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Roba forestiera / Traduzioni

Benvenuti nella prima linea: oltre il nodo violenza/non violenza

Riceviamo e volentieri pubblichiamo la traduzione dell’articolo Welcome to the Frontlines: Beyond Violence and Nonviolence del collettivo cinese Chuǎng (闯).

Lo scritto ha il merito di affrontare, cercando di scioglierlo in avanti, l’annoso nodo della violenza/non violenza a partire dall’analisi concreta di alcune esperienze di piazza – in particolare la “Primera linea” in Cile, il “Movimento degli ombrelli” a Hong Kong, e i riot scaturiti da “Black Lives Matter” negli Stati Uniti – che, seppur distanti, hanno in alcune loro caratteristiche risuonato globalmente e vicendevolmente a distanza di tempo.

Tutte queste mobilitazioni, che hanno raggiunto alti se non inediti livello di scontro, non possono non essere inquadrate in un nuovo ciclo più ampio di sollevazioni globali che negli ultimi anni hanno toccato la Francia come il Libano, l’Iraq come l’Ecuador, la Catalogna come la Cina: un ciclo sicuramente più duro e “sporco” – soprattutto in alcuni suoi frangenti, se pensiamo alla genesi dei Gilet gialli o al grado di violenza in Medio Oriente – rispetto a quello del 2010-2011 (Occupy, Primavere), che si inscrive nell’arrivo del secondo tempo della crisi globale e potrebbe anticipare (questa la domanda che ci poniamo) possibili forme e modi di soggettivazione, attivazione e conflitto sociale e di classe.

Crediamo, infatti, sia interessante uno sguardo sulle forme organizzative, le tattiche e le tecniche comuni sviluppatesi in strada e poi circolate a partire dall’emersione della figura collettiva della «prima linea»: ci chiediamo, infatti, quanto essa sia collegata, influenzata, orientata dal tipo di soggettività messasi in gioco; quanto della questione «tecnica» ci parli – o meno – della questione «politica», e viceversa; quale tipo di direzione politica e aspetti della militanza vengano sollecitati da questo cambio di paradigma. Tutto questo, lo vogliamo chiarire, a prescindere dalla direzione che hanno assunto questi movimenti, dal tifo da casa o dalla valutazione politica che se ne può – e deve – trarre.

Siamo consapevoli, in particolare, delle ambiguità, delle contraddizioni e delle valenze geopolitiche insite nel movimento sviluppatosi a Hong Kong (per forza di cose approfondito particolarmente nel contributo), inscritto – volente o nolente – nello scontro sempre più aperto tra interessi imperialistici occidentali a guida statunitense e Repubblica popolare cinese; scontro che, proprio nell’ex colonia britannica, rischia di passare sul “terreno”. Ma proprio per questo pare interessante da inchiestare l’organizzazione di un movimento che, con tutte le sue criticità politiche, può dirci molto sulla crisi dei ceti medi rispetto al patto sociale con lo Stato, sui fronti e la direzione dello scontro di soggettività spurie in crisi di mediazione e su possibili scenari che, anche a queste latitudini, possono riproporsi in modi e rappresentazioni differenti a chi è militante.

Buona lettura.

«Le armi per le rivolte proletarie sono state sempre prese dagli arsenali dei padroni».
Mario tronti, Operai e capitale.
Nelle ultime due settimane, gli Stati Uniti hanno vissuto alcune delle più grandi, più militanti proteste e rivolte degli ultimi decenni. Il movimento, ormai di portata nazionale, è iniziato a Minneapolis dopo l’assassinio di George Floyd da parte della polizia. La rabbia che ne è seguita ha portato a manifestazioni di massa, scontri con le forze dell’ordine, incendi e saccheggi, momenti di cordoglio e ribellioni che si sono diffusi in tutto il Paese nel giro di poche ore. La centrale di polizia del terzo distretto di Minneapolis, dove gli assassini lavoravano, è stata completamente bruciata, auto della polizia sono state incendiate da New York a Los Angeles nel contesto dell’offensiva radicale più larga contro l’apparato repressivo dello Stato americano vista in questo secolo, alimentata da decenni di rabbia contro il razzismo della polizia e dal continuo succedersi di omicidi da parte della stessa di persone di colore. Ora, anche la sinistra elettorale e riformista sta seriamente discutendo una versione ammorbidita dell’abolizione della polizia a livello nazionale, reimmaginata come “defunding” [taglio dei finanziamenti, ndt], e il Consiglio comunale di Minneapolis si è impegnato a “sciogliere” il dipartimento di polizia della città. Non molto tempo fa, una tale richiesta sarebbe stata considerata utopistica.

Mentre il movimento contro gli abusi polizieschi e l’istituzione della polizia stessa si sviluppa rapidamente negli Stati Uniti, abbiamo visto in esso i segni di altri disordini e lotte di massa che sono emersi in tutto il mondo nell’ultimo anno, dal Cile alla Francia, al Libano, all’Iraq, all’Ecuador e alla Catalogna, per citarne solo alcuni. Qualsiasi analisi di ampio respiro della ribellione negli Stati Uniti sarebbe prematura, dato che i fuochi dei disordini stanno letteralmente ancora bruciando nelle città di tutto il Paese. Vorremmo invece offrire alcune brevi osservazioni sulle lotte a Hong Kong, che abbiamo fatto del nostro meglio per seguire da vicino, concentrandoci su una particolare innovazione tattica che riteniamo possa essere un utile contributo alle proteste in corso negli Stati Uniti e non solo. Abbiamo già visto persone in strada adottare lezioni sparse prese da Hong Kong e da altri punti caldi nel ciclo globale di ribellioni dell’anno scorso: una barricata in stile hongkonghese di carrelli della spesa sulle strade del combattuto terzo distretto di Minneapolis, tecniche per lo spegnimento dei gas lacrimogeni a Portland, utilizzo di laser per abbagliare le telecamere e le visiere della polizia in diverse città, ombrelli impugnati contro lo spray al peperoncino durante le proteste a Columbus e Seattle, e i messaggi nei graffiti ai cittadini di Hong Kong su vetrine di negozi sprangate o saccheggiate in diverse città. Le somiglianze sono state così evidenti, infatti, che hanno portato il paranoico redattore capo del tabloid dei media statali cinesi «The Global Times», Hu Xijin, a concludere che «i rivoltosi di Hong Kong si sono infiltrati negli Stati Uniti» e hanno «orchestrato» gli attacchi.

Possiamo fare poco per guidare il modo in cui questo movimento si sviluppa (né vorremmo farlo), ma speriamo che alcuni degli strumenti e delle tattiche impiegate dai nostri amici e compagni di Hong Kong possano essere utili a chi si trova nelle strade di altre città. In particolare, offriamo alla vostra considerazione l’evoluzione del ruolo della “frontline” (prima linea, ndt) nei moti di Hong Kong, nella speranza che possa essere utile per colmare i divari tra i militanti e i partecipanti pacifici nelle strade di altre città.

Come nei movimenti passati, ci sono già stati significativi disaccordi su come affrontare le forze dello Stato negli Stati Uniti. Come in altri movimenti dopo Ferguson e prima, alcune (ma non tutte) organizzazioni di volontariato hanno iniziato ad entrare in contatto e dialogare con l’ala “soft” dell’apparato repressivo locale, entrando in azione per reprimere la militanza della rivolta iniziale: i “leader della comunità” collaborano con le forze dell’ordine, conducendo le folle in agguati e accerchiamenti, e segnalando letteralmente i manifestanti “violenti” tra la folla. Nel frattempo, i governi locali in tutta la nazione affermano che coloro che hanno iniziato i danneggiamenti e i saccheggi o che combattono contro la polizia sono “agitatori esterni”, il sindaco di Seattle ha twettato che «gran parte della violenza e della distruzione, sia qui che in tutto il Paese, è stata istigata e perpetuata da “uomini bianchi.». Ma è evidente che la rabbia repressa contro la polizia è estremamente diffusa e che per le strade sia emerso un ampio consenso sulla necessità di opporvisi.

Hong Kong può offrire una via per sfuggire all’apparente inevitabilità dei conflitti interni al movimento sui nodi della violenza, nonviolenza e il modo di interagire con le forze dell’ordine. Per coloro che sono alla ricerca di un nuovo modo per colmare i divari tra le forme di partecipazione militante e pacifica, pensiamo che uno dei contributi più importanti della città alla nuova era delle lotte sia stato lo sviluppo di particolari ruoli e formazioni da dispiegare nelle strade, così come le strutture dietro di esse che hanno contribuito a collegare meglio coloro che vogliono combattere i poliziotti con gli altri nel movimento. In particolare, vogliamo sottolineare il concetto di frontliners di Hong Kong, che non solo ha sviluppato molte tecniche riuscite per affrontare la polizia, ma ha anche stabilito un nuovo tipo di rapporto tra gli elementi militanti e nonviolenti delle azioni di strada attraverso molti mesi di sperimentazione.

Cosa significa essere “nella prima linea”? Il termine è diventato incredibilmente popolare negli ultimi mesi in tutte le lingue e in tutti gli ambiti sociali, soprattutto in riferimento agli operatori sanitari e ad altri soggetti particolarmente vulnerabili alla pandemia in corso. Questo ha oscurato l’originale ondata di popolarità del termine nella copertura mediatica mainstream dello scorso anno, dove si riferiva ai manifestanti in varie parti del mondo. Le adulazioni ufficiali per i lavoratori che escono dal turno di lavoro a Wuhan e a New York suonano controverse versioni statali del grido «¡vivan lxs de la primera línea!» che salutava i manifestanti di ritorno dalle battaglie con la polizia in Cile lo scorso autunno. Ciò che ha permesso le versatili, e apparentemente opposte, mobilitazioni di questo termine è stata proprio la sua capacità di integrare in modo efficace attività normalmente divise, proponendo un’unità definita non dall’omogeneità ma dal sostegno alla lotta complessiva, simboleggiata da chi è in “prima linea”. Ora, con il ritorno dei disordini negli Stati Uniti, sembra possibile che l’uso del termine si rivolga di nuovo a coloro che affrontano la polizia: in Connecticut, una fila di manifestanti vestiti di nero affronta la polizia indossando maschere che dovevano essere prima destinate a prevenire la diffusione del virus, e in uno screenshot sfocato del momento, una donna tiene in mano un cartello che recita: «Gli unici alleati sono quelli nelle prime linee.».
L’idea di base che permette al concetto di prima linea di integrare il movimento al di là delle vecchie divisioni tra violenza e non violenza, o “diversità di tattiche”, è che chi è in prima linea si assume rischi personali per proteggere chi gli sta intorno, idealmente con (ma spesso senza) un’attrezzatura protettiva distintiva, e che questi rischi aiutano a spingere in avanti l’intero movimento. Questo è anche il motivo per cui il concetto si è esteso così facilmente nella risposta alla pandemia, perché la logica di base del rischio personale a sostegno della lotta è più o meno identica. Ma in quei casi, lo Stato aveva un chiaro interesse a mobilitare il termine per cooptare le risposte popolari o mascherare la propria incompetenza, il tutto con l’obiettivo finale che rimane di sopprimere la pandemia. Ora, tuttavia, lo Stato non ha tale interesse, poiché non condivide lo stesso obiettivo dei manifestanti che invocano il concetto di prima linea. Al contrario, porrà i “leader della comunità” e forse li ritrarrà anche come “in prima linea” del movimento in qualche modo, ma non c’è bisogno di fingere di sostenere coloro che sono effettivamente in conflitto con la polizia. Questo significa che il termine ha la capacità di tornare al significato che ha acquisito a Hong Kong, definito attraverso i rischi assunti in difesa di tutti o l’atto di mettere a rischio la propria vita per tenere tutti gli altri al sicuro e contemporaneamente spingere la lotta in avanti.

