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Troppo fuorismo / Inchiesta

Un punto di vista autonomo dalle fabbriche. Intervista a un operaio

Quella che segue è una chiacchierata che abbiamo fatto con un lavoratore di un’azienda metalmeccanica della nostra città. Una specie di “carotaggio atipico” su quello che si muove nelle fabbriche e nella composizione operaia “tradizionale” che per la maggiore caratterizzano il nostro territorio. Il nostro interlocutore è una figura mediana, politicizzata, che incorpora saperi e attitudini sedimentati dalla vicinanza o partecipazione a cicli di lotta ed esperienze politiche esauriti, ma che al contempo non è inquadrata in percorsi all’interno di sindacati, organizzazioni partitiche o strutture specifiche. Proprio per questo ci ha interessato la “sua versione” liminale, che evita da una parte quella distanza ideologica o quei filtri (sia “politicisti” che “sindacalisti”) che spesso dividono l’attivista, il delegato o il funzionario da uno sguardo lucido sul livello di massa, e dall’altra quell’aderenza al punto di vista dell’interesse generale che è il senso comune delle classi dominanti. Crediamo che queste parole possano essere utili per approfondire un’analisi di fase e di tendenza oltre gli slogan e le semplificazioni, per “misurare la temperatura” in determinati settori e per dare un punto di vista alternativo – o elementi per un ragionamento – rispetto alla questione della lotta di classe nel suo rapporto con la sindacalizzazione del conflitto. Buona lettura.

 

Ciao. Partiamo questa conversazione chiedendoti di presentarti sommariamente prima di iniziare con qualche domanda più specifica.

Lavoro in una fabbrica metalmeccanica emiliana, di media grandezza, sicuramente non piccola, come operaio, quindi tutto parte da questo mio punto di vista, sicuramente parzialissimo, e da quello che tocco con mano e vedo ormai da diversi anni. Provengo da una famiglia normalissima e faccio una vita normalissima, da operaio appunto, un operaio di trenta e passa anni che ha un lavoro fisso, ancora abbastanza “garantito”, se ha ancora senso questa parola. Sicuramente lo ha, rispetto ad altre situazioni e contesti. Premetto anche a scanso di equivoci che vengo da esperienze politiche, nel senso che ho gravitato qualche anno vicino a quella che una volta si poteva chiamare autonomia, o collettivi autonomi, della mia città. Adesso non credo esistano più, in ogni caso per dire quello che, per un periodo da più giovane, ho masticato e che comunque mi ha lasciato qualcosa, infatti in azienda per un piccolo tempo sono stato delegato sindacale, ma alla fine mi sono rotto il cazzo perché ho capito che non era la mia strada.

 

Come vedi la situazione, oggi, dentro la fabbrica, al tempo della crisi pandemica? Il Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr), presentato dal governo italiano all’Unione europea per sbloccare i finanziamenti del Recovery Fund, è presentato quasi come un nuovo New Deal, sicuramente visto dalle classi dirigenti come un’occasione di ristrutturazione capitalistica. Quali sono secondo te l’impatto e le prospettive sui luoghi di lavoro?

Per partire secondo me bisogna fare qualche passo indietro, andare indietro di qualche anno. Parlare di “Industria 4.0”, del Piano nazionale Industria 4.0, oggi potrebbe risultare, ai più, una roba vecchia, obsoleta, acqua passata. Niente di tutto ciò. Credo infatti che riprendere in mano questo argomento usandolo per analizzare ciò che potrà succedere nel prossimo futuro sia in una qualche maniera determinante. Mi spiego meglio. Di “Industria 4.0” si comincia a parlare all’interno della grande industria e delle multinazionali dell’automotive agli inizi degli anni Duemila come enorme opportunità di cambiamento e innovazione tecnologica del sistema lavoro in Italia, annunciando e preparando, a livello mediatico, quello che sarebbe stato il rinnovamento dei macchinari, degli stabilimenti, delle modalità di lavoro e di conseguenza dei sistemi produttivi all’interno delle fabbriche. Di fatto, chi più chi meno, negli anni seguenti si è fatto proprio questo nei luoghi di lavoro, dove i lavoratori passano gran parte delle loro giornate. Detto questo, è importante secondo il mio punto di vista capire meglio quali sono stati i motivi principali del 4.0 soprattutto, ripeto, in ottica di analisi odierna per quel che ci riguarda come comunisti.

Sicuramente il motivo politico delle associazioni imprenditoriali (Confindustra a tirare le fila) di promuovere, sostenere, espandere e finanziare questo tipo di percorso è stato quello di garantire all’industria italiana la possibilità di lavorare e allinearsi ai sistemi produttivi già presenti al di fuori della penisola. Per sintetizzare il tutto: garantire la competitività dell’industria italiana, e quindi il sempre più incerto posizionamento del paese, nel sistema Europa a trazione tedesca e più in generale nei rapporti della globalizzazione, nelle cosiddette catene globali del valore.

Alla pari della scelta politica, c’è poi sicuramente la scelta economica, ovvero l’enorme possibilità e opportunità offerta ai padroni per rinnovare i propri impianti e produzioni attraverso l’uso di fondi, sgravi, bonus e tutta una serie di canali preferenziali garantiti dallo Stato. Da qui certamente, anche l’occasione di maggiori profitti generati dal rinnovamento e dal cambio di passo strutturale della propria realtà aziendale.

Mi sono soffermato su questi due macro motivi perché la questione, per me, diventa interessante, nel senso che se uno legge tra le righe capisce che dietro alla questione politica c’è una volontà di “pianificare” del capitale volta a rinsaldarsi, entro una certa area, attraverso la standardizzazione dei processi produttivi, per competere magari con altri soggetti concorrenti nelle relazioni intercapitalistiche o avversarie (mi riferisco ovviamente alla Cina), e nel secondo aspetto, quello economico, c’è tutta la questione odierna e futura di quello che ormai sentiamo chiamare dappertutto come “welfare”. Mondo, quello del welfare, in cui si aprono innumerevoli canali di spesa economica privata in cui le aziende si rendono promotrici di tutta una serie di servizi, privati, “al servizio” del lavoratore. Soldi che paiono regalati, donati, dalle aziende ai lavoratori, ma che di fatto sono somme economiche già incanalate per essere spese in modo vincolato. Questione quella del welfare che fa gola ai padroni dal momento che qualche soldo gli torna indietro e fa gola ai lavoratori perché vengono venduti come soldi puliti, detassati.

Deep Padania visual classic.

Puoi dirci di più su come si è articolato dentro le fabbriche, sui luoghi di lavoro, tra gli operai, questo primo “Piano nazionale” che sembra anticipare, quasi spianare la strada al Pnrr?

Dal convincimento dei padroni nel dare seguito alle parole delle proprie associazioni rappresentative con i fatti, è iniziato un vero e proprio percorso all’interno delle aziende: corsi di formazione e aggiornamento su tutti i fronti e soprattutto puntando su competenze, saperi e caratteristiche di tipo “umanistico” per quel che riguarda tutte le figure lavorative. Per “umanistici” intendo corsi di insegnamento all’uso delle parole, del dialogo, delle modalità di comportamento e quindi della costruzione di un sistema dove deve regnare la collaborazione tra i lavoratori e i quadri per un unico fine, un unico scopo: fare e dare il massimo all’azienda e perseguire tutti gli obiettivi aziendali e padronali.

Mi spiego meglio. I padroni in questi anni attraverso tali corsi hanno prodotto, insegnato, diffuso un lessico – che è loro – ai lavoratori, hanno diciamo lavorato per avvicinare i due lessici, quello del lavoratore comune e quello del quadro dirigenziale, in modo tale che anche l’operaio si sentisse un dirigente al servizio dell’azienda. Questa costruzione umanistica dei lessici, degli usi, dei modi è stata usata per spazzare via tutte quelle criticità che nascono nel lavoro quotidianamente tra figure diverse all’interno della stessa azienda, con discussioni che vanno oltre il mero aspetto lavorativo, che riguardano proprio l’approccio mentale, il punto di vista. Si è voluto standardizzare i modi tra chi taglia il ferro in officina e chi fa programmazione annuale di vendita in ufficio, per esempio: avvicino le due figure, che sono distanti nella gerarchia, nel salario, nell’attitudine, e le faccio lavorare in comune per l’azienda. La costruzione di una pace sociale e di una “pace mentale” comune con lo scopo di andare in un’unica direzione: quella del lessico dei padroni, ovvero quella della “produttività”, del “fatturato”, dell’“efficienza”, della “presenza”, dell’“amore” e la “cura” per l’azienda – che non è neanche una cosa del tutto negativa, ma se diventa amore e cura per il profitto del padrone diventa tutta un altro paio di maniche –… in questo senso i corsi formativi umanistici sono serviti a standardizzare e portare sulla linea padronale il lavoratore comune, l’operaio che viene a lavorare per farsi le 8 ore e basta per portarsi a casa la pagnotta un altro giorno ancora. No, il lavoratore deve metterci qualcosa in più, qualcosa di sé, quelle 8 ore devono dare qualcosa in più al padrone, devono dare efficienza, collaborazione e produttività. Standardizzare le parole, i modi e gli usi di un operaio a un quadro dirigenziale vuol fare sentire il lavoratore padrone e dirigente nel proprio reparto di lavoro, creargli quella sensazione di essere padrone del suo reparto, di essere coinvolto direttamente nell’efficienza del reparto, nella responsabilità del reparto: il lavoratore non è più quello che timbra, mette i pezzi sulla macchina, segna i pezzi, va in pausa, mangia, ricomincia fino a quando finisce il turno e torna a casa, ma quella persona che deve sentirsi direttamente coinvolto nell’efficienza, nella produttività, negli obiettivi dell’azienda, e quindi della dirigenza. Queste parole di merda che cominciano a girare tra gli operai.

Per farvi un esempio, nella mia azienda questo corso è stato fatto così: per un periodo è stato tenuto diviso in due parti nella giornata, alla mattina gli operai d’officina, magazzino, montaggio, quelli del manuale diciamo, al pomeriggio i quadri dirigenziali e quadri di reparto. Hanno fatto così per qualche tempo, poi hanno mescolato le persone ed esposto quello che era uscito precedentemente, iniziando una discussione condivisa su come risolvere i problemi, le criticità, le difficolta… trovando insieme la soluzione che andasse bene a tutti, sia all’operaio che al quadro. La responsabilità lavorativa è stata molto sottolineata, ancora più che la produttività o l’efficienza: responsabilità di reparto, della propria mansione, di gestire i problemi, responsabilità economica di tutela aziendale sui fatturati e sui risultati. Insomma, tutta questa roba da risorse umane alla fine mi sembra quello a cui aspirano, in fin dei conti, i sindacati, soprattutto confederali, in cambio di qualche contentino da parte dei padroni. Quando hanno cominciato nella mia azienda sono andato al primo corso, ho ribattuto alla ragazza che lo teneva su alcune questioni, non mi ricordo nello specifico, ma solo che dissi «No piano, aspetti un attimo…» e un po’ dei miei colleghi in quel momento mi sono venuti dietro. Poi non mi hanno fatto più andare (ride).

Oltre a questo percorso, con “Industria 4.0” ci sono state assunzioni a tappeto di consulenti aziendali che hanno avuto tempo, modo e relazioni per cogliere tutto ciò che doveva essere cambiato, modificato, tolto o aggiunto all’interno delle produzioni; poi accordi e progetti spesso sottoscritti dai padroni direttamente con la propria associazione di categoria per la gestione delle contabilità, delle assunzioni di nuova forza lavoro tramite le centinaia e centinaia di agenzie interinali (o cooperative, a seconda del settore) presenti in ogni dove; poi relazioni nuove con fornitori di macchinari fino a quel momento sconosciuti o mai presi in considerazione e quindi anche nuove relazioni che hanno poi portato anche a nuove commesse e a maggiori possibilità di fatturato per come dicevo poco fa.

Insomma, tutta una serie di questioni e azioni padronali fatte in diversi ambiti e ognuna mirata al proprio singolo obiettivo, ma coordinate e direzionate verso lo stesso risultato, lo stesso “sistema lavoro”.

Modena, Pyongyang, Potsdam, Caracas, Bengasi, Perm’…

Quali sono state le reazioni dei lavoratori a questo processo, e che ruolo hanno avuto – se hanno avuto un ruolo – i sindacati?

È proprio in questo momento che si è aperta un’ulteriore fase che oggi pesa come un macigno in quelli che sono gli equilibri di fabbrica, ma soprattutto per quelle che sono le rivendicazioni all’interno del mondo del lavoro: sto parlando della cogestione. Vero e proprio anello di raccordo mancante tra comando d’impresa e forza lavoro, è con essa che si fonde il punto di saldatura tra di loro. C’è chi si dice da sempre contrario tra i lavoratori e all’interno dei sindacati sia confederali che di base, c’è chi sostiene invece che si tratta di un’enorme possibilità nel capire e intervenire su tutta quella che è la parte decisionale dei padroni nei confronti dei lavoratori, soprattutto i sindacati confederali. Certo è che, sicuramente, i lavoratori si sono trovati impreparati al confronto e non hanno saputo gestire questo tipo di relazione con le parti dirigenziali aziendali. Quello che sarebbe, forse, potuto diventare un cavallo di troia per i padroni, si è invece palesato nelle fabbriche come vero e proprio modello di falsa cogestione dai risultati davvero sconfortanti per quel che riguarda, come ho dentro sopra, il conflitto operaio dentro e di conseguenza anche fuori dalle fabbriche.

Si è trattato di una fase in cui si è costruita intorno alla figura del “lavoratore”, un lavoratore generico, tutta una dimensione in cui si sono affidati incarichi, compiti, doveri lavorativi praticamente a costo zero; semplicemente facendolo sentire parte di qualcosa in fabbrica così come fosse a casa sua. Sono nate finte relazioni dove si è messo da parte tutto (tutto ciò che è extra a dove il lavoratore passa la sua giornata lavorativa, sono messe da parte discussioni riguardanti le proprie vite fuori dalla fabbrica, condivisioni di tempo, relazioni e spazi familiari esterni alla fabbrica in cui i lavoratori discutono delle proprie forze, delle proprie idee politiche e anche dei loro obiettivi, e da qui anche il come arrivare ai propri obiettivi, alle proprie esigenze di vita e di sostegno economico della stessa) a fronte delle questioni puramente lavorative (si parla solo di lavoro e ormai viene naturale parlare solo di lavoro) attraverso le parole d’ordine, gli indirizzi e le modalità di chi comanda; e i lavoratori hanno bevuto, sono stati travolti da quest’onda già alta, forte, che ti spazza via portandoti con sé, che ben che vada riesci ad emergere per riprendere fiato.

