in quartiere rispetto agli spazi dei bambini, alla socialità, al carnevale di quartiere e quant’altro. Questo tipo di socialità, questo modello di assemblea eterogenea, dei comitati nei singoli quartieri sta cercando di essere un modello che si possa riprodurre in tutta la città per volontà di popolo. Crediamo sia poco fruttifero rinchiudersi nei propri spazi e difenderli fino alla morte senza vedere che c’è un mondo lì fuori che non riesce neanche a comprendere bene cosa siano questi spazi. Se perdere un posto significa poter tornare a lavorare nei contesti e fare militanza quotidiana per creare del nuovo, ce lo accolliamo.

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Discorsoni / Analisi

Il vento di Torino


«Ma c’è una grossa fila di persone,

camminano di fretta e cambian posizione,

fateli passare, piantatela di insistere…»

0. Il vento a Torino, il giorno di San Geminiano, pizzicava. Per i gas urticanti sparati sulla gente, per conto del governo, da eccitati e brutali soldati a guardia dell’esistente, in divisa blu e assetto da guerra per il fronte interno. Saturando di veleno strade e polmoni. Ma anche per la potenza elettrica nell’atmosfera, lasciata dalla grande mareggiata di settembre e ottobre, che ancora sfrigolava «nella gioia e nella rabbia». C’era voglia di esserci, bisognava esserci. Il giorno di San Geminiano, a Torino, il vento ha fischiato.

1. Crediamo che le mobilitazioni per la Palestina e il movimento del «Blocchiamo tutto» siano stati l’irruzione più forte e chiara di questo cambio di pressione nell’atmosfera. Anche in contesti “provinciali” e tendenzialmente pacificati come Modena. Giorni che sono valsi anni nella soggettività. Hanno lasciato irrisolto un salto di composizione della conflittualità sociale di cui il corteo di Torino va guardato come un passaggio. Un punto del processo di chiarificazione e maturazione nel percorso di una nuova generazione politica, figlia della crisi – di sistema, certo, ma in particolare modo di un intero ciclo di movimento di lotte – che, passo dopo passo, sta lottando per prendere coscienza di sè, dei propri compiti e strumenti nelle condizioni lasciate dai precedenti cicli, della propria possibile forza, del volto del proprio nemico. Lo scrivevamo qualche tempo fa, e già la rivoluzione ha lavorato con metodo: negli occhi senza paura di tanti ragazzi e ragazze abbiamo visto avanzare la possibilità rottura con le soggettività della sconfitta formatesi nel declino del ciclo precedente. Figli di nessuno, alla ricerca della propria tradizione del fuoco. Un processo non già dato, potente ma ancora fragile. Trovare il modo di alimentarlo, costruirlo, senza trasformarlo nella riproduzione delle ceneri.

2. Respiriamo, insieme, questo vento. Anche per non farci avvelenare, il cuore e la mente, dai miasmi che subito hanno impestato l’aria. Quelli che politicanti, giornalisti, opinionisti, guardie e servi affini stanno pompando organizzati, come un muro, lungo i canali dell’industria della propaganda che qualcuno ancora si ostina a chiamare “informazione”. Come per il genocidio in Palestina, complementare alla repressione, strumento di governo controllato dalle consorterie che sostengono l’esecutivo Meloni. Il governo coglie la palla al balzo per approfondire la sua postura poliziesca e militarizzare ulteriormente il fronte interno con il sostegno delle opposizioni. La dinamica era in corso. L’avrebbe fatto comunque, con o senza Torino: un motivo l’avrebbe trovato nel breve-medio termine. Il prossimo sciopero generale, il prossimo blocco dei porti o delle stazioni, l’ennesima “minaccia maranza”… è stata la legittima rabbia espressa dalla conflittualità sociale e la tenuta di massa di una manifestazione popolare, plurale e determinata, a dargliene motivo. C’è forse da stupirsene? C’è forse da dire altro? Quando il popolo indica la luna, lo Stato usa il manganello, e i media inquadrano il martello. Le anime belle e opportuniste della sinistra, invece, guarda altrove. Per la precisione alla propria compatibilità con lo scranno del potere. Il governo Meloni, insieme all’opposizione, si smaschera, scoprendo la propria natura e i propri obiettivi: imporre la pace interna per prepararsi alla guerra esterna.

3. Le decine di migliaia di persone, circa 60 mila, che il 31 gennaio hanno riempito i tre diversi concentramenti di Porta Susa, Porta Nuova e Palazzo Nuovo, poi confluite in unico, grande fiume in piena, hanno espresso un dato politico, quello che fa più paura – come una martellata ben assestata – alla controparte: la possibilità concreta di una ricomposizione sociale, larga e articolata, ma con segno di classe, in opposizione conflittuale all’esecutivo Meloni e ai suoi disegni bellici, autonoma dagli inutili scaldapoltrone del centrosinistra. Un governo, e un parlamento intero, nemico del popolo, complice del genocidio protratto da Israele, subordinato fedelmente ai capricci di Trump per mendicare dividendi dagli orrori dell’imperialismo americano. Tuttavia, sempre più insufficienti a tenere a galla le borghesie nazionali europee, rispetto ai costi politici, economici e sociali scaricati sulle popolazioni. Non c’è alcuna ricetta per far fronte ai crescenti bisogni e contraddizioni popolari nell’approfondirsi della crisi se non la minaccia, tramite Rete 4, di una pistola piantata in fronte da parte di una divisa. Altri margini di spesa non ce ne sono: sono tutti allocati in bombe, proiettili e riarmo. Armi che, dalle squadracce dell’ICE negli Stati Uniti, da quelle dei reclutatori in Ucraina in cerca di carne da cannone giovane e fresca da mandare in prima linea, sparano già sulle strade in Occidente. Come ben sanno anche i giovani e i proletari razzializzati che vivono nei quartieri popolari delle metropoli italiane, e tutti i morti per mano dello Stato che ancora attendono giustizia. 

4. Dalle famiglie ai collettivi, dagli studenti ai lavoratori, dalle organizzazioni palestinesi ai comitati di quartiere e ai sindacati di base, fino agli ultimi spazi sociali. La composizione del corteo nazionale ha ricalcato in parte quella classica dei movimenti sociali ma certamente ecceduto la somma aritmetica delle numerose realtà e sigle presenti in piazza. Ecceduto a partire dallo stesso motivo dello sgombero di Askatasuna. Crediamo infatti che l’intelligenza collettiva sedimentata dopo il ciclo di «Blocchiamo tutto» abbia colto precisamente in questo passaggio il significato dell’attacco del governo, non solo a quattro mura, a un’esperienza, a una proposta, a una storia radicata di lotta e resistenza che parte da lontano, ma alla possibilità stessa del conflitto sociale in una delle sue determinazioni più avanzate. L’attacco a una composizione di cui “i ragazzi di Vanchiglia”, con coerenza, rappresentano la capacità di organizzarsi autonomamente, con radicalità e pragmatismo, contro i progetti del potere di sfruttamento, impoverimento e spoliazione delle nostre vite, in tutte le sue dimensioni materiali e soggettive. Ciò che ha unito, infatti, questo embrione di resistenza di massa è stata sicuramente la volontà collettiva di rilanciare con forza e senza paura una risposta, di passare al contrattacco, contro gli amministratori delegati di un sistema sempre più disumano – il livello di marciume, collusione e intoccabilità dei ceti dirigenti politici, economici e culturali del capitalismo occidentale che sta emergendo dagli Epstein Files le classi subalterne lo hanno immaginato solo nelle fantasie di complotto –  e al capolinea. 

5. Non serve dilungarsi nel descrivere lo schifo materiale e soggettivo che la società capitalistica produce, ce lo abbiamo tutti di fronte e dentro ogni giorno, ben visibile, perché ne facciamo parte. Osserviamo il buio all’orizzonte. È la guerra che ci attende, che stanno preparando, che già infiamma, più vicino di quanto pensiamo. Dalle macerie di Gaza alle strade di Minneapolis, dalle trincee del Donbass al Venezuela. Là dentro, quell’oscurità, è dove ci sta portando il Nemico. È la sua Ombra che proietta, sempre più vicina e feroce. Ristrutturando filiere, territori e università in reparti e laboratori della «fabbrica della guerra». Militarizzando la formazione, le città e la gestione del dissenso interno; promuovendo la schedatura, il ritorno della leva e la deportazione; criminalizzando come «terroristico» il conflitto sociale. Restringendo o chiudendo ogni dimensione di libertà, contropotere e organizzazione popolare incompatibile con i loro progetti bellici e di profitto. Imponendoci un destino: quello deciso nelle aule, democratiche, del Nemico. Come imponiamo, articolandolo nella composizione, sviluppandolo nello spazio e organizzandolo nel tempo, un autonomo e massificato rifiuto di classe che rompa con quel destino, con quelle istituzioni della controparte, con quella forma di vita? è questo il nodo che, progettualmente, cogliamo nel vento, e rimettiamo nel vento.

6. Respiriamo. Insieme, senza paura. Questo vento è del nostro tempo. Arriva a folate. Ha già scompaginato tutto. Apre e chiude finestre, ribalta tavoli e quadri, disordina piani e fa traballare ciò che credevamo rigido. Mette in movimento aria prima immota, determina vertigini produttive di nuove altezze. Rinfresca le menti, rinvigorisce il cuore. Con questo vento occorre misurarsi. Cogliamone l’opportunità, preziosa. Non per muovere il proprio piccolo o grande mulino, le cui ombre spesso scambiamo per giganti. Ma per prendere il largo sulle onde, tracciando la rotta in direzione collettiva. E così spiegare le vele.

Alla conquista di un sogno comune.

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Discorsoni / Analisi

La «Generazione Palestina» tra razza, classe e protagonismo conflittuale

Le analisi e le ipotesi che seguono, e quindi le discussioni e le inchieste che hanno permesso di dare loro una forma – ancora in divenire – partono da quella composizione di piazza che abbiamo provato a definire come “Generazione Palestina”, che si è espressa con diversi gradi di spontaneismo, autonomia e organizzazione in particolar modo durante le manifestazioni e gli scioperi per la Palestina – ma passando anche per le importanti mobilitazioni per la morte di Ramy Elgaml – e contro un razzismo istituzionale e diffuso che si sono susseguiti dall’ottobre 2023 ad oggi con particolare partecipazione e incisività tra settembre e ottobre 2025, nella fase del “blocchiamo tutto”.

In quelle settimane, con il picco degli scioperi generali del 22 settembre e del 3 ottobre, abbiamo infatti assistito, anche nella pacificata Modena, a nuove disponibilità e livelli di conflittualità, sia in relazione alla soggettività che ne è stata l’avanguardia, sia per quanto riguarda la poca o quasi nulla sovrapponibilità tra espressione di conflittualità, per l’appunto, e organizzazioni “a capo” delle mobilitazioni. Queste ultime, in generale, sono state infatti spesso e volentieri eccedute, in termini di iniziativa, protagonismo e autonomia, da chi evidentemente scendeva in piazza e paralizzava tangenziali, porti, stazioni e autostrade non per alzare la bandiera del partito, del sindacato o del collettivo, ma per esprimere voglia di contare, rompere l’impotenza, e sfogare una condizione di profondo malessere, indignazione e rabbia a supporto del popolo e della resistenza Palestinesi e in antagonismo a un governo e una classe politica e dirigente che vedono il riarmo e quindi la guerra come unico orizzonte desiderabile.

Da qui la necessità di indagare i complessi, stratificati e spesso contraddittori legami che mettono in relazione la sfaccettata composizione della “generazione Palestina”, e in particolare le seconde generazioni che ne formano il nucleo pulsante, con questioni come:

– la profonda necessità di costruire forme e linguaggi organizzativi e di militanza più efficaci, slegati da modelli ingessati e ideologici della sinistra, tenendo tuttavia ben stretto il filo rosso della tradizione rivoluzionaria e delle lotte di classe collocate sui territori;

– il ruolo cruciale che razza e quindi razzializzazione svolgono come strumenti di produzione e riproduzione del sistema capitalistico, quindi coloniale e imperialistico;

– ricercare potenziali saperi, strumenti, legami confrontando l’organizzazione di soggettività politiche delle banlieue parigine con le periferie italiane rese fabbrica della guerra, verso una prospettiva di conflitto e ricomposizione che veda seconde generazioni e proletariato bianco uniti da una prospettiva di rottura e fuoriuscita insieme dalla catastrofe del presente, fatta di genocidio, riarmo, ristrutturazione bellica e guerra generalizzata.

– la liberazione della Palestina come catalizzatore e motore di cambiamento, anche alle nostre latitudini.

Come queste piazze ed esperienze hanno trasformato le soggettività che si sono mobilitate? Quali le loro genealogie, sedimentazioni e le possibili prospettive di rilancio e trasformazione? Che ruolo hanno razza, classe e religione nella composizione delle lotte presenti e future e nelle forme organizzative politiche del domani? Sono le domande che abbiamo posto e discusso, il 15 novembre 2025 al Dopolavoro Kanalino78, insieme ai Giovani Palestinesi di Modena e Reggio Emilia con Anna Curcio (ricercatrice militante, autrice di «L’Italia è un paese razzista», Derive Approdi 2024) e Atanasio Bugliari Goggia (autore di «Rosso Banlieu» e «La santa canaglia», ombre corte 2022-2023).

Buona lettura.

M.

I Giovani Palestinesi di Modena e Reggio introdurranno a una discussione interna e a un dibattito che abbiamo avuto con con altre realtà realtà del territorio, soprattutto con Kamo Modena, nel quale abbiamo tentato di unire i punti di analisi sviluppati partendo da quanto abbiamo vissuto nelle piazze negli ultimi due anni di mobilitazioni a sostegno della Palestina e nella campagna “Blocchiamo tutto” degli ultimi mesi. In questo modo, cercheremo di darvi la cornice entro la quale cogliere al meglio la portata politica e le ragioni del nostro interesse per i contributi di Anna e Atanasio. A nostro modo di vedere infatti, una riflessione sulle premesse, gli effetti e il senso profondo delle mobilitazioni per la Palestina deve prendere le mosse da una discussione sul protagonismo delle seconde generazioni e sugli strumenti che i militanti possono portare al movimento nascente.

S.

Negli ultimi due anni qualcosa di profondo si è mosso nelle piazze. Il tema della razza e della Palestina hanno mosso un senso collettivo che va ben oltre la solidarietà e l’indignazione momentanea. Abbiamo visto come abbiano risvegliato una generazione che non si limita ad una solidarietà passiva, ma che riconoscendo nel capitalismo il sistema fallimentare che continua a istituzionalizzare la violenza, ha preso coscienza del fatto che gli stessi autori della violenza, divisione, marginalizzazione e discriminazione che hanno vissuto nella loro esperienza diretta sono gli stessi che hanno interesse ad alimentare la macchina di guerra che occupa la Palestina.

Ma non solo: le seconde generazioni sono riuscite a individuare come nemico lo stesso sistema che crea anche un grande divario economico e sociale a livello mondiale, e che continua a giustificare qualsiasi morte di chi sta in basso, in nome di un progresso economico falso e illusorio, che riempie le tasche ai ricchi del mondo. Ciò poiché, dal loro punto di vista, questo sistema si ripresenta, anche se in scala ridotta, anche nelle loro vite e nelle loro scelte, costringendoli quindi di conseguenza a stare ai margini. Questa sistematica e radicata marginalizzazione la rivedono quindi in qualsiasi oppressione in giro per il mondo, in particolare in quella coloniale nel Sud globale. Questa nuova presa di coscienza ha posto le basi affinché la generazione che noi oggi stiamo chiamando “Generazione Palestina” inizia a riconoscersi e a pensarsi, e a costruirsi come soggetto politico conflittuale, mettendo da parte il ruolo di vittima che viene attribuita loro dalle narrazioni umanitarie e assistenzialistiche. 

E così ci troviamo oggi a ragionare sulla razza, affrontando di petto uno dei meccanismi principali con cui il potere continua a riprodurre diseguaglianze materiali e simboliche. La razzializzazione non è un’opinione o una sensibilità culturale, ma il mezzo concreto con cui si determina chi viene considerato parte della società e chi invece rimane sempre sospeso, precario e esposto. Influenza l’accesso al lavoro, alla cittadinanza, alla credibilità politica e persino al diritto di essere arrabbiati. Per molte persone razzializzate questo non è un concetto astratto, ma un’esperienza quotidiana. Lo vivono negli sguardi, nei controlli, nei rapporti con le istituzioni che li trattano come ospiti da gestire e non come soggetti politici. Guardare le mobilizzazioni di questi anni con questa lente permette quindi di capire perché proprio i giovani razzializzati siano stati tra i più presenti, i più lucidi e i più determinati: poiché essi riconoscono immediatamente nei dispositivi che colpiscono la Palestina gli stessi dispositivi che organizzano la loro vita qui in Europa e soprattutto in Italia. Senza il concetto di razzializzazione, questa lettura complessiva della vita e della società si perde. Conservandolo, tutto si allinea e acquista senso.

