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Discorsoni / Analisi

Di vaccini e kalashnikov

Il vaccino cinese, a novembre 2020, aveva superato la fase 3 dei test confermandosi sicuro ed efficace nell’86% dei casi. È prodotto dall’azienda statale Sinopharm e si basa su una tecnologia già lungamente applicata e sperimentata a livello globale – quindi a minor costo di produzione – che utilizza un virus morto, simile alla vaccinazione antipolio.

I vaccini occidentali, come quelli di Pfizer e BioNTech, utilizzano una tecnologia più recente e meno collaudata – quindi più costosa e con meno garanzie – che prende di mira una proteina del coronavirus utilizzando l’RNA. Sarebbero sicuri al 95%, se non che, nel trasporto, a questi vaccini deve essere garantita una temperatura che va dai – 70 ai – 20 gradi. Quindi una condizione di trattamento che necessita di protocolli e apparecchiature molto complessi e dispendiosi.

Il vaccino cinese, oltre a costare meno, quindi più accessibile ai Paesi meno ricchi, è inoltre stato concepito per viaggiare a una temperatura tra i 2 e gli 8 gradi sopra lo zero, molto più facilmente gestibile e a minor costo complessivamente, soprattutto per quelle aree – non occidentali – dove vivono circa tre miliardi di persone senza sistemi stabili di elettricità e refrigerazione. Su un pianeta, non dimentichiamolo, lanciato inesorabilmente a subire nei prossimi anni – sta già succedendo! – un aumento brusco delle temperature.

I governi occidentali hanno finanziato con miliardi di euro di risorse pubbliche le ricerche private di aziende private sul vaccino. Le aziende hanno avuto quindi un triplo guadagno: infatti, il vaccino è stato poi acquistato dagli Stati che ne avevano già finanziato la ricerca, il cui brevetto resta… privato.

A dicembre 2020 milioni di cinesi erano stati già vaccinati. La Cina e Cuba si sono rese disponibili a fornire il loro vaccino a qualsiasi paese ne faccia richiesta. Nel mentre in Italia, a gennaio 2021, la distribuzione del vaccino occidentale è rallentata quando non bloccata per la mancanza di personale formato e di aghi e siringhe.

Vogliamo mettere in evidenza le logiche, le strategie e le prospettive differenti e sottostanti ai due vaccini, uno dei terreni di battaglia – come del resto la tecnologia di telecomunicazione 5G – del rinnovato confronto intercapitalistico globale, che gli incubi e le paranoie dei complottisti nostrani hanno, nel loro lucido delirio, intuito.

Da una parte un vaccino concepito per essere prodotto autonomamente, più velocemente e a costi minori, più facilmente gestibile senza ulteriori costose apparecchiature, in grado di arrivare a un maggior numero di persone ed economicamente sostenibile per i paesi marginali alle catene globali del valore, con lo sguardo verso un futuro-presente più caldo. Possiamo benissimo chiamarlo, senza esaltazioni o folklore di sorta, un “vaccino del popolo”, perché la logica sottostante è quella della difesa della salute umana complessiva, a partire da quella delle classi subalterne. Un vaccino sicuramente migliorabile, ma che si fa vettore dell’ampliamento, dell’ulteriore proiezione e influenza di un modello – politico, economico, di relazioni globali – che apertamente si dice socialista, ma con «caratteristiche cinesi», verso aree del globo come il Sudest asiatico, il Medioriente, l’Africa, il Sudamerica, fino a lambire l’Europa. Un modello che comincia a dimostrarsi perfino più «efficiente», «dinamico» e «sostenibile» della tanto decantata razionalità capitalistica occidentale. Il vaccino cinese, insomma, segue le orme, nel campo della salute, del kalashnikov sovietico nel campo della guerra, quella dei subalterni contro i propri dominatori.