Hanno mandato giù senza nemmeno rendersene conto e senza sentirne l’odore di marcio e oggi, in piena accelerazione della ristrutturazione produttiva dovuta alla pandemia, sono completamente nel caos sia mentale che pratico. Mille idee, mille scazzi, mille parole di battaglia, ma poi anche una sorta di atteggiamento che li frena, li fa sentire troppo e quindi talvolta sbagliati al cospetto del proprio padrone che fino a pochi anni fa credeva fosse magicamente diventato suo padre o semplicemente il suo nuovo migliore amico da gratificare ed elogiare. Si sentono sbagliati nel pensare di essere contro al padrone, e quindi inopportuni nel mettersi contro e pensare diversamente diventando contestatori del padrone.

 

Con l’avvento di questa fase determinata dalla pandemia, com’è cambiata la situazione in fabbrica? E come hai visto il ruolo di Confindustria?

Un blocco totale, quello dei lavoratori, che poco più di un anno fa si è acutizzato “grazie” alla pandemia da Covid-19, nonostante ci fosse stata qualche prima avvisaglia di scioperi spontanei, a marzo 2020, all’inizio di tutto il casino che poi è seguito.

Ma altrettanto particolare ed interessante da analizzare è che l’avvento della pandemia avviene pure nel momento storico in cui i padroni hanno la “tavola apparecchiata” per una totale gestione dello spazio lavorativo e dove avevano già tutto preparato, apparecchiato appunto, per fare bottino, un pieno di commesse e di fatturati in un 2020 in cui tutti gli elementi e tutta la situazione faceva presagire un anno davvero florido e prosperoso per loro, forse addirittura il primo vero anno “buono” post crisi del 2008 e post Industria 4.0! Avevano all’orizzonte un inizio di ciclo produttivo, probabilmente lungo svariati anni, davvero favorevole in cui nemmeno la presenza sindacale li avrebbe messi in difficoltà e anzi, con un minimo di rapporto pregresso e con altrettanto tatticismo avrebbero cogestito la situazione con loro sia dal punto di vista dei contratti interni, ma anche di tutte le questioni economiche che si sarebbero presentate dal 2020 in avanti.

Diciamo che è in questo momento che i padroni devono ricalibrare un po’ la loro linea tracciata precedentemente ed ecco che si trovano ad affrontare la pandemia in due situazioni parallele, ma che corrono alla stessa velocità.

La prima è sicuramente quella della gestione del virus all’interno degli stabilimenti. Le commesse previste nel portafoglio ordini ci sono, la forza lavoro è pronta quindi non ci si può assolutamente permettere il fermo degli stabilimenti!

La seconda è sicuramente quella contrattuale. Avere contratti aziendali in scadenza e dover affrontare, durante la pandemia, questioni ed eventuali problematiche legate ai contratti di secondo livello diventa sicuramente una preoccupazione in più e bisogna trovare una soluzione diversa, alternativa.

Ed ecco il grande ritorno in pompa magna di Confindustria “nazionale”, vero motore strategico padronale e di fatto figura politica di peso a livello istituzionale.

Come fare a non fermare le produzioni? Come fare a non fare entrare il virus dentro agli stabilimenti? E come fare, nel caso in cui riesca ad entrarci, a fare in modo che non diventi un problema, una difficoltà per il padrone? La strada sicura, maestra, e perfetta per dare risposta a queste domande diventa la cogestione nazionale del problema.

Dopo una stagione in cui la cogestione aziendale aveva funzionato per i padroni (pur non “funzionando”, evidentemente, nel pratico dalla parte dei lavoratori, oltre le belle parole), quale miglior occasione, per Confindustria, di rilanciarla con governo e segreterie nazionali dei sindacati confederali?

Il primo, il governo Conte-bis all’epoca – uscito dall’esperimento sovranista con la Lega ancora sotto il controllo salviniano – definito di centro-sinistra per l’alleanza giallo-rossa tra Movimento 5 Stelle, Partito democratico e Leu, a trazione anteriore all’insegna dei patti, degli accordi e delle intese con le parti. Un governo politico sempre “populista” ma in qualche modo smanioso di smarcarsi dalla precedente rete e di riprodurre, far vedere di tenere in mano, i meccanismi di mediazione. I secondi, i confederali, “tirati dentro” nel mucchio col ricatto (o, a essere sinceri, nemmeno col ricatto, nel senso che hanno capito la mossa anche senza esserci stato alcun ricatto) per non sparire definitivamente da tutto e da tutti, per non perdere l’ultimo senso della loro esistenza che gli è rimasto, quello di stare dentro i giochi come cinghia di trasmissione verso il basso in cambio dei finanziamenti statali che li fanno rimanere in piedi. In un momento storico sindacale confederale (ma non solo) difficilissimo e ai minimi termini soprattutto dentro alle fabbriche in termini di conflitto e rappresentanza vera, attiva tra i lavoratori, il tavolo ministeriale governativo ha rappresentato per i sindacati il bastone su cui reggersi per stare in piedi, per continuare a camminare zoppicando.

E da qui, l’intesa sul protocollo di gestione sanitaria all’interno degli stabilimenti lavorativi. Vero e proprio baluardo mediatico per governo e sindacati; vero e proprio strumento utile per i padroni per gestire a livello normativo la questione dentro alla fabbrica senza interrompere il flusso produttivo.

Le ragioni di quello che ho appena detto non sono altro che il risultato di ciò che è avvenuto nei mesi successivi all’intesa sul protocollo sanitario, perché di fatto i padroni hanno chiuso i propri perimetri produttivi, hanno deciso in autonomia come comportarsi in caso di difficoltà sanitarie presenti nei propri stabilimenti e, ultima questione che vi dà anche la misura della debolezza sindacale e dei lavoratori, gli accordi aziendali tra parti sociali e imprenditori si contano sulle dita di una mano.

Ma poi, di pari passo, ci sono le questioni contrattuali di secondo livello, quelle aziendali, che non devono e non possono rappresentare un problema, uno scoglio da dover superare. Migliaia e migliaia di contratti di secondo livello che per i lavoratori, nella maggior parte dei casi, valgono di più di un contratto nazionale.

E allora è proprio in questo momento che si arriva a capire la bontà e l’efficacia soprattutto del percorso formativo, aggregativo e “umano” di Industria 4.0 fatto dai padroni ai lavoratori. Eh si, perché, se è vero che si è aperta mesi fa una stagione nazionale contrattuale in cui vengono sottoscritte le intese più importanti in Italia (come ad esempio il contratto nazionale Federmeccanica o come quello del settore alimentare, per citarne solamente due tra i più), questo non sarebbe bastato ai padroni che i lavoratori pre-4.0 stessero comunque tranquilli, che si sentissero con le spalle coperte e rinunciando alle loro giuste rivendicazioni, anche contrattuali. E invece…. Bingo! Il lavoro di costruzione di cultura aziendale fatto dai padroni verso i lavoratori ha permesso ciò che ho detto. Un deciso cambio di passo “culturale” per andare a modificare l’atteggiamento e il comportamento dei lavoratori all’interno della fabbrica.

Da una parte le produzioni che vanno avanti, i fatturati che riprendono quota e il tempo perso del 2020 che viene recuperato dalle aziende. Dall’altra il “blocco” del lavoratore con un solo grande pensiero che passa nella sua testa: continuare a lavorare facendo passare i giorni che lo dividono dalla pensione, stando il più possibile tranquillo, senza problemi, senza rotture di coglioni. Un pensiero che lo porta e lo schiaccia alla solitudine, all’individualismo e all’esclusione totale da ciò che lo potrebbe aiutare per quelle che sarebbero le sue giuste rivendicazioni.

Zona industriale della Crocetta, Modena, anni Sessanta.

Parliamo di quello che è successo e succede fuori dalle fabbriche, dal punto di vista di chi sta dentro. Il totale capovolgimento della situazione data dalle ultime elezioni politiche, con la caduta del “Governo del cambiamento”, e l’arrivo di un “tecnico” del calibro di Draghi, che simbolicamente ha messo fine a una fase decennale che qualcuno ha chiamato “momento populista”. Quali elementi si stanno muovendo e cosa sta cambiando, in relazione alle riforme “strutturali” che il “governone nazionale” guidato dall’ex presidente Bce ha messo in conto di attuare?

Be’, ovviamente abbiamo visto il cambio di governo; l’avvento di Draghi e della sua missione da svolgere in Italia in funzione europeista e atlantica. Un momento storico in cui, dopo rotture parlamentari e di palazzo che hanno avuto il sapore di tutto tranne che del politico, Conte cede la poltrona a l’uomo “capace”, l’uomo “giusto”, quello che rappresenta la svolta epocale per l’Italia e per gli italiani. Colui che è sicuramente in grado di gestire al meglio i fior di quattrini in arrivo dall’Europa. Il governo dei “competenti”, dei “migliori”.

Che la motivazione sostanziale e principale del cambio Conte-Draghi sia stata proprio la gestione e la distribuzione del malloppo Recovery Fund erogato di fatto dalla Germania questo ormai è chiaro a tutti, anche ai muri.

Che il governo Conte fosse già traballante da tempo forse era stato meno chiaro alla gente, ma per quel che mi riguarda ero sicuro di questo nel momento in cui lo stesso Conte aprì quella famosa polemica con Meloni e Salvini in una delle sue uscite serali di spiegazione del Dpcm, in cui fece i famosi “nomi”. Una polemica che mi sembrò strana o comunque non coerente con la figura istituzionale che Conte aveva mantenuto fino a quel momento.

Detto questo, dopo i primi mesi di Draghi e del suo arrivo, sicuramente una questione di spicco è stata certamente quella della formazione del governo e dei vari ministri incaricati, ma anche su questo ormai si è scritto tanto e sinceramente non vedo più, ad oggi, una grande indignazione da questo punto di vista.

Certo è che il motivo principale per cui Draghi ha “dovuto” attuare questa assegnazione, questo scambio fatto con il bilancino da manuale, con i vari partiti dell’arco parlamentare è perché questi, da adesso fino a quando l’Italia tornerà ad elezioni, hanno bisogno assolutamente che i loro galoppini di fiducia vadano nei comuni, nelle province, nelle regioni per stringere accordi, raccogliere voti e favoritismi elettorali. È in quegli ambienti che si farà scambio di favori, poltrone e voti con i soldi del Recovery Fund.

Draghi arriva in Italia e porta con sé, stretta stretta, la sua agenda dei lavori, delle riforme.

La riforma degli organismi e apparati statali, della pubblica amministrazione, come prima questione, centrale; ed eccola già fatta. Un “serrate i ranghi” dove si dà ai lavoratori statali una parvenza di contratto nazionale con qualche centinaia di euro in più e forse qualche mezzo diritto che neanche verrà usato o rivendicato; in cambio la garanzia che questi lavorino, producano e gestiscano ciò che dovranno gestire nei prossimi mesi.

E qui il grande insegnamento dato dalla precedente gestione del reddito di cittadinanza e di Quota 100. Due riforme dall’alto profilo elettorale e propagandistico che, data anche l’impreparazione degli enti statali e delle camere del lavoro, non funzionarono nei mesi immediatamente successivi alla loro entrata in vigore; errore che non si deve commettere certamente stavolta. Oggi, che ci sarà da gestire, tra le altre, le pratiche dei licenziamenti di massa una volta sbloccati e degli ammortizzatori sociali (quelle che vengono chiamate come “politiche attive”), tutto dev’essere pronto, agile e sicuro per il popolo che ne avrà bisogno!

Parlavo prima della cogestione nazionale, del cambio di governo, della gestione del malloppo europeo e parlavo infine di riforme. Ecco, tutti e quattro i momenti si muovono nella stessa direzione, con un comune denominatore: la pace sociale.

Quella stessa pace sociale creata, oliata e perfettamente funzionante nelle fabbriche, ormai stabilmente presente in esse e che di fatto è perfetta per i padroni e per le loro produzioni. Pace sociale che deve per forza, dal loro punto di vista oggi, metterli nelle condizioni di decidere tutto quel che c’è da decidere senza ostacoli o rallentamenti, con nulla che li possa indicare come “cattivi”, ovvero controparte, nemici, o far vedere, per come li chiamo comunque io, padroni; anche per quella che sarà la fase dei licenziamenti.

Una fase nuova, voluta e cercata da anni che va ben oltre la gestione della forza-lavoro attuata con le false cooperative, i contratti degli appalti e subappalti o tutta la galassia “contrattuale” spuria e interinale esistente in Italia; siamo oltre, ben oltre. Qui si parla della fabbrica che adesso è in grado di reggere perfettamente i ritmi e i cicli produttivi odierni e dei prossimi anni (non solo nazionali) ed ecco il motivo per cui sono partito da Industria 4.0 all’inizio della mia carrellata cronologica degli eventi.

Una nuova fase di licenziamenti e di ammortizzatori sociali che si sarebbe aperta comunque e non per il fatto che esiste la pandemia. Non c’entra nulla la pandemia per come ci vogliono far credere! La pandemia ha avuto “solo” la malaugurata funzione di accelerare questo tipo di “percorso riformista” e viene usata in ambito lavorativo come strumento puramente riformista, dalla parte dei padroni. Ciò che potevano significare il virus e la pandemia sanitaria quale grossissimo problema per gli industriali e il sistema produttivo italiano è diventato invece un elemento di slancio, di innovazione, diretto e profondo, per gli stessi.

Un cambio di passo, quello pandemico, che non ha fatto altro che ampliare in quest’ultimo anno tre aspetti sociali diversi tra di loro.

Il primo è sicuramente quello di aver diffuso e portato alle orecchie del “popolo” le parole vittimistiche, il lamento, il dolore dei padroni nei confronti dei propri fatturati, delle proprie ambizioni imprenditoriali e questo è stato ed è tutt’ora un altro aspetto determinante al blocco conflittuale e rivendicativo dei lavoratori. Il fare vittimistico dei padroni ha fatto sì che il lavoratore si sentisse in dovere di sostenere le difficoltà imprenditoriali, pensando anche al futuro del proprio posto di lavoro e del proprio stipendio, mettendo da parte ciò che invece dovrebbe interessargli maggiormente e cioè il miglioramento delle sue condizioni di lavoro, del suo salario e di quel rapporto di forza nei confronti del padrone all’interno del sistema produttivo e della società. Nel sostenere il padrone, si crea e si è creato questo blocco rivendicativo e di riflesso anche conflittuale del lavoratore. Non la definirei nemmeno una tregua, nel senso che è qualcosa di più radicato all’interno della mente del lavoratore e quindi non si tratta di qualcosa che ha un tempo di inizio e di fine. È qualcosa di profondo dove si è lavoratori, ma allo stesso tempo per continuarlo ad esserlo ci si concede senza problemi al vittimismo imprenditoriale.