Questa generazione, chiamata anche Z – che a livello globale ha ribadito che non vuole più continuare a subire e che in Italia è composta da giovani delle seconde generazioni, da figlie e figli delle migrazioni, ma anche da chi si riconosce nelle battaglie che partono dal basso – sta riscrivendo i linguaggi e i luoghi della politica, dove l’identità non è fine a se stessa, ma un filo conduttore a tutte le lotte di liberazione. Si ritrova a volerlo fare con urgenza, ma non sempre con gli strumenti politici per farlo. Con le mobilitazioni per la Palestina, specialmente negli ultimi anni, abbiamo assistito e partecipato in prima persona, sia come GPI nazionale che sul territorio di Modena, a tentativi e successi di organizzazione e protagonismo inediti da parte di quella che chiamiamo “Generazione Palestina”. Questo, per forza di cose, ha generato situazioni che in passato probabilmente si sono verificate molto più raramente nei contesti politici e di piazze del nostro paese.

Abbiamo infatti potuto analizzare e vivere le dinamiche che si sono venute a creare tra le realtà palestinesi e quelle italiane, motivo di ulteriore spinta al protagonismo e al confronto, in alcuni casi anche conflittuale. A nostro modo di vedere, è una risposta alla costante tensione generata, da un lato, dalla spinta delle realtà palestinesi nel farsi portavoce in Italia della resistenza in tutte le sue forme del popolo palestinese contro il sionismo e la colonizzazione, oltre che di un’analisi di avanguardia del contesto politico del Levante, e dall’altro dalla tendenza da parte di molte realtà italiane alla pacificazione e al porsi “dalla parte dei palestinesi, ma non troppo”. Tutto ciò in un contesto, quello italiano e in particolare quello modenese, segnato da un razzismo istituzionale e diffuso, che delegittima e criminalizza sistematicamente il protagonismo politico, ancora più se conflittuale, delle comunità arabe. Per quanto riguarda le istituzioni, abbiamo ad esempio assistito all’entrata in vigore del decreto legge ex DDL 1660, fortemente indirizzato alla repressione di pratiche conflittuali, in particolare se portate avanti da quelle fasce di popolazione razzializzate.

Uno dei passaggi più importanti di questi due anni è stato capire quanto la battaglia non fosse solo nelle strade, ma anche nel modo in cui gli eventi vengono raccontati. I media italiani continuano a riprodurre narrazioni che infantilizzano i palestinesi e depoliticizzano i giovani arabi e razzializzati in generale. Parlano al posto loro, filtrano le loro parole, le rendono accettabili per un pubblico bianco e pacificato. Al contrario, la Generazione Palestina è riuscita a rompere questo schema. Ha iniziato a parlare direttamente senza mediatori e senza chiedere permesso a nessuno. Con video, reel, interventi spontanei in piazza, comunicati scritti da chi vive certe realtà sulla propria pelle. Tutto questo ha creato uno spazio comunicativo inedito dove è possibile dire ciò che per anni è stato censurato. Creare contronarrazioni significa quindi non solo rispondere ai media, ma costruire una voce collettiva che finalmente non dipende più dalla legittimazione di istituzioni e giornali che hanno sempre raccontato queste comunità da fuori.

Abbiamo quindi pensato che possa essere particolarmente prezioso il contributo di Anna – autrice di L’Italia è un paese razzista – per comprendere come il tema della razza, per molti versi accantonato e quindi da recuperare, sia stato e rimanga centrale nell’individuare i vari livelli di oppressione e disgregazione che il sistema capitalista ci impone, e ancora di più per capire come inquadrare un antirazzismo come lotta portata avanti da chi in prima persona è razzializzato, lasciando da parte quello che storicamente è stato un antirazzismo di matrice prettamente umanitaria e capitanato da una sinistra italiana bianca, spesso incapace (diciamo pure sempre incapace!) nel renderlo lotta politica, conflittuale e anticapitalista. 

Inoltre è emersa la complessità anche in termini di composizione politica all’interno della stessa comunità araba e tra le diverse organizzazioni arabe e palestinesi. Queste divergenze e increspature possono avere le cause più disparate: il paese di provenienza, la generazione di appartenenza, la stessa famiglia di appartenenza, il credo religioso, le esperienze politiche pregresse, l’appartenenza di classe. Discutere e fare analisi su questo punto è di enorme importanza se si vuole iniziare a smontare la narrazione comune e semplificante che vuole la comunità araba, o anche quella palestinese, e per l’appunto queste seconde generazioni di cui si parla, come qualcosa di omogeneo e facente riferimento a ideali comuni a tutte le persone che ne fanno parte. Attraverso il lavoro di inchiesta e vivendo le dinamiche descritte, andando quindi a sondare e comprendere quali sono le contraddizioni interne, si possono quindi ipotizzare una scomposizione e una ricomposizione di questi segmenti di popolazione in termini politici. Riconoscere le differenze è una parte fondamentale del lavoro politico, non perché ci debbano dividere, ma perché ci aiutano a capire chi siamo davvero e quali strumenti servono a ciascuna parte di questa composizione. Le differenze di classe, le storie familiari, la religione, il rapporto con la migrazione, il legame più o meno diretto con la Palestina o con gli altri contesti coloniali, tutto questo influisce sulle forme di partecipazione, di conflitto, di percezione del rischio, di priorità politica. In Italia spesso si parla di comunità araba come fosse un blocco unico. Questa è una semplificazione coloniale che cancella le sfumature reali. Analizzare le crepe, le contraddizioni è fondamentale, perché significa dare la possibilità a ciascuna soggettività di sentirsi vista e non costretta dentro a un’identità politica preconfezionata. È solo da questa complessità che può nascere una forza collettiva capace di durare.

Parallelamente alle realtà politiche organizzate arabe, specialmente negli ultimi mesi del “blocchiamo tutto”, nelle piazza per la Palestina abbiamo incontrato una componente altamente conflittuale e allo stesso tempo priva di una reale organizzazione. Se a Milano questo si è tradotto in decine di giovani che hanno portato avanti autonomamente, spontaneamente, gli scontri con le guardie a ridosso della stazione Centrale, nel contesto estremamente più pacificato della nostra città, Modena, questa componente si è comunque dimostrata protagonista nel blocco della tangenziale in occasione dello sciopero generale per Gaza del 3 ottobre. Quando si parla del blocco della tangenziale ci ricordiamo tutti che è stato in risposta a quello programmato e concordato da CGIL & co., con tempi e modalità ben lontani dallo slogan “blocchiamo tutto”. 

Ma la distanza dalle strutture tradizionali della politica, partiti, sindacati, associazioni storiche, non è un rifiuto a prescindere, è una risposta a istituzioni che negli anni non hanno saputo rappresentare né comprendere le trasformazioni reali del Paese. Per molti giovani, soprattutto razzializzati, questi spazi risultano chiusi, gerarchici, guidati da persone che non parlano la loro lingua e che non condividono le loro condizioni materiali. Questa frattura ha aperto la strada a forme nuove di organizzazioni, più orizzontali, più veloci, più legate ai bisogni immediati. La Generazione Palestina si muove con codici diversi, non le interessa riprodurre modelli del passato, vuole creare strumenti che funzionano oggi, che parlano ai margini, che sappiano trasformare la rabbia in potere collettivo. Questa distanza quindi non è un vuoto, è un terreno fertile per nuove forme di conflitto e di comunità politica.

La Palestina non mobilita solo sul piano politico. Per quanto riguarda i giovani, questa nuova generazione, mobilita anche sul piano emotivo, identitario e intimo. Per molti giovani razzializzati la Palestina non è lontana, è parte della propria storia familiare, dei racconti ascoltati a casa, delle ingiustizie subite a scuola, nelle questure, nei negozi, nelle istituzioni. Guardare la Palestina significa anche guardare la propria vita e riconoscere in quei meccanismi coloniali qualcosa che li riguarda direttamente. Questo ha trasformato le piazze in spazi di liberazione emotiva oltre che politica, luoghi in cui finalmente si poteva dire “io ci sono, io esisto, io ho una voce” senza filtri. Ed è proprio questo legame emotivo così profondo e collettivo che ha permesso a questa generazione di resistere nonostante la repressione, le criminalizzazioni e la delegittimazione continua.

Da qui l’importanza di porci domande sulla possibilità di organizzare e intercettare queste soggettività, per certi versi estranei ai metodi di fare militanza, prettamente bianchi e italiani; da qui, la necessità di indagare come rilanciare i due anni di mobilitazione e come queste piazze hanno cambiato chi le ha vissute. Allo stesso tempo, chi le ha vissute ha reso queste piazze profondamente diverse da quelle precedenti agli scorsi due anni. Tutto questo calato attentamente in un contesto in cui – in forme particolarmente impattanti sul tessuto produttivo-industriale e di ricerca universitaria, e quindi sociale ed economico del nostro territorio – stiamo assistendo ad una rapida e profonda conversione verso tutto ciò che fa riferimento alla produzione di componenti e software, volte all’uso bellico o al dual-use, con una prospettiva di guerra portata sempre più avanti.

Anna Curcio

Intanto vorrei ringraziarvi per l’ospitalità e la compagna dei GPI per il suo intervento, perché credo che abbia discusso dei temi assolutamente centrali. Dunque, mentre iniziavo a mettere insieme una serie di considerazioni che avevo fatto negli anni passati sulla questione del razzismo in Italia insieme all’editore abbiamo pensato che che fosse arrivato il momento di aprire uno spazio di riflessione e mettere a critica il modo in cui, perlomeno nei settant’anni dalla fine della Seconda guerra mondiale ad oggi, abbiamo considerato cosa sia il razzismo, come funzioni e quindi come sia andata definendosi la lotta antirazzista. Il titolo che ho voluto dare al mio ultimo libro – L’Italia è un paese razzista – provocatoriamente non ha il punto interrogativo perché penso che viviamo realmente in un paese razzista. Ciò però non perché gli italiani siano moralmente peggiori di altri, ma perché viviamo all’interno di società capitalistiche, e quindi coloniali. In altri termini, il razzismo è un elemento assolutamente costitutivo della storia del nostro paese e dell’identità degli italiani. Insomma, sfatare il mito degli italiani brava gente non è soltanto un modo per fare ammenda di colpe passate, ma il primo passo per comprendere qualcosa della realtà in cui viviamo oggi; finché non mettiamo in chiaro che la nostra società contemporanea è strutturalmente razzista non faremo mai un passo avanti nell’analisi e nella comprensione del nostro presente. Dopodiché, una volta che abbiamo assunto il razzismo strutturale della nostra società, abbiamo la responsabilità politica di scegliere di essere antirazzisti. Si apre così il problema per definizione, perché, come emerge anche dall’intervento della compagna, si tratta di capire come si debba essere antirazzisti e cosa non abbia funzionato in tutti questi anni.

Faccio un esempio diretto: io sono cresciuta politicamente negli anni ‘90 e noi, la generazione dei movimenti antagonisti, non abbiamo mai apertamente affrontato il razzismo. A tratti nemmeno lo nominavamo, come se fossimo incapaci di vederlo. Ci siamo certo occupati moltissimo di migrazioni, ma sempre con la pretesa di prendere parola al posto di qualcun altro, o di aiutare qualcuno “più sfigato” di noi. Era un atteggiamento che di fatto infantilizzava le persone migranti, che ci spingeva a trascurare la profondità del problema, e ci rendeva incapaci di affrontarlo di petto in modo radicale, ossia in vista del cambiamento sociale.

Ritengo poi vi sia un nodo irrisolto nella maniera in cui è andata costruendosi la memoria storica dell’esperienza del nazifascismo in Italia e in Europa continentale (sorvoliamo ora sulla questione della Gran Bretagna, che ha una storia e un rapporto col colonialismo diverso). Per farla breve, già dagli anni Cinquanta si può vedere come necessario per le classi dirigenti contenere il peso dell’olocausto e delle leggi razziali, ora mettendole rapidamente da parte, ora depoliticizzandone la portata considerandole faccende che riguardavano le classi dirigenti “di prima”. Dal canto suo, la lotta di liberazione nazionale e la Resistenza sono stati momenti storicamente cruciali, che hanno ridefinito la società italiana alla fine del regime fascista; ma non hanno avuto la capacità – oggi abbiamo la responsabilità di dirlo – di affrontare il problema del razzismo come un nodo politico fondamentale. Anzi, il razzismo era diventato un problema del fascismo. Fatto fuori il fascismo, finito il razzismo. La razza non veniva nemmeno nominata: né, fortunatamente, in senso biologico e eugenetico, ma nemmeno la razza intesa come razzializzazione, ovvero come condizione ed esperienza sociale determinante. Si è buttato il bambino con l’acqua sporca. Al contrario, le responsabilità degli italiani ci sono tutte, e il razzismo è un elemento specifico della nazione Italia, dell’italianità.

Partiamo da un dato: l’Italia nasce sulla frattura Nord-Sud. Se voi andate a rileggere la letteratura della metà dell’Ottocento, ossia degli anni in cui si faceva l’Italia, in mezzo agli afflati romantici per “un sol popolo unito”, ritrovate tutti i più triti commenti sulla gente del Sud Italia come “africani”. Due Italie e due popolazioni, una negroide a sud e una ariana a nord. Dopotutto, l’ideologia fascista non è nata dal niente, ma affondava le sue radici nel modo dominante di pensare l’Italia e l’Europa. L’Italia nasce sulla frattura del razzismo interno e, non a caso,  a nemmeno vent’anni dall’unificazione cominciano immediatamente le campagne di “civilizzazione” dell’Africa. Ora però, per comprendere realmente la portata del problema, occorre evitare le semplificazioni a cui spesso incorre la stampa e la letterature, diciamo, progressiste.

La colonizzazione non era una semplice faccenda di esportazione culturale o di fabbricazione del consenso interno attraverso un “altro” deforme, del tipo “noi non siamo europei del Sud, europei sfigati, perché siamo portatori di civiltà e capaci di conquiste”. No, l’elemento determinante consisteva nel conservare per il Mediterraneo una funzione di cerniera tra l’Europa capitalista, l’Europa della rivoluzione industriale che pompava commercio e denaro, e l’Africa profonda, “l’Africa nera”, descritta come metafora dell’arretratezza poiché ancora non assoggettata completamente al regime capitalista. Di modo che tutto ciò che non è immediatamente identificabile con la norma bianca capitalista diviene “altro”, diventa “male”. Si disegna una linea gerarchica, che viene giustificata anche come una linea evolutiva, con l’Europa del Nord in vetta, l’Africa al fondo, e tutti i paesi che si affacciano sul Mediterraneo in una sorta di zona ambigua, di contaminazione, considerati non del tutto “all’altezza” dei nord-europei ma pur sempre “migliori” degli africani. Bene, questo giudizio storico e questo ruolo nelle catene capitalistiche internazionali arriva fino ad oggi. Tant’è vero che, quando scoppia la crisi economica nel 2011, la stampa occidentale ha prodotto l’espressione “PIGS”, porci, per indicare Portogallo, Italia, Grecia e Spagna, cioè esattamente i paesi del Mediterraneo.

Tutto questo per dire cosa? Che intorno alle lotte del razzismo c’è l’occasione per aprire una partita che non è riducibile al rispetto per “i valori”, per le cortesie liberali, e li scavalca largamente in ordine di importanza. A mio modo di vedere, può aprirsi una nuova stagione politica estremamente seria. Con la Generazione Palestina oggi e in parte ieri con le mobilitazioni di Black Lives Matter i giovani hanno hanno scovato un nuovo spazio politico che non è quello dei militanti antagonisti dei centri sociali come me, che facevano le cose “per aiutare i poveri migranti”. No, la rivolta delle nuove generazioni razzializzate insiste su un punto ben più profondo: mostrando il vero volto genocida e poliziesco dell’Europa e dell’Italia, mettono finalmente sotto accusa la funzione di questi paesi di frontiera dell’Occidente negli equilibri internazionali, vale a dire nella riproduzione del capitalismo su scala globale. Avendo trovato il coraggio di mettere alla luce del sole da quale parte stia l’Europa nelle catene di dominio mondiali, la loro presa di parola e il loro protagonismo ci pongono davanti a delle domande cruciali. Quindi noi, noi militanti comunisti italiani e europei, abbiamo il dovere di fare un passo indietro e metterci in ascolto.