Nel corso dell’escalation degli scontri di strada nel 2019, i manifestanti di Hong Kong hanno prodotto innovazioni a ritmo rapido, tra cui l’invenzione di nuove attrezzature e formazioni distinte con specifiche posizioni tattiche da riempire all’interno del corpo della protesta. In questo contesto, il frontliner è emerso come un ruolo riconoscibile di chi, con armature e strategie di mitigazione dei gas lacrimogeni, si è posizionato direttamente contro la polizia, sostenuto da compagni in seconda e terza linea.

Questa innovazione tattica si è diffusa rapidamente, prima in Cile e poi in altri contesti latinoamericani. Il primo salto da Hong Kong al Cile è stato probabilmente tradotto attraverso i “riot-porn” caricati su YouTube o semplicemente trasmesso attraverso l’aria inebriante del ciclo di rivolta del 2019. Un partecipante a un “clan” della prima linea cilena fa capire che le tattiche utilizzate dal suo gruppo sono state adottate da Hong Kong. Ben presto, altri rivoltosi locali si sono attrezzati con tattiche molto simili, tra cui scudi, slogan, costruzione inventiva di barricate, e l’utilizzo diffuso di puntatori laser ad alta potenza come strumenti per disturbare le telecamere e la vista della polizia (così come, in un caso memorabile, la distruzione di un drone della polizia). Oltre a questi adattamenti specifici, anche la struttura del movimento cileno è stata organizzata secondo linee riconoscibili: dopo un periodo di manifestazioni contro l’aumento dei prezzi dei trasporti pubblici, tra cui le diffuse evasioni organizzate e le grandi marce, un giro di vite della polizia ha poi scatenato massicce manifestazioni e rivolte che in Cile sono ampiamente definite come una «esplosione sociale». In un video di una protesta in Plaza Italia, a Santiago del Cile, un uomo su un edificio che si affaccia sulla piazza dice entusiasta che la manifestazione «è possibile solo grazie a un gruppo di ragazzi», che si sono organizzati «per fermare le forze repressive.».

Nel periodo successivo, quando nelle città del Paese è stato dichiarato lo stato di emergenza, lo spazio per manifestazioni pacifiche è stato difeso da una prima linea di manifestanti disposti a combattere la polizia. Come a Hong Kong, questi manifestanti sono stati organizzati principalmente per ruolo: portatori di scudi, lanciatori di pietre, medici, “minatori” (che producono proiettili), manifestanti nelle retrovie con laser per disturbare la vista o le telecamere della polizia e barricatori per bloccare l’avanzata. A differenza degli sviluppi successivi della strategia «be water» (essere fluidi come l’acqua, ndt) di Hong Kong, che ha enfatizzato il logoramento della polizia attraverso il movimento costante, il movimento cileno è iniziato con i manifestanti che hanno allestito e difeso specifiche linee intorno alla “zona zero” o “zona rossa” per impedire ai poliziotti di entrare nelle aree dove si erano radunati altri manifestanti. Con l’aumento della repressione, tuttavia, gli scontri quotidiani sono diventati essenzialmente combattimenti di strada in strada, tra i manifestanti organizzati e la polizia. Tuttavia, l’importanza della prima linea come strumento per rendere possibile la protesta è stata ampiamente riconosciuta da coloro che erano all’interno e all’esterno del movimento, con i “rappresentanti del fronte” acclamati selvaggiamente quando venivano invitati a partecipare ai talk show. Come a Hong Kong, i frontliners che hanno formato gruppi autonomi per difendere il movimento sono stati sostenuti da partecipanti esterni, sia in forma anonima che di gruppo, come hanno lamentato alcuni media di destra.

Tattiche simili sono state adottate anche in Colombia tramite il Cile e Hong Kong, poiché i gruppi che si organizzano su Facebook hanno riconosciuto la necessità di proteggere i manifestanti del movimento guidato dagli studenti dalla violenza della polizia. Tuttavia, i primi membri dei gruppi più importanti in prima linea hanno dichiarato che avrebbero agito in modo puramente “difensivo” piuttosto che attaccare direttamente la polizia e, man mano che il più ampio movimento popolare si spegneva, le opinioni su questi gruppi (caratterizzati dai loro fotogenici scudi blu, adatti ai media) hanno cominciato a cambiare. I frontliners adottarono consapevolmente la strategia «be water» di Hong Kong, ma questo fu percepito da molti nei movimenti studenteschi come un abbandono delle forme tipiche del movimento studentesco, che non aveva fatto le stesse scelte tattiche. Più in generale, i frontliners delle proteste studentesche colombiane sono stati percepiti come opportunisti, nel tentativo di dare spettacolo davanti ai media e di guidare le marce lontano dai percorsi concordati. Alla fine, questo tipo di “prima linea” altamente inorganica si è alienata il sostegno che aveva ricevuto in un primo momento dal resto del movimento.
In questi diversi contesti, lo sviluppo del ruolo del frontliner ha segnato un significativo progresso nella tattica del confronto di strada con la polizia. Tali tattiche devono, naturalmente, cambiare per adattarsi a situazioni particolari, ma possiamo imparare dai continuamente crescenti saperi globali della lotta. Nel decennio successivo al declino del movimento dell’alter-globalizzazione, la discussione sulle tattiche di lotta contro la polizia si è in gran parte ingigantita in dibattiti sul “blocco nero”. Originario della Germania degli anni Ottanta, il blocco nero si riferisce alla tattica di indossare in gruppo capi d’abbigliamento e protezioni simili e neri, che impediscono alla polizia di individuare qualsiasi individuo tra la folla. In parte per il suo successo pratico, le azioni del black-bloc negli Stati Uniti e in gran parte dell’Europa sono state oggetto di interminabili dibattiti, che alla fine si riducono a quale ruolo l’azione militante dovrebbe svolgere nelle proteste di strada. Negli Stati Uniti, il risultato finale è stato una distensione in cui i manifestanti che sostenevano la militanza e quelli che potevano sostenere solo un’azione non conflittuale si sono spinti fino a dividere in aree delle città per impedire l’interazione tra i gruppi. Le affermazioni secondo cui il blocco nero protegge i manifestanti non violenti (sia direttamente che attirando la repressione della polizia altrove) sono stati spesso punti di discussione, ma non si è mai raggiunto un consenso. Nella migliore delle ipotesi, c’è la difesa di una “diversità di tattiche”, forse l’espressione migliore per descrivere questa fragile distensione.

All’inizio di questi movimenti, la diversità di tattiche permette una tenue coesistenza di caratteri militanti e pacifici, poiché vi sono molti partecipanti e marce parallele, permettendo alle persone di distribuirsi in quei luoghi dove prevale il loro “tipo” preferito. Il termine immagina di fatto sfere completamente diverse in cui possono svolgersi “tattiche diverse”. Ma spesso non è così. Con l’aumento della repressione statale e il rallentamento del moto iniziale, le due sfere sono costrette a fondersi. È proprio a questo punto che sono necessarie tattiche più aggressive per difendere il movimento nel suo complesso contro la polizia e per continuare a spingere le cose in avanti man mano che l’energia dei partecipanti diminuisce. Da un lato, è in questo momento che si attiva la funzione repressiva dello Stato, poiché la polizia locale viene rifornita e riceve rinforzi dai livelli superiori di governo. Ma dall’altro, questo è anche il momento in cui lo Stato mobilita il suo apparato di controllo soft sotto forma di leader della comunità, non profit e politici “progressisti”, che giocano tutti un ruolo essenziale nel rompere la tenue alleanza tattica che esisteva all’inizio. Queste sono, dopo tutto, le persone con più successo nello spingere il mito dell'”agitatore esterno”, a deridere la distruzione “da anarchici bianchi” delle proprietà e spesso a intervenire letteralmente per prevenire attacchi alla polizia o anche il de-arresto di altri manifestanti, dopo il fatto incoraggiano la gente a consegnare video da spia che mostrano chi ha lanciato bottiglie alla polizia, e di inondare i social media con post che affermano che i poliziotti o anche i nazionalisti bianchi sono stati quelli che hanno rotto le prime finestre.

Nelle proteste del 2019 a Hong Kong e in Cile, tuttavia, in modi e a velocità diverse, l’affermazione che il “blocco” protegge gli altri è stata trasformata in un chiaro e innegabile pezzo dell’immaginario collettivo. Ciò è stato in parte possibile anche attraverso la cancellazione di ogni precedente significato legato al protestare in blocco nero e la sua sostituzione con il ruolo di frontliner: quel contestatore che, sottoponendosi a gravi pericoli e all’onnipresente gas lacrimogeno, non ha fatto altro che difendere tutti gli altri dalla polizia. Questo rappresenta un cambiamento: non c’è più una grande separazione geografica in due corpi di manifestanti (una zona per la protesta pacifica e un’altra per il confronto), ma un unico corpo coalizzato, protetto in prima linea da coloro che hanno fatto proprio il ruolo di essere lì. In un senso ancora più ampio, e forse ancora più importante, le proteste di Hong Kong e del Cile hanno totalmente riconfigurato il ruolo dei manifestanti vestiti di nero, mascherati e militanti, disposti a combattere la polizia. A differenza della situazione negli Stati Uniti, dove spesso è possibile per i media e la polizia collaborare per isolare i militanti, ritraendoli come separati dal corpo principale dei “buoni manifestanti” e ancora più distanti dal corpo politico in generale, i frontliners sono stati anche ampiamente (se non completamente) intesi come coloro che agiscono in difesa di tutti gli altri, manifestanti e non, rendendo possibile la resistenza a uno status quo insostenibile.

La costruzione di un’effettiva solidarietà tra “militanti coraggiosi” (勇武) e gli aderenti alla “nonviolenza pacifica e razionale” (和理非) non è stato il risultato automatico del movimento nascente nel 2019 a Hong Kong, né è avvenuto da un giorno all’altro. Come negli Stati Uniti, i precedenti movimenti di Hong Kong erano divisi lungo linee ideologiche di militanza e nonviolenza, così come erano divisi tra quelli di strada e l'”opposizione controllata” dei partiti pan-democratici nel Consiglio legislativo (LegCo). Dobbiamo ricordare che le proteste del 2019 sono arrivate dopo anni di sperimentazione, tra cui l’emergere e il fallimento della “Rivoluzione degli ombrelli” del 2014: una protesta altrettanto massiccia e in gran parte “pacifica” che ha spuntato tutte le caselle sostenute dai sostenitori liberali della nonviolenza.

Quando quel movimento è stato così decisamente sconfitto, i giovani di Hong Kong hanno cominciato ad agitarsi in modo nuovo, prima con azioni di strada su scala molto più ridotta, come gli strani e ancora controversi “Fishball Riots” del 2016. In queste azioni, abbiamo visto la linea del fronte staccata dalla sua base in una manifestazione di massa. I giovani ancora scossi dall’abietto fallimento del “pace, amore e nonviolenza” del 2014 si sono invece buttati nel confronto diretto, dichiarando guerra ai poliziotti, accatastando e lanciando mattoni, e poi pilotando la strategia «be water» rifiutando di presidiare spazi fissi in strada. Allo stesso tempo, non hanno aspettato di essere raggiunti da altri manifestanti, e non hanno fatto alcuno sforzo di reclutamento. Il risultato è stato che le prime linee nei Fishball Riots, così com’erano, non avevano nessuna delle connotazioni di difesa che hanno ora. Questo caso di disordini è ancora controverso tra gli hongkonghesi all’interno del movimento di protesta, perché il suo carattere isolato lo ha trasformato in una sorta di avventurismo rischioso (per non parlare del ruolo svolto dai “localisti” di estrema destra nei disordini). Ora, però, vediamo tattiche molto simili ridispiegate e lucidate, ma in un contesto sorprendentemente diverso. È come se le tattiche pilotate sia nelle azioni (relativamente) pacifiche del 2014 sia negli scontri (relativamente) violenti con la polizia del 2016 fossero finalmente costrette a combinarsi in una sintesi efficace.