Il secondo è, senza dubbio, il concetto di farci sentire tutti sulla stessa barca. Partendo nel dire che nessuno è escluso si è creato quel tipo di immaginario sociale dove sembra che tutti abbiano gli stessi soldi, gli stessi privilegi, le stesse possibilità, le stesse difficoltà nell’affrontare la situazione pandemica italiana quando in realtà non è affatto così.

Terzo ed ultimo aspetto, determinante e avvilente da un certo punto di vista, il mettere al centro il lavoro, il dovere di lavorare e il “piacere” di lavorare per guadagnare, per avere nelle proprie tasche i soldi utili a vivere e sopravvivere al periodo delle chiusure, delle restrizioni a scacchiera, della crisi. Dico avvilente da un certo punto di vista perché come lavoratori dovremmo rivendicare soldi da un’altra parte e non vedere la strada vincente nel reperirne dallo stesso “popolo”. Si tratta della strada più semplice, più facile, ma che di fatto toglie da ogni responsabilità lo Stato, il sostegno che dovrebbe dare e ciò che dovrebbe restituire nel momento in cui al “popolo” servono soldi, risorse. Se il “popolo” sceglie invece di tornare a guadagnare ciucciando dalle tasche di se stesso direi che ci sia qualcosa che non va e che giri male…

Futuro anteriore. Che cosa vuole oggi la classe operaia?

Andando a finire, come vedi la prossima fase, che si prospetta dure e sarà determinata dallo sblocco dei licenziamenti? Sia dal punto di vista operaio, di quello che senti e tocchi con mano in fabbrica, che da quello delle varie organizzazioni sindacali che si candidano a gestirlo o a resistergli.

Riprendendo quello che dicevo poco fa, la pandemia ha accelerato la nuova fase dei licenziamenti. Ora, non so e non ho la bacchetta magica per dire che lo sblocco dei licenziamenti avverrà alla fine di giugno come per il momento sembra, però che avverrà ne sono praticamente certo. Come sono praticamente certo che non reggerà, in questo senso, il fatto che si partirà a licenziare chi oggi è assunto col Jobs act, ma che davvero tutti i lavoratori saranno uguali, messi sullo stesso piano, in quella fase. Probabilmente la questione Jobs Act e vecchio contratto sarà tutto nutrimento per le sigle sindacali che in un qualche modo andranno a trovare accordi nel momento in cui nelle fabbriche si procederà a licenziare; ma per il resto, lì penso che saremo davvero tutti sulla stessa barca (lo dico essendo lavoratore).

E i lavoratori saranno in gran parte spiazzati, apriranno le loro bocche senza sapere cosa dire o pensando solo in quel momento a cosa dire senza aver costruito una loro posizione precedente, ma come al solito arrivando lunghi, lunghissimi.

Lo dico perché, ad oggi, anche e soprattutto per quello che dicevo in precedenza dei rinnovi contrattuali nazionali, nelle fabbriche ci si sente sicuri, protetti, vincenti e dello sblocco dei licenziamenti non se ne parla. Non se ne parla nelle fabbriche metalmeccaniche, in quelle siderurgiche, dentro a quelle alimentari e nemmeno in quelle logistiche.

Tutti ambiti diffusissimi sul territorio nazionale italiano e tutti in costante cambiamento negli ultimi dieci-quindici anni. Un po’ per tutte le varie regolamentazioni che via via si vanno costantemente a modificare, un po’ per tutte le certificazioni che ognuno deve rispettare a livello non solo nazionale, ma riferite a quel mercato globale che ormai si è evoluto ed espanso e poi anche per quel che riguarda tutto il circuito di commercio online che è letteralmente esploso durante la pandemia.

Mi riferisco dunque al comparto logistico, dove centinaia e migliaia di lavoratori ormai da anni movimentano tonnellate e tonnellate di merce da consegnare in tutte le città, in tutte le strade italiane. Un ambito, quello logistico, in continua espansione e costruzione. Non c’è ormai città o regione italiana dove non ci sia un grande polo logistico epicentro di smistamento merci. Ambiente, quello logistico, dalle caratteristiche certamente diverse dalla maggior parte del resto delle realtà lavorative italiane in cui, per effetto di altrettante situazioni lavorative diverse, ha visto negli ultimi tempi forti circostanze conflittuali, rivendicative da parte di un’avanguardia di lavoratori. Rivendicazioni, da parte dei lavoratori, che negli anni hanno certamente avuto un’impronta marcata di resistenza allo sfruttamento durante la propria lunga ed estenuante giornata lavorativa e rivendicazioni, da parte sindacale, di rappresentanza all’interno degli stabilimenti.

Lo dico in modo trasparente e rimarco la differenza tra di loro perché è importante in questa fase capire e dare una fotografia il più possibile chiara e assente da sentimentalismi o mitizzazioni di come si sono evolute queste due “linee” rivendicative.

Non voglio assolutamente arrivare a dire che lavoratori e sindacati siano due figure distanti o comunque staccate gli uni dagli altri, però in quello che è stato l’inizio, il percorso rivendicativo e poi anche gli obiettivi (dichiarati e non) le differenze ci sono eccome.

Provo a spiegarmi meglio.

Il comparto logistico è stato l’ambito lavorativo in cui sono emerse enormi criticità dal punto di vista delle condizioni lavorative e contrattuali, e di conseguenza criticità all’interno dei sistemi produttivi adottati e presenti negli stabilimenti di riferimento. Luoghi di lavoro, questi, contraddistinti all’inizio da bassa tecnologia e dall’utilizzo massiccio di manodopera immigrata e poco specializzata, dove l’elemento dell’utilizzo di “cooperative spurie” – come giornali e media le hanno chiamate per distinguere delle sedicenti “cooperative buone” da quelle “cattive” – è dilagato e ha assunto di fatto un ruolo centrale all’interno dei processi lavorativi e dell’inquadramento della forza-lavoro. Da qui, le mobilitazioni dei lavoratori e le loro rivendicazioni in merito a turni, paghe orarie, caporalato e tutto quel che ne consegue in termini di diritti e tutele. Mobilitazioni operaie molto forti, effettivamente raccolte da alcuni sindacati di base e dalla loro dirigenza, che hanno avuto una fase esplosiva e di forte radicalità, espansione, allargamento, dopo un primo innesco a partire dal 2008, nel periodo che va circa dal 2011 al 2014/2015, ciclo di massima tensione e ascesa soprattutto qua in Emilia.

E da qui, come dicevo anche sopra, tutto il percorso di progressivo allargamento e stabilizzazione negli anni successivi, in cui da una parte continuano le mobilitazioni e la partecipazione alle vertenze, scioperi, picchetti degli operai e aumenta quindi la repressione sui lavoratori attivi e più esposti come avanguardie (qualcuno mi ha sempre insegnato che se la repressione aumenta vuol dire che si sta andando nella direzione giusta o che comunque si sta facendo male alla controparte) e dall’altra la battaglia intrapresa, e che si sta portando avanti, da parte sindacale di base per contare qualcosa, per essere riconosciuti e accettati nei tavoli di trattativa locali e nazionali.

È chiaro a tutti come, col passare di qualche anno, da quel picco di esplosione a oggi, anche il ruolo e la modalità conflittuale dei sindacati di base in questione siano mutati. È innegabile ed è sotto gli occhi di tutti come siano entrate a far parte del loro lessico tante parole che all’inizio non venivano usate o addirittura non volevano essere usate, a partire dagli stessi operai, in modo così costante e significativo. Parole quali “democrazia”, quali “rappresentanza interna”, quali “tavolo in Prefettura” e quindi il valore numerico di chi è tesserato e chi no.

Non mi stupisco e penso sia “normale”, legittimo, perché alla fine l’organizzazione-sindacato funziona così, nei fatti, che sia di base o confederale poco importa. È una strada di fatto obbligata, quella della “moderazione”, non nel senso delle forme di lotta ma più nel senso della compatibilità degli obiettivi, del dove si vuole andare, del rientrare nel recinto, per qualsiasi sigla sindacale per avere tutte le carte in regola alla partecipazione di tavoli contrattuali, e di conseguenza ad accordi contrattuali, che sono il pane per il mondo sindacale. Gli ultimi esempi di Piacenza, ma anche alcune situazioni e circostanze nel modenese, sono nitidi, palesi.

Una gara democratica di chi è più corretto, più rappresentativo e più legittimo a trattare, quella tra sindacati confederali e di base, che ha visto un confronto anche diretto tra rispettivi iscritti davanti ai cancelli o alle camere del lavoro.

Situazione, questa, che alla lunga non farà altro che mettere in crisi i lavoratori e la possibilità e opportunità di creare, generalizzare conflitto dentro e fuori dalla fabbrica, di portare fuori dalla vertenza singola o il settore singolo la lotta contro la presa per il culo che è questo modo di vita, questa società e come ce la vendono fatta e finita, immodificabile. Uno spazio, quello del conflitto dei lavoratori nella propria autonomia di interessi, bisogni, prospettive, che si assottiglia sempre più e che si schiaccia, si smorza, forse, in tavoli di discussione contrattuale, di accordi istituzionali e di tesseramento per uno o per un altro sindacato.

Un passaggio da sindacato a sindacato, che non farà altro che far perdere tempo ai lavoratori, alle loro vite, alle necessità che li accomunano rispetto magari alla diversità di “colori”, appartenenze, tessere o ideologie, ma che gonfierà il petto delle rispettive dirigenze sindacali che avranno la penna e il microfono facile per rappresentare la loro sigla come quella giusta, più pura e più vicina ai lavoratori. Insomma, più legittimata, accettata a sedersi a un tavolo con il padrone. Che è il mestiere dei sindacati, dei funzionari, certamente e su questo non ci piove, ma non dei militanti politici o dei comunisti, come vogliamo chiamarli non importa. Ecco, da operaio e comunista – l’emblema del disagio uno potrebbe dire –, be’ quel tavolo vorrei ribaltarlo…

«Oooh-issa! Oooh-issa! Oooh-issa!»
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Con le mani quando volete / Antifascismo

Pizzeria Dugin, ovvero di ristoratori e fascisti

Non avevamo ancora finito di scrivere del presidio di sabato organizzato da Terra dei Padri insieme alla campagna #IoApro, di come sempre, quando si accendono le telecamere, i clown, gli sciacalli e la loro sintesi cameratesca salgano sul palco, che ce l’hanno annullato sotto il naso, forse per il nervosismo di Italexit e di alcuni volti della ristorazione a ritrovarsi sotto i riflettori – di nuovo – con i compagni di banco, più intellettualini ma non meno somari, di Casapound…

Sabato, infatti, ci doveva essere in piazza Mazzini il primo tentativo ufficiale di Terra dei Padri – da quando sono iniziate le proteste di ristoratori, palestre, commercianti e partite iva tra ottobre e novembre 2020 («Tu ci chiudi, tu ci apri») – di mettere il cappello da tipici politicanti sulla rabbia e il malcontento di un segmento sociale in forte crisi nella nostra provincia, tra i più colpiti dalla gestione politica dell’emergenza pandemica: non stiamo parlando degli imprenditori della ristorazione, di chi possiede e gestisce svariati ristoranti, locali e imprese e fino a ieri applicava contratti a chiamata, in nero, pagando due spicci il lavoro precario di donne, camerieri, aiutanti, giovani e studenti, di cui non ci frega niente. Stiamo parlando invece di tutti coloro che vivono del proprio lavoro, che si fanno il culo dentro un bar, un pub o un’attività famigliare per pagare le rette ai propri figli, che si autosfruttano dietro un bancone o in un negozio, che si aprono una partita iva per non finire triturati dentro il magico mondo delle cooperative emiliane o dell’infimo precariato postlaurea.

«TUTTO ANNULLATO» annuncia Modena ai Geminiani sulla sua pagina, non prima di aver cancellato questo fantastico testo che prima campeggiava sulla locandina dell’evento: «Modena ai geminiani parteciperà all’evento riportato qui sotto. In nostra rappresentanza interverrà Daniele Berselli, il nostro portavoce. Il suo intervento riguarderà un congegno in grado di purificare l’aria e di eliminare il 99% dei virus [sic!], grazie all’azione dei raggi ultravioletti [doppio sic!]. Ovviamente con questo congegno si potrebbe riaprire in sicurezza, limitando e quasi azzerando il rischio di contagio, maggiori dettagli sulla nostra proposta li trovate qui [segue link al sito di questi “scienziati geminiani”, ndK]».

I camerati casaggìni (casaggesi? casaclown?) ci avevano già provato in precedenza a inserirsi nel loro sacrosanto malcontento, “rubando” alle tartarughe cerchiate il brand delle “Mascherine tricolori”, senza nessun risultato se non l’indifferenza della cittadinanza. Ma tant’è, perché non riprovarci ora che a Roma le telecamere si sono nuovamente accese dopo due scaramucce con la polizia?

“Chiagnere e fottere”. Ovvero, zìgher e cìaver. Questi politicanti di Casaggì, assenti da tutte le precedenti piazze cittadine di ristoratori e partite iva, si erano mossi subito dopo aver fiutato l’affare mediatico del momento. Insieme a Italexit di Paragone – reduce da cenette romantiche con la consigliera nera della Lega De Maio proprio durante la serata di “aperture disobbedienti” di #IoApro – e Modena ai Geminiani – gli scappati di casa di Forza Nuova, passati alla Rete dei Patri(di)oti –, si dovevano presentare in piazza per autonominarsi rappresentanti politici di questo segmento di ceto medio in crisi, per farsi delegare la rabbia e usarla nei giochetti di palazzo istituzionali o tra partiti, per raccattare due tessere per il “circolo” ancora senza sede e far fare il solito comizietto alla consigliera figlia del capo.

Peccato sia andata a finire così.

Perché a noi il logo dei fascisti, di Casaggì, Azione Studentesca e Modena ai Geminiani, ci piaceva di fianco a quelli di aziende come GymFive o delle catene di locali con ristoranti anche negli Stati Uniti. Perché le organizzazioni dei fascisti sono aziende qualunque. Partiti-azienda che senza sprezzo del ridicolo esaltano il «sangue contro l’oro», ma che poi funzionano secondo la stessa logica di una Srl di centri fitness. D’altronde, non è Terra dei Padri una pmi, un’azienda a conduzione famigliare, capace di generare profitti politici e poltrone a 360 gradi? Con il padre, in piazza, a spacciarsi come leader dell’opposizione al governo delle banche, dell’Europa e dei globalisti, e la figlia, nei palazzi, consigliera comunale della Lega, la quale insieme alle banche, agli europeisti e alla sinistra tutta (da Bibbiano all’Anpi) sostiene il governo Draghi dagli scranni della maggioranza.