E ancora, fare un passo indietro e mettersi in ascolto non significa solo sentire un affresco di storie di vita tragiche, rischiando così di finire in un patetismo inutile e in una commiserazione che finisce per riprodurre le nostre fantasie da salvatori del mondo, ma vuol dire costruire percorsi comuni di lotta concreti. Solo mettendosi su questo piano di condivisione e complicità reale, una lotta antirazzista può diventare efficace e mettere in crisi le gerarchie del potere, ovvero del capitalismo razziale. Perché il capitalismo ha bisogno del razzismo per funzionare, sia a livello locale che internazionale – di esempi storici se ne possono fare a volontà. Quindi, affrontare il razzismo significa mettere in discussione il modo in cui funziona la nostra società, e interrompere quelle gerarchie che troppo spesso si sono insinuate nelle nostre pratiche. Detto fuori dai denti: se io, militante bianca, magari anche colta e borghese, aiuto i poveri migranti sfigati che arrivano qui senza il pane e li tratto come vittime inermi, sto riproducendo quelle gerarchie. Certo, è sacrosanta l’accoglienza, specialmente oggi di fronte ad un governo che la criminalizza, e dobbiamo continuare a rivendicarla; ma rimaniamo consapevoli che la lotta antirazzista è un’altra cosa. La lotta antirazzista mette in discussione le gerarchie anche tra di noi, e quindi impone immediatamente di costruire percorsi comuni. 

H.

Prima di passare la parola ad Atanasio, una brevissima premessa su come noi Giovani Palestinesi abbiamo letto il suo lavoro. Parlare della Palestina significa riconoscere che la conflittualità non è un rumore di fondo, ma la musica necessaria per dare legittimità politica a chi vive quotidianamente l’oppressione. In questo orizzonte, i lavori di Atanasio – Rosso Banlieu e La santa canaglia – non sono semplici studi, sono laboratori di senso, mappe che ci aiutano a leggere la marginalità non come una ferita dell’immaginario, ma come un terreno fertile da cui germoglia la resistenza. La Francia non è l’Italia e le banlieues non sono le periferie italiane; eppure, ciò che emerge da quei quartieri è un laboratorio politico che ci riguarda da vicino. I risultati sociali e politici che Atanasio ha saputo restituire ci offrono chiavi di lettura indispensabili per immaginare scenari futuri e speranze concrete per questa generazione che, in Italia, si riconosce nella lotta palestinese.

Le banlieues francesi ci insegnano che la conflittualità, quando diventa pratica collettiva, non è caos, ma è emancipazione. Non è devianza, ma protagonismo. Comprendere il conflitto in Palestina significa anche riconoscere che la resistenza di quel popolo non resta confinata oltre il Mediterraneo, ma si incide sui corpi delle seconde generazioni qui. È un dolore che non si limita ai racconti, ma che pulsa nelle vene, che si riflette negli sguardi, che trasforma la memoria in canto e ferita. È il peso di una Storia che non si può dimenticare, e che rende legittima la conflittualità con lo Stato quando necessario. Perché non si può chiedere a chi porta dentro la memoria colonizzazione di restare in silenzio.

Ringraziamo Atanasio perché riconosciamo la preziosità di un lavoro che ci permette di leggere la Generazione Palestina non come un fenomeno isolato, ma come parte di una genealogia più ampia di resistenze e conflitti: una genealogia che attraversa confini, che mette in relazione Francia e Italia, Palestina ed Europa, e che ci consegna la consapevolezza che solo attraverso un risveglio addolorato possiamo imprimere l’autocoscienza nei soggetti nascenti, possiamo costruire nuove forme di comunità politica e di speranza. 

Infine il tempo, che negli ultimi anni è sembrato scorrere impetuoso, travolgendo eventi e vite con una velocità che lascia senza respiro. Ma è impetuoso anche il tempo di questa generazione, che non conosce lentezza e non accetta di aspettare. È un tempo che brucia, che accelera, che pretende di essere ascoltato ora. Ed è proprio in questa urgenza che si rivela la sua forza politica. Un tempo che non si lascia disciplinare, che non si piega alla pacificazione, ma che si sa fare conflitto e speranza insieme, aprendo spiragli di futuro laddove sembra esserci solo chiusura. L’orologio si è rotto e l’abbiamo rotto noi. Questo è e sarà il nostro tempo. 

Atanasio Bugliari Goggia

Dunque, in primo luogo vorrei ringraziare i compagni e le compagne di Kamo per l’invito, Anna per aver fatto da tramite, e i compagni e le compagne dei Giovani Palestinesi di Modena e Reggio, perché è sempre un piacere assistere a un livello simile di discussione. Ora, prima di parlare delle mie ricerche, ci tengo a sottolineare che ho militato per moltissimi anni in Italia, ma da un po’ vivo in Svizzera, in un contesto di piena desertificazione sociale. Seguo l’Italia da lontano, partecipando qualche volta a qualche evento importante, quindi diciamo che non ho i gradi per scendere nello specifico su quanto è emerso negli ultimi mesi di mobilitazione in Italia. Piuttosto, è il vostro parere che mi interessa. Preferisco quindi dare un contributo facendo riferimento a quanto bolle in pentola nelle banlieues soprattutto perché credo moltissimo nel valore dell’inchiesta come strumento militante. Quello che però posso riscontrare sicuramente è che in tutti gli interventi che mi hanno preceduto ho ritrovato una serie di questioni che sono sul tavolo anche nei movimenti delle periferie parigine che avevo visto io: la divisione di classe, la divisione di razza, la cooptazione da parte dei gruppuscoli e dei partiti, le divisioni tra quella che era l’estrema sinistra cittadina francese e i movimenti delle banlieues, la repressione, eccetera. Pur a distanza di anni, molti dei punti più caldi sono presenti anche nel contesto che avete affrontato in queste settimane.

Detto questo, ci tengo profondamente a ricordare l’importanza, il valore politico e umano dell’opera di Emilio Quadrelli, perché se questi lavori sono stati possibili e mi hanno permesso di rientrare in collegamento con realtà di compagni e compagne in Italia è stato sicuramente grazie a lui. Nel suo ultimo lavoro – L’altro bolscevismo. Kamo, l’uomo di Lenin – ha cercato di capire dove sia oggi la classe, intendendo con essa più una forza antagonista che una porzione di reddito, ma soprattutto ha messo in evidenza un punto centrale e che condivido appieno: l’idea che, forse ormai da un po’ di anni, viviamo in una fase in cui il punto di vista della classe è sicuramente più avanzato rispetto alla capacità organizzativa che abbiamo come compagne e compagni. A mio modo di vedere è un dato certo da cui dobbiamo prendere le mosse, e che vorrei teneste presente come sottofondo anche riguardo a quello che dirò sulle mie inchieste.

I miei lavori nelle banlieues sono il risultato di una ricerca etnografica (cioè realizzata vivendo personalmente ai luoghi che si osservano, senza tenersi a distanza) concentrata nelle periferie al nord-est di Parigi. Per essere precisi dovremmo parlare di cités, cioè dei quartieri popolari all’interno di banlieues più grandi, che a loro volta presentano anche settori medio o alto-borghesi. Nella fattispecie, sono stato prima nella banlieue di Clichy-sous-Bois, dove furono ammazzati dalla polizia Bouna e Zyed nel 2005 e dove esplosero enormi rivolte, e infine a Aulnay-sous-Bois; se a Clichy ho cercato di condividere il vissuto quotidiano di questa periferia, ad Aulnay ho militato a tutto tondo nelle diverse realtà che si erano costituite durante quel periodo.

Diciamo che sono arrivato in Francia con un’ipotesi da sottoporre a verifica, ossia che quanto accaduto nel 2005 riguardasse non una specifica classe sociale, ma a tutto ciò ruota intorno, per usare un lessico antico, al lumpenproletariato, vale a dire a tutto ciò che è esterno al lavoro, i suoi residui, le sue frattaglie, i settori operai in declino, eccetera. Insomma, mi aspettavo di trovare nelle periferie una soggettività politica che incarnasse la rivolta dei senza lavoro. Invece mi sono ritrovato davanti a tutt’altro: per semplificare, l’idea che mi sono fatto è che in quel periodo le periferie rappresentassero un po’ un test per i nuovi modelli disciplinari in un momento di pesante ristrutturazione del sistema capitalista. Non a caso, le rivolte che hanno incendiato la Francia nel 2005 e nel 2007 (così come quelle che si sono verificate fino al 2023, anche se spesso sono state innescate da altre cause contingenti) esplosero proprio a ridosso di una congiuntura economica drammatica, dalla quale scaturì una crisi sociale probabilmente senza fine. Insomma, la mia ipotesi è che le banlieues abbiano rappresentato un campo di prova per le classi dirigenti in un momento di ristrutturazione del mercato del lavoro: un test per imporre nuove forme di lavoro, maggiormente precario e in molti casi de-regolamentarizzato al 100%, ma anche per verificare la capacità di reazione delle classi sociali. Poiché le periferie parigine hanno una lunga storia di lotte e di resistenza, i ceti dominanti in quella fase hanno provato a vedere queste nuove forme di lavoro potevano essere insediate in un contesto diciamo “di primo mondo”, e entro che limiti avrebbero risposto al degradamento della loro condizione.

La cosa per me più interessante da registrare fu che nel quadro di questo conflitto tra Stato e  padroni da un lato, e classe operaia delle sterminate periferie dall’altro, la posta in gioco che si combatteva in primo luogo era quella che ruotava intorno ai legami di solidarietà. Io sono profondamente convinto che quello che si giocava in quel momento nelle banlieues, cioè il tentativo di rendere disciplinata e sottomessa una classe sociale, passava anche dalla volontà di rompere quei legami spontanei di solidarietà che nel corso dei decenni hanno permesso alle lotte di prendere forma. La partita tra il potere e le periferie insorte si decideva intorno alla tenuta di quei legami nati in seno al proletariato.

Provo a fare qualche esempio concreto. Quando sono arrivato in banlieue si era nel picco del tentativo di cooptazione lanciato dal segretario di Stato del governo di Sarkozy, il progetto “Espoir Banlieue”. Era un piano messo in campo da Fadela Amara (ironia della sorte, Amara, cabila di una famiglia simpatizzante per l’FLN, era un’ex militante del gruppo femminista Ni putes Ni soumises) retto sulla tesi che la possibilità di uscire dalla banlieues e quindi di realizzarsi economicamente, fosse possibile solo abbandonandola, il che equivaleva a dire che il riscatto sociale passava dal ripudio dei legami di solidarietà.

A mio modo di vedere, tutto quello che si muoveva dentro le periferie partiva da questa guerra ai legami di solidarietà, che a loro volta riportavano la traccia di una lunga storia di resistenza trasmessa dai genitori ai figli. Quelle che allora erano la seconda generazione di migranti poteva accedere a una ricchissima memoria delle lotte agite dai propri padri e dalle proprie madri, nei paesi di origine, nei  percorsi della migrazione e infine agite quotidianamente dentro le periferie. Per capirci, i racconti dei giovani di 14-15 anni ruotavano intorno a un padre in cassa integrazione, a una madre depressa, a un fratello che aveva tentato il suicidio, al lavoro a cottimo: questo era il romanzo di formazione della gioventù delle periferie. La storia delle famiglie era la storia di una classe. E a tutto ciò si intersecavano i dispositivi della razza.

Faccio ora un rapido inciso, richiamandomi a quello che diceva anche Anna. Quando sono arrivato nelle periferie parigine, venivo da un periodo di disillusione profonda verso la militanza che avevo attraversato in Italia. Ero (e sono) convinto che una delle cause di questa crisi di militanza in Italia dipendesse dall’abbandono troppo diffuso di una visione propriamente di classe e di uno sguardo fisso sui rapporti economici e sociali. Quindi, guardare alle risposte della classe operaia francese di periferia era una questione urgente anche per quello che era il mio vissuto politico in prima persona. Con il tempo ci ho riflettuto molto, e anche con i contributi di Anna ho imparato a guardare più approfonditamente le sovrapposizioni della razza e della classe, ma gli input più preziosi sono venuti dalle esperienze apprese dagli insorti. Nelle periferie, infatti, la capacità di mettere in relazione l’appartenenza di classe e l’appartenenza di razza, in territori specifici, era un esercizio continuamente coltivato, che i militanti e gli abitanti dei quartieri portavano avanti come una priorità inderogabile.

Torniamo ai legami di solidarietà. Il dispositivo della razza e della classe si intersecavano a partire da una cornice territoriale: sia il governo delle popolazioni e quanto le forme di antagonismo venivano sempre modificate, calibrate e organizzate sulla base delle specificità di un luogo, dei suoi abitanti e degli elementi economico-sociali che lo componevano. Di pari passo, la guerra che si combatteva intorno ai legami di solidarietà aveva proprio nel territorio la variabile più importante. Per capirci, il periodo in cui sono arrivato io era una fase di gentrificazione potentissima, dove una delle lotte che portavano avanti i comitati territoriali era la difesa degli spazi, delle abitazioni e dei quartieri. Lì la gentrificazione, oltre ad un obiettivo economico consistente nella “messa a lavoro” di quartieri ingovernabili, fungeva anche da tentativo di espellere dalle periferie la memoria delle lotte e di oscurare le potenzialità di legami sociali spontanei intessuti dagli abitanti. Ma capiamoci bene, le periferie francesi non sono le periferie statunitensi.

Per esempio, io ho visto “mixité” razziale molto importante da un lato, e al contempo un’omogeneità sociale dall’altro. L’origine etnica e la confessione religiosa poteva cambiare tantissimo, ma rimanevano appartenenti a un tessuto sociale specifico, a un proletariato che spesso, soprattutto in una fase di crisi economica, tendeva a scivolare nel sottoproletariato; in sintesi, si trattava di una determinata composizione sociale che viveva di lavori saltuari con qualche tuffo nell’economia illegale dovuto alle condizioni oggettive di vita. La cosa sorprendente è che rispondeva a questa incertezza e precarietà strutturali affidandosi alla comunità locale, opponendosi a tutto ciò che pretendeva di penetrarle dall’esterno, e tale disposizione collettiva alla resistenza trovavano uno sfogo nei riot – i quali, a loro volta, potevano trovare anche un’estensione nazionale.

Dalla convergenza di questo spirito di rivolta, che nasceva da condizioni economiche non più sopportabili, e del senso di appartenenza comunitaria, che superava gli identitarismi etnici, si costruiva il terreno più fertile anche per il riconoscimento e l’immedesimazione con la realtà palestinese. Insomma, quei dispositivi di razzializzazione offrivano, quasi come una conseguenza non prevista dal governo o dalle forze di polizia, un utile gancio per la solidarietà con altri popoli arabi in lotta. Di pari passo, l’infantilizzazione di cui parlava prima anche Anna paradossalmente apriva spazio anche alle generazioni più giovani. In molti casi infatti la categoria di “giovani” viene impugnata dalla controparte, estendendola a chiunque, per sostenere che le persone che ne vengono bollate non sono capaci di ragionare politicamente e delegittimarne le rivendicazioni. Gli abitanti delle banlieues sono abituati a riconoscere questa ipocrisia, dimodoché nei cortei si trovavano accanto giovanissimi, soggetti più maturi e le strutture militanti senza che tra di essi si stabilissero gerarchie a priori.