Dall’altra un vaccino privato che risponde più a una logica di business a corto raggio, predatoria e finanziaria, invece che di salute sociale, una logica arroccata a difesa di interessi geopolitici di bottega e immediati di classe, il cui ceto dirigente – in particolare quello europeo – è poco lungimirante perfino di fronte alle necessità (anche se sarebbe più corretto dire velleità) politiche del proprio capitalismo. Un vaccino che solo un piccolo nucleo di paesi al mondo può gestire e distribuire alla propria popolazione, e comunque lentamente, e ad altissimo prezzo, mentre le “ondate” continuano a susseguirsi e sempre più persone muoiono o cadono in miseria. Gli italiani, in quanto subalterni a questo specifico intreccio di alleanze e rapporti di forza, non hanno possibilità di scelta se non sucarsi il vaccino delle corporation di BigPharma, o scegliere di andare a infoltire le schiere di utili idioti novax.

La critica serrata – e agita – alla gestione sanitaria della crisi pandemica non va lasciata a questi ultimi, l’altro lato della medaglia della stabilità sistemica. Ma se siamo ormai fuori tempo, va ricostruito, su questa leva, un discorso comunista autonomo e forte più complessivo sulla scienza, la tecnologia, l’innovazione capace di marciare sulle proprie gambe, che non si lasci schiacciare, da una parte, dalle ridicole e dannose velleità ideologiche che possiamo chiamare accelerazioniste – la celebrazione, la fiducia e la difesa, di fatto, dell’idea del progresso, e quindi del progresso capitalistico, la riproposizione dell’ideologia II Internazionale e della socialdemocrazia di kautskiana memoria – e, dall’altra, dall’inutile atteggiamento della lotta contro i mulini a vento, del rifiuto individuale della realtà concreta.

Il nodo fondamentale rimane quello politico. La scienza, la tecnologia, l’innovazione non sono neutrali. Ancora prima del loro uso, contengono in sé un segno politico, dato da chi il potere politico lo detiene. Sono prodotte da precisi rapporti di forza tra classi. I loro prodotti sono la cristallizzazione di tali rapporti, e in base a tali rapporti agiscono secondo logiche diverse.

Logiche diverse, strategie diverse, prospettive diverse, all’interno dello stesso sistema di relazioni capitalistiche mondiale, che vanno comprese e possedute. Che chiarificano la trama della contesa globale di cui il secolo si farà portatore, il posizionamento nella catena imperialista e in quella del valore globale, la profondità della perdita occidentale di centralità e attrazione, in particolare per l’Europa, rispetto alle sfide epocali che questi anni Venti hanno aperto.

 

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Discorsoni / Analisi

Alluvione 2020: chi pagherà per tutto questo?

Martoriata da cemento, bretelle, consumo di suolo, concessioni edilizie, incuria e disinteresse in nome dell’affarismo più bieco e predatorio, la nostra terra è fragile.

E se la terra è fragile, lo è anche la sua gente. Le nostre comunità.

Guardiamoci in faccia. Non siamo più in emergenza: siamo in una nuova normalità. E tutti gli anni sarà sempre peggio.

È la nuova normalità del cambiamento climatico e della crisi ecologica. Che non è solo crisi ambientale, ma crisi di un intero modello di sviluppo, di produzione, di lavoro, di rapporto col territorio, di rapporti sociali: quello capitalistico.

Non è più quesione di evitare la crisi climatica ed ecologica, è questione di saperla affrontare. Affrontare l’inevitabile. Bisogna riflettere su dove si vive e come si vive, e come cambierà in futuro, un futuro che è già qui e cominciamo a toccare con mano.

Ma non è solo con l’appello alla buona coscienza dei comportamenti individuali che si potranno cambiare le cose.

Il cambiamento climatico non è una scusa. La questione è politica. La questione è di potere. Potere di chi decide. Su cosa produrre, su come farlo, sulla priorità dei bisogni. Sull’organizzazione del territorio, sulla difesa delle comunità, sulle nostre vite.

Di chi pagherà per tutto questo. L’ennesimo disastro che si poteva evitare.

La riproduzione sistemica del capitale si è disconnessa dalla riproduzione sociale e della vita complessive. Destra e sinistra sono due facce dello stesso modello che ha portato il nostro territorio ad essere martoriato.

Rompere radicalmente con questo modello, difendere la nostra terra, è diventata una questione di sopravvivenza.