Le radici di questa sintesi si possono meglio vedere verso la fine della “protesta degli ombrelli”, che ha preso forma attraverso interazioni talvolta conflittuali tra organizzazioni formali e decine di migliaia di partecipanti autonomi. Durante le occupazioni di Central e, più tardi, di Mong Kok, alcuni elementi del movimento furono organizzati centralmente, con occupazioni concentrate intorno a un “grande palco” (大台) che era essenzialmente controllato da grandi organizzazioni politiche, in particolare i due gruppi studenteschi: la HK Federation of Student Unions and Scholarism (un gruppo fondato da studenti delle scuole superiori), così come i principali partiti elettorali del campo pandemocratico e un gran numero di attivisti di ONG affermate. Mentre queste occupazioni non avrebbero mai potuto iniziare – tanto meno si sarebbero potute sostenere da sole – senza una grande quantità di lavoro e di azione autonomi, le organizzazioni formali hanno cercato di mantenere un certo controllo sulla forma del movimento, e in alcuni casi hanno tentato di annullare azioni specifiche, alcune delle quali sono andate avanti comunque senza il loro sostegno. Tuttavia, quelli che occupavano posizioni di leadership erano i gruppi che alla fine entrarono in trattative con il governo. Come in molti contesti occidentali, queste organizzazioni erano in gran parte orientate alla cosiddetta “nonviolenza razionale”. Malgrado ciò, le tensioni tra i radicali e coloro che controllavano il palcoscenico sono aumentate durante tutto il corso del movimento, raggiungendo un picco in seguito all’attacco dei manifestanti all’edificio del LegCo, dopo di che i manifestanti non violenti e gli organizzatori hanno etichettato tutti i militanti come agenti segreti di Pechino o “demolitori”. Dall’altro lato, alcuni manifestanti hanno iniziato a far circolare slogan che chiedevano lo smantellamento del palco principale (e del centro di potere che rappresentava) (拆大台), e lo scioglimento dei picchetti che avevano tentato di fermare gli attacchi al LegCo (散纠察).

Sulla scia del fallimento della protesta degli ombrelli e della liquidazione delle occupazioni, il primo periodo del Movimento anti-estradizione del 2019 – indicativamente dalla proposta di legge del marzo 2019 alla marcia da due milioni di persone del 16 giugno – ha visto ancora la nonviolenza come tattica dominante. Tuttavia, a seguito della riluttanza del governo a ritrattare la legge di fronte al movimento nonviolento di massa, e a seguito di una repressione sempre più violenta da parte della polizia, è emerso un grossolano consenso attorno ad alcuni principi di base: imparando dai fallimenti della protesta degli ombrelli, le nuove proteste non avrebbero dovuto essere organizzate attorno a un corpo centrale e non avrebbero cercato di prendere e tenere lo spazio. Questa forma organizzativa è stata intesa specificamente in riferimento alle tappe principali della protesta degli ombrelli, con il “decentramento” come slogan e principio organizzativo reso in cantonese come «senza un grande palcoscenico» (无大台).

Allo stesso tempo, le esperienze della violenza della repressione poliziesca hanno creato un’atmosfera di solidarietà tra i manifestanti. Sulla base di richieste unificate – prima la ritrattazione della legge sull’estradizione e poi un’inchiesta sulla brutalità della polizia, la fine delle classificazioni dei manifestanti come rivoltosi, l’amnistia per gli arrestati e il suffragio universale – i partecipanti hanno raggiunto un ampio consenso sul fatto che il successo richiede un livello di unità tra i militanti e i manifestanti pacifici: «nessuna divisione, nessuna rinuncia, nessun tradimento» (不分化、不割席、不督灰) o, più positivamente, «ognuno combatte a modo suo, scaliamo insieme la montagna» (兄弟爬山,各自努力) e «i pacifici e i coraggiosi sono indivisibili, ci alziamo e cadiamo insieme» (和勇不分、齐上齐落). I sondaggi tra i partecipanti al movimento, effettuati all’inizio di giugno, hanno mostrato che il 38% degli intervistati credeva che le “tattiche radicali” fossero utili per far sì che lo Stato ascoltasse le richieste dei manifestanti, ma a settembre il 62% era d’accordo. Alla domanda se le tattiche radicali fossero comprensibili di fronte all’intransigenza dello Stato, quasi il 70% era già d’accordo a giugno, e a luglio questa percentuale era salita al 90%.

A settembre, solo il 2,5% degli intervistati ha dichiarato che l’uso di tattiche radicali da parte dei manifestanti non era comprensibile. Dallo stesso sondaggio, a settembre, oltre il 90% dei partecipanti concordava con l’affermazione che «mettere insieme azioni pacifiche e militanti è il modo più efficace per ottenere risultati». Un simile punto di svolta potrebbe emergere negli Stati Uniti, dato che quasi l’80% degli intervistati da un sondaggio nazionale che chiedeva se la rabbia che ha portato all’attuale ondata di proteste è “giustificata” ha risposto affermativamente, e il 54% afferma che la risposta alla morte di George Floyd, compreso l’incendio di un edificio del distretto di polizia, è giustificata.

A Hong Kong, la natura decentralizzata del movimento, unita al crescente senso di uno scopo unitario condiviso tra manifestanti pacifici e militanti, ha permesso la formazione e la riproduzione di ruoli riconoscibili in cui i partecipanti potevano sostenersi a vicenda in gruppi organizzati autonomamente, coordinati in modo anonimo attraverso strumenti online come Telegram e forum come LIHK.org. Questi strumenti e strutture organizzative sono di per sé degni di un’indagine separata o di una guida open-source alla protesta: Telegram permette la creazione di strutture estremamente flessibili, pur preservando l’anonimato, che hanno permesso a manifestanti e sostenitori di sviluppare un intero ecosistema digitale che è stato cruciale per superare in tempo reale la polizia. Lo strumento dei canali di Telegram ha permesso la creazione di entrambe le enormi chatroom su larga scala simili, a livello di funzione, ai commenti sui livestream che i manifestanti negli Stati Uniti stanno utilizzando. Tuttavia, mentre questi «mari pubblici» (公海) erano in grado di fornire alcune informazioni utili, si è capito che erano sotto la sorveglianza della polizia a causa della loro natura pubblica, e l’organizzazione di passaggi “sensibili” è stata fatta in canali con amici fidati.

I manifestanti hanno anche creato altri canali specifici per condividere le posizioni della polizia e le vie di fuga, che alla fine hanno raggiunto decine di migliaia di partecipanti alla protesta. In questi canali, l’invio è limitato agli amministratori o ai bot appositamente designati, che trasmettono informazioni verificate sull’ubicazione e la disposizione delle forze di polizia, contribuendo ad attenuare il fenomeno dei falsi allarmi e relativo panico comuni in ogni protesta. Queste informazioni sono a loro volta fornite da individui che lavorano come osservatori ai margini delle manifestazioni di protesta, che inviano gli aggiornamenti nei canali designati secondo un formato specifico, in modo da poter essere facilmente standardizzate e trasmesse agli aggregatori di dati che monitorano sia i canali scout che i livestream, pubblicando gli aggiornamenti dei canali di annuncio e le mappe in tempo reale della posizione della polizia.

Oltre alle funzioni di segnalazione, i canali di Telegram creati per azioni specifiche hanno anche permesso ai partecipanti di trasmettere informazioni sui bisogni («medici necessari a questo incrocio», «strumenti di attenuazione dei gas lacrimogeni necessari a breve») e di prendere decisioni collettive sulle risposte in tempo reale attraverso funzioni di voto. Quest’ultima ha permesso scelte rapide, come ad esempio quale via di fuga prendere per evitare un attacco di polizia. È importante sottolineare che questi metodi organizzativi hanno attirato sia i militanti sia coloro che non erano disposti, non erano interessati o (a causa dello status di immigrazione, della disabilità o di altre potenziali vulnerabilità alla violenza della polizia) non erano in grado di partecipare in prima linea: mentre i militanti in prima linea affrontavano la polizia e la loro crescente violenza, i sostenitori non violenti si impegnavano nelle marce, come medici o fornendo supporto logistico (spostamento di forniture per le barricate, strumenti per il trattamento dei gas lacrimogeni, o vestiti per i frontliners in nero per cambiarsi), come copwatch con videocamere, o come esploratori che fornivano informazioni ad altri sostenitori che lavoravano come aggregatori di dati.

Molti dei modi in cui coloro che erano “fuori” dalle prime linee hanno fornito un supporto materiale diretto ai frontliners per le strade: in alcune azioni, i manifestanti senza equipaggiamento formavano muri umani, a volte usando ombrelli, per proteggere i manifestanti mentre si toglievano l’equipaggiamento che li avrebbe contrassegnati per l’arresto sulla via del ritorno a casa. Altri, pur non partecipando direttamente in qualità di dimostranti, avrebbero facilitato i danni alla proprietà, usando i loro ombrelli per schermare le persone che rompevano le finestre dalla vista delle telecamere. Più tardi nel corso del movimento, i manifestanti al di fuori delle prime linee avrebbero portato i singoli componenti per le molotov alle azioni, e formato catene umane che portavano ai frontliners materiali per rifornirsi rapidamente con bottiglie, benzina, zucchero e stracci.

Al di là di queste azioni di sostegno specifico, il semplice fatto di rimanere in strada durante i divieti di raduni pubblici è stato infine inteso come un mezzo per sostenere il movimento: un amico racconta la storia di un anziano impiegato anonimo in una pausa sigaretta che, dopo aver letto su Telegram che un gruppo di frontliners vicino al suo palazzo aveva bisogno di guadagnare tempo prima di impegnarsi con la polizia, si è avvicinato direttamente alla linea di polizia e ha cercato di litigare con i poliziotti, pensando che la sua identità di persona anziana e ben vestita avrebbe potuto diminuire le sue possibilità di essere arrestato e fornire più di un alibi se l’avesse fatto. Tuttavia, questa generalizzazione della lotta è vista da alcuni anche come una delle ragioni per cui la polizia alla fine si è rivolta alla più recente strategia di accerchiamento e di arresti di massa di tutti in una determinata zona: chiunque si trovi per strada può ora essere considerato un partecipante, o almeno uno che odia i poliziotti.
All’inizio del movimento, tuttavia, prima dell’intensificarsi della repressione e degli arresti da parte della polizia alla fine dell’estate e nell’autunno del 2019, il ruolo dei frontliners era relativamente chiaro, con la possibilità per i sostenitori di rimanere separati dallo scontro diretto con la polizia costruendo barricate, fornendo rifornimenti alle prime linee mentre si spegnevano i gas lacrimogeni, o nascondendo i frontliners alla polizia mentre cambiavano il proprio vestiario. Questa divisione era comunque ancora un po’ problematica, poiché l’accettazione del fronte come segmento centrale del movimento ha dato a coloro che combattono contro la polizia una posizione di “maggior merito” in qualche modo, con alcuni manifestanti pacifici che sono stati accusati di non essere abbastanza militanti. Ma man mano che l’accettazione dell’azione militante cresceva di pari passo con la violenza sempre più estrema della polizia, queste divisioni hanno cominciato a rompersi. Da un lato, le azioni che prima erano intese come pacifiche si associavano a un rischio sempre maggiore di essere scoperti e arrestati.