Scusateci, ma a questo punto preferiamo di gran lunga l’originale, Forza Italia. Berlusconi ultima trincea d’Europa…

Pizze a domicilio.
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Discorsoni / Analisi

Per infermieri e OSS altro che caramelle: SICUREZZA, SOLDI e POCHE BALLE!

Non è andato tutto bene. Esattamente a un anno di distanza dal primo lockdown siamo ancora in piena emergenza.
Ci avevano detto che quando sarebbe arrivato il vaccino tutto sarebbe tornato alla normalità, ma i reparti sono pieni, le terapie intensive sature, gli ospedali sotto stress, i focolai nelle strutture e nelle fabbriche aumentano insieme al numero di ricoveri e di morti.
Mentre politici e Confindustria, tra giochi di palazzo e cambi di governo, si litigano la spartizione dei 207 miliardi del Recovery Fund, tutto il peso dell’emergenza sanitaria è scaricato sulle spalle degli infermieri, degli OSS, dei lavoratori ospedalieri. Come rispondono le autorità a questa situazione? Il direttore del Policlinico e dell’ospedale Baggiovara, Claudio Vagnini, ha lanciato un appello ai cittadini modenesi: «Portateci delle caramelle per farci capire che siete al nostro fianco in questa lotta».
Delle caramelle? Non possiamo stare in silenzio di fronte a questa presa per il culo.
Una presa per il culo non solo per infermieri, OSS e lavoratori, ma per gli ammalati e i loro famigliari, per tutti noi: “caramelle” invece che assunzioni di personale medico e ospedaliero, caramelle invece che aumento delle retribuzioni, caramelle invece che potenziamento e messa in sicurezza delle strutture e dei lavoratori, caramelle invece che eliminazione del precariato e delle esternalizzazioni a cooperative che sfruttano con contratti da fame, caramelle invece che vaccinazioni a tappeto per tutti. Caramelle quando sono otto mesi che non viene erogato l’indennizzo per il rischio malattie infettive agli infermieri, caramelle quando gli stipendi degli OSS sono irrisori rispetto ai turni massacranti e ai contratti precari, con la mafia delle cooperative del PD a fare il bello e il cattivo tempo sulla pelle dei lavoratori.
A pagare il conto sono le fasce sociali che non godono dei privilegi e del potere di Confindustria e politici, i giovani, gli studenti, chi vive del proprio lavoro e cerca di arrivare a fine mese.
Un conto salato che ci fanno pagare con zone rosse, scuole chiuse, coprifuoco, spostamenti vietati e polizia, perchè il piano vaccinale non decolla per meri interessi economici e geopolitici tra Stato italiano, Unione europea e multinazionali farmaceutiche: meglio lasciar morire noi poveracci e metterci ai domiciliari che liberalizzare i brevetti o usare i vaccini russo, cinese e cubano.
Insomma, l’emergenza è diventata la nuova normalità e in Emilia, che del sistema sanitario ha fatto il suo presuntuoso vanto, la retorica del vaccino per tutti non basta più a coprire la realtà del vaccino per pochi, le caramelle non bastano più a coprire le responsabilità politiche ed economiche di questa crisi.

VIRUS ITALIA: UN ANNO DOPO TUTTO UGUALE, IN ZONA ROSSA METTIAMOCI POLITICI E CAPITALE!

LA SALUTE È UN DIRITTO, LUCRARCI UN DELITTO: VACCINI PER TUTTI SUBITO!
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Con le mani quando volete / Antifascismo

Terra dei Padri, che imbarazzo. Fantapolitica della fascisteria modenese

In questi giorni vari esponenti Lega modenesi stanno passando a Fdi, tra deputati e consiglieri comunali. Proviamo a fare un po’ di fantapolitica, ma neanche troppa.

Il circolo fascista di Casaggì/Terra dei Padri a Modena si trova, per così dire, “bloccato” nella scacchiera politica che si è aperta con l’entrata in scena di Draghi. Nel 2019 ha espresso una marionet… una consigliera comunale, Beatrice De Maio, in quota salviniana, eletta con i voti della fascisteria unita locale, i cui fili sono evidentemente tirati dal padre, leader e frontman di Tdp, Fabio De Maio. Una vera poltrona per due.

Il “circolo” si è così trovato, nel giro di tre anni, dal cavalcare l’onda sovranista e nazionalpopulista (vi ricordate i live di Povia alternati ai concerti del Veneto Fronte Skinhead, tra un corteo contro la sostituzione etnica e l’altro?) a sostenere l’imbarazzante posizione di essere dentro un partito, la Lega salviniana, che adesso ha sconfessato apertamente tutti i presupposti e le ambiguità che avevano dato il via all’operazione “metapolitica” (leggasi infiltrazione ed egemonizzazione) dei nostri camerati locali.

Insomma: dal sovranismo identitario ed etnonazionale all’appoggio al governo delle banche e della Bce di Mario Draghi; dall’alleanza nazionalpopulista “oltre la destra e la sinistra” con i Cinquestelle al governo insieme ai globalisti del Pd, agli immigrazionisti di Leu, ai liberisti di Renzi, ai sorosiani della Bonino; dall’antimondialismo no euro che guardava alla Russia di Putin all’europeismo tecnocratico e ordoliberale vassallo della Merkel, dalle elucubrazione mistico-geopolitiche euroasiatiche alle dichiarazioni di fedeltà all’atlantismo, al sionismo, all’Occidente liberalcapitalista. Questa la traiettoria e la posizione “coerente” di Terra dei Padri e dei suoi esponenti leghisti.

I quali, d’altra parte, difficilmente possono tornare indietro alla “casa madre” di Fratelli d’Italia, da cui provengono (l’area di Casaggì ne è una filiazione, e nella maggior parte delle città ci collabora ancora strettamente) perchè con i meloniani di Modena i rapporti sono tutt’altro che… idilliaci, tanto che negli anni non sono mancati perfino stracci volati a mezzo stampa per assicurarsi la prima fila nel teatrino della “giornata del ricordo” dei fascisti infoibati. Nel caso ci fosse un dietrofront da parte di Terra dei Padri, ai vari De Maio crediamo che i meloniani non gliela farebbero passare liscia, e la testa a rotolare sarebbe (metaforicamente?) la loro… E sappiano che quella del Buon Fabio è la testa del capo, quella che ha tessuto più relazioni (dal network Byoblu a Thomas Fazi, dal Pensiero Forte a Maurizio Murelli, da Dugin a Fusaro, per attivare ad altre “comunità militanti” sulla falsariga di quella modenese).

Insomma: la presenza nella Lega comincia da fuori a farsi a dir poco imbarazzante per i camerati, e in Fdi le porte potrebbero essere definitivamente chiuse.

Da qui, lo scarto che certe cenette ribelli a lume di candela tra la consigliera nera e Pierluigi Paragone, il 15 gennaio a Sassuolo durante l’iniziativa “IoApro”, sembrano suggerire: entrare in Italexit, la neoformazione dell’ex giornalista leghista e senatore stellato, che punta – insieme a Vox di Fusaro Mori, Scardovelli e al (futuro?) gruppo di Di Battista – a colmare il vuoto politico lasciato dal “tradimento” di Lega e M5s?

In questo modo Italextit acquisterebbe il suo primo consigliere comunale in Italia, proprio qui a Modena, senza colpo ferire, e questo consentirebbe al circolo di Casaggì di ricalibrare e approfondire quel lavoro “metapolitico” in un partito appena nato ma ambizioso, quindi più facilmente riempibile dai propri contenuti (e dai propri esponenti…), più influenzabile e indirizzabile della Lega, senza quel “deep state” giorgiettiano a rompere i maroni. Chissà che, con questa sponda, non potrebbe saltarci fuori anche la nuova agognata sede in una zona del centro di Modena…

Fantapolitica? Gossip? Realtà? Non vediamo l’ora di scoprirlo…

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Discorsoni / Analisi

Enter the Draghi

E alla fine hanno calato l’asso di denari.

Era questione di tempo, lo sapevano tutti i giocatori di briscola da bar. La compagine renziana ha apparecchiato il tavolo, ed è bastato questo perché qualcuno sfruttasse l’occasione, senza andare a scomodare inutili dietrologie. D’altronde, i giocatori erano da un po’ che si scambiavano segni, tutt’altro che inintelligibili.

La partita iniziata il 4 marzo 2018 ha preso una piega beffarda. Inaugurata come l’avvio della “Terza repubblica”, nata dalla rivoluzione nazionalpopulista di Movimento 5 Stelle e Lega, degli “esclusi”, degli “euroscettici”, del “popolo” contro le “élite”, i “competenti”, gli “eurocrati”, ha prima visto lo sbriciolamento del “Governo del cambiamento” giallo-verde tra un Papeete e un Mojito di troppo, poi la cannibalizzazione di quello giallo-bianco (altro che rosso…) da parte di un altro non meno spregiudicato Matteo, questa volta in piena crisi pandemica. Per concludersi con Mario Draghi, il simbolo, l’incarnazione, il boss-finale di tutti quei poteri sovranazionali, monetari e tecnocratici entro il cui contrasto e superamento la “rivoluzione” era stata combattuta – o, semplicemente, raccontata.

Insomma, nel giro di neanche una legislatura, siamo passati dall’Italia “laboratorio politico” di Steve Bannon all’uomo della Bce al comando. In tre anni, tutto appare finito. La “rivoluzione” è sconfitta. È il Termidoro, per usare una terminologia a noi più evocativa. Si torna da capo, alla “normalità” della crisi e della sua gestione. Si ritorna al business as usual, al pilota automatico precedente al “momento populista” che, dagli Stati Uniti all’Italia, ha increspato gli assetti politico-istituzionali dell’Occidente.

Ma è davvero, solo così?

Non un semplice Monti 2

Sono stati dieci gli anni impiegati dall’inizio della grande crisi, quella del 2008, vero epicentro di medio periodo di questi avvenimenti, per portare quella spinta al “cambiamento” che, sull’onda della Brexit e dell’elezione di Trump, a un certo punto, prima del Covid-19, è sembrata inarrestabile, dentro i famigerati palazzi del potere.

Anche noi abbiamo fatto parte di questa storia. C’è un filo che va dall’esaurimento (o sconfitta) delle piazze dell’Onda – ma anche di Occupy Wall Street, degli Indignados, con la retorica del 99% contro l’1% –, dove una generazione politica e militante si è forgiata, all’esplosione del movimento dei Forconi nel 2013 – per non parlare poi dei Gilet Jaune… – fino all’attentato suprematista del lone wolf Luca Traini durante la “turbolenta” campagna elettorale del 2018, la quale ha sancito la legittimazione democratica e l’ingresso delle forze “anti-sistema” nell’arena di governo.

Sono sempre stati dieci gli anni intercorsi dal 2011 – con la defenestrazione di Berlusconi e l’investitura di Monti – tra governo tecnico e governo tecnico, entrambi di “salvezza nazionale”, entrambi guidati da un Super Mario col compito di salvare, e liberare, l’Italia dall’Italia stessa, grazie alla propria superiore, responsabile, competenza tecnica. Prima contro la crisi del debito sovrano, poi contro la crisi del virus globale.

Per questo crediamo sia fondamentale, in questo passaggio di (tentativi di) riassestamento e ristrutturazione sistemici, tanto a livello economico quanto sociale e politico, decifrare il ruolo di Draghi e del suo governo senza sovrapporlo a quelli di Monti.

Il governo Draghi potrebbe non essere solo o semplicemente un Monti 2. Questo sembra scontato, ma bisogna averlo bene in mente. In questo momento è necessario osservare il livello delle discontinuità piuttosto che delle continuità. Quindi facciamo attenzione a ritirare fuori, come una reazione pavloviana, l’armamentario retorico e gli striscioni messi in soffitta dopo il 2011 (anche se qualcosa andrebbe rispolverato… do you remember debito?), soprattutto se a distanza di un decennio con quel ciclo di mobilitazione e soggettività ancora facciamo fatica a farci i conti.

C’è tutta una fase che è cambiata. In questi dieci anni c’è stato di mezzo un “momento populista” – senza offesa per i narodniki – che ha profondamente scavato, nelle sue convulsioni, nelle sue espressioni, nelle sue lotte intestine come nella direzione su cui infine si è assestato, nel corpo sociale, ma anche nel campo politico e istituzionale. E ha sedimentato. Non è un caso che gli analisti più lucidi – non importa se reazionari – abbiano cominciato a definire tecnopopulismo la nuova traiettoria politica che vede la cooptazione di elementi e stili dall’uno e dall’altro campo nel meccanismo del potere (un esempio può essere Macron). La frazione di classe dominante egemone, per continuare a governare attraverso i suoi ceti dirigenti, ha bisogno dell’innovazione, in questo caso di selezionare, addomesticare e fare sue le spinte contrarie provenienti dall’esterno, utilizzabili per fare un salto in avanti in termini di compatibilità e stabilità.

Che questo governo “tecnico” – i governi non sono mai tecnici, ricordiamolo a scanso di equivoci: dietro il velo della neutralità, dell’oggettività, della titolarità della competenza si nascondono precisi indirizzi politici, economici, sociali – potrebbe non essere un semplice “Monti 2” lo si può intuire leggendo gli ultimi interventi dello stesso Draghi su “foglietti” come il «Financial Times»: lo Stato dovrà sostenere l’economia, la ripresa, la produzione – dalla parte delle imprese… e il consumo? – facendo e perfino cancellando debito (abbandonando, con un colpo di spugna, dogmi impressi nel sangue di intere popolazioni come quella greca); dovrà sostenere l’occupazione, le famiglie e allargare forme di welfare sotto forma di «basic income», ovvero di reddito di base (formula crediamo non usata a sproposito dallo stesso Draghi).

In questo giro di giostra, probabilmente, non ci saranno (solo) tagli. Saranno presenti risorse e spese (per chi e su quale modello?) e ovviamente “riforme” – in cambio del tesoro europeo del Recovery Fund, più di 220 miliardi di euro, di cui Draghi è stato scelto come amministratore: un bel lubrificatore economico per gli interventi sociali e politici che si stagliano all’orizzonte, oltre che la torta intorno a cui tutti i partiti si stanno sedendo per agguantarsi un pezzo per i propri padrini (paradigmatica la “trasformazione” di Salvini…).

Pescare l’asso di bastoni

C’è tutto un rapporto tra Draghi e Unione Europea, Draghi e classi dominanti italiane, Unione Europea e ceti dirigenti italiani che va sciolto senza tornare ripetere formule che non corrispondo più (almeno non tutte) alla situazione odierna… Senza neanche andare a scomodare il contesto geopolitico di decadimento europeo, stretto tra i due veri attori che si contendono l’indirizzo e l’egemonia sulla globalizzazione post-pandemia, Stati Uniti e Repubblica popolare cinese.