Esondazione del Tiepido a Fossalta, Modena Est, a pochi chilometri dal centro di Modena.
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Discorsoni / Analisi General

RACHE. Le vibrazioni del nostro tempo.


Negli Stati Uniti, l’altra sera, hanno sparato a un nazista. Non ci interessa se sia morto perché la polizia ha impedito ai paramedici di intervenire in tempo, né se a sparargli sia stato un compagno, un nero a caso, un poliziotto o un altro nazista. Se nei primi due casi saremmo meno stupiti, negli altri saremmo più divertiti.
Non ci interessa nemmeno (in questa sede) bastonare il can che affoga di chi dopo anni di retorica fuoco e fiamme scopre che la violenza sistemica, quando torna indietro, è effettivamente violenta e come tale fa male a delle persone, non solo a vetrine e bancomat. Se pensavano che durante le rivoluzioni si ballasse rimarranno delusi, d’altra parte Emma Goldman non ne ha mai fatta una, Mao sì.
Meno di tutto ci interessa polemizzare sul ruolo del Terrore Rosso, dei Giacobini, degli anabattisti di Müntzer o dei Gracchi: la tradizione ci interessa per due cose, lo stile e gli strumenti pratici che ci possono servire. Per l’agire politico, per la nostra militanza, preferiamo restare ben ancorati al presente per intercettare il futuro.
E il presente è brutto, orrendo – senza alcuna accezione di slang al termine -, dove la composizione spuria più conflittuale nel nostro territorio non trovando alcun riferimento valido si coagula attorno a lotte imperscrutabili contro 5G, mascherine e dittatura sanitaria.

È qui il nodo che ci interessa, quello della vendetta. Termine che ci rivendichiamo totalmente perché in un mondo che si sente davvero sull’orlo della Katastrophe nella sua accezione più apocalittica la vendetta diventa una leva rivoluzionaria concreta, tangibile, immaginabile.
La nostra gente vive di vendetta, la brama, se ne abbevera come può: la cerca con gli strumenti che ha a disposizione, come la la denuncia, la pattuglia dei vigili, lo sputtanamento social e occasionalmente quello pubblico. Sta a noi organizzare la vendetta collettiva. E la celebriamo ogni volta che capita l’occasione.
Siamo andati a vedere il Joker di Todd Phillips [1] e ne siamo usciti pensando che quelle erano le vibrazioni del nostro tempo, così come Piazza Maidan ha rappresentato l’orizzonte nuovo della guerra civile in Europa.

Con lo scomparire delle possibilità di mediazione, il confronto diventerà sempre più sporco ma anche sempre più duro, e chi rimarrà indietro ne pagherà il conto con l’esclusione: chiedetelo a Salvini che ha puntato tutto sull’essere colui che spingeva più in là le proprie posizioni e quando un Conte qualsiasi gli ha dato quel che chiedeva ha imboccato il viale del tramonto. E vale la stessa cosa per Trump: flirtava con la guerra civile e alla fine gliene stanno dando un assaggio.
A volte accettare provocazioni è la reazione migliore.
Per questo celebriamo, post-ironici, tutti i crimini del comunismo, perché non ci sentiamo in colpa a desiderare la vendetta di classe sul nemico, né tanto meno proviamo alcuna pietà per esso. Non dobbiamo giustificarci se non è necessario come tattica contingente ne preoccuparci se non siamo sinceri nel farlo: siamo in trincea e abbiamo ben altre priorità.

[1]  http://archivio.commonware.org/index.php/neetwork/904-la-morte-degli-eroi

Ps:
“Aveva chiesto dove fossero i bolscevichi”

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Discorsoni / Analisi

Con il sangue agli occhi. Guardare Black Lives Matter dalla Provincia

Sotto il movimento-ombrello di Black Lives Matter i neri americani in protesta contro gli abusi e gli omicidi razzisti della polizia statunitense hanno imposto tutto un nuovo capitolo di lotte radicali: anche se non innovative colpiscono profondamente il cuore dell’impero e, in coppia con quelle operaie in Cina, completano una nuova globalità conflittuale che non si vedeva da decenni.