Per come la vedo io, sta forse in questo il maggior punto di convergenza tra quanto avveniva in banlieue e la parte più innovativa e interessante delle ultime mobilitazioni in Italia, ovvero il rapporto tra gli abitanti più giovani delle periferie e le strutture militanti. In Francia c’erano un gran numero di realtà organizzate che in molti casi datavano agli anni a partire dagli anni ’90, ‘70 o addirittura ‘50, ma quando sono esplosi i riot che ho visto io queste si trovavano in un momento di profonde fratture interne, di crisi della militanza e di tendenza all’individualismo. Gran parte del lavoro politico di queste organizzazioni, oltre alla costruzione di un discorso teorico, consisteva nell’avvicinamento di nuove figure, spesso giovani. L’ipotesi a cui sono arrivato è che probabilmente in questi settori giovanili, fosse presente una fortissima coscienza di classe, ossia che non solo viviamo in una società di merda e razzista, ma che sia anche possibile trovare i responsabili e i beneficiari di questa loro situazione. La difficoltà stava piuttosto nella capacità di agire come un lavoro politico di lunga durata, quindi non non limitarsi alla rivolta di strada come risoluzione di tutti i problemi, e approdare piuttosto a una progettualità di più ampio respiro. In altri termini, il nodo della questione stava nel capire come passare dalla coscienza classe alla coscienza politica – il che significa appunto capire come coltivare l’esplosione violenta di strada delle contraddizioni in una lotta a una società che ci sfrutta e che ci porta a una guerra inter-imperialista. Ovviamente, lo sviluppo di queste posizioni era possibile soltanto attraverso il lavoro di comunicazione.

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Discorsoni / Analisi

«C’è chi dice sì ai militari». E anche alla polizia: il nuovo corso di Unimore

«C’è chi dice sì ai militari».

Così gongolava Il Foglio in un articolo del 5 dicembre riferendosi all’Unimore e alla sua nuova rettrice, Rita Cucchiara, fresca la polemica sul corso di Filosofia “negato” a Bologna per i cadetti dell’Accademia militare.

L’11 dicembre sotto il rettorato di Modena si è toccato con mano la sua messa in pratica concreta, che è la vera faccia del nuovo corso: sì ai militari, ma sì anche alla Digos, sì alla polizia, sì alla militarizzazione dei processi decisionali, degli spazi universitari e di opposizione. In questo caso pacifica e democratica come una proposta di mozione al Senato accademico, per l’interruzione dei rapporti tra Università di Modena e aziende e istituzioni di Israele, per non essere – studenti, ricercatori, lavoratori universitari – più complici di un genocidio.

La risposta è stata la chiusura del rettorato con democratici cordoni di polizia, che ha certificato da parte delle istituzioni i democratici sì a Israele, sì al genocidio, ma anche sì ai processi accelerati di trasformazione dell’Università in «laboratorio della guerra», reparto baricentrale e per questo cruciale della più complessiva «fabbrica della guerra» in cui si sta ristrutturando il nostro territorio, l’economia italiana e le società occidentali più in generale.

Lo spiega bene lo stesso giornalista del «Foglio», che a quanto pare ha letto con attenzione l’inchiesta pubblicata a luglio sul blog sulle connessioni tra la rettrice Cucchiara e gli apparati industriali-militari israeliani, europei e della Nato, oltre che con aziende belliche di Stato come Leonardo, attraverso una serie di progetti e laboratori d’avanguardia che interessano l’Intelligenza artificiale, il dual-use della ricerca e le politiche guerrafondaie con cui i governi come quello Meloni – ma anche quello regionale emiliano-romagnolo – tentano di uscire da una crisi capitalistica senza fine.

Se i dipartimenti come quello di Ingegneria, Informatica e Fisica sono profondamente intrecciati e dipendenti con questo processo di riconversione bellica, dato il giro di soldi, carriere e contratti che ci ruota intorno, il prossimo target sembrano allora essere le facoltà umanistiche come Filosofia, Storia, Lettere, Sociologia, Antropologia, come bacino di formazione e reclutamento dei saperi, di produzione di pensiero e discorso ai fini della propaganda e della guerra, dell’accettazione di un destino di mobilitazione militare a fianco di Nato, Usa e Israele per “fermare il declino” di questo sistema di sfruttamento, morte e genocidio.

In una piccola città democratica ma già ampiamente militarizzata come Modena, con la riconversione in atto della Motor Valley in Tank Valley e dell’Unimore in Ricerca & Sviluppo per la Difesa con l’avvallo della CGIL e delle consorterie del PD, può accadere però che l’imprevisto irrompa. L’abbiamo sperimentato tra il 22 settembre e il 3 ottobre, quando una forza collettiva si è manifestata bloccando tutto, spaventando governo, opposizione e padroni, e obbligando ogni organizzazione, sindacato o struttura collettiva a porsi il problema dei propri limiti. Crediamo si tratti di una discontinuità da continuare a interrogare con «sdegno e tenacia, scienza e ribellione», ovvero con metodo, per inchiestarne la composizione, prefigurare le linee di tendenza del conflitto, sperimentare organizzazione e ricomposizione. Perché il punto di prospettiva di un militante è sempre il tentativo di anticipare il possibile, per sovvertirlo nell’imprevisto. Chissà che si possano prendere a calci i piedi del tavolo e rovesciarlo sulle ginocchia di chi ha in serbo un futuro orribile per tutti noi…

[Ringraziamo «Il Foglio» per l’inaspettato interessamento all’inchiesta – apprezziamo quando organi del nemico di classe convalidano un lavoro dei compagni, che a quanto pare ha colpito nel segno – e per la citazione di Kamo come «collettivo rosso»: va benissimo aggiungeremmo solo: compatto e autonomo. Come ogni bandito comunista che si rispetti].

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Kultur / Cultura

Generazione Palestina. Razza e classe in Italia al tempo della Resistenza globale al genocidio

«Generazione Palestina» è quella composizione giovanile che abbiamo visto mobilitarsi, trainata dal protagonismo delle seconde generazioni, catalizzando e prendendo la testa delle mobilitazioni degli scorsi due anni contro il genocidio a Gaza e a fianco della lotta palestinese.

Si sono formate nuove militanze e militanti, collettivi ed esperienze organizzative, si sono riaccese una politicizzazione di massa e una disposizione alla conflittualità da tempo sopite, con forme inedite di protagonismo ancora da comprendere e pensare, partendo dall’organizzazione che ha caratterizzato le piazze dal 7 ottobre 2023, passando dalle mobilitazioni per la morte di Ramy Elgaml e contro un razzismo istituzionale e diffuso, fino il dirompente spontaneismo del «Blocchiamo tutto!» dell’ultimo mese.

Come queste piazze ed esperienze hanno trasformato le soggettività che si sono mobilitate? Quali le loro genealogie, sedimentazioni e le possibili prospettive di rilancio e trasformazione? Che ruolo hanno razza, classe e religione nella composizione delle lotte presenti e future e nelle forme organizzative politiche del domani?

Ne discuteremo sabato 15 novembre alle ore 16 al Dopolavoro Kanalino78 di Modena con i Giovani Palestinesi d’Italia, Anna Curcio (ricercatrice militante, autrice di «L’Italia è un paese razzista», Derive Approdi 2024) e Atanasio Bugliari Goggia (autore di «Rosso Banlieu» e «La santa canaglia», ombre corte 2022-2023), mettendo a confronto – e perché no, in contrasto – le esperienze e il lavoro di inchiesta politica maturati nelle nostre piazze, il tema sempre centrale della razza, fino alle ricerche effettuate sulla composizione politica delle banlieue parigine e sulle periferie delle città italiane.

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Troppo fuorismo / Inchiesta

Aria frizzante. Un punto di vista dalla provincia sulla marea del «Blocchiamo tutto»

0. Ci sono giorni che valgono anni. Le ultime settimane, dal 22 settembre al 4 ottobre, sono state tra questi. Anche a Modena.

1. Due scioperi generali che hanno travalicato le appartenenze (o non appartenenze) sindacali e fermato, rallentato, sabotato, la fabbrica della guerra che è nel suo complesso il sistema-Italia e di cui Modena è uno dei suoi reparti più avanzati. Una composizione eterogenea e trasversale di massa e diffusa che ha utilizzato strumentalmente e pragmaticamente le scadenze di sigle, collettivi e delle più svariate infrastrutture organizzative per scendere in mobilitazione permanente. Che, capillarmente, dai territori metropolitani a quelli provinciali, su livelli di intensità variabile da territorio a territorio, ha occupato le strade, le piazze, le facoltà, le scuole, i magazzini, gli stabilimenti, le stazioni, le tangenziali, tentando di praticare con slancio e determinazione l’obiettivo del “blocchiamo tutto”. Una oceanica manifestazione nazionale che ha fatto tremare, per la prima volta, un governo di postfascisti, atlantisti e sionisti – scappati fuori Roma – a digiuno di opposizione. Per non parlare, appunto, delle imbelli, inutili e ipocrite opposizioni della Sinistra, atlantista e sionista, saltate a bordo all’ultimo – citofonare Landini e Schlein – per timore di rimanere naufraghe.

La marea dei 30 mila a Modena. Sciopero generale per la Palestina, 3 ottobre 2025.

2. L’avevamo percepito il lunedì di sciopero generale che l’aria non era più la stessa. Certe cose le senti: ti lasciano il sapore dell’elettricità in bocca. Il 22 settembre abbiamo assaporato un gusto che non sentivamo da molto tempo a Modena.

La manifestazione degli studenti è rumorosa e con numeri (circa 400-500) che non si vedevano da decenni – anche se a maggioranza liceali e con poco apporto di seconde generazioni – portati per la gran parte dal “lavorio invisibile” di un gruppo di giovani senza pregressi politici nato, più o meno spontaneamente, un paio di settimane prima, “Giovani di Modena per la Palestina”. Piazza Grande è ingrossata da lavoratori delle più disparate categorie: operai della logistica e non solo, professionisti e partite iva, insegnanti, impiegati dell’industria, tecnici, precari, operatori delle cooperative, tirocinanti, universitari, perfino i funzionari della CGIL. La manifestazione arriva a contare circa 3000 persone e si carica di un’energia che neanche i soliti, interminabili comizi al microfono riescono a spegnere. C’è voglia di bloccare davvero tutto di fronte a un genocidio trasmesso in diretta dalla Palestina e alle minacce di Israele alla Flottiglia.

Ma questa voglia non si riduce a questo, crediamo. La Palestina è simbolo e pretesto ricompositivo per forze e motivi che agiscono nel profondo delle soggettività e della composizione che si è manifestata – in primo luogo attraverso una generazione politica formatasi a partire dal primo ciclo di lotte postpandemiche del 2022, situate dentro lo sviluppo dello stato di guerra e del caos globale crescente.

La piazza viene fatta sfogare in un corteo selvaggio e liberatorio per il centro città, fino ad arrivare davanti all’Accademia militare. E qui, al culmine della forza, fatta inspiegabilmente sciogliere dai leaderini dei gruppi e sindacati che l’avevano promossa e guidata, sotto le pressioni della digos e l’indisponibilità a cogliere o solamente riconoscere il momento propizio per un “passo in più” praticabile. «Grazie a tutti, per oggi è finita qui». Molti giovani partecipanti, a grossi capannelli, sono rimasti lì, come delusi, ad aspettare un proseguimento che non ci sarà, mentre gli attivisti e i politicanti se ne tornavano a casa: «come, tutto qui? Oggi è già finita? Non si poteva fare un passo in più?»

Sciopero generale per la Palestina, 3 ottobre 2025.

3. Due settimane in cui la mobilitazione serale è stata continuativa e partecipata – gli stessi presidi che un mese prima contavano 70 persone appartenenti al ceto politico si sono visti ingrossare fino a 400-500 partecipanti spontanei di quella composizione emersa il 22 – hanno portato allo sciopero generale di venerdì 3 ottobre.

La CGIL, tirata per la giacca, per non perdere la propria base è scesa in campo con i reparti corazzati. A Modena, un servizio d’ordine imponente, 150 pettorine rosse, a collaborare fianco a fianco coi distintivi e i caschi blu. I rapporti di forza modificati impongono un accordo preventivo tra la questura e il suo omologo sociale cittadino: viene concessa la tangenziale, passeggiata dall’uscita 8 all’uscita 10, e poi via al parco Ferrari. Il corteo partito da piazzale Primo maggio è imponente e inedito per Modena: record storico di 30 mila persone. Una manifestazione di massa, popolare, composita, con tantissimi giovani. L’apporto delle seconde generazioni e delle comunità arabe è consistente. Per l’occasione, crediamo, anche i tecnici e professionali, ancora non toccati dalle proteste, si sono mobilitati.

Il corteo passa di fronte alla stazione dei treni tranquillamente, perché è impenetrabile, blindata dalle camionette dei reparti mobili e presidiata dalle truppe incordonate della Camera del Lavoro, fianco a fianco alla Polizia di Stato. Il serpentone entra infine in tangenziale, come da copione, ma è all’altezza dell’uscita 10 che, nei piani dei tristi gestori dell’esistente, qualcosa va storto.

4. Alla fine del percorso, un piccolo ma combattivo pezzo di corteo scavalca spontaneamente il guardrail passando sull’altra carreggiata vietata dagli accordi, rifiutandosi di uscire dalla tangenziale. Ci sono ragazzi e ragazze di seconda generazione a incitare, seguiti da studenti delle superiori e universitari, giovani lavoratori e più anziani con famiglia al seguito. Persone “normali” e qualche compagno più o meno sciolto. Assenti i partiti rivoluzionari, i collettivi studenteschi e universitari, le sigle nazionali dure e pure. «Abbiamo detto che blocchiamo tutto? E allora facciamolo davvero!» è la voce unanime. C’è un pezzo di composizione sociale che vuole fare DAVVERO quello che gli slogan dei militanti ripetono, senza farsi prendere in giro. È ritenuto possibile, senza troppi timori: il momento di rischiare, di avere coraggio, è ora. L’esempio della Flottiglia è lì davanti.

Eccedenze. Scavallare il guardrail. Il momento del coraggio. Blocchiamo tutto.

Il corteo è in stallo sia per la polizia sia per l’indecisione dei più a “scavallare”, nonostante quel pezzo di corteo più determinato a praticare l’obiettivo diventi progressivamente più nutrito. Il tempo di blocco si allunga, le contraddizioni arrivano fino al carro di testa, tra gli organizzatori, mentre in strada il fronteggiamento con la polizia si fa sempre più teso. Fino a che un argine si scioglie: mentre il grosso della manifestazione rientra nella compatibilità e riparte sul percorso concordato, alcune centinaia si riversano invece sulla carreggiata opposta, raggiungendo il blocco e trasformandolo in un corteo selvaggio e autonomo fino all’uscita 10 bis. Da qui, praticato il blocco con i propri tempi, lo spezzone si ricongiunge al corteo principale tra cori e battimani, accolto dagli applausi della gente. Non quelli delle burocrazie sindacali e politiche, in primis CGIL, che volevano “bloccare tutto” ciò che c’è di possibile.

5. Perché soffermarsi su un evento così apparentemente insignificante, nel racconto di queste giornate che hanno visto complessivamente ben altro livello di scontro o blocco anche solo nelle vicine Bologna e Reggio? Perché, in un contesto specifico come Modena, di tradizionale bassa conflittualità, pesantezza del controllo socialdemocratico e grande solidità di recupero sistemico delle istanze subalterne e delle spinte sociali, questa piccola forzatura non avrebbe potuto conquistare l’obiettivo del “blocchiamo tutto” fuori dalla compatibilità istituzionale e dal copione imposto dall’alto e accettato dalle organizzazioni se non fosse stata trascinata da un’eccedenza, certamente di minoranza ma non minoritaria, di composizione, capace di esprimere una forma di autonomia in nuce, una disponibilità – appunto – a “scavalcare” non solo il guardrail e la paura, ma tutte quelle barriere fatte di ritualità, schemi, appartenenze, logiche bottegaie e leaderini opportunisti riprodotte da alcuni tipi di strutture politiche e sindacali che, in tali occasioni, agiscono da tappo. Insomma, una piccola traccia, ma significativa, del cambio di passo di composizione che queste giornate hanno espresso, anche a Modena, su livelli di conflitto e di forza più avanzati da quelli dati dagli stessi militanti, attivisti, organizzazioni. Per chi sa vedere, non è poco.

Servizio d’ordine della Cgil.

6. Non possiamo sapere, a questo punto, se sia nato, o stia nascendo, un ciclo. Inteso come processo di medio-lunga durata di mobilitazione, politicizzazione, organizzazione del conflitto sociale e di classe, che eccede, rimescola, trasforma le soggettività in esso coinvolte, le identità prestabilite, le stesse organizzazioni o rappresentanze che l’hanno promosso, cavalcato, inseguito. Rovesciando – e ricostruendo – l’immaginario collettivo, sovvertendo le forme di militanza e segnando quelle di vita. Una dinamica ricompositiva e un movimento d’attacco allo stato di cose presente. Occorre andarci ancora cauti, nonostante la straordinaria potenza di queste giornate.