«Il vecchio adagio dell’abate Sieyés “fiducia dal basso, autorità dall’alto” si è rotto, trasformandosi nella ben più debole formula “sfiducia dal basso, dirigismo dall’alto” o, in termini più moderni, “populismo dal basso, tecnocrazia dall’alto”».

Populismo e tecnocrazia sono due facce dello stesso movimento storico in cui ci troviamo ad agire. Si sono alimentati a vicenda fino al cortocircuito provocato da un evento “inaspettato” come una pandemia globale. Guardando indietro, può sembrare che il «Que se vayan todos!» dei movimentidel 2010-2011 non potesse che avere come corollario il «Lasciate fare ai competenti». Siamo consapevoli però che la direzione che prende un processo sia impressa dai rapporti di forza che si è in grado di costruire, organizzare ed esercitare nella tensione tra contingenza e tendenza.

Il nodo politico da sciogliere oggi, a livello di spazio d’azione e organizzazione, crediamo sia porsi contro la tecnocrazia dei competenti senza cedere al recupero della democrazia, dei gruppi e del parlamento (la tecnologia di depoliticizzazione e inibizione democratica del conflitto, anche nelle sue versioni di sinistra e “movimentiste”), e viceversa.

Dieci anni di speranze, illusioni e delusioni verso un “cambiamento” che non c’è stato lasciano sul terreno un irrisolto: questo può trasformarsi in campo di battaglia politica, soprattutto in un passaggio di fase di approfondimento e chiarificazione della crisi scaricata sui subalterni, che vede una composizione sociale iperproletaria in cui declassamento rovinoso di alcuni segmenti di ceti medi (salariati e autonomi) si mischia a timidi comportamenti di attivazione giovanile tutti ancora da decifrare.

Come radicalizzare e organizzare il sentimento dell’odio, della sfiducia e del disprezzo verso la politica di palazzo, dei santoni e dei partiti senza andare a portare l’acqua al mulino della soluzione tecnocratica e dirigista da una parte e nella difesa della democrazia, dei politici e della rappresentanza dall’altra?

È questa una domanda da un milione di… dogecoin, che ci facciamo non come semplici spettatori della partita più importante, quella della nostra parte sociale, in attesa che essa entri in gioco con l’asso di bastoni.

 

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Discorsoni / Analisi

Di vaccini e kalashnikov

Il vaccino cinese, a novembre 2020, aveva superato la fase 3 dei test confermandosi sicuro ed efficace nell’86% dei casi. È prodotto dall’azienda statale Sinopharm e si basa su una tecnologia già lungamente applicata e sperimentata a livello globale – quindi a minor costo di produzione – che utilizza un virus morto, simile alla vaccinazione antipolio.

I vaccini occidentali, come quelli di Pfizer e BioNTech, utilizzano una tecnologia più recente e meno collaudata – quindi più costosa e con meno garanzie – che prende di mira una proteina del coronavirus utilizzando l’RNA. Sarebbero sicuri al 95%, se non che, nel trasporto, a questi vaccini deve essere garantita una temperatura che va dai – 70 ai – 20 gradi. Quindi una condizione di trattamento che necessita di protocolli e apparecchiature molto complessi e dispendiosi.

Il vaccino cinese, oltre a costare meno, quindi più accessibile ai Paesi meno ricchi, è inoltre stato concepito per viaggiare a una temperatura tra i 2 e gli 8 gradi sopra lo zero, molto più facilmente gestibile e a minor costo complessivamente, soprattutto per quelle aree – non occidentali – dove vivono circa tre miliardi di persone senza sistemi stabili di elettricità e refrigerazione. Su un pianeta, non dimentichiamolo, lanciato inesorabilmente a subire nei prossimi anni – sta già succedendo! – un aumento brusco delle temperature.

I governi occidentali hanno finanziato con miliardi di euro di risorse pubbliche le ricerche private di aziende private sul vaccino. Le aziende hanno avuto quindi un triplo guadagno: infatti, il vaccino è stato poi acquistato dagli Stati che ne avevano già finanziato la ricerca, il cui brevetto resta… privato.

A dicembre 2020 milioni di cinesi erano stati già vaccinati. La Cina e Cuba si sono rese disponibili a fornire il loro vaccino a qualsiasi paese ne faccia richiesta. Nel mentre in Italia, a gennaio 2021, la distribuzione del vaccino occidentale è rallentata quando non bloccata per la mancanza di personale formato e di aghi e siringhe.

Vogliamo mettere in evidenza le logiche, le strategie e le prospettive differenti e sottostanti ai due vaccini, uno dei terreni di battaglia – come del resto la tecnologia di telecomunicazione 5G – del rinnovato confronto intercapitalistico globale, che gli incubi e le paranoie dei complottisti nostrani hanno, nel loro lucido delirio, intuito.

Da una parte un vaccino concepito per essere prodotto autonomamente, più velocemente e a costi minori, più facilmente gestibile senza ulteriori costose apparecchiature, in grado di arrivare a un maggior numero di persone ed economicamente sostenibile per i paesi marginali alle catene globali del valore, con lo sguardo verso un futuro-presente più caldo. Possiamo benissimo chiamarlo, senza esaltazioni o folklore di sorta, un “vaccino del popolo”, perché la logica sottostante è quella della difesa della salute umana complessiva, a partire da quella delle classi subalterne. Un vaccino sicuramente migliorabile, ma che si fa vettore dell’ampliamento, dell’ulteriore proiezione e influenza di un modello – politico, economico, di relazioni globali – che apertamente si dice socialista, ma con «caratteristiche cinesi», verso aree del globo come il Sudest asiatico, il Medioriente, l’Africa, il Sudamerica, fino a lambire l’Europa. Un modello che comincia a dimostrarsi perfino più «efficiente», «dinamico» e «sostenibile» della tanto decantata razionalità capitalistica occidentale. Il vaccino cinese, insomma, segue le orme, nel campo della salute, del kalashnikov sovietico nel campo della guerra, quella dei subalterni contro i propri dominatori.

Dall’altra un vaccino privato che risponde più a una logica di business a corto raggio, predatoria e finanziaria, invece che di salute sociale, una logica arroccata a difesa di interessi geopolitici di bottega e immediati di classe, il cui ceto dirigente – in particolare quello europeo – è poco lungimirante perfino di fronte alle necessità (anche se sarebbe più corretto dire velleità) politiche del proprio capitalismo. Un vaccino che solo un piccolo nucleo di paesi al mondo può gestire e distribuire alla propria popolazione, e comunque lentamente, e ad altissimo prezzo, mentre le “ondate” continuano a susseguirsi e sempre più persone muoiono o cadono in miseria. Gli italiani, in quanto subalterni a questo specifico intreccio di alleanze e rapporti di forza, non hanno possibilità di scelta se non sucarsi il vaccino delle corporation di BigPharma, o scegliere di andare a infoltire le schiere di utili idioti novax.

La critica serrata – e agita – alla gestione sanitaria della crisi pandemica non va lasciata a questi ultimi, l’altro lato della medaglia della stabilità sistemica. Ma se siamo ormai fuori tempo, va ricostruito, su questa leva, un discorso comunista autonomo e forte più complessivo sulla scienza, la tecnologia, l’innovazione capace di marciare sulle proprie gambe, che non si lasci schiacciare, da una parte, dalle ridicole e dannose velleità ideologiche che possiamo chiamare accelerazioniste – la celebrazione, la fiducia e la difesa, di fatto, dell’idea del progresso, e quindi del progresso capitalistico, la riproposizione dell’ideologia II Internazionale e della socialdemocrazia di kautskiana memoria – e, dall’altra, dall’inutile atteggiamento della lotta contro i mulini a vento, del rifiuto individuale della realtà concreta.

Il nodo fondamentale rimane quello politico. La scienza, la tecnologia, l’innovazione non sono neutrali. Ancora prima del loro uso, contengono in sé un segno politico, dato da chi il potere politico lo detiene. Sono prodotte da precisi rapporti di forza tra classi. I loro prodotti sono la cristallizzazione di tali rapporti, e in base a tali rapporti agiscono secondo logiche diverse.

Logiche diverse, strategie diverse, prospettive diverse, all’interno dello stesso sistema di relazioni capitalistiche mondiale, che vanno comprese e possedute. Che chiarificano la trama della contesa globale di cui il secolo si farà portatore, il posizionamento nella catena imperialista e in quella del valore globale, la profondità della perdita occidentale di centralità e attrazione, in particolare per l’Europa, rispetto alle sfide epocali che questi anni Venti hanno aperto.

 

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Discorsoni / Analisi

Alluvione 2020: chi pagherà per tutto questo?

Martoriata da cemento, bretelle, consumo di suolo, concessioni edilizie, incuria e disinteresse in nome dell’affarismo più bieco e predatorio, la nostra terra è fragile.

E se la terra è fragile, lo è anche la sua gente. Le nostre comunità.

Guardiamoci in faccia. Non siamo più in emergenza: siamo in una nuova normalità. E tutti gli anni sarà sempre peggio.

È la nuova normalità del cambiamento climatico e della crisi ecologica. Che non è solo crisi ambientale, ma crisi di un intero modello di sviluppo, di produzione, di lavoro, di rapporto col territorio, di rapporti sociali: quello capitalistico.

Non è più quesione di evitare la crisi climatica ed ecologica, è questione di saperla affrontare. Affrontare l’inevitabile. Bisogna riflettere su dove si vive e come si vive, e come cambierà in futuro, un futuro che è già qui e cominciamo a toccare con mano.

Ma non è solo con l’appello alla buona coscienza dei comportamenti individuali che si potranno cambiare le cose.

Il cambiamento climatico non è una scusa. La questione è politica. La questione è di potere. Potere di chi decide. Su cosa produrre, su come farlo, sulla priorità dei bisogni. Sull’organizzazione del territorio, sulla difesa delle comunità, sulle nostre vite.

Di chi pagherà per tutto questo. L’ennesimo disastro che si poteva evitare.

La riproduzione sistemica del capitale si è disconnessa dalla riproduzione sociale e della vita complessive. Destra e sinistra sono due facce dello stesso modello che ha portato il nostro territorio ad essere martoriato.

Rompere radicalmente con questo modello, difendere la nostra terra, è diventata una questione di sopravvivenza.

Esondazione del Tiepido a Fossalta, Modena Est, a pochi chilometri dal centro di Modena.
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Troppo fuorismo / Inchiesta

Che cresca una generazione pronta a spazzarvi via

Gira un video, da ieri.
Centro di Modena, via Emilia, sotto i portici.
Due pattuglie di Polizia fermano un ragazzino, un minorenne. Non si sa perchè, non si sa per come. Ma sono in quattro a prenderlo con la forza. Intorno qualche passante, altri ragazzini, forse suoi amici, paralizzati dal panico.
I quattro energumeni di via Divisione Aqui gli mettono le mani addosso, lo bloccano, gli storcono le braccia. Lui urla, cerca di divincolarsi, gli fanno male. Lo trascinano verso la volante, violentemente, in quattro contro uno. Chi fa il video chiede spiegazioni a un poliziotto. «Lo lasci stare! Cos’ha fatto? Non ha fatto niente! Perchè lo state portando via?» Cercano di allontanarlo. «Lo state menando! Lo state menando! Ha sedici anni, lo state menando!» Si vede del trambusto. Il ragazzino è spinto dentro la macchina della polizia, probabilmente a calci e pugni. È portato via, mentre i poliziotti non rilasciano dichiarazioni.
Un fotogramma del video del violento fermo del ragazzo minorenne in via Emilia centro, Modena. «Non aveva i documenti».
Oggi. Piazza Grande. La testimonianza raccolta da sua madre.
Hanno fermato mio figlio. Aveva lasciato i documenti a casa. È uscito dalla questura con la faccia gonfia. «Mi hanno pestato». Un occhio nero, lividi sulle braccia e sulle spalle. Al Pronto soccorso quindici giorni di prognosi.

https://www.youtube.com/watch?v=z0bCE-I9_b8

A Modena la violenza poliziesca di una questura fuori controllo dilaga. Il governo, sfruttando la pandemia, non ha fatto altro che lasciare ancora più carta bianca, ancora più impunità.
Amicizie tra digos e padroni e scioperi repressi con teste spaccate, lacrimogeni e denunce a centinaia di operai come a Italpizza.
Una strage nel carcere di S.Anna a marzo ancora senza una verità se non quella di 9 morti, tutto insabbiato.
Pestaggi sotto casa durante il primo lockdown in centro.
Decine e decine di tifosi costretti fino ad oggi ad affollarsi per firmare inutilmente durante partite deserte solo per rendere ulteriormente difficile la vita.
Militarizzazione, coprifuoco, soprusi, multe a non finire a modenesi già vessati dalla paura di finire in ospedale, di perdere il lavoro, di non poter più riaprire, di non poter più curarsi, di non avere qualcosa da mettere sulla tavola il giorno dopo.
E adesso arresti per strada e violenze contro ragazzini, finiti come da testimonianza con pestaggi in Questura.
Noi lo sappiamo bene cosa fa la polizia italiana, “fatica e non si stanca, di giorno manganelli, di notte Uno Bianca”. Di notte, in via Emilia centro e in via Divisione Aqui, anche quello che è successo a questo ragazzino. Che potrebbe essere tuo amico, tuo figlio, la persona accanto a te. E la prossima volta potresti essere tu.
Per questo speriamo che i suoi amici, gli amici degli amici, i giovani dei parchetti, delle compagnie, dei lavoretti, dei senza futuro, che oggi più stanno pagando questo mondo di merda, abbiano visto bene, sentito quella rabbia che a noi non riesce ad andare via, e ricordino. La custodiscano. Per, un giorno, ricacciaverla in faccia.
Che cresca una generazione pronta a spazzarvi via.
Firenze.
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Discorsoni / Analisi General

RACHE. Le vibrazioni del nostro tempo.


Negli Stati Uniti, l’altra sera, hanno sparato a un nazista. Non ci interessa se sia morto perché la polizia ha impedito ai paramedici di intervenire in tempo, né se a sparargli sia stato un compagno, un nero a caso, un poliziotto o un altro nazista. Se nei primi due casi saremmo meno stupiti, negli altri saremmo più divertiti.
Non ci interessa nemmeno (in questa sede) bastonare il can che affoga di chi dopo anni di retorica fuoco e fiamme scopre che la violenza sistemica, quando torna indietro, è effettivamente violenta e come tale fa male a delle persone, non solo a vetrine e bancomat. Se pensavano che durante le rivoluzioni si ballasse rimarranno delusi, d’altra parte Emma Goldman non ne ha mai fatta una, Mao sì.
Meno di tutto ci interessa polemizzare sul ruolo del Terrore Rosso, dei Giacobini, degli anabattisti di Müntzer o dei Gracchi: la tradizione ci interessa per due cose, lo stile e gli strumenti pratici che ci possono servire. Per l’agire politico, per la nostra militanza, preferiamo restare ben ancorati al presente per intercettare il futuro.
E il presente è brutto, orrendo – senza alcuna accezione di slang al termine -, dove la composizione spuria più conflittuale nel nostro territorio non trovando alcun riferimento valido si coagula attorno a lotte imperscrutabili contro 5G, mascherine e dittatura sanitaria.