Esprimendo forza invece che vittimizzazione lacrimevole, rifiutando i tentativi di addomesticamento da parte della sinistra, il proletariato nero si è posto come punta avanzata dello scontro di classe riuscendo a riportare il particolare al generale (le condizioni di vita dei neri e le uccisioni razziali) e il generale nel particolare (le brutali condizioni di classe negli States così come in tutto il mondo atlantico, esasperate dalla pandemia in un paese con oltre 40 milioni di disoccupati senza garanzie e 2 milioni di infetti).

Certo la strategia di Trump di polarizzare lo scontro sociale gli si è ritorta contro con settori dell’establishment – specialmente media e esercito – ormai impazienti di liberarsene e i ceti popolari di riferimento disillusi da possibili miglioramenti concreti delle proprie condizioni di vita, ma ciò evidenzia come una lotta che avanza e che aggrega ampi strati trasversali della popolazione costringa la classe dominante a seguire avendo perso l’iniziativa; altrettanto al seguito paiono i “compagni”, agendo principalmente ai margini del conflitto al netto di roboanti Zone Autonome ininfluenti nel quadro generale delle cose e che rischiano anzi di rinchiudere energie che dovrebbero invece mantenersi nelle strade (si guardi la fine del “movimento degli ombrelli” una volta rinchiusosi nella cittadella universitaria). È l’ininfluenza di un modello, quello dell’ attivismo radical-accademico imbevuto di Identity Politics che spande i propri Lifestyles anche qui in Italia, incapace di capire che i Safe spaces non sono fortezze ma trappole. L’insistenza sul concetto di Privilege che individualizza un senso di colpa invece di sistematizzare un’oppressione e collettivizzarne la resistenza è esemplificativo dell’incapacità di rompere con il modello neoliberale pretendendo di poterlo gestire secondo i propri termini.

In Europa riverberano i temi americani, soprattutto nel mondo anglosassone che – specialmente dopo la Brexit – vi gravita attorno più di quanto non faccia con il continente. Ma le differenze sono sempre più ampie, approfondite dal progressivo disimpegno statunitense e dalla crescente rivalità fra il ceto dirigente Trumpiano e quello euro-tedesco: l’Italia, più atlantista della Nato, continua però a ricevere il percolato di ciò che succede oltreoceano; ma è la traduzione con il contesto locale che raramente funziona o almeno quando è fatta in modo artificiale.

La “lotta delle statue” ha cercato per qualche tempo un qualcosa su cui coagularsi trovandolo poi nel monumento ad un personaggio disgustoso come Indro Montanelli. Certo, ce ne sono di ben più importanti nella storia nazionale: da quello a Graziani al mausoleo di Mussolini fino alle innumerevoli sculture sabaude di monarchi e politici sanguinari sia in Africa che nel Sud, ma il punto è che molti di questi sono distribuiti in un paese che è basato sulla provincia, in cui è intraducibile una lotta simbolica che si basa sui simboli fondativi di un tessuto metropolitano che proprio forse solo a Milano esiste.

La polemica che ne è seguita ha avuto risvolti positivi, soprattutto nel radicalizzare ulteriormente certe componenti giovanili e nel mettere in crisi la religione civile dello stato liberal-democratico esponendo la pochezza e la marcescenza specialmente della sua casta giornalistica. Un ulteriore tassello di un lento percorso di riconsiderazione di elementi (come la polizia nostrana, rimessa in discussione dall’atteggiamento muscolare durante la quarantena) che prima si pensavano inamovibili.
Il problema è però quando ciò che rimane del cosiddetto Movimento non riesce a vedere politicamente e tatticamente questa conflittualità: il ruolo del militante è quello di inserirsi e riuscire ad alzare l’asticella il più possibile, di essere in questo mondo e non di questo mondo, non quello di farsi assimilare convincendosi che una lotta sia fine a sé.