Per esempio, la creazione e la protezione dei “muri di Lennon” (ampie distese di post-it che, a mosaico, ricoprono interamente muri con messaggi di protesta, ndt), contestazione artistica e ed espressione di sé, è stata inizialmente intesa come una modalità di partecipazione completamente “pacifica”, ma con l’aumento del numero di attacchi violenti ai muri e di arresti delle persone che vi lavoravano, è diventato difficile continuare a partecipare senza una preparazione fisica e mentale alla violenza. Di fronte alla violenza della polizia e al “terrore bianco” degli attacchi ai manifestanti da parte di gruppi filo-Pechino, ogni divisione tra chi era disposto a mettere in gioco il proprio corpo e chi era impegnato in una partecipazione a basso rischio o eticamente non violenta diventava sempre più difficile. Ciò è stato particolarmente vero quando un numero crescente di manifestanti è stato arrestato. Per alcuni amici, la decisione di unirsi alla prima linea è avvenuta per gradi ed è stata il risultato della graduale erosione delle differenze tra le attività in prima linea e altri modi di sostenere il movimento. Altri amici hanno raccontato le difficili conversazioni che hanno avuto con i loro genitori anziani che, vedendo gli arresti di tanti giovani, hanno deciso di unirsi al fronte per colmare il vuoto.

Se da un lato ci siamo volutamente concentrati su tattiche materiali piuttosto che sull’identità politica, va riconosciuto che le cinque richieste che hanno contribuito a fornire una base per un’ammirevole unità ai manifestanti di Hong Kong hanno anche messo in evidenza significative divisioni politiche. In particolare, il fatto che il movimento avesse una base così ampia significava che comprendeva (e in alcuni casi era guidato da) un sentimento localista di destra. A differenza dei Gilet Giall in Francia, che avevano una base di partecipazione similmente ampia, l’inclusione e l’escalation di tattiche militanti per danneggiare la proprietà non è servita a scacciare gli elementi di destra dal movimento. Piuttosto, a Hong Kong la situazione si è invertita, e alcuni (ma non tutti) esponenti della sinistra hanno limitato la loro partecipazione al movimento, non volendo cantare slogan a fianco dei nazionalisti che chiedono una rivoluzione per “restaurare” Hong Kong, o partecipare alle marce con quelli che sventolano le bandiere dei regimi statunitensi o coloniali britannici.

Mentre la struttura razziale della politica statunitense rende quasi impossibile la partecipazione della destra al ciclo di ribellione in corso in USA (nonostante i politici promuovano menzogne contrarie), la struttura del movimento di Hong Kong attorno a un insieme unificante di cinque richieste è anche un po’ estranea al contesto degli Stati Uniti. Mentre la loro stessa impossibilità ha dato spazio al movimento per crescere ad Hong Kong, l’uso di richieste anche improbabili è passato di moda negli Stati Uniti. Dopo il fallimento delle prime proteste contro la guerra a metà degli anni 2000, l’ascesa e la caduta di Occupy qualche anno dopo ha definito quella che sarebbe diventata la norma, in cui un eccesso di richieste ha portato all’incapacità generale di “accordarsi” su qualsiasi richiesta. Nella prima ondata di proteste di Black Lives Matter dopo la rivolta di Ferguson del 2014, si è verificato un fenomeno simile: le organizzazioni “ufficiali” BLM no-profit hanno fatto richieste concrete di videocamere sui poliziotti e di denaro per le attrezzature militari da incanalare in corsi di formazione antirazzismo e de-escalation, ma queste non sono mai state le richieste popolari delle strade. Al contrario, il movimento coesisteva non con una richiesta specifica, ma con un’affermazione: che «le vite dei neri contano» («Black Lives Matter»).

È questa affermazione che è tornata ad essere la forza coesiva della rivolta di oggi. Allo stesso tempo, la situazione potrebbe cambiare alquanto. Ma non c’è ancora un insieme coerente di richieste che possa unire i manifestanti pacifici e militanti che si ribellano dopo l’assassinio di George Floyd. Se tali richieste dovessero sorgere, probabilmente sarebbero basilari e difficili da realizzare senza “smantellare il grande palcoscenico” del business as usual negli Stati Uniti, proprio come le Cinque richieste di Hong Kong: amnistia generale, abolizione della polizia, o risarcimenti per secoli di omicidi e lavori forzati approvati dallo Stato. Gli appelli a de-finanziare la polizia («defund the police») sembrano aver preso piede ora, dopo essere stati raccolti da gruppi di attivisti e politici progressisti locali. Ma tale richiesta è ben lontana dall’appello più popolare ad abolire la polizia, e permette ai leader locali di affermare che stanno “depotenziando” i dipartimenti di polizia, mentre in realtà stanno conducendo solo tagli di bilancio frazionari. In questo senso, il defunding della polizia sembra assumere un carattere simile alle richieste di body camera del 2014.

Con o senza tali richieste, vediamo l’innovazione fondamentale del ruolo di frontliners nel venire incorporato nelle nuove relazioni che diventano possibili: tra la “prima linea” e la seconda linea, la terza, e altri manifestanti a sostegno. Una somiglianza tra le esperienze dei manifestanti di Hong Kong e quelle dei manifestanti nelle strade degli Stati Uniti è che, mentre molti hanno sperimentato a lungo i modi in cui funziona la repressione della polizia, questa è per molti la prima volta (o almeno uno dei momenti più gravi) in cui la repressione della protesta pacifica da parte della polizia è visibile. In un certo senso, il ruolo evolutivo del frontliner è stato in realtà forzato dall’azione della polizia. Una volta che la repressione del movimento a Hong Kong ha superato un certo punto, sono emersi due fatti: in primo luogo, la polizia è fondamentalmente violenta, e dispenserà tale violenza indipendentemente dal fatto che i suoi bersagli protestino pacificamente o meno. In secondo luogo, è diventato evidente che se il movimento dovesse continuare, i manifestanti devono essere in grado di autodifendersi.

Poiché la polizia e i rinforzi della Guardia Nazionale cercano di disperdere le proteste in modo incredibilmente violento per le strade di quasi tutte le principali città degli Stati Uniti, sembra possibile che il Paese possa vedere un simile punto di svolta in termini di portata e intensità della repressione. Per coloro che sono alla ricerca di soluzioni – che cercano un modo per sostenere i nostri amici e compagni, per lavorare in solidarietà, per piangere le vittime della polizia e per far sì che questa violenza sistemica finisca un giorno – un metodo per continuare la lotta potrebbe essere quello di riconoscere che il ruolo di chi è in prima linea è quello di proteggere tutti gli altri. Quindi diciamo: welcome to the frontlines, benvenuti in prima linea, e anche in seconda e terza linea, e nelle linee mediche e di rifornimento, tutti occupano ruoli, illustrator, stampatori e distributori, live-streamer e tutti coloro che twittano informazioni dagli scanner della polizia. Forse questa volta possiamo esserci tutti insieme.

 

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Discorsoni / Analisi

Con il sangue agli occhi. Guardare Black Lives Matter dalla Provincia

Sotto il movimento-ombrello di Black Lives Matter i neri americani in protesta contro gli abusi e gli omicidi razzisti della polizia statunitense hanno imposto tutto un nuovo capitolo di lotte radicali: anche se non innovative colpiscono profondamente il cuore dell’impero e, in coppia con quelle operaie in Cina, completano una nuova globalità conflittuale che non si vedeva da decenni.

Esprimendo forza invece che vittimizzazione lacrimevole, rifiutando i tentativi di addomesticamento da parte della sinistra, il proletariato nero si è posto come punta avanzata dello scontro di classe riuscendo a riportare il particolare al generale (le condizioni di vita dei neri e le uccisioni razziali) e il generale nel particolare (le brutali condizioni di classe negli States così come in tutto il mondo atlantico, esasperate dalla pandemia in un paese con oltre 40 milioni di disoccupati senza garanzie e 2 milioni di infetti).

Certo la strategia di Trump di polarizzare lo scontro sociale gli si è ritorta contro con settori dell’establishment – specialmente media e esercito – ormai impazienti di liberarsene e i ceti popolari di riferimento disillusi da possibili miglioramenti concreti delle proprie condizioni di vita, ma ciò evidenzia come una lotta che avanza e che aggrega ampi strati trasversali della popolazione costringa la classe dominante a seguire avendo perso l’iniziativa; altrettanto al seguito paiono i “compagni”, agendo principalmente ai margini del conflitto al netto di roboanti Zone Autonome ininfluenti nel quadro generale delle cose e che rischiano anzi di rinchiudere energie che dovrebbero invece mantenersi nelle strade (si guardi la fine del “movimento degli ombrelli” una volta rinchiusosi nella cittadella universitaria). È l’ininfluenza di un modello, quello dell’ attivismo radical-accademico imbevuto di Identity Politics che spande i propri Lifestyles anche qui in Italia, incapace di capire che i Safe spaces non sono fortezze ma trappole. L’insistenza sul concetto di Privilege che individualizza un senso di colpa invece di sistematizzare un’oppressione e collettivizzarne la resistenza è esemplificativo dell’incapacità di rompere con il modello neoliberale pretendendo di poterlo gestire secondo i propri termini.

In Europa riverberano i temi americani, soprattutto nel mondo anglosassone che – specialmente dopo la Brexit – vi gravita attorno più di quanto non faccia con il continente. Ma le differenze sono sempre più ampie, approfondite dal progressivo disimpegno statunitense e dalla crescente rivalità fra il ceto dirigente Trumpiano e quello euro-tedesco: l’Italia, più atlantista della Nato, continua però a ricevere il percolato di ciò che succede oltreoceano; ma è la traduzione con il contesto locale che raramente funziona o almeno quando è fatta in modo artificiale.

La “lotta delle statue” ha cercato per qualche tempo un qualcosa su cui coagularsi trovandolo poi nel monumento ad un personaggio disgustoso come Indro Montanelli. Certo, ce ne sono di ben più importanti nella storia nazionale: da quello a Graziani al mausoleo di Mussolini fino alle innumerevoli sculture sabaude di monarchi e politici sanguinari sia in Africa che nel Sud, ma il punto è che molti di questi sono distribuiti in un paese che è basato sulla provincia, in cui è intraducibile una lotta simbolica che si basa sui simboli fondativi di un tessuto metropolitano che proprio forse solo a Milano esiste.

La polemica che ne è seguita ha avuto risvolti positivi, soprattutto nel radicalizzare ulteriormente certe componenti giovanili e nel mettere in crisi la religione civile dello stato liberal-democratico esponendo la pochezza e la marcescenza specialmente della sua casta giornalistica. Un ulteriore tassello di un lento percorso di riconsiderazione di elementi (come la polizia nostrana, rimessa in discussione dall’atteggiamento muscolare durante la quarantena) che prima si pensavano inamovibili.
Il problema è però quando ciò che rimane del cosiddetto Movimento non riesce a vedere politicamente e tatticamente questa conflittualità: il ruolo del militante è quello di inserirsi e riuscire ad alzare l’asticella il più possibile, di essere in questo mondo e non di questo mondo, non quello di farsi assimilare convincendosi che una lotta sia fine a sé.

Nella provincia le piazze chiamate nel nome di Black Lives Matter hanno mostrato invece un’energia ancora più evidente visto il contrasto con i territori desertificati: numeri sorprendenti principalmente di una composizione giovane e razzializzata che per la prima volta ha preso la parola sulla propria condizione. La questione generazionale si mostra per come siano difficilmente intercettabili da un “noi” anagraficamente più vecchio, magari cresciuto con l’Onda e giunto a termine con il NoExpo; sono altre le grammatiche su cui si esprimono, altre le esperienze formative (il ruolo organizzativo preminente delle donne ispirato dalle ultime mobilitazioni femministe? La scelta di luoghi e modi di aggregazione diversi ispirata dai Fridays For Future? L’uso di altri media e di altri social in modo speculare ma non dissimile da quelli della composizione sociale dei vari comitati di protesta con il governo?).