È qui il nodo che ci interessa, quello della vendetta. Termine che ci rivendichiamo totalmente perché in un mondo che si sente davvero sull’orlo della Katastrophe nella sua accezione più apocalittica la vendetta diventa una leva rivoluzionaria concreta, tangibile, immaginabile.
La nostra gente vive di vendetta, la brama, se ne abbevera come può: la cerca con gli strumenti che ha a disposizione, come la la denuncia, la pattuglia dei vigili, lo sputtanamento social e occasionalmente quello pubblico. Sta a noi organizzare la vendetta collettiva. E la celebriamo ogni volta che capita l’occasione.
Siamo andati a vedere il Joker di Todd Phillips [1] e ne siamo usciti pensando che quelle erano le vibrazioni del nostro tempo, così come Piazza Maidan ha rappresentato l’orizzonte nuovo della guerra civile in Europa.

Con lo scomparire delle possibilità di mediazione, il confronto diventerà sempre più sporco ma anche sempre più duro, e chi rimarrà indietro ne pagherà il conto con l’esclusione: chiedetelo a Salvini che ha puntato tutto sull’essere colui che spingeva più in là le proprie posizioni e quando un Conte qualsiasi gli ha dato quel che chiedeva ha imboccato il viale del tramonto. E vale la stessa cosa per Trump: flirtava con la guerra civile e alla fine gliene stanno dando un assaggio.
A volte accettare provocazioni è la reazione migliore.
Per questo celebriamo, post-ironici, tutti i crimini del comunismo, perché non ci sentiamo in colpa a desiderare la vendetta di classe sul nemico, né tanto meno proviamo alcuna pietà per esso. Non dobbiamo giustificarci se non è necessario come tattica contingente ne preoccuparci se non siamo sinceri nel farlo: siamo in trincea e abbiamo ben altre priorità.

[1]  http://archivio.commonware.org/index.php/neetwork/904-la-morte-degli-eroi

Ps:
“Aveva chiesto dove fossero i bolscevichi”

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Roba forestiera / Traduzioni

Benvenuti nella prima linea: oltre il nodo violenza/non violenza

Riceviamo e volentieri pubblichiamo la traduzione dell’articolo Welcome to the Frontlines: Beyond Violence and Nonviolence del collettivo cinese Chuǎng (闯).

Lo scritto ha il merito di affrontare, cercando di scioglierlo in avanti, l’annoso nodo della violenza/non violenza a partire dall’analisi concreta di alcune esperienze di piazza – in particolare la “Primera linea” in Cile, il “Movimento degli ombrelli” a Hong Kong, e i riot scaturiti da “Black Lives Matter” negli Stati Uniti – che, seppur distanti, hanno in alcune loro caratteristiche risuonato globalmente e vicendevolmente a distanza di tempo.

Tutte queste mobilitazioni, che hanno raggiunto alti se non inediti livello di scontro, non possono non essere inquadrate in un nuovo ciclo più ampio di sollevazioni globali che negli ultimi anni hanno toccato la Francia come il Libano, l’Iraq come l’Ecuador, la Catalogna come la Cina: un ciclo sicuramente più duro e “sporco” – soprattutto in alcuni suoi frangenti, se pensiamo alla genesi dei Gilet gialli o al grado di violenza in Medio Oriente – rispetto a quello del 2010-2011 (Occupy, Primavere), che si inscrive nell’arrivo del secondo tempo della crisi globale e potrebbe anticipare (questa la domanda che ci poniamo) possibili forme e modi di soggettivazione, attivazione e conflitto sociale e di classe.

Crediamo, infatti, sia interessante uno sguardo sulle forme organizzative, le tattiche e le tecniche comuni sviluppatesi in strada e poi circolate a partire dall’emersione della figura collettiva della «prima linea»: ci chiediamo, infatti, quanto essa sia collegata, influenzata, orientata dal tipo di soggettività messasi in gioco; quanto della questione «tecnica» ci parli – o meno – della questione «politica», e viceversa; quale tipo di direzione politica e aspetti della militanza vengano sollecitati da questo cambio di paradigma. Tutto questo, lo vogliamo chiarire, a prescindere dalla direzione che hanno assunto questi movimenti, dal tifo da casa o dalla valutazione politica che se ne può – e deve – trarre.

Siamo consapevoli, in particolare, delle ambiguità, delle contraddizioni e delle valenze geopolitiche insite nel movimento sviluppatosi a Hong Kong (per forza di cose approfondito particolarmente nel contributo), inscritto – volente o nolente – nello scontro sempre più aperto tra interessi imperialistici occidentali a guida statunitense e Repubblica popolare cinese; scontro che, proprio nell’ex colonia britannica, rischia di passare sul “terreno”. Ma proprio per questo pare interessante da inchiestare l’organizzazione di un movimento che, con tutte le sue criticità politiche, può dirci molto sulla crisi dei ceti medi rispetto al patto sociale con lo Stato, sui fronti e la direzione dello scontro di soggettività spurie in crisi di mediazione e su possibili scenari che, anche a queste latitudini, possono riproporsi in modi e rappresentazioni differenti a chi è militante.

Buona lettura.

«Le armi per le rivolte proletarie sono state sempre prese dagli arsenali dei padroni».
Mario tronti, Operai e capitale.
Nelle ultime due settimane, gli Stati Uniti hanno vissuto alcune delle più grandi, più militanti proteste e rivolte degli ultimi decenni. Il movimento, ormai di portata nazionale, è iniziato a Minneapolis dopo l’assassinio di George Floyd da parte della polizia. La rabbia che ne è seguita ha portato a manifestazioni di massa, scontri con le forze dell’ordine, incendi e saccheggi, momenti di cordoglio e ribellioni che si sono diffusi in tutto il Paese nel giro di poche ore. La centrale di polizia del terzo distretto di Minneapolis, dove gli assassini lavoravano, è stata completamente bruciata, auto della polizia sono state incendiate da New York a Los Angeles nel contesto dell’offensiva radicale più larga contro l’apparato repressivo dello Stato americano vista in questo secolo, alimentata da decenni di rabbia contro il razzismo della polizia e dal continuo succedersi di omicidi da parte della stessa di persone di colore. Ora, anche la sinistra elettorale e riformista sta seriamente discutendo una versione ammorbidita dell’abolizione della polizia a livello nazionale, reimmaginata come “defunding” [taglio dei finanziamenti, ndt], e il Consiglio comunale di Minneapolis si è impegnato a “sciogliere” il dipartimento di polizia della città. Non molto tempo fa, una tale richiesta sarebbe stata considerata utopistica.

Mentre il movimento contro gli abusi polizieschi e l’istituzione della polizia stessa si sviluppa rapidamente negli Stati Uniti, abbiamo visto in esso i segni di altri disordini e lotte di massa che sono emersi in tutto il mondo nell’ultimo anno, dal Cile alla Francia, al Libano, all’Iraq, all’Ecuador e alla Catalogna, per citarne solo alcuni. Qualsiasi analisi di ampio respiro della ribellione negli Stati Uniti sarebbe prematura, dato che i fuochi dei disordini stanno letteralmente ancora bruciando nelle città di tutto il Paese. Vorremmo invece offrire alcune brevi osservazioni sulle lotte a Hong Kong, che abbiamo fatto del nostro meglio per seguire da vicino, concentrandoci su una particolare innovazione tattica che riteniamo possa essere un utile contributo alle proteste in corso negli Stati Uniti e non solo. Abbiamo già visto persone in strada adottare lezioni sparse prese da Hong Kong e da altri punti caldi nel ciclo globale di ribellioni dell’anno scorso: una barricata in stile hongkonghese di carrelli della spesa sulle strade del combattuto terzo distretto di Minneapolis, tecniche per lo spegnimento dei gas lacrimogeni a Portland, utilizzo di laser per abbagliare le telecamere e le visiere della polizia in diverse città, ombrelli impugnati contro lo spray al peperoncino durante le proteste a Columbus e Seattle, e i messaggi nei graffiti ai cittadini di Hong Kong su vetrine di negozi sprangate o saccheggiate in diverse città. Le somiglianze sono state così evidenti, infatti, che hanno portato il paranoico redattore capo del tabloid dei media statali cinesi «The Global Times», Hu Xijin, a concludere che «i rivoltosi di Hong Kong si sono infiltrati negli Stati Uniti» e hanno «orchestrato» gli attacchi.

Possiamo fare poco per guidare il modo in cui questo movimento si sviluppa (né vorremmo farlo), ma speriamo che alcuni degli strumenti e delle tattiche impiegate dai nostri amici e compagni di Hong Kong possano essere utili a chi si trova nelle strade di altre città. In particolare, offriamo alla vostra considerazione l’evoluzione del ruolo della “frontline” (prima linea, ndt) nei moti di Hong Kong, nella speranza che possa essere utile per colmare i divari tra i militanti e i partecipanti pacifici nelle strade di altre città.

Come nei movimenti passati, ci sono già stati significativi disaccordi su come affrontare le forze dello Stato negli Stati Uniti. Come in altri movimenti dopo Ferguson e prima, alcune (ma non tutte) organizzazioni di volontariato hanno iniziato ad entrare in contatto e dialogare con l’ala “soft” dell’apparato repressivo locale, entrando in azione per reprimere la militanza della rivolta iniziale: i “leader della comunità” collaborano con le forze dell’ordine, conducendo le folle in agguati e accerchiamenti, e segnalando letteralmente i manifestanti “violenti” tra la folla. Nel frattempo, i governi locali in tutta la nazione affermano che coloro che hanno iniziato i danneggiamenti e i saccheggi o che combattono contro la polizia sono “agitatori esterni”, il sindaco di Seattle ha twettato che «gran parte della violenza e della distruzione, sia qui che in tutto il Paese, è stata istigata e perpetuata da “uomini bianchi.». Ma è evidente che la rabbia repressa contro la polizia è estremamente diffusa e che per le strade sia emerso un ampio consenso sulla necessità di opporvisi.

Hong Kong può offrire una via per sfuggire all’apparente inevitabilità dei conflitti interni al movimento sui nodi della violenza, nonviolenza e il modo di interagire con le forze dell’ordine. Per coloro che sono alla ricerca di un nuovo modo per colmare i divari tra le forme di partecipazione militante e pacifica, pensiamo che uno dei contributi più importanti della città alla nuova era delle lotte sia stato lo sviluppo di particolari ruoli e formazioni da dispiegare nelle strade, così come le strutture dietro di esse che hanno contribuito a collegare meglio coloro che vogliono combattere i poliziotti con gli altri nel movimento. In particolare, vogliamo sottolineare il concetto di frontliners di Hong Kong, che non solo ha sviluppato molte tecniche riuscite per affrontare la polizia, ma ha anche stabilito un nuovo tipo di rapporto tra gli elementi militanti e nonviolenti delle azioni di strada attraverso molti mesi di sperimentazione.

Cosa significa essere “nella prima linea”? Il termine è diventato incredibilmente popolare negli ultimi mesi in tutte le lingue e in tutti gli ambiti sociali, soprattutto in riferimento agli operatori sanitari e ad altri soggetti particolarmente vulnerabili alla pandemia in corso. Questo ha oscurato l’originale ondata di popolarità del termine nella copertura mediatica mainstream dello scorso anno, dove si riferiva ai manifestanti in varie parti del mondo. Le adulazioni ufficiali per i lavoratori che escono dal turno di lavoro a Wuhan e a New York suonano controverse versioni statali del grido «¡vivan lxs de la primera línea!» che salutava i manifestanti di ritorno dalle battaglie con la polizia in Cile lo scorso autunno. Ciò che ha permesso le versatili, e apparentemente opposte, mobilitazioni di questo termine è stata proprio la sua capacità di integrare in modo efficace attività normalmente divise, proponendo un’unità definita non dall’omogeneità ma dal sostegno alla lotta complessiva, simboleggiata da chi è in “prima linea”. Ora, con il ritorno dei disordini negli Stati Uniti, sembra possibile che l’uso del termine si rivolga di nuovo a coloro che affrontano la polizia: in Connecticut, una fila di manifestanti vestiti di nero affronta la polizia indossando maschere che dovevano essere prima destinate a prevenire la diffusione del virus, e in uno screenshot sfocato del momento, una donna tiene in mano un cartello che recita: «Gli unici alleati sono quelli nelle prime linee.».
L’idea di base che permette al concetto di prima linea di integrare il movimento al di là delle vecchie divisioni tra violenza e non violenza, o “diversità di tattiche”, è che chi è in prima linea si assume rischi personali per proteggere chi gli sta intorno, idealmente con (ma spesso senza) un’attrezzatura protettiva distintiva, e che questi rischi aiutano a spingere in avanti l’intero movimento. Questo è anche il motivo per cui il concetto si è esteso così facilmente nella risposta alla pandemia, perché la logica di base del rischio personale a sostegno della lotta è più o meno identica. Ma in quei casi, lo Stato aveva un chiaro interesse a mobilitare il termine per cooptare le risposte popolari o mascherare la propria incompetenza, il tutto con l’obiettivo finale che rimane di sopprimere la pandemia. Ora, tuttavia, lo Stato non ha tale interesse, poiché non condivide lo stesso obiettivo dei manifestanti che invocano il concetto di prima linea. Al contrario, porrà i “leader della comunità” e forse li ritrarrà anche come “in prima linea” del movimento in qualche modo, ma non c’è bisogno di fingere di sostenere coloro che sono effettivamente in conflitto con la polizia. Questo significa che il termine ha la capacità di tornare al significato che ha acquisito a Hong Kong, definito attraverso i rischi assunti in difesa di tutti o l’atto di mettere a rischio la propria vita per tenere tutti gli altri al sicuro e contemporaneamente spingere la lotta in avanti.

Nel corso dell’escalation degli scontri di strada nel 2019, i manifestanti di Hong Kong hanno prodotto innovazioni a ritmo rapido, tra cui l’invenzione di nuove attrezzature e formazioni distinte con specifiche posizioni tattiche da riempire all’interno del corpo della protesta. In questo contesto, il frontliner è emerso come un ruolo riconoscibile di chi, con armature e strategie di mitigazione dei gas lacrimogeni, si è posizionato direttamente contro la polizia, sostenuto da compagni in seconda e terza linea.