Nella provincia le piazze chiamate nel nome di Black Lives Matter hanno mostrato invece un’energia ancora più evidente visto il contrasto con i territori desertificati: numeri sorprendenti principalmente di una composizione giovane e razzializzata che per la prima volta ha preso la parola sulla propria condizione. La questione generazionale si mostra per come siano difficilmente intercettabili da un “noi” anagraficamente più vecchio, magari cresciuto con l’Onda e giunto a termine con il NoExpo; sono altre le grammatiche su cui si esprimono, altre le esperienze formative (il ruolo organizzativo preminente delle donne ispirato dalle ultime mobilitazioni femministe? La scelta di luoghi e modi di aggregazione diversi ispirata dai Fridays For Future? L’uso di altri media e di altri social in modo speculare ma non dissimile da quelli della composizione sociale dei vari comitati di protesta con il governo?).

A Modena il punto di ritrovo non è stata una piazza del Centro ma il Parco Ferrari appena fuori dallo stesso: una luogo che già segna una rottura con la routine funeraria dei cortei e dei presidi, che la composizione giovanile ha scelto esprimendosi nei proprio spazi di aggregazione, in ciò che conosce.
In generale le “Strutture” organizzate erano presenti a malapena in un ruolo di supporto; sono stati i giovani a chiamarla (specialmente tramite tam-tam social e passaparola) e a dominarla, passando alternativamente da riferimenti allle Pantere Nere e a Malcom X a sostenere posizioni non-violente e cittadiniste formando di fatto tutto un altro gruppo rispetto ai vari rappresentanti della Sinistra o del Movimento presenti. Non un qualcosa di omogeneo, comunque: c’era chi si poneva in modo più conflittuale e chi più vittimistico, c’erano numerose diverse compagnie di amici e compagni di scuola, c’erano età e nazionalità diverse. Una composizione – appunto – attraversata da contraddizioni in cui l’opposizione agli sbirri non è evidente ma striscia carsica magari come commento rabbioso contro la volante di passaggio.
Sono state le donne, spesso giovanissime, ad emergere poi in piazza in modo preponderante: sono state delle ragazze a convocare per prime la manifestazione, lo sono la maggior parte di coloro che hanno fatto gli interventi e che han retto il tutto riportandovi con forza la questione di genere, intersecandola con quella razziale.

Resta allora da proseguire uno schietto percorso di ricerca, analisi e formazione, aperto soprattutto a ricevere stimoli inaspettati e a partecipare a movimenti spuri e contraddittori magari di segno opposto uno con l’altro, prendendo dai movimenti esteri più avanzati soprattutto indicazioni di metodo piuttosto che contenuti difficilmente traducibili.

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Discorsoni / Analisi

Quando inizia la nostra Fase 2?

Passato lo shock iniziale della pandemia, capace di bloccare una nazione intera e buona parte del pianeta, si cominciano a definire e a delineare i veri progetti di questo governo e di quella parte di paese che di fatto comanda: Confindustria.

Il 2020 è l’anno del cambio alla presidenza di viale dell’Astronomia, il virus ha accelerato la scelta di quello che è l’attuale presidente, Carlo Bonomi. Una scelta voluta dalla parte oltranzista degli associati di Confindustria, che mette a capo dell’associazione un integralista, che nella loro ottica gli servirà per gestire la crisi e lavorare per il futuro.

Una scelta non plebiscitaria, che di fatto ci fa capire che dentro all’associazione degli industriali ci sono lotte interne di visione e gestione perfino del presente. Bonomi è un falco messo al potere, il quale non ha aspettato molto a dettare la linea al governo su a chi dovessero andare le centiniaia di miliardi di euro (la famosa «potenza di fuoco») stanziati in grande quantità dallo Stato: a sostegno delle imprese, della produzione, del profitto come variabile indipendente, a discapito di salari, redditi da lavoro, misure di welfare. Un’enorme cascata di liquidità creata sostanzialmente a debito, che andrà a sostenere la rendita privata, e peserà sulle finanze pubbliche, socializzandone le perdite. Chi pagherà quindi il conto? Già si può vedere come il costo della crisi da Covid19 stia venendo scaricato verso il basso, sulle nostre spalle. Bonomi, infatti, ha già fatto intendere l’obiettivo di derogare i contratti nazionali a quelli aziendali, per permettere a ogni impresa di regolare la propria gestione interna in base alle proprie esigenze. Sulla pelle dei lavoratori.