A Modena il punto di ritrovo non è stata una piazza del Centro ma il Parco Ferrari appena fuori dallo stesso: una luogo che già segna una rottura con la routine funeraria dei cortei e dei presidi, che la composizione giovanile ha scelto esprimendosi nei proprio spazi di aggregazione, in ciò che conosce.
In generale le “Strutture” organizzate erano presenti a malapena in un ruolo di supporto; sono stati i giovani a chiamarla (specialmente tramite tam-tam social e passaparola) e a dominarla, passando alternativamente da riferimenti allle Pantere Nere e a Malcom X a sostenere posizioni non-violente e cittadiniste formando di fatto tutto un altro gruppo rispetto ai vari rappresentanti della Sinistra o del Movimento presenti. Non un qualcosa di omogeneo, comunque: c’era chi si poneva in modo più conflittuale e chi più vittimistico, c’erano numerose diverse compagnie di amici e compagni di scuola, c’erano età e nazionalità diverse. Una composizione – appunto – attraversata da contraddizioni in cui l’opposizione agli sbirri non è evidente ma striscia carsica magari come commento rabbioso contro la volante di passaggio.
Sono state le donne, spesso giovanissime, ad emergere poi in piazza in modo preponderante: sono state delle ragazze a convocare per prime la manifestazione, lo sono la maggior parte di coloro che hanno fatto gli interventi e che han retto il tutto riportandovi con forza la questione di genere, intersecandola con quella razziale.

Resta allora da proseguire uno schietto percorso di ricerca, analisi e formazione, aperto soprattutto a ricevere stimoli inaspettati e a partecipare a movimenti spuri e contraddittori magari di segno opposto uno con l’altro, prendendo dai movimenti esteri più avanzati soprattutto indicazioni di metodo piuttosto che contenuti difficilmente traducibili.

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Con le mani quando volete / Antifascismo

“Mascherine tricolori” a Modena. Chi sono? Giù la maschera!

Sabato 30 maggio le “mascherine tricolori” hanno fatto la loro comparsata a Modena. In una piazza del pieno centro (Mazzini), orario aperitivo 17.30, tanto per evitare assembramenti di polizia, digos, municipale, reparto mobile, camionette, giornalisti, fotografi nel bel mezzo della movida.

Ma chi sono poi queste “mascherine”?
Sono gli stessi che ogni anno mettono fuori la testa — con tutto il loro armamentario di tristezza e vittimismo — sotto la targa di Ramelli e davanti al monumento per i camerati infoibati: sono i quattro scappati di casa di Casapound, nella nostra città sostenuti dal “circolo” Terra dei Padri, che di recente ha ufficializzato il suo passaggio organizzativo dentro il network nazionale di Casaggì. Insieme a loro, tutte le facce conosciute della fascisteria emiliana, tra naziskin del Veneto Fronte Skinhead e integralisti cattolici di Forza Nuova. Per non parlare dei giovani figli di papà di Azione Studentesca, degli amichetti vicini alla Lega o a Fratelli d’Italia. Totale? Con la digos, trenta persone. Sempre i soliti.

Sono gli stessi, infatti, che hanno fatto eleggere in Consiglio comunale la figlia del loro ayatollah, Fabio The Maio, nelle fila della Lega salviniana in cui sono stati accolti. La Lega amica di #Covindustria che tanto in questi giorni si dà da fare per coprire le responsabilità degli industriali lombardi, piemontesi, veneti ed emiliani per la strage pandemica del Nord Italia, tutelare i loro profitti a scapito dei salari e  far pagare i sacrifici, la crisi e i debiti dello Stato a tutti i lavoratori. Come un PD qualunque, tra l’altro.

Avevano annunciato che avremmo ascoltato le testimonianze di negozianti in difficoltà, cassintegrati, giovani mamme. Noi abbiamo visto blaterare gli stessi di sempre. Abbiamo parlato con i negozianti della piazza, e il disprezzo e l’incazzatura nei loro confronti non è tardato a palesarsi. Ci crediamo, con quelle brutte facce chissà quanto clienti hanno fatto scappare. Meno male era il segmento sociale che ambivano di corteggiare…  La scenetta — una piazza blindata dove trenta simie se la raccontano tra di loro e la digos, nell’indifferenza generale e nell’ostilità dei commercianti — si ripeterà sabato 6 giugno. Siamo proprio curiosi, tra un intervento e l’altro dei nostri amici travisati (tra cui anche quello della Consigliera leghista Beatrice The Maio) di sentire come spiegheranno ai modenesi di ribellarsi contro chi essi stessi difendono…

Qua, invece, ve la spieghiamo noi:

GIÙ LA MASCHERA! ETER CHE FOLI!Negoziant, mudnes, an ferov menga fargher da chi cancher fasesta l'è, amarcmand! #MascherineTricolori

Gepostet von Kamo Modena am Samstag, 30. Mai 2020

 

 

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Troppo fuorismo / Inchiesta

«Dal prologo in cielo alle avventure sulla terra». Appunti per organizzare il contagio del conflitto

Militanti, untori

1. Partiamo da un’evidenza. La pandemia di Covid19 ha cambiato la fase. Ha sparpagliato le carte in gioco a livello complessivo, ci troviamo di fronte a un quadro mutato. Non nelle sue strutture portanti, certo, ma a livello dei suoi intimi processi e contraddizioni. Processi già da lungo avviati si sono visti accelerare inesorabilmente, contraddizioni aperte in tempi non sospetti si sono viste acuire. Nella trama complessiva dei rapporti economici, politici, sociali; non solo nello scontro tra classi, ma dentro le stesse classi; non solo nella competizione tra diversi blocchi sovranazionali di interessi capitalistici, ma all’interno di essi. In qualche modo, rispetto al mondo di prima, le condizioni di quello di oggi si sono potenzialmente avvicinate di un “passettino” a un punto di rottura. A sparpagliare le carte, d’altronde, il banco può saltare. Ma come? È l’interesse strategico dei militanti: la ricerca, la preparazione, l’assunzione soggettiva di questa possibilità di rottura. Esprimerne tatticamente la sua attualità, alle condizioni date. Praticarne rigidamente la prospettiva, dentro la tendenza. Strappare la rottura al piano inclinato dell’innovazione capitalistica, per ribaltarla in rottura autonoma, di parte. Trasformarla, quindi, in rivoluzione.

2. Come è ovvio, ciò che accade nella trama oggettiva della realtà si riflette nelle sue cristallizzazioni soggettive. Lo sconvolgimento causato dalla pandemia non poteva che ripercuotersi anche sulle soggettività politiche. Crediamo che, come militanti, l’atteggiamento, la postura, il punto di vista che dobbiamo sforzarci di praticare in tale nuovo quadro sia questo: quello che era, o quanto meno sembrava, valido prima, adesso non lo è più. Non lo può più essere. Il discorso si fa ancora più stringente se guardiamo all’inadeguatezza che già da prima sostanziava i nostri – usiamo un «noi» molto largo, ma che ci riguarda direttamente – ruoli, percorsi, stili assodati. La nostra forma di militanza, di elaborazione di pensiero politico, di produzione di controsoggettività, e quindi di organizzazione del conflitto. Se non eravamo all’altezza della «normalità», ci verrebbe da dire, figurarsi dell’«eccezione». Arriviamo, infatti, a quello che sembra un «appuntamento con la storia» evidentemente impreparati. Impreparati non solo a livello oggettivo, ma soprattutto a livello soggettivo ad affrontare in modo adeguato tutto ciò che comporterà la nuova fase che si sta schiudendo.

3. Per la prima volta da più di un decennio, la pandemia di Covid19 ha portato direttamente all’esperienza di massa fenomeni, nodi e limiti di lungo corso per molto tempo mistificati o nascosti dalla «normalità» della riproduzione capitalistica, della riproduzione del comando, della riproduzione sistemica, tanto a livello geopolitico che a livello microfisico della quotidianità collettiva: dalla fragilità intrinseca dell’economia globalizzata dei flussi alla destrutturazione sistematica dei sistemi di welfare occidentali; dalla contraddizione lacerante tra diritto alla salute e necessità di un salario ai radicali sconvolgimenti – tanto sistemici quanto negli stili di vita di massa – che sarebbero urgentemente necessari per mitigare (almeno) gli effetti catastrofici del riscaldamento globale. Che qualcosa di fondamentale non andasse già da prima, oggi, è diventato una percezione maggiormente condivisa. Che siano in corso grandi manovre, che decideranno sulle nostre vite senza che noi possiamo averne voce, è sotto gli occhi di molti di più. Che ci siano dei responsabili di tutto ciò, con i propri interessi da garantire a dispetto di quelli collettivi, sta diventando un sentire in espansione. Non è davvero poco, non è davvero scontato, a pensarci bene, rispetto solo a qualche mese fa. Il re non è nudo, ma neppure più celato. Inoltre, anche il capitale e la sua governance sono in difficoltà rispetto alla gestione dell’emergenza e alla nuova fase che si è aperta, non solo noi. Si naviga a vista, in balia dei marosi. Entro la classe dominante e le sue strutture di comando è in corso uno scontro tra fazioni di capitale per l’egemonia sui processi di ristrutturazione e innovazione. Una guerra di tutti contro tutti, che ha risvolti sulla conduzione schizofrenica, contraddittoria e pasticciata degli interventi, e riflessi, a scendere, sui ceti a essa collegati, verso cui il tritacarne si fa ancora più violento. Il virus, infatti, è riuscito dove noi, finora, non abbiamo visto, abbiamo fallito o siamo stati inefficaci. In un’economia dei flussi, dove tutto è connesso e interdipendente e si muove just in time, se viene a mancare, si blocca, o viene sabotato un nodo della rete globale, a cascata tutto il resto della trama rischia di saltare, o viene messo in serie difficoltà. Il nemico politico, per questo, non è il virus. Il virus ha fornito un modello di efficacia di attacco significativo, dal quale dovremmo prendere appunti. Attaccare dove? Quali nodi? In che modo e con quale potenza? Le lotte dell’operaio-massa negli anni Sessanta e poi Settanta riuscirono a mettere in crisi il sistema mondiale fordista uscito dalla Seconda guerra mondiale perché incuneate nel cuore pulsante di quel modello capitalistico: la catena di montaggio. In modo ambivalente, dove il capitale raggiungeva il massimo di sfruttamento, alienazione e soggezione dell’operaio, ma dove l’operaio poteva organizzare, accumulare e colpire con più forza perché il capitale era maggiormente fragile. Non fu un fattore di quantità, ma di qualità dell’attacco, che costrinse il capitale a ribaltare la possibilità della rivoluzione nella sua prosaica innovazione per poter sopravvivere: distruggendo quella classe operaia, decentrando la fabbrica in Asia e polverizzando la catena di montaggio nella società, rendendosi via via sempre più immateriale. Da quelle lotte non si è mai più ripreso. Il processo che hanno innescato è stato il battesimo del mondo di oggi, dove esso giace in uno stato di ultima putrefazione. Il problema che abbiamo di fronte, allora, non è quello di inseguire uno sterile innovazionismo delle lotte scimmiottando quello del capitale, o rinchiuderci in confortevoli posizioni resistenziali di conservazione della propria marginalità. Bisogna prendere congedo da questa «normalità» che chiamiamo impropriamente «movimento». Il problema va oltre: ricercare che tipo di soggettività baricentrale – capace di esprimere forza dal dentro di nodi cruciali della macchina di riproduzione capitalistica – intercettare e organizzare dentro e contro la crisi. Una crisi inedita con esiti imprevedibili. Che è anche crisi delle soggettività antagoniste. Bisogna ragionare dentro queste due crisi.Il contesto generale: nuovi scenari globali