7. Sappiamo però che, in queste convulse settimane di tempo sospeso, non più stretto nel pugno di coloro che comandano sulle nostre esistenze, un lungo e asfissiante ciclo di immobilismo, passività, rassegnazione, che aveva galleggiato su di uno stagno di grigia depressione, si è rotto. O quanto meno, incrinato: la pace del nemico si è infranta in crepe e fratture di possibile concreto. Da cui filtra – forte, potente – aria fresca e frizzante di cui riempirsi i polmoni. È la gioia autentica, condivisa, della lotta quando è di massa e va all’obiettivo. Di riconoscersi complici e compagni in essa, spezzando le solitudini e scacciando l’impotenza. Di prendere coraggio, come i marinai della Flottiglia, e assumersi il rischio quel passo in avanti in più, come scavalcare un guardrail insieme, perché è questo il momento, e non servono altre parole se non “Blocchiamo tutto”.

Verso l’uscita 10 bis.

8. E adesso? Come tenere aperta, dare continuità e allargare questa frattura da cui ha spirato un vento che ha scompigliato tutto e tutti? Attraverso quali forme sostenerlo, potenziarlo, farlo crescere più forte contro il governo e la fabbrica della guerra, del genocidio, dello sfruttamento, senza imbrigliarlo sui mulini del nemico che si chiamano Sinistra, delega, pace (per chi comanda), o lasciarlo spegnere nelle stanze chiuse della competizione sindacale, delle parrocchie di partito, delle botteghe di Movimento, del mercato delle vacche delle strutture? Funziona ancora lo strumento “assemblea di collettivo/partito/movimento” con una composizione che, almeno in questa prima fase, non ha riempito le fila dei vari gruppi militanti ma le piazze, i cortei, intesi come evento a cui partecipare, esperienza da vivere, in cui esserci, in cui imporre una propria autonoma presa di parola e decisione? Da dove può passare il ruolo dei militanti, la costruzione di un immaginario desiderabile, la formazione di controsoggettività negli spazi e nei tempi aperti da queste settimane? C’è tutto un cantiere di inchiesta, conricerca, scienza dell’inaspettato e immaginazione organizzativa da aprire, insieme alla necessità di intelligenza collettiva condivisa, di discussione franca e di produzione di punto di vista, oltre che di pensiero, forte.

9. Mossi più da domande che da certezze, con punto di vista parziale, per ora qui ci fermiamo.

10. «Si deve ricercare la pace quando la si può avere; quando non si può, bisogna cercare aiuti per la guerra». Thomas Hobbes, De Cive, 1642.

Di questo discorso e di cosa lo precede rimandiamo all’incontro dell’11 ottobre con la redazione di Infoaut e con i compagni di Askatasuna Torino per discuterne, a partire dalla presentazione del documento «La lunga frattura», al Dopolavoro di via canalino 78, a Modena.

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Discorsoni / Analisi

Guerra e industria della formazione. Il conflitto dentro scuola e università

Note per approfondire la discussione

La guerra che viene è il grande fatto del nostro tempo. Cifra del presente e tema centrale intorno a cui tutti gli altri si ricombinano, si ristrutturano, si organizzano. Tra questi, la scuola e l’università, punti nodali della riproduzione capitalistica e sociale.

Da una parte, come «industrie della formazione» atte a produrre e disciplinare la merce oggi più preziosa: quei soggetti che verranno chiamati a lavorare e combattere per la guerra dentro fabbriche, magazzini, laboratori, aule e uffici, o direttamente sul campo di battaglia. Dall’altra, tuttavia, come luoghi di mobilitazione giovanile e comportamenti di rifiuto che negli ultimi anni, intorno ai conflitti globali, e in special modo la Palestina, che coinvolge anche le dimensioni decoloniale e della razzializzazione interne alla composizione di classe delle nostre latitudini, hanno visto una nuova generazione politica prendere parola, tra tentativi di conflitto, spontaneità e contraddizioni.

Come si stanno trasformando scuola e università dentro la guerra? Quale funzione sono chiamate a ricoprire, da Stato, imprese e politica, nell’organizzazione, mobilitazione, e produzione bellica? Quale ruolo degli istituti tecnici e professionali, baricentrali per la formazione della forza lavoro specializzata per la fabbrica della guerra e al contempo alla formazione allo sfruttamento, con alta concentrazione di soggettività razzializzate, ma sovente esclusi o impermeabili agli interventi politici? Quali sono i soggetti coinvolti dentro i processi di trasformazione e che istanze, pulsioni e visioni materiali esprimono (o possono esprimere) nelle mobilitazioni contro la «fabbrica della guerra»?

Sono queste alcune piste da cui siamo partiti nella discussione del primo incontro del ciclo «La fabbrica della guerra», organizzato il 12 ottobre 2024 al Dopolavoro Kanalino78 a Modena, con studenti – militanti di collettivi e organizzazioni – attivi nelle lotte di scuole e università. Un ciclo pensato come una macchinetta per inchiestare soggetti, territori e processi coinvolti in questo tempo di guerra da decifrare e sovvertire, e inquadrare nuovi strumenti, punti di vista, elementi in grado di affrontarne la complessità all’altezza giusta – obiettivo sicuramente alto – dei problemi.

Vogliamo qui, in questa introduzione agli interventi, elaborare meglio il nostro punto di vista su alcuni nodi che la discussione con i compagni ci ha permesso di definire meglio. Senza certezze in tasca, se non quella della materialità dei problemi che si pongono collettivamente, e alcuna ricetta per l’avvenire, se non quella di porre tale materialità a verifica e alla proficua discussione, che speriamo possa approfondirsi e costruire un punto di vista più avanzato sui problemi, insieme a tutti i compagni validi come quelli intervenuti al dibattito.

Il protagonismo sociale, o della ricerca dell’autonomia

Tagliando subito con l’accetta, dagli interventi del dibattito crediamo emerga chiaramente un punto critico di questa fase, che non è una novità ma portato lungo di fasi precedenti che non possiamo qui approfondire: la debolezza, quando non proprio assenza, di protagonismo sociale dei soggetti – in questo caso, appunto, studenti, ma il discorso si può generalizzare. Protagonismo sociale che possiamo (e ci piace) chiamare anche autonomia, con la a minuscola. Se c’è un nemico da scardinare, è questo non protagonismo, questa passività, che come Kamo abbiamo toccato con mano direttamente anche a Modena nelle esperienze e negli incontri avuti insieme al soggetto giovanile della nostra città.

Questo non protagonismo, dal nostro punto di vista, può assumere varie forme.

La più immediata è il ritirarsi individuale e individualistico da ogni tipo di partecipazione collettiva, da processi di attivazione e decisione dove mettere in gioco la propria forma di vita che lo status quo capitalistico ha assegnato alla nascita, dal farsi avanti all’interno di una dimensione di mobilitazione che ecceda il proprio io e lo arricchisca, in una sintesi non più scindibile, in un noi. Il ritirarsi, quindi, in un privato oggi sovrapponibile completamente al mondo della merce, al suo più o meno edonistico e nichilistico godimento. Il godimento davvero povero della potenza della vita fatta coincidere col segno impresso su di essa dal rapporto sociale di capitale. Questa è la forma che è stata chiamata e che riteniamo corretto chiamare della diserzione, maggioritaria oggi tra gli studenti oltre che nella società più complessiva, con tutte le sfumature e gradazioni del caso: dal votarsi all’imperativo di arricchimento facile e veloce che la ragione neoliberale, ancora nella sua fase di putrefazione, promette possibile e auspicabile (magari cavalcando la schizofrenia dei flussi tramite app di trading e criptovalute che hanno reso portatile la speculazione finanziaria), al ritagliarsi una nicchia di comfort, civile e moralmente sostenibile, vivibile e discretamente sensibile, nel caos sempre più crescente della realtà percepita.

Ma vediamo anche la forma della delega del proprio protagonismo a un ceto di attivisti “professionisti”, scegliendosi il “brand” identitario che più aggrada o si addice al proprio curriculum, accontentandosi di seguire, condividere, likeare – nella vita vera come si fa sui social – contenuti fruiti ma mai prodotti dalla propria autonomia, per poi passare ad altro al cambio di trend; fruizione passiva, momentanea, di cause o lotte, da utenti consumatori, che in una città come Modena le articolazioni istituzionali e le cinghie di trasmissione del centrosinistra (spesso coincidenti) hanno buon gioco a sussumere e capitalizzare nei propri meccanismi, con risorse materiali e di posizione adeguate ad assorbire e rendere compatibile ogni piccolo sussulto di protagonismo potenzialmente di rottura. È questa la forma debole e impalpabile della società civile, di cui spesso abbiamo visto processi organizzativi e di lotta finire per scambiare un suo sfruttamento tattico come soggetto di riferimento e fine strategico. Se certi tipi di segnali di protagonismo vengono facilmente assorbiti da questa forma, crediamo che il problema non sia tutto sui limiti dei militanti che non li hanno saputi intercettare e deviare: spesso il problema è nelle soggettività stesse poco interessanti (e interessate) ai fini della rottura.

Infine, per ultimo, ma spesso non meno problematico per lo sviluppo di autonomia, quello che può sembrare un ossimoro: il non protagonismo che rischia di esprimersi attraverso la militanza. Una forma di militanza che coincide con l’adesione a organizzazioni partitiche, gruppi protopartitici, sindacalistici o attivistici che negli ultimi anni, a fronte del blocco dello sviluppo di larghi sommovimenti di classe o di pezzi di classe, tanto reali quanto spuri, su istanze materiali di soggettività altrettanto ambivalenti quanto reali (pensiamo, in questo senso, a ciò che è stata l’Onda tra 2008 e 2011, o all’irrompere delle lotte dei facchini tra 2011-2014), abbiamo visto fiorire e diffondersi, coinvolgendo pezzi non secondari delle nuove generazioni politiche emergenti. Gran parte delle organizzazioni, delle più varie tendenze e strutturazioni nazionali (perfino internazionali), rispondono facilmente alla richiesta di certezze da parte di soggetti giovanili che affrontano i loro tempi con ben poche di esse in tasca. La certezza di un’identità, in questo caso politica, di un percorso strutturato, di un’ideologia canonizzata, di una comunità costituita, di una parola d’ordine, del contenuto di un volantino, di una prassi consolidata, magari già decisi altrove o legati a lotte di altri pezzi di mondo, facilmente solo da seguire o applicare. La sensazione di fare qualcosa non solo di giusto, ma di rilevante, “sul pezzo” della cronaca: anche se non si può cambiare niente della propria vita, almeno ci si sente parte di una comunità o di una potenza lontana che agisce. Qui sono senza dubbio confluite molte energie e intelligenze politiche mosse negli ultimi anni dalla ricerca, non senza ambivalenze o difficoltà, di protagonismo, o che hanno espresso timidi ma importanti segnali di esso. Qui, purtroppo, possono finire per ristagnare, esaurirsi o riprodurre l’esistenza di quei contenitori che, nella nostra particolare esperienza, sono risultati tuttalpiù scatoloni vuoti: collettivi o sigle a uso e consumo della politica “nazionale” o dei politicismi dei gruppi territoriali che, come a un mercato delle vacche, si contendono l’adesione di questo soggetto giovanile a colpi della miglior offerta simbolica, ideologica, organizzativa, secondo anche logiche di targetizzazione. Non di certo strumenti territorialmente e soggettivamente situati di conricerca, espressione e potenziamento delle potenzialità di protagonismo e lotta delle soggettività giovanili a partire dalla materialità situata di esse. Questa forma di militanza, oltre a essere alla lunga impoverente invece che arricchente, crediamo sia anche “rischiosa”: fiorente e apparentemente solida nelle fasi di “calma”, dove la spontaneità sociale è debole e l’autonomia arretrata, quando il rischio è quello di far coincidere la militanza all’esperienza di “marcare il cartellino”, si può dimostrare estremamente fragile invece quando investita dalla potenza di un movimento reale, spurio, di soggetti sociali in tutta la loro contraddittorietà e ambivalenza, capace di squadernare ogni certezza, identità, linguaggio, comunità precostituiti se non radicati in un autonomo punto di vista e un metodo della conricerca. Lo diciamo senza nessuna nostalgia di forme di militanza tanto intense quanto fragili, che richiedono e bruciano tutto nei tempi corti, vuoti e accelerati dell’età giovanile e universitaria, ma non reggono ai tempi dilatati, pieni e anche frustranti della maturità lavorativa, affettiva, anagrafica.

Per una lettura critica della diserzione

Non ci convince del tutto, oggi, la parola d’ordine della diserzione, evocata nelle mobilitazioni in ambito universitario. Utile come concetto suggestivo d’agitazione contro la guerra, ci pare più debole sulla linea della controsoggetivazione, come comportamento su cui fondare un processo organizzativo. Non ci convince la sua potenzialità sovversiva all’interno dell’attuale fase della congiuntura di guerra, dove non c’è ancora mobilitazione di guerra da cui disertare, ma tutta da capire la forma stessa della riorganizzazione del comando sul sociale in funzione della forma guerra che si sta dando o si darà.

Può essere la diserzione una tendenza su cui inserirsi, anticipando e radicandosi nell’ambivalenza di un comportamento sociale spontaneo poi da trasformare in rifiuto organizzato? Senza ricette, con la sola certezza che sarà la messa a verifica nella prassi militante della conricerca a dare la risposta, proviamo ad articolare alcuni punti critici utilizzando la storia, la nostra storia, la tradizione che ci siamo scelti.

La diserzione, la dimissione, il ritirarsi, nella situazione concreta di oggi, è un comportamento ambivalente o di rottura, come è stato, per fare un esempio, il rifiuto del lavoro in un’altra epoca che ci è alle spalle?

Il rifiuto del lavoro è stato espressione di una determinata composizione di classe dentro una determinata organizzazione di fabbrica. Un comportamento, in forme anche passive, di una minoranza non minoritaria di operai, di un’avanguardia però di massa, dentro e contro la fabbrica fordista degli anni Sessanta – anche contro altri pezzi di composizione! – e poi nella fabbrica sociale degli anni Settanta. Comportamento che, prima scoperto e anticipato grazie alla conricerca operaista, e poi organizzato politicamente dai militanti nella lotta dentro la produzione e diffuso conflittualmente nelle articolazioni della riproduzione sociale, ha inceppato per un decennio il profitto come variabile indipendente della riproduzione capitalistica.

Oggi, dalla nostra visuale, la diserzione è un comportamento già maggioritario e generalizzato. Non solo degli studenti medi e universitari, ma dell’individuo democratico complessivo prodotto dalla società neoliberale. La diserzione non la vediamo come il comportamento ambivalente di un’avanguardia potenzialmente conflittuale, ma la normalità della forma di vita della maggioranza, praticata però in forma individuale e individualista, ripiegata nel privato, nella ricerca edonistica del piacere, nella solitudine del lavoro.

Uno studente che “diserta la guerra”, oggi, al tempo della diserzione già sociale, cosa rischia di rompere? Rompe uno status quo, una condizione,  o la riproduce, attraverso lo stesso meccanismo con cui poer esempio l’astensionismo maggioritario oggi non è tanto espressione di una radicalizzazione politica antisistema ma più sintomo dell’assenza di una politicizzazione della società?

La diserzione è stata una scelta di campo concreta, materiale, alla base della formazione del movimento partigiano nell’autunno-inverno del ’43. Una scelta di campo imposta dall’alto, praticata con le spalle al muro, che metteva in gioco la vita: o l’arruolamento nella Guardia nazionale repubblicana di Salò, le camicie nere, o la via della clandestinità, che per un pezzo di quella generazione cresciuta nel fascismo ha significato la via dei monti, a raggiungere i primi nuclei di soldati sbandati, fuggitivi, ex detenuti, dove i quadri politico-militari dei partiti antifascisti ancora erano pochi. Fu quella scelta di diserzione di una minoranza a formare le prime bande partigiane: diciannove mesi dopo, sarebbero discese sulle città del Nord Italia in formazione disciplinata di esercito guerrigliero.

In quel momento, la politicizzazione e la militanza, prodotte nella lotta partigiana, hanno visto come passaggio preliminare obbligato una diserzione. Nelle condizioni di oggi la militanza, la controsoggettivazione in una forma di vita militante, riuscirà a costruirsi attraverso un comportamento che è già socialmente maggioritario ma senza alcun tipo di rottura con la forma di vita dominante, che è sì diserzione dal comando di guerra ma anche diserzione da forme di conflittualità, rottura, ricomposizione?