Un passaggio che sicuramente ha trovato sponda nell’accordo fatto con i sindacati confederali per la gestione della sicurezza nel mondo produttivo, ma anche nelle dichiarazioni del segretario della Cgil, Landini, che in continuità con la vecchia segreteria spinge per tavoli di confronto per una gestione condivisa col padronato nei posti di lavoro, assieme alla conta della rappresentanza. Sappiamo benissimo però che nel caso questi confronti trovino spinta, lanci, trattative e conferme, diventeranno la normalità, facendo ancora una volta pagare tutto ciò ai lavoratori.

Lavoratori che oggi si trovano ad affrontare il ricatto salute-lavoro. Fino ad oggi avevamo l’esempio in situazioni ben precise, come l’Ilva di Taranto, ma ora ci troviamo tutti, bene o male, a dover scegliere tra la vita o il salario. Come durante una rapina. Perché i brandelli di welfare, gia sgretolato, non saranno più sufficienti sotto promesse vane di un governo succube di padroni e banchieri, dove il prezzo dei beni di prima necessità sono in continuo aumento, non ci sono servizi atti alla tutela delle persone, e molte famiglie si troveranno a scegliere chi mandare al lavoro per poter badare ai figli, perdendo di fatto un’entrata già insufficiente per mandare avanti la baracca, tra casse integrazioni non pagate e ridicole briciole per le partite iva

Proprio queste ultime dopo due mesi non hanno risposte sul presente, se non appunto un “contentino” simbolico, ma sopratutto sul futuro, perché parliamoci chiaro: finché non si trova un vaccino, potranno mettere in campo tutte le Fasi che vogliono, ma tutto sarà precario, senza garanzie, la “normalità” un miraggio, e in molti saranno costretti a chiudere e si ritroveranno senza reddito. Di fronte a tutto ciò non ci sono certezze su possibili ricadute del virus in autunno, che nel caso tornasse ad aumentare picchi di contagio si trasformerebbe in un disastro sociale.

Dicevamo della sudditanza dei governi rispetto a Confindustria: tutto ciò è diventato palese, sotto gli occhi di tutti, chi comanda davvero in Italia. Perché di fatto non ci sono norme e azioni verso sostegni e welfare sociale che possano sostenere la gran parte delle persone. L’attualità imporrebbe che lo stato sostenesse lavoratori e famiglie, e che tutte le azioni rivolte verso l’Europa servissero per finanziare il salario diretto e indiretto, dalla sanità, alla scuola, il blocco degli affitti, il blocco del pagamento delle spese delle partite Iva, permettendo a tutti di avere quelle certezze che permetterebbe in primis di vivere e di riaprire una volta finita l’emergenza.

Invece come accade, si guarda sempre ai grossi “padroni del vapore” del Nord, quella parte di Confindustria votata all’export e legata a doppio filo alla Germania, agli industriali tedeschi, e quindi all’Euro, a cui forniscono lavorati e pezzi in subfornitura per le proprie produzioni ad alto valore aggiunto. Padroni che piangono perché non possono stabilizzare i profitti, chiedendo subito miliardi per sostenere le proprie aziende, alla faccia del libero mercato che loro dicono di sostenere. È questo il lessico del potere e dei rapporti di forza: aiutare le imprese “è una priorità” e se dai loro soldi si usa dire che sono “sostenute”. Se i soldi le dai alle persone in difficoltà, queste invece diventano “sussidiate”. Le prime incentivate, i secondi qualcosa di vicino ai parassiti. Un manifesto ideologico

Di fronte a questo scenario, se confindustria guarda già alla ripartenza post virus, “noi” — un noi molto largo, ma che ci riguarda direttamente — arriviamo all’appuntamento navigando a vista, facendo un enorme fatica a capire in che direzione andare. Una cosa certa è che bisogna tentare di entrare nelle contraddizioni laceranti (come quella salute-salario) e nelle mobilitazioni sporche che questa fase ci pone davanti, senza puzza sotto il naso, capire i margini di intervento e porre le basi quanto meno per fare un necessario scarto in avanti in termini di rottura con quello che fino ad ora siamo insufficientemente stati.
Senza lacrime per le rose.