4. La pandemia si candida a essere un punto di svolta: della globalizzazione – ovvero del sistema-mondo capitalistico – come l’abbiamo vista fino ad oggi, dei regimi politici – democratici o meno – che fino ad ora ne hanno dato struttura, fino ai nostri quotidiani, piccoli ma importanti, stili di vita. Ben più che la crisi del 2007/2008, questo evento sta portando infatti al punto di ebollizione, accelerando e acuendo, a tutti i livelli, processi e contraddizioni già dispiegati precedentemente: il passaggio di testimone sui processi di globalizzazione tra Occidente e Asia, tra Stati Uniti e Cina; la (non) tenuta del progetto unitario europeo, tra divergenza politica e unità monetaria; la disgregazione istituzionale tra Stato centrale e regioni; l’allargamento del divario tra metropoli e periferie, capoluoghi e province, rispetto ai flussi della valorizzazione ma anche del sentire sociale, delle soggettività e delle tendenze del conflitto. Si approfondisce, inoltre, la tendenza alla ricerca e all’attuazione di forme alternative al modello di democrazia liberale rappresentativa per quanto riguarda l’ordinamento politico e istituzionale degli Stati, pur dentro una cornice formale di compatibilità democratica, dove a giocare un ruolo decisivo sono ambiguamente paura e richiesta di sicurezza, non riducibili a xenofobia e securitarismo; solitudine e richiesta di comunità, non riducibili a nazionalismo e sovranismo; debolezza e ricerca di forza, non riducibili ad autoritarismo e fascismo. Il modello di ordinamento politico, economico e sociale occidentale, rappresentato dagli Stati Uniti, ne esce con un’immagine internazionale a pezzi a tutti i livelli. Al contrario della Cina, che con intelligenza tattica ha cominciato a dimostrare la valenza del suo soft power attraverso un messaggio universalista e le sue politiche di aiuti. Non da ultimo, l’elefante nella stanza: lo spettro dello scoppio della bolla finanziaria, già presente diffusamente ben prima dell’insorgere della pandemia globale, si sta trasformando nella realtà, molto materiale, della recessione mondiale dell’economia reale, la depressione più importante del secolo, le cui dimensioni e risvolti sono tuttora impossibili da prevedere. Con tutto ciò che ne conseguirà in termini di disoccupazione, declassamento e devastazione sociale di massa.

5. Se in questi dieci anni la risposta dell’Occidente imperialista (Stati Uniti, Germania) è stata un keynesismo finanziario, ovvero l’enorme immissione di liquidità (Qe, quantitative easing), accompagnato da austerity(tagli salario diretto e indiretto), oggi tuttavia si sta delineando un cambio di passo. Da una parte il nuovo intervento monetario delle banche centrali, con un’immissione straordinaria di liquidità in forme svariate da parte di FED e BCE – più del doppio degli interventi del 2008/2010, in un lasso di tempo concentrato – è servito a tamponare per un primo momento il credit crunch, il blocco del sistema dei pagamenti. Tuttavia è stato insufficiente per eliminare i crolli di borsa: il problema, quindi, si è dimostrato strutturale. Dall’altra, il cambio di passo è stato di interventi massicci nell’economia reale. Dagli Stati Uniti alla Germania, il piano di grandi interventi è servito in primo luogo a salvare le imprese, anche medie e piccole, e ad attutire e tamponare il crollo dell’occupazione con sussidi diretti. La Commissione Europea e la BCE hanno sospeso il patto di stabilità, con la possibilità di sforare i debiti statali: cosa impensabile nella «normalità» pre-Covid19. L’indebitamento, in Italia, è anche servito a tamponare le prime spinte di rivolta sociale che si sono viste a partire dalle fermate spontanee delle fabbriche sul tema della sicurezza, dall’insurrezione delle carceri, dal paventato assalto ai supermercati nel Meridione nelle fasi iniziali della pandemia. Tutto ciò, e qui veniamo al punto, presuppone un ingrossamento della bolla speculativa che si è andata a gonfiare oltre ogni sua sostenibilità in questi anni: quel capitale fittizio che richiede di essere riempito da valore reale, ma che non riesce perché la crisi è della stessa valorizzazione di capitale. Il debito diventerà ingestibile: chi lo paga, a quali condizioni? Torna in una forma drammatica il dilemma che ha lacerato il vecchio continente durante l’Eurocrisi. Un dilemma insolubile, che si può solo rimandare, ma che ben presto tornerà a essere un nodo da sciogliere. E un terreno feroce, potenzialmente trasversale, per quanto riguarda la composizione di classe, di possibilità di organizzazione del conflitto verticale. Chiederci perché abbiamo perso il primo ciclo di lotta all’austerità (2008-2014), riesaminarne alcuni errori, può essere un buon punto di inizio per prepararsi e provare a far meglio.

6. La risposta in Europa è stata disomogenea Stato per Stato, dando respiro ai processi di disgregazione e competizione intraeuropei. In questo contesto, l’Italia – e con lei tutti i soggetti deboli, come la Spagna ma anche in parte la Francia ‒rischia di essere spazzata via industrialmente perché anello fragile della catena europea. La Germania non può permettere un indebitamento più ampio, sostenuto dai paesi del Nord, della periferia meridionale senza mettere a rischio la tenuta del progetto dell’Euro. E dal punto di vista della Germania la crisi non sarà passeggera: se dal 2007/2008 la domanda di beni tecnologici ad alto valore aggiunto della Cina ha permesso la tenuta del paese, questa volta non sarà così, perché lo stesso Dragone orientale è immerso nella crisi. La frattura tra Nord e Sud si approfondisce. La Germania è già in recessione produttiva, i rapporti con gli Usa sono già competitivi. L’aut-aut è molto più serrato rispetto al 2010. Fino a che punto l’area tedesca può salvarsi e mantenere l’euro, conservando questa conformazione dell’Unione Europea? Fino a che punto, per salvare se stessa, la Germania sarà costretta a non permettersi più di restare agganciata all’Unione Europea e all’Euro? E che fenomeni di destabilizzazione, ricadute sociali e conflittualità metteranno in moto questi processi? In prospettiva, con una recessione che si approfondirà e potrebbe diventare una depressione all’orizzonte, non sembrano esserci molte alternative per l’Italia: buona parte del poco apparato produttivo che si era salvato nel 2008 questa volta, probabilmente, salterà. Ma in teoria c’è un’altra strada, che potrebbe rimettere in gioco assetti geoeconomici e geopolitici su scala nazionale ed europea. La variabile dell’attivazione sociale: la prospettiva della lotta di classe dentro le forme di un movimento «neopopulista» alla Gilet Jaune. Siamo quindi davanti all’inizio del secondo tempo della crisi globale innescatasi nel 2007/2008. Ma, questa volta, il terreno è molto più fragile, le dinamiche più centrifughe più sporche e le fratture più difficilmente ricomponibili. Si approfondisce la crisi di una civiltà, quella occidentale a egemonia statunitense, in un vortice sempre più instabile, precario e accelerato: la tendenza, a livello geopolitico, è lo scontro. Il trend generale non è verso un assetto globale multipolare equilibrato, ma una prospettiva di aggressiva competizione multipolare lanciata tendenzialmente verso il conflitto generalizzato.

7. La pandemia di Covid19 ha sconquassato quello che sembrava, anche per noi, il «normale» procedere delle cose del capitale. Ci trova, per questo, diffusamente impreparati, confusi, impotenti. Ma non dobbiamo cadere nel tranello di pensare che dall’emergenza si darà un blocco definitivo dei processi capitalistici visti finora, che per comodità chiamiamo neoliberali. Una discontinuità che, magicamente, calerà dal cielo attraverso un rinnovato interventismo statale, oscillante tra le sue accezioni socialiste, con un keynesismo fuori tempo massimo da una parte, e fasciste, con il ripresentarsi del decisionismo della comunità organica dall’altra. All’equazione manca infatti il suo elemento portante: i rapporti di forza generati dalla lotta tra classi. Che al momento, da questa parte della barricata, non ci sono. Ci aspetta, invece, una ristrutturazione dei medesimi processi, un uso capitalistico della crisi in termini di innovazione e salti in avanti. Già da ora la controparte si appresta a far ricadere sulle spalle dei lavoratori tutto il peso della ristrutturazione, a far pagare attraverso maggiori sacrifici, sfruttamento e subordinazione al comando il costo del salvataggio della propria macchina. Quei rapporti di forza, quindi, vanno costruiti. In mezzo alla Krisis, tra il livello più alto (geopolitico) e quello più basso (individuale), entro quindi la medianità dei processi sociali, si apre una finestra di inchiesta e azione inedita per le soggettività politiche. Questo virus, infatti, è un fatto politico. Ha ragione chi dice che, dopo l’emergenza, nulla sarà come prima. Per le minoranze organizzate e partigiane, lo sarà solo se saranno capaci di cogliere le opportunità che fasi come queste dischiudono per un determinato lasso di tempo, destinato inevitabilmente a chiudersi, e a coglierne – e agirne – le sotterranee, possibili, tendenze di rottura. A partire da loro stesse. Se le metafore belliche del linguaggio della controparte hanno visto giusto in qualcosa, è che, come in guerra, oggi c’è maggiore possibilità di riuscire a innescare cambiamenti radicali nella società. La fase che si è aperta può cambiare tutto a vantaggio nostro, o tornare a peggio di prima. Fondamentale diventa la capacità di muovere la tattica. Fare errori potrebbe essere catastrofico, molto più di altri momenti. La via della rivoluzione, come quella del capitale, non è una linea retta e progressiva, ma agisce per rotture e balzi, squarci e spinte in avanti. La direzione che prenderà la «normalità» dopo il virus dipenderà da quello che sapremo domandarci, e provare mettere in campo, noi oggi.

La vecchia talpa. Alcune piste per malintenzionati

8. Individuazione del nemico. Allargamento. «Chi decide?» 

I tempi eccezionali hanno la capacità di diradare le nebbie, e di illuminare i rapporti di forza e gli interessi parziali intrinsecamente confliggenti dentro la «normalità» capitalistica dell’interesse generale. Fin dalla prima fase dell’emergenza da Covid19, Confindustria è emersa chiaramente come chi comanda in questo paese, in base a quali interessi, a discapito di quali altri. Per noi, un nemico concreto, materiale, non astratto, da attaccare, con cui confrontarsi, verso cui dirigere rabbia e odio sociale per i grandi costi umani che la mancata zona rossa di Bergamo e il mancato blocco della produzione hanno generato. Un nemico serio e identificabile, non «il capitalismo», «il neoliberismo», «l’estrattivismo», «la gentrificazione», «il potere» utilizzati a piene mani nella propaganda politica. Il conflitto, per attivarsi, ha bisogno di un nemico in carne ed ossa. I soggetti hanno bisogno di un volto e di una presenza materiale verso cui dirigere il proprio odio. Rabbia e sgomento contro l’associazione degli industriali, nelle prime fasi, hanno spontaneamente percorso non solo la composizione operaia costretta ad andare in fabbrica, ma anche diversi settori sociali, soprattutto delle zone del Nord dove il contagio si è particolarmente espanso. La Cassa Integrazione straordinaria e il blocco dei licenziamenti, in questo senso, sono stati la celere risposta – garantita dallo Stato – per fermare il prima possibile il contagio delle fermate, degli scioperi e del malcontento operai che attraversava i reparti e i magazzini. Avessero agito con la stessa decisione e tempistica per il Covid19, migliaia di nostri affetti, compagni di vita, colleghi e anziani sarebbero ancora qui con noi. Ma quanto dureranno ancora queste misure di fronte alla ristrutturazione? Abbiamo quindi bisogno di mantenere le braci accese, spargendo benzina, contro i padroni delle nostre vite, con messaggi propedeutici all’attivazione, parole d’ordine di rottura in grado di accendere pulsioni nelle soggettività, quelle che servono a innescare o quantomeno preparare il terreno per processi di lotta e controsoggettivazione. Con la crisi che si appresta a devastare la geografia industriale e sociale di questo paese, di cui oggi vediamo le fasi iniziali, Confindustria rimarrà una controparte importante e diretta per quella composizione operaia concentrata soprattutto negli stabilimenti e nei magazzini settentrionali (ma non solo) e diffusa nella provincia padana delle piccola-media impresa dedita alla subfornitura. Tuttavia, sappiamo che l’individuazione del nemico è importante ma non sufficiente se non calibrata sulle specificità dei territori, dei settori produttivi e dei segmenti sociali. Il nemico Confindustria è egualmente sentito nelle grandi metropoli del terziario (Roma in primis, ma anche Milano), nelle regioni del centro-sud a bassa o nulla presenza industriale, nelle periferie produttive italiane? L’inimicizia verso di essa, nonostante il suo ruolo di detentore dei rapporti di forza complessivi, può essere generalizzabile? E attraverso quali articolazioni? Inoltre, Confindustria non è che una faccia della medaglia. Non dobbiamo dimenticarci con chi ha firmato gli accordi: i sindacati confederali, la cui missione è – come sappiamo e come da loro ammesso – quella di spegnere la rabbia, di lavorare per una gestione corporativa della pace sociale. Potrebbe essere lo strumento della trattativa, del confronto, dell’accordo – che racchiude in sé in un unico elemento le tre componenti Confindustria, confederali e governo – l’obiettivo praticabile di una campagna d’attacco? Come trasformare l’antagonismo verso l’accordo – ovvero la questione del chi decide su cosa, come e quando produrre sulla nostra testa, chi decide sulla direzione che vogliamo prendere come società, chi decide sulla nostra vita in quanto individui sociali – in richiesta di potere, e con quali forme? Può, questo tipo di attacco, senza adeguate forme organizzative capaci di incanalarne le possibili eccedenze, portare acqua al mulino di altri soggetti, questi sì organizzati e magari di segno opposto, in grado effettivamente di raccoglierle e metterle a profitto? Consci di questa possibilità, ci sono spazi entro cui anche noi possiamo agire verso i nostri obiettivi?