Conclusioni, malgrado il discorso sia lungo e incerto

Ecco allora una domanda a guidarci. Dentro la «fabbrica della guerra», come alimentare i segnali di protagonismo, a Modena ancora timidi e insufficienti, espressi dall’avanzare di una nuova generazione politica che abbiamo visto attraversare varie fasi di mobilitazione (dalla scuola alla Palestina), ma stenta ancora a trovare forme autonome di protagonismo? E poi: come costruire una militanza capace di cavalcare le vertigini, stare sulle ambivalenze, ribaltare le certezze per costruire radicamento, progettualità e ricomposizione?

È ancora e sempre lo stesso ordine di problemi, che come Kamo abbiamo contribuito a discutere e provato a nostro modo ad affrontare; altri, questi ultimi anni, lo hanno sicuramente sviluppato meglio con ben altri strumenti, possibilità ed esperienza. Alla nostra piccola altezza, ci sentiamo di inquadrarlo dentro le suggestioni e le piste di ricerca politiche lasciateci da Mario Tronti nel suo ultimo, postumo, scritto politico e militante. Salvare la rivoluzione dal Socialismo, salvare la libertà della Democrazia, dice Mario – e, aggiungiamo noi, salvare l’autonomia dal Movimento. Da quello che è stato il ciclo, oggi esaurito, dei centri sociali e del centrosocialismo, entro cui per tutta una fase si è espressa la militanza autonoma. Nel presente, per il domani, si tratta di salvare l’autonomia possibile di nuovi soggetti da quello che, per semplicità e in mancanza di termini migliori per capirci, prende oggi le vecchie forme del Movimento. C’è un lavoro da fare, di ricerca, di elaborazione, di immaginazione. Senza l’ambizione di sapere che quel tempo, il più inattuale, verrà. Perché il mondo e il tempo che stanno per arrivare, tutto lascia prevedere che saranno al seguito del mondo e del tempo che sono già arrivati. Facciamoci trovare pronti per domani, preparandoci oggi all’inaspettato.

Di seguito gli interventi che hanno aperto la discussione. Buona lettura.

 ***

Marina – studentessa, militante di Osa

Visto che tutto quello che abbiamo fatto nelle scuole in questi anni come studenti organizzati si è basato sull’analisi della realtà, prima di parlare di scuola due parole sul contesto generale e sul periodo storico in cui ci troviamo.

La guerra, dall’Ucraina al Mar Rosso passando per la Palestina, è diventata il fattore centrale. E l’Italia, nella guerra, assume un ruolo centrale. Segue le politiche della Nato, aumenta le spese militari al 2% del Pil, continua a inviare armi, e per farlo toglie i soldi alle scuole, all’università (la recente manovra finanziaria prevede 500 milioni di tagli al Fondo per il finanziamento ordinario delle università), alla sanità, alle spese sociali.

Come studenti organizzati è stato importante quindi individuare il nostro nemico per mobilitarci: il governo. Un governo guerrafondaio, un governo della guerra, quello delle Destre, della Meloni.

Per lavorare nelle scuole, abbiamo quindi colto la contraddizione dei soldi che invece che essere usati per la nostra formazione vengono usati dal governo nelle guerre in cui l’Italia è complice e corresponsabile: le conseguenze le vediamo quotidianamente in tutti gli istituti da Nord a Sud, dove ogni giorno cadono pezzi di soffitto sulle classi, mancano le risorse per metterli in sicurezza dopo disastri ambientali come l’alluvione in Romagna, mancano spazi o materiali per fare lezione, mancano veri sportelli d’ascolto e assistenza psicologica, manca una vera educazione alla sessualità.

Abbiamo riconosciuto il nostro nemico in una classe dirigente che utilizza la filiera della formazione per far passare l’ideologia dominante e per mantenere il consenso. Scuola e università come apparati ideologici di Stato, e manganelli e stretta repressiva per chi protesta [si veda il Decreto sicurezza ddl 1160, ndK]. Ci è stata consegnata una scuola che non ha più quel senso di emancipazione che poteva avere negli anni dello sviluppo delle lotte, ma che continua a cristallizzare le condizioni sociali di partenza degli studenti. La scuola non è più un ascensore sociale ma si è trasformata in filiera formativa, centrale per l’aumento della competitività e della produttività, e per la creazione di valore e per la crescita economica.

Questo è evidente con il Pcto (l’alternanza scuola-lavoro) che costituisce una vera e propria aziendalizzazione della scuola, in cui i percorsi di studio degli studenti verranno modificati dalle imprese presenti sul territorio per creare figure di lavoratori specializzati. Inoltre, con la nuova riforma degli istituti tecnici e professionali di Valditara, che consiste nel ridurre un anno di scuola per questi ultimi e accrescere le ore di Pcto, assistiamo anche a un aumento di differenze tra scuole di serie A (come i licei, luoghi deputati a instradare la futura classe dirigente) e scuole di serie B (istituti tecnici e professionali).

Quello che vediamo in generale è una crisi di egemonia dell’Occidente capitalistico che, nel suo contorcersi, produce barbarie. Il discorso dell’Occidente capitalistico si dice portatore di pace, di innovazione, di libertà, ma come vediamo produce guerra, sfruttamento, repressione. E le classi dominanti non hanno e non vogliono trovare soluzioni alle barbarie che producono.

Sappiamo che lotte nelle scuole devono essere fatte pensando alla realtà che abbiamo davanti. E nelle scuole noi vediamo una tendenza tra gli studenti a eludere questi valori proposti dal discorso dominante, a non sentirsi rappresentati in toto da questi valori, quindi a cercare di uscirne, a scapparne, in varie forme e modi, magari cercando altri modelli. Forme e modi che però non vanno a rottura con la società così strutturata, ma che comunque non sono conformi alla narrazione che il sistema ha fatto di sé. Nelle scuole vediamo una serie di fenomeni che vanno dal ribellismo individuale e individualistico, al disagio psicologico, all’autolesionismo, al disinteresse da tutto ciò che succede, fino anche allo scimmiottamento della criminalità e di comportamenti criminali. A Modena, per esempio, quest’anno i rappresentanti d’istituto del Liceo Classico Muratori, dove passano le future classi dirigenti, hanno chiamato la polizia perché c’erano studenti del Tecnico e Professionale che venivano a rubare, a picchiare, a fare brutto agli studenti del Classico davanti alla scuola.

Nelle scuole vediamo che non c’è una spontanea prospettiva di rottura. Dobbiamo quindi essere bravi come militanti organizzati a incanalare questo disagio e questa rabbia degli studenti e portarli ad avere questa prospettiva, facendo come, per esempio, dopo l’uccisione di 3 ragazzi in Pcto da cui è nata l’ondata di occupazioni della Lupa a Roma nel 2022.

Chiaramente non è facile, perché siamo in un contesto di depoliticizzazione e de-conflittualità studentesca, in cui il nemico fa un attento lavoro di deterrenza per impedire ogni ipotesi di mobilitazione. La sfiducia nella possibilità di cambiamento e nell’utilità della lotta è veramente alta.

È stato difficile come portare nelle scuole di Modena un punto di vista e una prospettiva di rottura. Anche perché a Modena, feudo Pd, sono forti le organizzazioni studentesche che sono l’articolazione di sindacati e di partiti del centrosinistra di governo, filoistituzionali, socialdemocratici, come la rete degli Studenti, l’Udu, eccetera. Abbiamo visto che non portano effettivamente punti politici, ma riescono a sussumere tutto quello che hanno intorno, a far su quello che con difficoltà e spontaneità prova a muoversi; hanno appiattito le lotte che ci sono state, le hanno compatibilizzate, senza offrire una vera alternativa e anche per questo, a Modena e provincia, quest’anno il movimento studentesco non è stato dei migliori.

Chiaramente ora con il movimento per la Palestina si è riuscito sicuramente ad ampliare e mobilitare qualcosa, però ha avuto più successo nelle università che nella scuola, e sicuramente qua a Modena nell’università non è partito niente. Eppure, nonostante anche Forlì sia una città di provincia, lì il movimento è partito dall’università.

A Modena è stato interessante lo sciopero e la successiva mobilitazione scoppiati all’Ites Barozzi. Partito come protestaperché la scuola non faceva andare in gita le classi, non riforniva di cibo le macchinette e faceva perquisire gli zaini degli studenti all’entrata, a seguito della minaccia di sospensione della preside al rappresentante d’istituto per aver rilasciato un’intervista esprimendo i problemi di una “scuola devastata” la mobilitazione ha preso piede in difesa dello studente. La mobilitazione contro la repressione è poi rientrata senza una prospettiva di rottura, senza uscire dal proprio caso particolare, senza guardare all’esterno della propria scuola.

Ci sta, perché comunque questa “coscienza” la porti dall’esterno, non sono cose che vengono su da sole, è qui la funzione del militante; però è una piccola dimostrazione che sotto si muove qualcosa, anche in provincia gli studenti possono muoversi e cercano un cambiamento, non è detto che a Modena non debba accadere mai niente. Bisogna essere bravi a cogliere le contraddizioni quando si manifestano materialmente che poi ti portano a uno scontro diretto.

Scuola e università sono apparati ideologici di Stato, e i luoghi e i percorsi formativi sono sempre pervasi dall’ideologia del nemico, come stiamo vedendo sempre più chiaramente in questo stato di guerra. E noi come studenti dobbiamo continuare ad utilizzare questi luoghi di formazione come campo di battaglia, per portare avanti un’idea di formazione diversa, in una diversa società.

  

Elia – studente universitario, militante di Officine della formazione

Il punto di partenza della nostra inchiesta sulla composizione studentesca universitaria (in forma estesa, i risultati dell’inchiesta si trovano sulla rivista «Machina»: qui e qui) è tutto sommato semplice: la constatazione che in università c’è un vuoto politico.

Questo vuoto politico non è tanto da intendere in senso fenomenologico (“non c’è nessuno, non esiste nulla di politico”). Alcuni gruppi ci sono sempre stati, e ci saranno sempre, in forme e quantità più o meno sparute. Quello che ci interessa considerare, invece, è il loro appiglio sulla composizione studentesca, la loro capacità di muoverla e di agitarla. Insomma, ci sembrava che anche l’università di Bologna fosse pacificata quanto qualunque università anglosassone o nordeuropea.

Dire inchiesta è, però, improprio. L’idea era quella di una conricerca. Ovvero, produrre una conoscenza imperniata sul punto di vista di una soggettività, quella studentesca, al fine di poter indicare la strada, da un lato, alle nuove forme di organizzazione possibili dentro le università, assunta la crisi delle forme esistenti, e dall’altro verso i “punti deboli” del sistema, non tanto in senso oggettivo, ma soggettivo: cosa temono, desiderano e odiano gli studenti?

Quindi, produzione di conoscenza collettiva e comune che, allo stesso tempo, possa aprire uno spazio per l’autoformazione, per la formazione politica. Insomma, ditelo come volete: per dare forma a nuovi militanti.

La tesi principale che è emersa dalla conricerca è che non ci sembra possibile rintracciare un residuo autonomo (un “fuori”), cioè una ricerca di conoscenza pura e incontaminata, dalla volontà e dal desiderio degli studenti di essere formati in quanto forza-lavoro competente e, soprattutto, desiderosa di vendersi sul mercato del lavoro. Chi sceglie di studiare all’università lo fa esclusivamente per questo motivo. Per descrivere questo processo abbiamo utilizzato il concetto di “professionalizzazione”. La produzione – come processo attivo, cioè voluto dal soggetto, e allo stesso tempo passivo, cioè subito – di forza-lavoro specializzata pronta per essere inserita nel processo produttivo.

Questa questione va letta assieme alle aspettative degli studenti sul proprio futuro. La ricerca dimostra un complessivo “innalzamento” delle aspettative rispetto al titolo di studio. In altri termini, si studia poiché si ritiene possibile che il titolo renda favorevole la collocazione nel mercato del lavoro. Tutto questo sommato alle difficoltà e alle fatiche dello studio, che si accettano e subiscono senza troppi problemi – o, comunque, si cercano di superare questi problemi. La possibilità, nel futuro, “di fare quello che ti piace” ripagherà la fatica. Infatti, non è secondario rimarcare come questa predisposizione verso il futuro porti gli studenti ad accettare il sacrificio dello studio e della formazione.

Bisogna sottolineare che l’innalzamento delle aspettative legate al titolo di studio non viene interpretato dagli studenti come un processo lineare e privo di frizioni. Al contrario, è una vera e propria battaglia per il riconoscimento della competenza e della formazione, che porta tratti anche culturali e generazionali. Non mancano ostacoli e incertezze, tuttavia per quel che concerne il titolo di studio sembra esserci davvero la fiducia che l’educazione superiore sia un investimento che possa portare a una posizione favorevole nella società.

Infine, l’ultima riflessione riguarda il cosiddetto “sapere pratico”. Gli studenti intervistati, infatti, richiedono una forma di sapere pratico-teorica, in aperta contrapposizione a uno studio impoverito, standardizzato e nozionistico come quello offerto dall’università oggi.

Il primo lato della medaglia è il rifiuto di una certa verbosità, un certo vecchiume dell’università italiana. Riprendendo le parole degli studenti, il sapere pratico-teorico ti fa osservare, assieme alla professoressa, un certo fenomeno in laboratorio, al di fuori della dimensione della lezione frontale e libresca. Ma accanto a questo tipo di sapere ce n’è un altro che costituisce uno scarto: quello che dà forma a una competenza tecnico-pratica, attiva: fare le cose con le tue mani. Abbiamo chiamato questa forma di sapere semplicemente “tecnico”. È proprio questa la forma di sapere a essere reclamata dal desiderio di professionalizzazione degli studenti: il possesso di una tecnica capitalistica professionalizzante, che li formi come forza-lavoro competente e professionale.

Vi è un altro livello del discorso verso cui prestare attenzione e riflettere. Tagliando con l’accetta, possiamo dire che il sapere della didattica universitaria è così impoverito e standardizzato che l’unica strada percorribile, per gli studenti, risulta essere quella della richiesta di professionalizzazione. La ricerca di sapere e conoscenza “per sé” non si può dare nella realtà capitalistica, dunque si sceglie la via della professionalizzazione perché conviene. In altre parole, conviene perché il sapere è talmente impoverito e modularizzato che tanto vale diventare un professionista che applica quel sapere povero allo status quo capitalistico. Ma questo, banalmente, significa che lo studente finisce per contribuire attivamente e soggettivamente a divenire forza-lavoro specializzata, o forse sarebbe più corretto dire “capitale umano”, realizzando il compito storico dell’università capitalistica.

Crediamo che questo passaggio vada assunto come un dato di realtà.

Non per rassegnazione o ineluttabilità ma, al contrario, perché per rovesciare il tavolo dobbiamo sapere bene di quale materiale questo tavolo è fatto, quali sono le sue crepe, in che punto si può rompere. Questa “utentizzazione” della figura dello studente, questa riduzione alla passività, al contenitore da riempire, ci sembra che spesso si accompagni a una certa “protocollarità” nell’approcciarsi al sapere da parte degli studenti. Una faccia della professionalizzazione è proprio la protocollarità, nel senso dell’algoritmo: la richiesta di possedere una serie di passaggi definiti per risolvere un problema di cui si sa già che una soluzione esiste. I professori stessi riproducono questo meccanismo, tenendo quanto più possibile lontano gli studenti dalla possibilità di scontrarsi con problemi aperti, sia quelli radicalmente privi di soluzione, sia quelli con una soluzione che non è data a priori. Ciò che conta è superare l’esame: tutto si riduce nell’ingurgitare una serie di informazioni per poi ripeterle il più fedelmente possibile in attesa di ottenere l’agognato “pezzo di carta”.

Se questa riflessione sulla professionalizzazione è chiara per le facoltà scientifiche, ci sembra che anche i soggetti delle facoltà umanistiche, che si iscrivono perché “amano ciò che studiano”, siano inseriti in questa stessa logica. Che riguardi la volontà di diventare un ricercatore o altre innovative figure professionali che possono emergere dagli studi umanistici, la figura soggettiva, lo spirito e l’antropologia sono simili. Magari, agli studenti delle facoltà scientifiche dei “seminari autogestiti” non interessa nulla, mentre a quelli delle facoltà umanistiche interessa se riguardano l’argomento della loro tesi o la possibilità di stringere la mano al professore di turno. Ma ci teniamo a specificare: non c’è nessuna moralizzazione in questo discorso. È così e basta, e lo abbiamo imparato a nostre spese, tentando più volte di organizzare questi soggetti o di aggregarli proprio attraverso queste modalità seminariali (che non riteniamo siano sbagliate in sé, per inciso, ma che vadano assunte dentro l’orizzonte materiale di questa soggettività).