Questa innovazione tattica si è diffusa rapidamente, prima in Cile e poi in altri contesti latinoamericani. Il primo salto da Hong Kong al Cile è stato probabilmente tradotto attraverso i “riot-porn” caricati su YouTube o semplicemente trasmesso attraverso l’aria inebriante del ciclo di rivolta del 2019. Un partecipante a un “clan” della prima linea cilena fa capire che le tattiche utilizzate dal suo gruppo sono state adottate da Hong Kong. Ben presto, altri rivoltosi locali si sono attrezzati con tattiche molto simili, tra cui scudi, slogan, costruzione inventiva di barricate, e l’utilizzo diffuso di puntatori laser ad alta potenza come strumenti per disturbare le telecamere e la vista della polizia (così come, in un caso memorabile, la distruzione di un drone della polizia). Oltre a questi adattamenti specifici, anche la struttura del movimento cileno è stata organizzata secondo linee riconoscibili: dopo un periodo di manifestazioni contro l’aumento dei prezzi dei trasporti pubblici, tra cui le diffuse evasioni organizzate e le grandi marce, un giro di vite della polizia ha poi scatenato massicce manifestazioni e rivolte che in Cile sono ampiamente definite come una «esplosione sociale». In un video di una protesta in Plaza Italia, a Santiago del Cile, un uomo su un edificio che si affaccia sulla piazza dice entusiasta che la manifestazione «è possibile solo grazie a un gruppo di ragazzi», che si sono organizzati «per fermare le forze repressive.».

Nel periodo successivo, quando nelle città del Paese è stato dichiarato lo stato di emergenza, lo spazio per manifestazioni pacifiche è stato difeso da una prima linea di manifestanti disposti a combattere la polizia. Come a Hong Kong, questi manifestanti sono stati organizzati principalmente per ruolo: portatori di scudi, lanciatori di pietre, medici, “minatori” (che producono proiettili), manifestanti nelle retrovie con laser per disturbare la vista o le telecamere della polizia e barricatori per bloccare l’avanzata. A differenza degli sviluppi successivi della strategia «be water» (essere fluidi come l’acqua, ndt) di Hong Kong, che ha enfatizzato il logoramento della polizia attraverso il movimento costante, il movimento cileno è iniziato con i manifestanti che hanno allestito e difeso specifiche linee intorno alla “zona zero” o “zona rossa” per impedire ai poliziotti di entrare nelle aree dove si erano radunati altri manifestanti. Con l’aumento della repressione, tuttavia, gli scontri quotidiani sono diventati essenzialmente combattimenti di strada in strada, tra i manifestanti organizzati e la polizia. Tuttavia, l’importanza della prima linea come strumento per rendere possibile la protesta è stata ampiamente riconosciuta da coloro che erano all’interno e all’esterno del movimento, con i “rappresentanti del fronte” acclamati selvaggiamente quando venivano invitati a partecipare ai talk show. Come a Hong Kong, i frontliners che hanno formato gruppi autonomi per difendere il movimento sono stati sostenuti da partecipanti esterni, sia in forma anonima che di gruppo, come hanno lamentato alcuni media di destra.

Tattiche simili sono state adottate anche in Colombia tramite il Cile e Hong Kong, poiché i gruppi che si organizzano su Facebook hanno riconosciuto la necessità di proteggere i manifestanti del movimento guidato dagli studenti dalla violenza della polizia. Tuttavia, i primi membri dei gruppi più importanti in prima linea hanno dichiarato che avrebbero agito in modo puramente “difensivo” piuttosto che attaccare direttamente la polizia e, man mano che il più ampio movimento popolare si spegneva, le opinioni su questi gruppi (caratterizzati dai loro fotogenici scudi blu, adatti ai media) hanno cominciato a cambiare. I frontliners adottarono consapevolmente la strategia «be water» di Hong Kong, ma questo fu percepito da molti nei movimenti studenteschi come un abbandono delle forme tipiche del movimento studentesco, che non aveva fatto le stesse scelte tattiche. Più in generale, i frontliners delle proteste studentesche colombiane sono stati percepiti come opportunisti, nel tentativo di dare spettacolo davanti ai media e di guidare le marce lontano dai percorsi concordati. Alla fine, questo tipo di “prima linea” altamente inorganica si è alienata il sostegno che aveva ricevuto in un primo momento dal resto del movimento.
In questi diversi contesti, lo sviluppo del ruolo del frontliner ha segnato un significativo progresso nella tattica del confronto di strada con la polizia. Tali tattiche devono, naturalmente, cambiare per adattarsi a situazioni particolari, ma possiamo imparare dai continuamente crescenti saperi globali della lotta. Nel decennio successivo al declino del movimento dell’alter-globalizzazione, la discussione sulle tattiche di lotta contro la polizia si è in gran parte ingigantita in dibattiti sul “blocco nero”. Originario della Germania degli anni Ottanta, il blocco nero si riferisce alla tattica di indossare in gruppo capi d’abbigliamento e protezioni simili e neri, che impediscono alla polizia di individuare qualsiasi individuo tra la folla. In parte per il suo successo pratico, le azioni del black-bloc negli Stati Uniti e in gran parte dell’Europa sono state oggetto di interminabili dibattiti, che alla fine si riducono a quale ruolo l’azione militante dovrebbe svolgere nelle proteste di strada. Negli Stati Uniti, il risultato finale è stato una distensione in cui i manifestanti che sostenevano la militanza e quelli che potevano sostenere solo un’azione non conflittuale si sono spinti fino a dividere in aree delle città per impedire l’interazione tra i gruppi. Le affermazioni secondo cui il blocco nero protegge i manifestanti non violenti (sia direttamente che attirando la repressione della polizia altrove) sono stati spesso punti di discussione, ma non si è mai raggiunto un consenso. Nella migliore delle ipotesi, c’è la difesa di una “diversità di tattiche”, forse l’espressione migliore per descrivere questa fragile distensione.

All’inizio di questi movimenti, la diversità di tattiche permette una tenue coesistenza di caratteri militanti e pacifici, poiché vi sono molti partecipanti e marce parallele, permettendo alle persone di distribuirsi in quei luoghi dove prevale il loro “tipo” preferito. Il termine immagina di fatto sfere completamente diverse in cui possono svolgersi “tattiche diverse”. Ma spesso non è così. Con l’aumento della repressione statale e il rallentamento del moto iniziale, le due sfere sono costrette a fondersi. È proprio a questo punto che sono necessarie tattiche più aggressive per difendere il movimento nel suo complesso contro la polizia e per continuare a spingere le cose in avanti man mano che l’energia dei partecipanti diminuisce. Da un lato, è in questo momento che si attiva la funzione repressiva dello Stato, poiché la polizia locale viene rifornita e riceve rinforzi dai livelli superiori di governo. Ma dall’altro, questo è anche il momento in cui lo Stato mobilita il suo apparato di controllo soft sotto forma di leader della comunità, non profit e politici “progressisti”, che giocano tutti un ruolo essenziale nel rompere la tenue alleanza tattica che esisteva all’inizio. Queste sono, dopo tutto, le persone con più successo nello spingere il mito dell'”agitatore esterno”, a deridere la distruzione “da anarchici bianchi” delle proprietà e spesso a intervenire letteralmente per prevenire attacchi alla polizia o anche il de-arresto di altri manifestanti, dopo il fatto incoraggiano la gente a consegnare video da spia che mostrano chi ha lanciato bottiglie alla polizia, e di inondare i social media con post che affermano che i poliziotti o anche i nazionalisti bianchi sono stati quelli che hanno rotto le prime finestre.

Nelle proteste del 2019 a Hong Kong e in Cile, tuttavia, in modi e a velocità diverse, l’affermazione che il “blocco” protegge gli altri è stata trasformata in un chiaro e innegabile pezzo dell’immaginario collettivo. Ciò è stato in parte possibile anche attraverso la cancellazione di ogni precedente significato legato al protestare in blocco nero e la sua sostituzione con il ruolo di frontliner: quel contestatore che, sottoponendosi a gravi pericoli e all’onnipresente gas lacrimogeno, non ha fatto altro che difendere tutti gli altri dalla polizia. Questo rappresenta un cambiamento: non c’è più una grande separazione geografica in due corpi di manifestanti (una zona per la protesta pacifica e un’altra per il confronto), ma un unico corpo coalizzato, protetto in prima linea da coloro che hanno fatto proprio il ruolo di essere lì. In un senso ancora più ampio, e forse ancora più importante, le proteste di Hong Kong e del Cile hanno totalmente riconfigurato il ruolo dei manifestanti vestiti di nero, mascherati e militanti, disposti a combattere la polizia. A differenza della situazione negli Stati Uniti, dove spesso è possibile per i media e la polizia collaborare per isolare i militanti, ritraendoli come separati dal corpo principale dei “buoni manifestanti” e ancora più distanti dal corpo politico in generale, i frontliners sono stati anche ampiamente (se non completamente) intesi come coloro che agiscono in difesa di tutti gli altri, manifestanti e non, rendendo possibile la resistenza a uno status quo insostenibile.

La costruzione di un’effettiva solidarietà tra “militanti coraggiosi” (勇武) e gli aderenti alla “nonviolenza pacifica e razionale” (和理非) non è stato il risultato automatico del movimento nascente nel 2019 a Hong Kong, né è avvenuto da un giorno all’altro. Come negli Stati Uniti, i precedenti movimenti di Hong Kong erano divisi lungo linee ideologiche di militanza e nonviolenza, così come erano divisi tra quelli di strada e l'”opposizione controllata” dei partiti pan-democratici nel Consiglio legislativo (LegCo). Dobbiamo ricordare che le proteste del 2019 sono arrivate dopo anni di sperimentazione, tra cui l’emergere e il fallimento della “Rivoluzione degli ombrelli” del 2014: una protesta altrettanto massiccia e in gran parte “pacifica” che ha spuntato tutte le caselle sostenute dai sostenitori liberali della nonviolenza.

Quando quel movimento è stato così decisamente sconfitto, i giovani di Hong Kong hanno cominciato ad agitarsi in modo nuovo, prima con azioni di strada su scala molto più ridotta, come gli strani e ancora controversi “Fishball Riots” del 2016. In queste azioni, abbiamo visto la linea del fronte staccata dalla sua base in una manifestazione di massa. I giovani ancora scossi dall’abietto fallimento del “pace, amore e nonviolenza” del 2014 si sono invece buttati nel confronto diretto, dichiarando guerra ai poliziotti, accatastando e lanciando mattoni, e poi pilotando la strategia «be water» rifiutando di presidiare spazi fissi in strada. Allo stesso tempo, non hanno aspettato di essere raggiunti da altri manifestanti, e non hanno fatto alcuno sforzo di reclutamento. Il risultato è stato che le prime linee nei Fishball Riots, così com’erano, non avevano nessuna delle connotazioni di difesa che hanno ora. Questo caso di disordini è ancora controverso tra gli hongkonghesi all’interno del movimento di protesta, perché il suo carattere isolato lo ha trasformato in una sorta di avventurismo rischioso (per non parlare del ruolo svolto dai “localisti” di estrema destra nei disordini). Ora, però, vediamo tattiche molto simili ridispiegate e lucidate, ma in un contesto sorprendentemente diverso. È come se le tattiche pilotate sia nelle azioni (relativamente) pacifiche del 2014 sia negli scontri (relativamente) violenti con la polizia del 2016 fossero finalmente costrette a combinarsi in una sintesi efficace.

Le radici di questa sintesi si possono meglio vedere verso la fine della “protesta degli ombrelli”, che ha preso forma attraverso interazioni talvolta conflittuali tra organizzazioni formali e decine di migliaia di partecipanti autonomi. Durante le occupazioni di Central e, più tardi, di Mong Kok, alcuni elementi del movimento furono organizzati centralmente, con occupazioni concentrate intorno a un “grande palco” (大台) che era essenzialmente controllato da grandi organizzazioni politiche, in particolare i due gruppi studenteschi: la HK Federation of Student Unions and Scholarism (un gruppo fondato da studenti delle scuole superiori), così come i principali partiti elettorali del campo pandemocratico e un gran numero di attivisti di ONG affermate. Mentre queste occupazioni non avrebbero mai potuto iniziare – tanto meno si sarebbero potute sostenere da sole – senza una grande quantità di lavoro e di azione autonomi, le organizzazioni formali hanno cercato di mantenere un certo controllo sulla forma del movimento, e in alcuni casi hanno tentato di annullare azioni specifiche, alcune delle quali sono andate avanti comunque senza il loro sostegno. Tuttavia, quelli che occupavano posizioni di leadership erano i gruppi che alla fine entrarono in trattative con il governo. Come in molti contesti occidentali, queste organizzazioni erano in gran parte orientate alla cosiddetta “nonviolenza razionale”. Malgrado ciò, le tensioni tra i radicali e coloro che controllavano il palcoscenico sono aumentate durante tutto il corso del movimento, raggiungendo un picco in seguito all’attacco dei manifestanti all’edificio del LegCo, dopo di che i manifestanti non violenti e gli organizzatori hanno etichettato tutti i militanti come agenti segreti di Pechino o “demolitori”. Dall’altro lato, alcuni manifestanti hanno iniziato a far circolare slogan che chiedevano lo smantellamento del palco principale (e del centro di potere che rappresentava) (拆大台), e lo scioglimento dei picchetti che avevano tentato di fermare gli attacchi al LegCo (散纠察).

Sulla scia del fallimento della protesta degli ombrelli e della liquidazione delle occupazioni, il primo periodo del Movimento anti-estradizione del 2019 – indicativamente dalla proposta di legge del marzo 2019 alla marcia da due milioni di persone del 16 giugno – ha visto ancora la nonviolenza come tattica dominante. Tuttavia, a seguito della riluttanza del governo a ritrattare la legge di fronte al movimento nonviolento di massa, e a seguito di una repressione sempre più violenta da parte della polizia, è emerso un grossolano consenso attorno ad alcuni principi di base: imparando dai fallimenti della protesta degli ombrelli, le nuove proteste non avrebbero dovuto essere organizzate attorno a un corpo centrale e non avrebbero cercato di prendere e tenere lo spazio. Questa forma organizzativa è stata intesa specificamente in riferimento alle tappe principali della protesta degli ombrelli, con il “decentramento” come slogan e principio organizzativo reso in cantonese come «senza un grande palcoscenico» (无大台).