9. Trasformazioni del lavoro. Smart working e filiera agroalimentare. Ambivalenze, ambiguità, ipotesi. 

Ci dicono che nulla sarà più come prima nelle nostre abitudini sociali. Ciò vale anche per l’attività cooperativa per antonomasia, il lavoro. Se delle trasformazioni del lavoro di riproduzione e di cura, soprattutto quello legato a una nuova centralità del settore sanitario, se ne è parlato tanto, vogliamo provare ad allargare lo sguardo dove meno batte il sole. La pandemia di Covid19 è stata infatti il primo banco di prova e di accelerazione dei processi di smart workingin Italia, una modalità di lavoro da casa già diffusa nei paesi a capitalismo più avanzato, soprattutto anglofoni e del nord Europa. Questa innovazione nel modo di lavorare, dentro la ristrutturazione capitalistica e dietro anche la spinta della riconversione ecologica, coinvolgerà probabilmente ampi settori del terziario, più o meno avanzato, ma potrebbe anche toccare porzioni impiegatizie del settore produttivo. Si tratta di un processo che si porta dietro ambiguità o piuttosto ambivalenze? Se da una parte il lavoratore può risparmiare il denaro e il tempo che utilizzava per spostarsi sul luogo di lavoro, dall’altra il lavoro, il padrone, entra direttamente nella sua casa, nei suoi luoghi privati, nel suo tempo di vita. Inoltre il lavoratore viene ancor più atomizzato e slegato dalla trama dei rapporti sociali che si creano negli ambienti di impiego, tra colleghi, nel bar sotto l’ufficio, tra ufficio e ufficio, tra lavoratori appartenenti a diversi settori. Crediamo che ragionare e inchiestare fin da ora questo passaggio sia necessario per non farci trovare impreparati più di quello che già siamo. Sarà un passaggio indolore, ricercato, o produrrà resistenze, rifiuto? Cambieranno i contratti? Quali conseguenze per le soggettività al lavoro e per l’organizzazione del conflitto? Si aprono maggiori prospettive di autonomia e di gestione del proprio tempo o ulteriori processi di scarico sul lavoratore dei costi d’impresa (connessione, bollette di luce e riscaldamento, software, hardware), anche per quanto riguarda stress, sicurezza sul lavoro, ecc.? C’è la possibilità di produzione di lotte? Di che tipo di lotte? Con quali metodi di conflitto? Con che organizzazione? Oppure rappresenta la pietra tombale sulla conflittualità del lavoro «cognitivo»? Senza la capacità di costruire una forza d’urto collettiva attorno a parole d’ordine o a un programma, è più che probabile che vinca il partito dell’innovazione capitalistica. Tingendosi di ecologismo (meno inquinamento), promesse di liberazione del tempo (niente più ore passate nel traffico o sui mezzi pubblici) del cui carattere ingannevole ci si accorgerà troppo tardi e, nelle fasi iniziali di implementazione, facendo leva sulla sicurezza: «È comunque un privilegio poter lavorare da casa mentre fuori c’è il virus, per cui non provate a lamentarvi». Proprio sul concetto di sicurezza si giocheranno partite sempre più importanti. Per noi, si tratta di strapparlo agli stregoni neoliberisti degli umori della «folla» social, composta da individui connessi ma atomizzati, per riportarlo sul terreno dello scontro nella sua declinazione collettiva di sicurezza sociale. La loro sicurezza, quella del profitto, del patrimonio, dello stato di cose presente, non è evidentemente la nostra, se siamo sottoposti ogni giorno al ricatto de «la borsa o la vita». Con la pandemia, si generalizza infatti una delle contraddizioni centrali del capitalismo, quella tra salario e salute. Fino ad oggi avevamo l’esempio di situazioni eclatanti, come l’Ilva di Taranto, o di quelle più mistificate, come la strage silenziosa da inquinamento nella valle Padana; ma da ora ci troveremo tutti, bene o male, a dover scegliere tra il diritto alla salute e la necessità di un reddito. Un altro nodo che ci sembra debba essere preso in considerazione è quello della «fabbrica verde». La filiera agroalimentare rappresenta una grande percentuale di Pil per il sistema-Italia, votato all’export (made in Italy), soprattutto per le provincie agricole della pianura padana e del centro-Sud. La pandemia, il blocco degli spostamenti e quello parziale dei commerci hanno fatto emergere in modo accelerato nodi già posti dal cambiamento climatico. A fronte della mancanza di manodopera – non solo nei campi, ma anche in tutte le strutture di gestione e lavorazione del prodotto – per la stagione agricola, garantita fino a oggi dalla forza lavoro straniera e irregolare, si tratta di capire come (con che strumenti e in che condizioni) i padroni del settore, attraverso lo Stato, riusciranno a mettere al lavoro (in modo anche coatto) segmenti di classe più disparati: oltre a immigrati, anche disoccupati, studenti, pensionati, percettori di reddito di cittadinanza o da servizio civile. Cosa succederà quando un italiano verrà messo al lavoro alle condizioni di sfruttamento e di sicurezza di un clandestino? Si parla di corridoi verdi tra Stati europei in cerca di forza-lavoro a basso costo, regolarizzazioni, smaltimento della burocrazia, introduzione di voucher agricoli facilitati. Tuttavia si tratta anche di capire come verrà ristrutturata la filiera – dalla coltivazione e raccolta alla grande distribuzione, dagli impianti di lavorazione alla ristorazione, dalle frontiere bloccate per certi tipi di prodotti ai commerci in picchiata – a fronte di una rinnovata importanza dell’autosostentamento alimentare nazionale post-Covid19. Si staglia fin da oggi lo spettro del razionamento? L’aumento dei prezzi di beni di prima necessità nella grande distribuzione è un fenomeno visibile, e comincia a impattare con la situazione di mancanza di reddito di una grossa fetta di popolazione, soprattutto per chi non ha il privilegio di riservare parte del suo paniere mensile ai prezzi del commercio etico, biologico, equo e solidale, chilometro zero, e via di questo passo. Può la richiesta di prezzi calmierati per i beni di prima necessità come il cibo essere coerente senza che una ripresa del conflitto nel settore eviti che i padroni dell’agroalimentare scarichino i costi sui lavoratori? In questo settore, dallo stagionale al bracciantato alla filiera dell’industria agroalimentare, si aprono possibilità di lotte che possono interessarci? In che modo si potrebbe intervenire, oltre alle logiche puramente sindacali?

10. Ceti medi, partite iva, non garantiti. Mobilitazioni à la GJ. Conricerca e neopopulismo.

La nostra tesi è che le mobilitazioni a venire, in questo secondo tempo della crisi globale, avranno più la forma dei Forconi piuttosto che quella di Occupy. Composizioni e contenuti estremamente contraddittori si muoveranno al loro interno: non ci sarà un unico motivo della lotta. Come vediamo oggi, ci sarà chi è incazzato perché è costretto ad andare a lavorare e ci sarà chi è incazzato perché è costretto a restare a casa. Lotte sulla sicurezza degli operai e degli operatori ospedalieri (dove l’attacco è a Confindustria per tenere chiuso) ma anche rifiuto del lockdownda parte di una composizione variegata – dai lavoratori autonomi ai «giovani» – per riaprire e tornare ad un’agognata vita sociale nella «normalità». Al cuore della questione un cambio di passo del processo di proletarizzazione del ceto medio in corso ormai da diverso tempo. Un fenomeno che, come la tettonica a placche, nel suo attrito sprigionerà esplosioni di energia non secondarie. Gli spazi di mediazione – dalle politiche di redistribuzione sotto forma di welfare all’esaurimento del risparmio privato – sono ormai completamente asciugati. Dobbiamo aspettarci, potenzialmente, un terremoto. In questa possibilità, crediamo sia necessario esserne parte, al suo interno, prima che la tensione accumulata venga rilasciata. Per tentare di direzionarla, polarizzarne le stratificazioni e trasformala in forza. Non possiamo permetterci, ancora una volta, di arrivare dopo. Che spazi di lotta ci può offrire questo processo? Che tipo di percorso e organizzazione ci immaginiamo al suo interno? Come articolarci adeguatamente nella realtà che abbiamo di fronte, mettendo però a sistema il nostro intervento? Dentro l’emergenza, un soggetto – molto frastagliato, stratificato ed eterogeneo – particolarmente colpito e percorso da rabbia, ambivalenze e potenziali richiami di lotta è quello del lavoro autonomo, delle Partite IVA (tanto «vere» quanto «finte»), dei piccoli artigiani (spesso anch’essi direttamente lavoratori), di chi ha una piccola attività (bar, negozi, esercizi, ecc.), ovvero tutto quel ceto medio-basso che si è visto sprovvisto di ammortizzatori sociali, su cui pesava già una condizione di indebitamento diffuso, autosfruttamento e tassazione esosa (entro cui, volente o nolente, è diffusa la pratica dell’evasione fiscale anche per tenere in piedi la baracca), e la cui garanzia di tenuta è messa seriamente a rischio dal prolungato lockdown, dalle nuove norme sociali post-Covid19 e da possibili ricadute del contagio. È certo che molta di questa composizione sociale eterogenea verrà espulsa dal ciclo economico. Ad oggi, infatti, si aggrappa a misure d’intervento pubblico per poter pensare di tirare avanti. In questo senso, lo scontro più ampio con il governo prenderà il volto della questione della sospensione dei pagamenti, dei sussidi (troppo bassi, a scadenza, con nuove condizionali discriminanti, che non arrivano a tutti ecc.) e del debito, elementi che vedono più direttamente interessati lavoratori autonomi, ma anche disoccupati, finte Partite IVA, precariato strutturale in vari settori. Gli esodati di questa crisi che si cercherà di far rientrare al lavoro in tutte le innovative forme «neoschiavistiche» possibili, insomma. Abbiamo visto come, nel corso dell’ultimo ciclo, questo magma sociale informe abbia dato vita, soprattutto a partire dalle periferie e dalle province, a mobilitazioni esplosive, una su tutte quella dei Gilet Jaune francesi. In Italia processi di mobilitazione di questo genere si sono visti in particolar modo intorno al movimento dei «Forconi» e alla giornata di lotta del 9 dicembre 2013, capitalizzati – non certo per loro merito – dalle aree politiche del neopopulismo, del sovranismo e del neofascismo. A partire dai ragionamenti di Raffaele Sciortino contenuti nel libro I dieci anni che sconvolsero il mondo(Asterios 2019) e dai successivi suoi contributi, crediamo che un possibile riattivarsi di mobilitazioni di questo tipo «spurio», ideologicamente sporche (antifascismo, antirazzismo, transfemminismo, ambientalismo non saranno loro principi cardine…) come il soggetto di cui parliamo, sia molto probabile, e che necessiti di una nostra presenza e capacità di direzione. Pena il vederle egemonizzate da altri. Quello di cui abbiamo certezza è l’urgenza di abbandonare l’imprinting, diffuso in numerose soggettività politiche, della condivisione in senso parallelo e lineare di propri slogan e simboli, provenienti da uno specifico quadro, che puntano alla traduzione lineare e diretta in contesti irrimediabilmente diversi. Occorre articolarci in modo adeguato alle realtà specifiche ed eterogenee che abbiamo di fronte.Si tratta anche suggerire il protagonismo alla composizione sociale e non sostituirci ad essa come palliativi del disagio. Come a dire: «Sei tu che devi agire il disagio, non i militanti». Insomma: di cosa parliamo quando parliamo di questa composizione sociale? Quali sono le sue stratificazioni interne e quali possibilità di ricomposizione di classe? Quali strati possono effettivamente dare vita a conflittualità, e in quali forme? Quali strati possiamo noi più facilmente immaginare di avvicinare o su cui lavorare? In che modo? Quali ambiti possono essere inchiestati? Ci sono già esperienze di questo tipo da cui trarre un esempio? Il campo di battaglia è aperto.