Qui dobbiamo essere chiari. Da un lato questo è un processo soggettivo di trasformazione antropologica della condizione dello studente. Quanti anni sono passati dall’ultimo, reale, movimento? Possiamo dire quasi vent’anni senza movimenti? Ecco, tutto ciò ci consegna questo soggetto qua. Però, ovviamente, questa lettura assume un senso se la si legge nella più ampia questione della crisi della militanza e della crisi delle forme della politica di quello che viene chiamato “Movimento”, appunto. Cioè, dall’università – luogo del fermento giovanile – si vede chiaramente come ad oggi non esista nessun terreno di identificazione comune e collettiva: immaginari, pratiche, possibilità di dire “io sono questa cosa qui” in senso politico, un soggetto politico riconoscibile (“siamo dei centri sociali”, “dei collettivi” eccetera).

Un inciso va fatto. Lo studente della professionalizzazione è lo studente che fa l’investimento. E se questo lo leggiamo assieme ai processi selvaggi di accumulazione ed estrazione capitalistici legati alla città, basta poco per capire che nella città universitaria arriva chi se lo può permettere e, allo stesso modo, come il capitale abbia affinato una selezione molto più a valle. Insomma, arrivano studenti di ceto medio non troppo impoverito. Quindi, in qualche modo, anche il terreno classico del diritto allo studio e dell’accessibilità interessano poco questa figura studentesca. E lo si vede bene dalle piccole mobilitazioni di qualche anno fa relative al caro-affitti (le prime “tendate” per capirci), le quali alla fine vivevano più nel campo dell’opinione che in quello della materialità dei soggetti.

E ora arriviamo al sodo. Qualcosa che, invece, ha smosso, nel suo piccolo, per quanto comunque in un quadro di assenza di mobilitazioni significative, sono state le mobilitazioni in solidarietà alla Palestina. Proviamo a fare qualche ragionamento, prendendo davvero sul serio che «solo la lotta può impedire la barbarie». Ciò che segue va quindi letto come una forzatura per cercare di fare passi avanti e rilanciare il discorso, rilanciare l’intensità della lotta.

Ora, senza fare analogie macchiettistiche, senza dire «portare il Vietnam in fabbrica» o «Bring the war home», è comunque accettabile affermare che queste mobilitazioni per la Palestina siamo state una serie di rivendicazioni di solidarietà, mi si consenta di dire, di opinione: quelle che potenzialmente restano imbrigliate nel piano della moralità (e della giustizia astratta) e rischiano di avere poca attinenza con la vita che facciamo tutti i giorni e che, però, nel lungo periodo, nell’intensità e nella possibilità di rottura rischiano poi di assopirsi.

Quindi, la prima operazione di metodo mi pare questo: capire cosa porta dei soggetti concreti a mobilitarsi e, soprattutto, a farlo più di una volta (credo che la sola indignazione e la sola commozione siano necessariamente portati ad avere una breve durata). Cioè, non è tanto un ragionamento per scovare la verità oltre la menzogna, ma quanto per indagare proprio la costituzione materiale del soggetto-contro. Dunque, cosa è emerso da questo soggetto?

La mobilitazione non ha posto nessun accento oltre la questione palestinese. Senza dire sia giusto o sbagliato, in generale, strategicamente o tatticamente, lo assumiamo come dato di fatto. So che in altri contesti in Italia questo è invece successo, dunque mi riferisco a dove siamo collocati, Bologna. I termini della questione li conoscete: l’idea del boicottaggio accademico e dunque la fine degli accordi tra l’università e diverse istituzioni israeliane. Non c’erano dei ragionamenti che cercassero di ampliare il discorso o, diciamo, che per lo meno lo facessero assumendo il piano della condizione studentesca, che ne so, gli effetti degli accordi sulle lezioni, gli esami. E anche per questo motivo, crediamo, che ci sia voluto un certo tempo perché assumesse i tratti di una mobilitazione. Senza poi rimarcare che si tratti di una serie di rivendicazioni – lo dico veramente con il pudore di dire una banalità – di natura sostanzialmente sindacale. Cioè: si chiede la fine degli accordi, si può vincere o perdere.

Ora, senza ingenuità: le università piccole possono stracciarli subito quegli accordi, quella di Bologna ha grossi problemi per ovvi rapporti di forza globali e posizionamento nei circuiti del valore immateriale. Ad ogni modo, è interessante notare come la questione della materialità soggettiva della mobilitazione non sia stata posta in alcun modo, se non vagheggiando tutta la questione degli accordi come contraddizione cardine del capitalismo, insomma con un linguaggio che non affonda le radici nella materialità di quel soggetto descritto sopra, insomma discorsi vuoti. Una prima spia del fatto ci fossero altre ragioni verso la partecipazione, oltre al cuore della rivendicazione, pur comunque assolutamente fondamentale.

Ora, facciamo un salto verso le tendate. A Bologna, va detto, non bloccavano nulla. Le malelingue potrebbero dire che fossero un centro sociale a cielo aperto. Ma lì, invece come poi in altre occasioni, la partecipazione di una composizione studentesca “vera”, spontanea, si è data.

Ora, la tesi di fondo: questo “qualcosa sotto” ai soggetti che si mobilitavano, alle tendate, ci è parso di poterlo vedere nel bisogno di socializzazione e di rottura della solitudine che è tipica del percorso universitario. Il soggetto che fa l’università oggi è sostanzialmente solo come un cane. Nonostante le apparenze, anche le università sono territori in cui il legame sociale è devastato e, in qualche modo, gli studenti riconoscono questa cosa e la sentono come problema. Da un lato lo studente ha il percorso di investimento su se stesso, quello che abbiamo descritto; dall’altro ha il consumo di divertimento e di esperienza della città (che occupa un ruolo fondamentale, ovviamente) e infine ha le patologie e i sintomi (ansia, depressione, solitudine). Questo non è nulla di nuovo, sono i tratti della condizione giovanile. Certo. Però ci pare proprio che in qualche modo, nelle tende, nella mobilitazione per la Palestina si cercasse di rompere (e quindi implicitamente di politicizzare!) quella roba lì. All’indomani dello smantellamento volontario delle tendate – sostanzialmente per stanchezza e burnout, come si dice oggi (comprensibile dopo più di venti giorni!) – il sentimento comune suonava così: “Non abbiamo vinto nulla, ma almeno ci siamo divertiti e siamo stati assieme”.

Se gli ingredienti per la politica sono gente incazzata e individuazione del nemico, ci pare che questi due termini, oggi, non siano in alcun modo consegnati dalla realtà verso il soggetto studentesco. Si possono – soprattutto, si devono – operare delle forzature e verticalizzazioni, certo. Ma a ogni modo pare che questo non si dia. Abbiamo più volte riflettuto su questo rapporto tra consenso e forza dentro la mobilitazione. Ovvero c’era consenso ma mancava la forza, dove per forza intendiamo la possibilità di individuare il nemico. E mi pare di poter dire che non fosse tanto un problema di tattica e strategia, quanto un problema di maturazione della soggettività. Insomma, che i nemici fossero il rettore, un professore o un capo di dipartimento, lo erano sempre e soltanto per un momento estemporaneo, per una fase.

Qui provvisoriamente chiudo: quello che è stato, quello che è, e quello che sarà in autunno penso si possa intendere come sintomo e preludio di qualcosa che, prima o poi esploderà, e che però va proprio letto dentro questo vero e proprio massacro della composizione giovanile.

Ora, se vogliamo parlare di guerra e università dobbiamo almeno prendere in considerazione tre tipi di guerra.

La prima è quella più ovvia: il diretto ingresso della guerra dentro l’università. Stato e capitale utilizzano l’istituzione per la produzione di conoscenza in funzione e per la guerra. Quindi produzione legata alla competizione tra i diversi capitali e diversi poli in conflitto in questa fase di destrutturazione e ristrutturazione anche bellica della globalizzazione. Va tenuto presente quando si considera la ricerca direttamente e indirettamente legata alla guerra anche il cosiddetto dual use.

La seconda è quella che materialmente distrugge le università. E pone un insieme di problemi, a chi fa politica in quei contesti, del tutto differenti. Oggi Kiev, Gaza, Beirut, ma sappiamo che altre guerre sono alle porte.

La terza è l’economia politica intesa come continuazione della guerra con altri mezzi. Insomma, la guerra del capitale contro di noi, la violenza dell’accumulazione originaria che si ripete ogni giorno. E l’economia politica sussume, oggi completamente, le università. Oggi ne abbiamo discusso dal punto di vista delle trasformazioni soggettive (“utentizzazione” e trasformazione in capitale umano) ma quelle oggettive sono forse ancora più lampanti: gli studenti come esercito di forza-lavoro precaria a basso costo, l’indebitamento e la finanziarizzazione dell’istruzione superiore, l’estrazione di ricchezza attraverso i prezzi degli affitti e la privatizzazione selvaggia di tutto quello che un tempo erano servizi.

Quindi, in queste tre guerre guerreggiate, abbiamo provato a riflettere su come si porta una guerra diversa dentro le università. Una specie di gesto leninista, una “nostra guerra”, come discorso tattico, ma anche strategico – magari anche come slogan, credevamo ad un certo punto. Un gran bel ragionamento. Ma tutto sbagliato.

Il problema, alla fine, è che il soggetto studentesco non è un soggetto che vuole fare la guerra. Tutto il contrario. È un soggetto della diserzione. Senza illusione che, ad oggi, diserzione sia qualcosa di profondamente diverso dal “dimettersi in solitaria”. Bifo legge i sintomi (depressione, solitudine eccetera) come una diserzione dalla realtà capitalistica – una rinuncia. Insomma, tra prendere una parte nella guerra, parteggiare, o “darci a mucchio”, dove questo “darci a mucchio” può essere prendere le pilolle o prendere lo spritz, lo studente è comunque un soggetto che si dimette. Non prende parte.

Scontato dire che tutto questo va organizzato, con forme e linguaggi della politica nuova. Come sempre: con continuità e discontinuità assieme, le spalle al futuro, la testa nuova e il cuore antico. Come recitava un titolo della stampa di giugno, «nel 2029 la generazione Erasmus potrebbe dover marciare su Mosca»: ne vedremo delle bruttissime, ma speriamo di farci trovare pronti per organizzarla, la diserzione.

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Troppo fuorismo / Inchiesta

LA FABBRICA DELLA GUERRA. Modena nel conflitto globale

La guerra che viene è il grande fatto del nostro tempo. Cifra del presente e tema centrale intorno a cui tutti gli altri si ricombinano, si ristrutturano, si organizzano, seguendone lo spartito.

Una guerra che non nasce per caso o per malvage singole volontà, ma dalle condizioni strutturali della “pace” che l’ha preparata. Una pace imperialista, incrinata dalla crisi capitalistica globale, rotta dallo scontro tra potenze in declino e attori in ascesa per determinare la nuova architettura del sistema di mercato mondiale. Europa, Medio Oriente e Pacifico sono i suoi diversi fronti, dove già si combatte a diverse intensità o ci si sta preparando per farlo. E noi in mezzo.

E a Modena? Come la guerra sta già entrando nel nostro territorio e coinvolgendo le nostre vite, trasformando scuola, università e fabbrica sociale? Che tipo di figure la scuola dovrà formare alle necessità del conflitto? Quali relazioni intesse l’università con industrie militari e Stati coinvolti? Come si ristruttura il tessuto industriale emiliano a fronte della crisi globale e in funzione della guerra? Quali contraddizioni potrebbero aprirsi e quali soggetti mobilitarsi dentro e contro la «fabbrica della guerra»?

Sono tempi di guerra. Per non esserne sopraffatti, e a essi sacrificati, occorre muovere guerra ai nostri tempi. Per fare ciò, occorrono armi e strumenti politici: punto di vista, metodo, inchiesta.

Un ciclo di incontri per discutere e costruire nuovi arsenali, a partire da ciò che funziona ancora di quelli vecchi, per sabotare e sovvertire i tempi dove meno se lo aspettano.

Al Dopolavoro di via canalino 78.

Segnatevi le date, a breve maggiori dettagli.

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Kultur / Cultura

LA MILITANZA NON VA IN VACANZA. Dagli anni Ottanta a oggi, e oltre

Sabato 17 giugno, ore 15.30, Modena,
@ spazio Happen, via Canaletto Sud 43, sotto l’RNord
Quarto e ultimo appuntamento del ciclo di incontri MILITANTI.
La militanza non va in vacanza. Dagli anni Ottanta a oggi, e oltre
Nella memoria collettiva, la militanza politica sembra scomparire dopo l’assalto al cielo degli anni Settanta. La fase iniziata con gli anni Ottanta, ancora in corso, appare come un buco nero.
È il periodo della reazione ai grandi cicli di lotte, quello della controrivoluzione capitalistica, del riflusso nel privato, dell’epidemia di eroina, dell’edonismo dilagante, della precarietà generalizzata, dell’avvento di internet e del mondo unipolare, che ha portato al mondo come lo conosciamo oggi.
Tuttavia, gli ultimi quattro decenni non sono stati affatto privi di conflitti, sperimentazioni, movimenti e forme di organizzazione politica anche originali, tra ambivalenze e contraddizioni, che si sono dovuti confrontare con la crisi della militanza: dal movimento antinucleare a quelli studenteschi della Pantera e dell’Onda, dalla stagione dei centri sociali alle mobilitazioni noglobal, dalle tute bianche al blocco nero, fino agli “ultimi fuochi” del 15 ottobre 2011 e alle “piazze populiste” degli anni recenti.
Quali sono stati i soggetti sociali protagonisti degli ultimi movimenti? Quali sono stati pregi e limiti delle loro forme di organizzazione? Come si è trasformata la militanza e il conflitto di fronte all’attivismo e alla testimonianza? Se siamo di fronte all’esaurimento di un ciclo, come immaginare (e praticare) di andare oltre?
Ripercorrere questi “decenni smarriti” vuol dire confrontarsi con i nodi irrisolti del presente, per riarmare il pensiero di fronte all’attualità, e costruire una prospettiva solida dentro e contro la storia di oggi. È quello che vuol dire essere militanti.
Ne parliamo con Gigi Roggero, ricercatore militante, collaboratore della rivista «Machina», autore di Elogio della militanza (2016), Il treno contro la Storia (2017), L’operaismo politico italiano (2019), Per la critica della libertà (2023), pubblicati con Deriveapprodi.
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Discorsoni / Analisi

Antonio Alia – «Un po’ di ansietta, ragazzi?» Per una lettura politica della condizione giovanile

«Stare in pace con sé, oggi, vuol dire entrare in guerra con il mondo».

Mario Tronti, Dello spirito libero.

Un bel mondo di merda, non c’è dubbio. Che la guerra sta portando sull’orlo della crisi di nervi. O viceversa.

Guerra. Crisi. Nervi. Dei primi due abbiamo già parlato. Il mondo di domani e il destino della globalizzazione; i figli della crisi e la scuola di oggi. Era giunta l’ora di parlare di nervi. Ansia, angoscia, sofferenza mentale. Un vissuto sempre più diffuso, quasi pandemico. Che sembra attanagliare soprattutto i giovani. O che essi – grazie alla loro età, unita a una maggiore consapevolezza e a una meno pressante assuefazione – riescono a far emergere in modo più radicale. Perché loro necessità, bisogno. Chi ci ha raggiunti, nonostante la stanchezza, le pressioni e l’ansia di un quotidiano senza tregua già a sedici anni, lo ha fatto non a caso, evidentemente.

Abbiamo voluto provare a costruire un punto di vista di parte. Il metodo che sempre ci muove: mettere in prospettiva, produrre discorso politico, stimolare formule organizzative. Ma prima di tutto, inchiestare. Individuare le domande, saper ascoltare. Tentare di trovare le risposte nel processo. Ci interessava una lettura politica dell’ansia, legata alle trasformazioni produttive, all’individualizzazione del disagio, alle nuove logiche del comando. Andare dallo psicologo va benissimo, ma non può essere una soluzione per problemi politici. Denunciare la catastrofe siamo capaci tutti, il difficile è capire con chi dobbiamo prendercela. Invece di diventare specialisti del malessere, rendere un’arma il punto di vista – lo sguardo parziale di chi, come militante politico, può rovesciare il proprio destino.