Allo stesso tempo, le esperienze della violenza della repressione poliziesca hanno creato un’atmosfera di solidarietà tra i manifestanti. Sulla base di richieste unificate – prima la ritrattazione della legge sull’estradizione e poi un’inchiesta sulla brutalità della polizia, la fine delle classificazioni dei manifestanti come rivoltosi, l’amnistia per gli arrestati e il suffragio universale – i partecipanti hanno raggiunto un ampio consenso sul fatto che il successo richiede un livello di unità tra i militanti e i manifestanti pacifici: «nessuna divisione, nessuna rinuncia, nessun tradimento» (不分化、不割席、不督灰) o, più positivamente, «ognuno combatte a modo suo, scaliamo insieme la montagna» (兄弟爬山,各自努力) e «i pacifici e i coraggiosi sono indivisibili, ci alziamo e cadiamo insieme» (和勇不分、齐上齐落). I sondaggi tra i partecipanti al movimento, effettuati all’inizio di giugno, hanno mostrato che il 38% degli intervistati credeva che le “tattiche radicali” fossero utili per far sì che lo Stato ascoltasse le richieste dei manifestanti, ma a settembre il 62% era d’accordo. Alla domanda se le tattiche radicali fossero comprensibili di fronte all’intransigenza dello Stato, quasi il 70% era già d’accordo a giugno, e a luglio questa percentuale era salita al 90%.

A settembre, solo il 2,5% degli intervistati ha dichiarato che l’uso di tattiche radicali da parte dei manifestanti non era comprensibile. Dallo stesso sondaggio, a settembre, oltre il 90% dei partecipanti concordava con l’affermazione che «mettere insieme azioni pacifiche e militanti è il modo più efficace per ottenere risultati». Un simile punto di svolta potrebbe emergere negli Stati Uniti, dato che quasi l’80% degli intervistati da un sondaggio nazionale che chiedeva se la rabbia che ha portato all’attuale ondata di proteste è “giustificata” ha risposto affermativamente, e il 54% afferma che la risposta alla morte di George Floyd, compreso l’incendio di un edificio del distretto di polizia, è giustificata.

A Hong Kong, la natura decentralizzata del movimento, unita al crescente senso di uno scopo unitario condiviso tra manifestanti pacifici e militanti, ha permesso la formazione e la riproduzione di ruoli riconoscibili in cui i partecipanti potevano sostenersi a vicenda in gruppi organizzati autonomamente, coordinati in modo anonimo attraverso strumenti online come Telegram e forum come LIHK.org. Questi strumenti e strutture organizzative sono di per sé degni di un’indagine separata o di una guida open-source alla protesta: Telegram permette la creazione di strutture estremamente flessibili, pur preservando l’anonimato, che hanno permesso a manifestanti e sostenitori di sviluppare un intero ecosistema digitale che è stato cruciale per superare in tempo reale la polizia. Lo strumento dei canali di Telegram ha permesso la creazione di entrambe le enormi chatroom su larga scala simili, a livello di funzione, ai commenti sui livestream che i manifestanti negli Stati Uniti stanno utilizzando. Tuttavia, mentre questi «mari pubblici» (公海) erano in grado di fornire alcune informazioni utili, si è capito che erano sotto la sorveglianza della polizia a causa della loro natura pubblica, e l’organizzazione di passaggi “sensibili” è stata fatta in canali con amici fidati.

I manifestanti hanno anche creato altri canali specifici per condividere le posizioni della polizia e le vie di fuga, che alla fine hanno raggiunto decine di migliaia di partecipanti alla protesta. In questi canali, l’invio è limitato agli amministratori o ai bot appositamente designati, che trasmettono informazioni verificate sull’ubicazione e la disposizione delle forze di polizia, contribuendo ad attenuare il fenomeno dei falsi allarmi e relativo panico comuni in ogni protesta. Queste informazioni sono a loro volta fornite da individui che lavorano come osservatori ai margini delle manifestazioni di protesta, che inviano gli aggiornamenti nei canali designati secondo un formato specifico, in modo da poter essere facilmente standardizzate e trasmesse agli aggregatori di dati che monitorano sia i canali scout che i livestream, pubblicando gli aggiornamenti dei canali di annuncio e le mappe in tempo reale della posizione della polizia.

Oltre alle funzioni di segnalazione, i canali di Telegram creati per azioni specifiche hanno anche permesso ai partecipanti di trasmettere informazioni sui bisogni («medici necessari a questo incrocio», «strumenti di attenuazione dei gas lacrimogeni necessari a breve») e di prendere decisioni collettive sulle risposte in tempo reale attraverso funzioni di voto. Quest’ultima ha permesso scelte rapide, come ad esempio quale via di fuga prendere per evitare un attacco di polizia. È importante sottolineare che questi metodi organizzativi hanno attirato sia i militanti sia coloro che non erano disposti, non erano interessati o (a causa dello status di immigrazione, della disabilità o di altre potenziali vulnerabilità alla violenza della polizia) non erano in grado di partecipare in prima linea: mentre i militanti in prima linea affrontavano la polizia e la loro crescente violenza, i sostenitori non violenti si impegnavano nelle marce, come medici o fornendo supporto logistico (spostamento di forniture per le barricate, strumenti per il trattamento dei gas lacrimogeni, o vestiti per i frontliners in nero per cambiarsi), come copwatch con videocamere, o come esploratori che fornivano informazioni ad altri sostenitori che lavoravano come aggregatori di dati.

Molti dei modi in cui coloro che erano “fuori” dalle prime linee hanno fornito un supporto materiale diretto ai frontliners per le strade: in alcune azioni, i manifestanti senza equipaggiamento formavano muri umani, a volte usando ombrelli, per proteggere i manifestanti mentre si toglievano l’equipaggiamento che li avrebbe contrassegnati per l’arresto sulla via del ritorno a casa. Altri, pur non partecipando direttamente in qualità di dimostranti, avrebbero facilitato i danni alla proprietà, usando i loro ombrelli per schermare le persone che rompevano le finestre dalla vista delle telecamere. Più tardi nel corso del movimento, i manifestanti al di fuori delle prime linee avrebbero portato i singoli componenti per le molotov alle azioni, e formato catene umane che portavano ai frontliners materiali per rifornirsi rapidamente con bottiglie, benzina, zucchero e stracci.

Al di là di queste azioni di sostegno specifico, il semplice fatto di rimanere in strada durante i divieti di raduni pubblici è stato infine inteso come un mezzo per sostenere il movimento: un amico racconta la storia di un anziano impiegato anonimo in una pausa sigaretta che, dopo aver letto su Telegram che un gruppo di frontliners vicino al suo palazzo aveva bisogno di guadagnare tempo prima di impegnarsi con la polizia, si è avvicinato direttamente alla linea di polizia e ha cercato di litigare con i poliziotti, pensando che la sua identità di persona anziana e ben vestita avrebbe potuto diminuire le sue possibilità di essere arrestato e fornire più di un alibi se l’avesse fatto. Tuttavia, questa generalizzazione della lotta è vista da alcuni anche come una delle ragioni per cui la polizia alla fine si è rivolta alla più recente strategia di accerchiamento e di arresti di massa di tutti in una determinata zona: chiunque si trovi per strada può ora essere considerato un partecipante, o almeno uno che odia i poliziotti.
All’inizio del movimento, tuttavia, prima dell’intensificarsi della repressione e degli arresti da parte della polizia alla fine dell’estate e nell’autunno del 2019, il ruolo dei frontliners era relativamente chiaro, con la possibilità per i sostenitori di rimanere separati dallo scontro diretto con la polizia costruendo barricate, fornendo rifornimenti alle prime linee mentre si spegnevano i gas lacrimogeni, o nascondendo i frontliners alla polizia mentre cambiavano il proprio vestiario. Questa divisione era comunque ancora un po’ problematica, poiché l’accettazione del fronte come segmento centrale del movimento ha dato a coloro che combattono contro la polizia una posizione di “maggior merito” in qualche modo, con alcuni manifestanti pacifici che sono stati accusati di non essere abbastanza militanti. Ma man mano che l’accettazione dell’azione militante cresceva di pari passo con la violenza sempre più estrema della polizia, queste divisioni hanno cominciato a rompersi. Da un lato, le azioni che prima erano intese come pacifiche si associavano a un rischio sempre maggiore di essere scoperti e arrestati.

Per esempio, la creazione e la protezione dei “muri di Lennon” (ampie distese di post-it che, a mosaico, ricoprono interamente muri con messaggi di protesta, ndt), contestazione artistica e ed espressione di sé, è stata inizialmente intesa come una modalità di partecipazione completamente “pacifica”, ma con l’aumento del numero di attacchi violenti ai muri e di arresti delle persone che vi lavoravano, è diventato difficile continuare a partecipare senza una preparazione fisica e mentale alla violenza. Di fronte alla violenza della polizia e al “terrore bianco” degli attacchi ai manifestanti da parte di gruppi filo-Pechino, ogni divisione tra chi era disposto a mettere in gioco il proprio corpo e chi era impegnato in una partecipazione a basso rischio o eticamente non violenta diventava sempre più difficile. Ciò è stato particolarmente vero quando un numero crescente di manifestanti è stato arrestato. Per alcuni amici, la decisione di unirsi alla prima linea è avvenuta per gradi ed è stata il risultato della graduale erosione delle differenze tra le attività in prima linea e altri modi di sostenere il movimento. Altri amici hanno raccontato le difficili conversazioni che hanno avuto con i loro genitori anziani che, vedendo gli arresti di tanti giovani, hanno deciso di unirsi al fronte per colmare il vuoto.

Se da un lato ci siamo volutamente concentrati su tattiche materiali piuttosto che sull’identità politica, va riconosciuto che le cinque richieste che hanno contribuito a fornire una base per un’ammirevole unità ai manifestanti di Hong Kong hanno anche messo in evidenza significative divisioni politiche. In particolare, il fatto che il movimento avesse una base così ampia significava che comprendeva (e in alcuni casi era guidato da) un sentimento localista di destra. A differenza dei Gilet Giall in Francia, che avevano una base di partecipazione similmente ampia, l’inclusione e l’escalation di tattiche militanti per danneggiare la proprietà non è servita a scacciare gli elementi di destra dal movimento. Piuttosto, a Hong Kong la situazione si è invertita, e alcuni (ma non tutti) esponenti della sinistra hanno limitato la loro partecipazione al movimento, non volendo cantare slogan a fianco dei nazionalisti che chiedono una rivoluzione per “restaurare” Hong Kong, o partecipare alle marce con quelli che sventolano le bandiere dei regimi statunitensi o coloniali britannici.

Mentre la struttura razziale della politica statunitense rende quasi impossibile la partecipazione della destra al ciclo di ribellione in corso in USA (nonostante i politici promuovano menzogne contrarie), la struttura del movimento di Hong Kong attorno a un insieme unificante di cinque richieste è anche un po’ estranea al contesto degli Stati Uniti. Mentre la loro stessa impossibilità ha dato spazio al movimento per crescere ad Hong Kong, l’uso di richieste anche improbabili è passato di moda negli Stati Uniti. Dopo il fallimento delle prime proteste contro la guerra a metà degli anni 2000, l’ascesa e la caduta di Occupy qualche anno dopo ha definito quella che sarebbe diventata la norma, in cui un eccesso di richieste ha portato all’incapacità generale di “accordarsi” su qualsiasi richiesta. Nella prima ondata di proteste di Black Lives Matter dopo la rivolta di Ferguson del 2014, si è verificato un fenomeno simile: le organizzazioni “ufficiali” BLM no-profit hanno fatto richieste concrete di videocamere sui poliziotti e di denaro per le attrezzature militari da incanalare in corsi di formazione antirazzismo e de-escalation, ma queste non sono mai state le richieste popolari delle strade. Al contrario, il movimento coesisteva non con una richiesta specifica, ma con un’affermazione: che «le vite dei neri contano» («Black Lives Matter»).

È questa affermazione che è tornata ad essere la forza coesiva della rivolta di oggi. Allo stesso tempo, la situazione potrebbe cambiare alquanto. Ma non c’è ancora un insieme coerente di richieste che possa unire i manifestanti pacifici e militanti che si ribellano dopo l’assassinio di George Floyd. Se tali richieste dovessero sorgere, probabilmente sarebbero basilari e difficili da realizzare senza “smantellare il grande palcoscenico” del business as usual negli Stati Uniti, proprio come le Cinque richieste di Hong Kong: amnistia generale, abolizione della polizia, o risarcimenti per secoli di omicidi e lavori forzati approvati dallo Stato. Gli appelli a de-finanziare la polizia («defund the police») sembrano aver preso piede ora, dopo essere stati raccolti da gruppi di attivisti e politici progressisti locali. Ma tale richiesta è ben lontana dall’appello più popolare ad abolire la polizia, e permette ai leader locali di affermare che stanno “depotenziando” i dipartimenti di polizia, mentre in realtà stanno conducendo solo tagli di bilancio frazionari. In questo senso, il defunding della polizia sembra assumere un carattere simile alle richieste di body camera del 2014.

Con o senza tali richieste, vediamo l’innovazione fondamentale del ruolo di frontliners nel venire incorporato nelle nuove relazioni che diventano possibili: tra la “prima linea” e la seconda linea, la terza, e altri manifestanti a sostegno. Una somiglianza tra le esperienze dei manifestanti di Hong Kong e quelle dei manifestanti nelle strade degli Stati Uniti è che, mentre molti hanno sperimentato a lungo i modi in cui funziona la repressione della polizia, questa è per molti la prima volta (o almeno uno dei momenti più gravi) in cui la repressione della protesta pacifica da parte della polizia è visibile. In un certo senso, il ruolo evolutivo del frontliner è stato in realtà forzato dall’azione della polizia. Una volta che la repressione del movimento a Hong Kong ha superato un certo punto, sono emersi due fatti: in primo luogo, la polizia è fondamentalmente violenta, e dispenserà tale violenza indipendentemente dal fatto che i suoi bersagli protestino pacificamente o meno. In secondo luogo, è diventato evidente che se il movimento dovesse continuare, i manifestanti devono essere in grado di autodifendersi.

Poiché la polizia e i rinforzi della Guardia Nazionale cercano di disperdere le proteste in modo incredibilmente violento per le strade di quasi tutte le principali città degli Stati Uniti, sembra possibile che il Paese possa vedere un simile punto di svolta in termini di portata e intensità della repressione. Per coloro che sono alla ricerca di soluzioni – che cercano un modo per sostenere i nostri amici e compagni, per lavorare in solidarietà, per piangere le vittime della polizia e per far sì che questa violenza sistemica finisca un giorno – un metodo per continuare la lotta potrebbe essere quello di riconoscere che il ruolo di chi è in prima linea è quello di proteggere tutti gli altri. Quindi diciamo: welcome to the frontlines, benvenuti in prima linea, e anche in seconda e terza linea, e nelle linee mediche e di rifornimento, tutti occupano ruoli, illustrator, stampatori e distributori, live-streamer e tutti coloro che twittano informazioni dagli scanner della polizia. Forse questa volta possiamo esserci tutti insieme.