L’essenziale per camminare

11. «Ripartire dall’inchiesta», come tante volte ci siamo detti, non basta. Occorre trasformare questi punti di inchiesta in punti di attacco politico. Nel 1914 i bolscevichi erano un piccolo manipolo di rivoluzionari, banditi ed esiliati: isolati in patria e perseguitati in Europa, erano costretti a riunirsi nei boschi fuori Pietrogrado e nelle soffitte di Ginevra. Rappresentavano una radicale minoranza all’interno del movimento operaio internazionale, e in quanto tale ripudiati dai grandi, potenti e numerosi partiti socialdemocratici e socialisti che si apprestavano a raccogliere le redini dello sviluppo lineare della storia. Nell’Ottobre di tre anni più tardi, mentre la socialdemocrazia già puzzava di fetido cadavere, i bolscevichi stringevano il fulmine tra le mani. All’appuntamento con la rottura del filo del tempo seppero farsi trovare pronti. Disponevano di organizzazione, direzione, pensiero strategico radicato dentro e contro la tendenza. Ma soprattutto, erano riusciti a sfruttare la contingenza di crisi per rompere con la propria storia, il proprio passato, facendo un salto in avanti. Divenendo comunisti. Oggi, come allora, dobbiamo assumere la crisi come terreno di occasione e possibilità, primariamente soggettiva, di rottura con i limiti, i vicoli ciechi e i girare a vuoto che ci hanno contraddistinto come naviganti di uno stagno d’acqua marcia e immota, senza alcun «movimento» possibile, per andare oltre, e spiegare le vele ai venti della tempesta. Il virus, infatti, ha compromesso in modo definitivo ogni schema consolidato e sterile ritualismo. Dobbiamo guardare la crisi come momento di ristrutturazione del capitale, ma anche per ripensarci, e ripensare la nostra forma di militanza, per non scadere nella via più breve e conservativa, la gestione soddisfatta della nostra marginalità. Non c’è niente da conservare, non ci è rimasto più niente da perdere. Da fare, c’è tutto un lavoro di immaginazione di forme e tempi di un potenziale attacco ai nostri nemici. La posta in gioco, come sappiamo, è costruire dall’interno la parzialità e la direzione politica sui processi di crisi: o le forze della rottura riescono a farne una scadenza e un passaggio in avanti, di organizzazione sovversiva, di costruzione autonoma di nuove prospettive, o la scienza del capitale riesce ad appropriarsene, manovrarli, determinandoli anch’esso in avanti, ma come innovazione capitalistica. Crediamo sia un buon momento per abbandonare la critica-critica, come diceva Marx, per tentare la costruzione di altro, la possibilità di «scoprire, appunto, nuove leggi per l’azione». Occorre giocare una scommessa in grande stile: questa è un’occasione che difficilmente ci ricapiterà. Come pensiamo praticamente la rivoluzione oltre la morte del «movimento»? È la questione epocale che ci interroga. Siamo inadeguati rispetto ad essa? Chissenefrega. Giochiamocela. «Dobbiamo avvertire. Con tutto questo siamo ancora al “prologo nel cielo”…»

 

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Discorsoni / Analisi

Quando inizia la nostra Fase 2?

Passato lo shock iniziale della pandemia, capace di bloccare una nazione intera e buona parte del pianeta, si cominciano a definire e a delineare i veri progetti di questo governo e di quella parte di paese che di fatto comanda: Confindustria.

Il 2020 è l’anno del cambio alla presidenza di viale dell’Astronomia, il virus ha accelerato la scelta di quello che è l’attuale presidente, Carlo Bonomi. Una scelta voluta dalla parte oltranzista degli associati di Confindustria, che mette a capo dell’associazione un integralista, che nella loro ottica gli servirà per gestire la crisi e lavorare per il futuro.

Una scelta non plebiscitaria, che di fatto ci fa capire che dentro all’associazione degli industriali ci sono lotte interne di visione e gestione perfino del presente. Bonomi è un falco messo al potere, il quale non ha aspettato molto a dettare la linea al governo su a chi dovessero andare le centiniaia di miliardi di euro (la famosa «potenza di fuoco») stanziati in grande quantità dallo Stato: a sostegno delle imprese, della produzione, del profitto come variabile indipendente, a discapito di salari, redditi da lavoro, misure di welfare. Un’enorme cascata di liquidità creata sostanzialmente a debito, che andrà a sostenere la rendita privata, e peserà sulle finanze pubbliche, socializzandone le perdite. Chi pagherà quindi il conto? Già si può vedere come il costo della crisi da Covid19 stia venendo scaricato verso il basso, sulle nostre spalle. Bonomi, infatti, ha già fatto intendere l’obiettivo di derogare i contratti nazionali a quelli aziendali, per permettere a ogni impresa di regolare la propria gestione interna in base alle proprie esigenze. Sulla pelle dei lavoratori.

Un passaggio che sicuramente ha trovato sponda nell’accordo fatto con i sindacati confederali per la gestione della sicurezza nel mondo produttivo, ma anche nelle dichiarazioni del segretario della Cgil, Landini, che in continuità con la vecchia segreteria spinge per tavoli di confronto per una gestione condivisa col padronato nei posti di lavoro, assieme alla conta della rappresentanza. Sappiamo benissimo però che nel caso questi confronti trovino spinta, lanci, trattative e conferme, diventeranno la normalità, facendo ancora una volta pagare tutto ciò ai lavoratori.

Lavoratori che oggi si trovano ad affrontare il ricatto salute-lavoro. Fino ad oggi avevamo l’esempio in situazioni ben precise, come l’Ilva di Taranto, ma ora ci troviamo tutti, bene o male, a dover scegliere tra la vita o il salario. Come durante una rapina. Perché i brandelli di welfare, gia sgretolato, non saranno più sufficienti sotto promesse vane di un governo succube di padroni e banchieri, dove il prezzo dei beni di prima necessità sono in continuo aumento, non ci sono servizi atti alla tutela delle persone, e molte famiglie si troveranno a scegliere chi mandare al lavoro per poter badare ai figli, perdendo di fatto un’entrata già insufficiente per mandare avanti la baracca, tra casse integrazioni non pagate e ridicole briciole per le partite iva

Proprio queste ultime dopo due mesi non hanno risposte sul presente, se non appunto un “contentino” simbolico, ma sopratutto sul futuro, perché parliamoci chiaro: finché non si trova un vaccino, potranno mettere in campo tutte le Fasi che vogliono, ma tutto sarà precario, senza garanzie, la “normalità” un miraggio, e in molti saranno costretti a chiudere e si ritroveranno senza reddito. Di fronte a tutto ciò non ci sono certezze su possibili ricadute del virus in autunno, che nel caso tornasse ad aumentare picchi di contagio si trasformerebbe in un disastro sociale.

Dicevamo della sudditanza dei governi rispetto a Confindustria: tutto ciò è diventato palese, sotto gli occhi di tutti, chi comanda davvero in Italia. Perché di fatto non ci sono norme e azioni verso sostegni e welfare sociale che possano sostenere la gran parte delle persone. L’attualità imporrebbe che lo stato sostenesse lavoratori e famiglie, e che tutte le azioni rivolte verso l’Europa servissero per finanziare il salario diretto e indiretto, dalla sanità, alla scuola, il blocco degli affitti, il blocco del pagamento delle spese delle partite Iva, permettendo a tutti di avere quelle certezze che permetterebbe in primis di vivere e di riaprire una volta finita l’emergenza.

Invece come accade, si guarda sempre ai grossi “padroni del vapore” del Nord, quella parte di Confindustria votata all’export e legata a doppio filo alla Germania, agli industriali tedeschi, e quindi all’Euro, a cui forniscono lavorati e pezzi in subfornitura per le proprie produzioni ad alto valore aggiunto. Padroni che piangono perché non possono stabilizzare i profitti, chiedendo subito miliardi per sostenere le proprie aziende, alla faccia del libero mercato che loro dicono di sostenere. È questo il lessico del potere e dei rapporti di forza: aiutare le imprese “è una priorità” e se dai loro soldi si usa dire che sono “sostenute”. Se i soldi le dai alle persone in difficoltà, queste invece diventano “sussidiate”. Le prime incentivate, i secondi qualcosa di vicino ai parassiti. Un manifesto ideologico

Di fronte a questo scenario, se confindustria guarda già alla ripartenza post virus, “noi” — un noi molto largo, ma che ci riguarda direttamente — arriviamo all’appuntamento navigando a vista, facendo un enorme fatica a capire in che direzione andare. Una cosa certa è che bisogna tentare di entrare nelle contraddizioni laceranti (come quella salute-salario) e nelle mobilitazioni sporche che questa fase ci pone davanti, senza puzza sotto il naso, capire i margini di intervento e porre le basi quanto meno per fare un necessario scarto in avanti in termini di rottura con quello che fino ad ora siamo insufficientemente stati.
Senza lacrime per le rose.

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L’hanno visto passeggiare per le vie di Modena, con l’ombrello in mano e gli occhiali scuri, anche nelle giornate senza sole. Dicono che puoi trovarlo dentro e fuori città, braccato dalle guardie, a progettare colpi di mano. L’hanno incrociato sulle strade meno battute, alla ricerca di chi, come lui, non si è rassegnato a volere di più: o tutto, o niente.

Kamo, come il partigiano di Lenin. Imprendibile, senza volto, fuorilegge.
Bandito d’Eurasia. Figlio della provincia. Casualbolscevico.

Ovunque nelle increspature di una realtà parossisticamente accelerata si riaffacci l’horror vacui della catastrofe e della rassegnazione, lì Kamo torna a irrompere, a esprimere la stessa irriducibile parzialità di allora. I suoi irregolari riaffiorano da questo oblio, dentro e contro il tempo avverso del presente.

«Sdegno e tenacia, scienza e ribellione, rapido impulso, meditato consiglio, fredda pazienza, perseveranza infinita, intelligenza del particolare e intelligenza del tutto: solo ammaestrati dalla realtà potremo cambiare la realtà».