Il disagio giovanile c’è sempre stato. Perché oggi la forma organizzata, collettiva, sembra non essere più sentita come una risposta? Che tipo di aspettative stanno circolando nella composizione giovanile? Quanto sono diverse rispetto alle sue stratificazioni? E se le aspettative sono cambiate, cosa succede quando si apre uno scenario di guerra che ci riguarda da vicino, su differenti scale ma concreto? Sono alcune domande che ci hanno mosso. Con la consapevolezza che l’ansia, in qualche modo, ce la teniamo in questo mondo di merda, perché disfunzionali al sistema che ci produce. Ce l’abbiamo tutte e tutti in comune, chi più, chi meno, sicuramente in forme diverse.

E allora cosa ce ne facciamo? Come possiamo giocarcela insieme? Come cominciamo a farla venire ai padroni, a chi comanda, a chi ci vuole deboli, isolati e rassegnati? Lottare, lo sappiamo bene, ha sempre comportato ansia e inquietudine. Ma essere compagni, per noi, significa soprattutto questo: fronteggiarla insieme, rovesciandola in forza e militanza.

Pubblichiamo qui l’intervento di Antonio Alia, educatore e redattore della rivista «Commonware», che ha aperta la discussione del primo ottobre. Nonostante questo bel mondo di merda, buona lettura.

 

Antonio Alia

Ringrazio i compagni di Kamo per avermi invitato ad intervenire a questo dibattito. Dato che si parla di giovani e a farlo è un quarantenne, tenterò da un lato di non assumere un atteggiamento giovanilista, per cui tutto quello che fanno i giovani è buono di per sé, e dall’altro di evitare un certo paternalismo, per cui quello che fanno i giovani oggi è sempre sbagliato. Allo stesso tempo cercherò di barcamenarmi nel difficile ruolo di chi deve introdurre un dibattito sui giovani senza però parlare al posto loro, cercando di non spiegare a loro quello che probabilmente conoscono meglio di me. Vorrei quindi limitarmi a sollevare delle questioni, e a problematizzarne delle altre per aprire un confronto e verificare delle ipotesi.

Partirei dalla definizione di una parola che è stata usata nel testo di lancio di questo dibattito, non perché sia un esperto in materia ma perché mi sembra un modo utile per approssimare i problemi. La parola è ansia.

Parola che non è stata scelta a caso, perché da quello che mi raccontano amici e compagni che lavorano nelle scuole, ma anche da quello che viene raccontato sugli organi di stampa e rappresentato nelle serie tv, pare che l’ansia sia un tratto generazionale. Mi piacerebbe capire con voi, nel corso di questo incontro, se questo è un tratto effettivamente reale, quanto diffuso, quali le fasce giovanili maggiormente interessate, quali le cause ambientali, oppure se si tratta di una semplice rappresentazione mediatica. Certo va detto che deve essere sentito come un problema diffuso se la richiesta di servizi psicologici è stata presente anche nelle rivendicazioni di alcune delle più recenti mobilitazioni studentesche. Su questa rivendicazione ci torno più tardi.

Proprio perché non sono un esperto sono andato a cercarmi su internet le definizioni di ansia. Ne riporto due: una tratta dal sito dell’Istituto di Psicologia e Psicoterapia comportamentale e una da Wikipedia, che a sua volta cita il manuale diagnostico delle malattie mentali dell’associazione psichiatrica americana. Si tratta insomma di fonti relativamente attendibili.

La prima definizione è la seguente: «Ansia è un termine largamente usato per indicare un complesso di reazioni cognitive, comportamentali e fisiologiche che si manifestano in seguito alla percezione di uno stimolo ritenuto minaccioso e nei cui confronti non ci riteniamo sufficientemente capaci di reagire».

La seconda definizione è questa: «L’ansia è uno stato psichico di un individuo, prevalentemente cosciente, caratterizzato da una sensazione di intensa preoccupazione o paura, relativa a uno stimolo ambientale specifico, associato a una mancata risposta di adattamento da parte dell’organismo in una determinata situazione che si esprime sotto forma di stress per l’individuo stesso».

Il primo elemento da trattenere di queste definizioni è che l’ansia è generata da fattori ambientali. Il secondo elemento è che questo stato emotivo e cognitivo ci rende incapaci di agire. Il terzo elemento è che è associato a una mancata risposta di adattamento in una determinata situazione ambientale.

A me pare che sia un po’ difficile negare che questi tre elementi non abbiano una connotazione squisitamente politica, dove per politica intendo che hanno a che fare con il funzionamento della società in cui ognuno di noi è collocato. E già dire questo ci porta a delle conclusioni particolarmente radicali rispetto alla cura. Ma procediamo con ordine.

Quali sono allora questi funzionamenti sociali che generano ansia? Ce ne sono di diversi. Azzardo delle ipotesi che servono soprattutto a individuare una genealogia al problema dell’ansia giovanile. Naturalmente al netto di una ricostruzione storica, le mie sono solo delle ipotesi che partono dalla mia percezione, che non è uguale alla vostra perché abbiamo età diverse e siamo collocati in posizioni sociali diverse. Quindi mi piacerebbe capire cosa ne pensate.

A me sembra che una delle cause più importanti della produzione di ansia, che è la risposta emotiva che anticipa una minaccia futura, sia non tanto l’incertezza per il futuro, perché il futuro è incerto in quanto tale, ma l’imprevedibilità dei costi e dei benefici futuri che possono comportare alcune scelte di vita (il tipo di scuola, per esempio) o di condotta (l’impegno nello studio, altro esempio). Voglio dire che una quota consistente dell’ansia è dovuta all’incremento dei rischi scaricati sugli individui e all’esaurimento dell’efficacia dell’agire strumentale (come dicono i sociologi), ovvero che il rapporto tra mezzi e fini si fa sempre più incerto: per esempio, non è una certezza che il mio impegno nello studio mi porti in futuro risultati soddisfacenti. Questa situazione però non è un dato di natura. Non è sempre stato così, e quindi non è detto che debba essere così.

C’è stato un periodo storico in cui bene o male le biografie individuali erano pressoché già determinate o standardizzate, la rosa delle scelte di vita era limitata e con essa anche il livello dei rischi. Ciò avveniva in virtù di un’organizzazione sociale imperniata sul lavoro salariato “standard”. La fabbrica, con la sua rigidità, organizzava la società. Era il cosiddetto compromesso fordista-keynesiano, che si basava sullo scambio tra legittimità sistemica e prospettive di vita più o meno sicure.

Le lotte operaie degli anni Sessanta e Settanta se da un lato hanno imposto standard sempre più alti per questo compromesso, dall’altro lo hanno anche radicalmente messo in discussione. Queste lotte sono state importanti non tanto perché hanno conquistato dei diritti o dei salari più alti, ma perché hanno messo in discussione il fatto che per campare, in una società capitalista, si debba vendere la propria forza-lavoro. Gli operai si rifiutavano di essere operai, schifavano l’essere operai, schifavano la vita già segnata dalla fabbrica. Stessa cosa si poteva dire per le donne, che rifiutavano la collocazione nel lavoro domestico imposta dalla divisione del lavoro centrata attorno alla fabbrica. Vi suggerirei di leggere un bellissimo romanzo, che a me è servito più di mille saggi, che ha un titolo bellissimo: Vogliamo tutto di Nanni Balestrini.

Questo rifiuto del lavoro di fabbrica non si è trasformato in una rivoluzione. È stato sconfitto dai padroni, ma non con la semplice repressione, che pure c’è stata (anche perché se non c’è significa che non si è riusciti a far paura al nemico), ma per assimilazione. I padroni hanno detto: volete la libertà dalla catena di montaggio, dalla sua noia? Non c’è problema, potete arricchirvi tutti, potete diventare tutti imprenditori di voi stessi, aprirvi start-up, fare i youtubers, oppure usare i vostri saperi, le vostre competenze, la vostra intelligenza per farvi spazio in un mercato del lavoro competitivo. Sappiate però che tutti i rischi del caso sono a carico vostro. Se fallite, la responsabilità è solo vostra, anche se i rischi delle scelte non sono uguali per tutti.

È il mondo della meritocrazia. È chiaro che questa è una mistificazione: la libertà dalla catena di montaggio è diventata precarietà; la potenza del sapere è diventata “capitale umano” e più che possederlo ne siamo posseduti, tant’è che per valorizzarlo, per non restare indietro nella corsa, siamo costretti ad accumulare titoli di studio e credenziali formative che perdono sempre più valore proprio nella misura in cui continuiamo ad accumularli; infine, senza neanche starlo a sottolineare, dobbiamo continuare a vendere la nostra forza lavoro a qualcuno o sul mercato.

Qui aggiungerei un elemento di critica culturale: il trapper che canta al mondo quanto è figo per aver fatto i soldi con le sue canzoni o con le attività illegali non si sottrae a questa logica individualistica. Non ha proprio nulla di rivoluzionario, anzi direi che tra lui e un Carlo Calenda o un Elon Musk qualsiasi non c’è alcuna differenza, perché resta in una logica tutta individuale del successo.

Un altro elemento ambientale che possiamo rintracciare tra le cause di questa ansia generalizzata è la trasformazione dello stile di potere all’interno della scuola – ma più in generale nei vari ambiti della società – da paternalista a maternalista, come Gigi Roggero diceva in un altro incontro organizzato dai compagni di Kamo. Come sostiene Gigi, il maternalismo non è né peggio né meglio del paternalismo, è semplicemente diverso. Se il paternalismo agiva usando il bastone e la carota per governare le anime, il maternalismo per farlo usa la relazione interpersonale, le qualità emotive, e genera ansia perché funziona secondo la logica del debito morale, sul ricatto della delusione. Il paternalismo ti dice che non puoi fare una certa cosa o che ne puoi fare una cert’altra; il maternalismo ti dice invece «non mi deludere». In questo senso l’ansia mi sembra non tanto una conseguenza accessoria, ma un fine specifico delle relazioni di potere in questi ambiti della riproduzione, sia della forza lavoro che capitalistica.

In qualche modo, quindi, mi sembra che si possa dare una lettura politica dell’ansia intesa come il costo dell’incertezza sistemica scaricata verso gli individui. A questo elemento se ne accompagnano poi tutti degli altri che sono oggetto di cronaca: la guerra, la crisi economica, e così via. Con questo non voglio dire che prima era meglio, perché come abbiamo visto quel prima è stato invece oggetto duramente contestato da lotte; voglio invece che dire che oggi è diverso e che questo diverso va messo bene a fuoco.

Il secondo elemento da riprendere dalle definizioni è che l’ansia ci rende incapaci di agire. Da un lato c’è anche questo effetto, chi ha sperimentato un problema d’ansia anche piccolo sa che ha il potere di immobilizzare. Dall’altro, poiché il capitale ha bisogno del nostro agire produttivo, più che immobilizzare l’ansia accresce la nostra accettazione. Quando sentiamo la minaccia del futuro accettiamo più facilmente lo stato di cose semplicemente perché ci offrono un minimo di sicurezza. In questo senso l’ansia è proprio un dispositivo di governo. E tutto questo parlare di ansia, di patologie, sui giornali, sui social, nelle serie tv, alla fine anche se dà l’impressione di essere una forma di critica della società non fa che produrre accettazione.

Un soggetto ansioso ha bisogno di cure, di aiuto, è infantilizzato, è vittima e non ha autonomia. Quindi l’ansia invece di spingerci a rompere con il funzionamento di un sistema ci porta a chiedere la sua protezione. È soprattutto per questo che, per esempio, dovremmo stare attenti quando usiamo la categoria di catastrofe (ambientale o sociale poco importa). Che non significa negare l’esistenza di un grave problema, né l’urgenza della sua soluzione, ma significa criticare l’ordine del discorso catastrofista, la retorica della catastrofe che pure ha degli effetti materiali sulle nostre vite, perché immobilizza.

Infine il terzo elemento delle definizioni è che l’ansia è associata a un mancato adattamento ad una certa situazione ambientale. Questa parte della definizione mi sembra quella più ideologica, perché implicitamente ci suggerisce che nel caso di una frizione tra l’individuo e il contesto è l’individuo a doversi adattare e non il contesto a doversi trasformare. E la psicologia è lo strumento con cui produrre questo adattamento. Qui però bisogna fare attenzione: quando dico che la psicologia ha una funzione ideologica non intendo dire che non funziona. Al contrario, la psicologia ha una connotazione ideologica proprio nella misura in cui funziona. Infatti, funzionando efficacemente e quindi risolvendo il problema della frizione tra l’individuo e l’ambiente, produce contemporaneamente una mistificazione, cioè nasconde la natura sociale del problema, individualizza il problema e la sua soluzione, salvando il funzionamento del sistema.

Non è un caso per esempio che nelle industrie della riproduzione come quella dove lavoro io, le aziende paghino una psicologa per condurre delle supervisioni relazionali che servono per risolvere i conflitti interni al gruppo di lavoro, o per alleviare l’impatto del carico di lavoro sulla tenuta psichica dei lavoratori. È evidente che attraverso la psicologia problemi di ordine politico (la relazione di potere all’interno del posto di lavoro) e sindacale (i ritmi e il carico di lavoro) vengono trasformati in problemi individuali e psicologici. È un grande inganno a cui si aggiunge un altro elemento: l’apertura emotiva del lavoratore, il conforto “caldo” che in questo spazio maternalista si può trovare produce nel lavoratore fedeltà nei confronti della mission aziendale e senso di colpa per aver titubato, per non averci creduto, e quindi infine accettazione.

Da questo punto di vista la psicologia è la nuova scienza padronale, contro la quale dobbiamo ancora affinare la critica, mentre vedo che fioriscono discorsi su fantomatiche “società della cura” completamente decontestualizzati, e cioè che non tengono conto del fatto che viviamo in una società capitalistica che non solo mette a valore questa cura ma la rende una forma del potere.

Infine mi sembra che i disturbi psicologici siano stati investiti da una potentissima estetizzazione. Pensiamo, ad esempio, a una serie tv come Euphoria, che ha avuto un grandissimo successo, oppure a come il disturbo psicologico viene raccontato sui social non solo da personaggi conosciuti ma anche dalle persone, soprattutto giovani, più comuni. Sembra quasi che se non hai un disturbo sei uno sfigato. Ecco, al di là della concretezza dei disturbi, mi sembra che questa estetizzazione serva a fornire, dentro un campo sociale segnato dalla frantumazione e dalla moltiplicazione delle identità, un ulteriore elemento di distinzione che può anche diventare un vantaggio competitivo, una sorta di capitale simbolico spendibile sul mercato del lavoro e nei processi di valorizzazione capitalistica, come accade già per esempio per le differenze nel campo delle identità sessuali.

So bene che, come dicevo all’inizio, in alcune mobilitazioni studentesche è stata presente la richiesta di servizi di cura psicologica, a dimostrazione di quanto questo ordine di problemi è sentito, e non è mia intenzione dare un giudizio di valore sulla qualità delle istanze che si muovono nelle lotte e nelle mobilitazioni (io e la mia generazione – per dire – abbiamo lottato durante il movimento dell’Onda sostanzialmente per quella schifezza che chiamiamo meritocrazia, e abbiamo visto dove siamo arrivati) ma se ci prendiamo il tempo di riflettere, di andare al fondo delle cose, non possiamo accontentarci di quello che si muove: dobbiamo sempre fare lo sforzo di guardare oltre, di radicalizzare lo sguardo per spingere un po’ più in là critica e la lotta.

Per chiudere direi questo. Un compagno con cui mi sono confrontato per preparare questo incontro – dovete sapere che le cose che dico sono sempre il risultato di ragionamenti collettivi, di cui mi faccio semplicemente portavoce – mi metteva in guardia rispetto al rischio di fare come gli psicologi. Vale a dire di fornire ai diretti interessati, e cioè ai giovani, un’interpretazione, ancorché politica, del sintomo, nel nostro caso l’ansia, e una soluzione facile, che potremmo tradurre nello slogan «ribaltiamo l’ansia contro i padroni», che può generare l’angoscia di non fare abbastanza.

Penso che questo slogan non sia tanto la nostra soluzione già pronta ma rappresenti invece il problema che abbiamo davanti. Forse in parte, ci dobbiamo tenere l’ansia di non sapere qual è il nostro modo di organizzarci e di lottare, perché solo così possiamo avere la libertà di sperimentare e di sbagliare, sapendo però che non stiamo iniziando nulla di nuovo, perché veniamo da lontano.