Categorie
Kultur / Cultura

Autonomia, scuola, repressione. Strumenti per la formazione militante

«Che brutto linguaggio… stretto retroterra trontiano… si prevede brutta fine» (cit.)

Introduzione 

L’esperienza accumulata nella lotta ci insegna che la differenza che separa non soltanto l’amico dal nemico, ma la progettualità politica autonoma da altre forme di attivazione è il punto di vista che emerge nella scelta dei problemi e nella qualità delle domande che ci poniamo davanti. E sono appunto domande cruciali che emergono in controluce dalla discussione con gli studenti delle scuole modenesi avvenuta il 28 febbraio 2026, Autonomia, Scuola, Repressione, organizzata con i collettivi SigAut, Giovani di Modena per la Palestina e Ksa di Torino. 

Per noi di Kamo non si è trattato solo di un evento al termine di un ciclo di mobilitazioni, ma un momento di passaggio per le nuove generazioni di militanti a Modena, che sono non solo eredi ma di fatto protagoniste delle lotte sul nostro territorio. Il punto di svolta è stato il settembre-ottobre 2025 del «Blocchiamo Tutto» – ma è fondamentale ricordare, per questa composizione giovanile, le lotte già risalenti ad alcuni anni fa contro l’alternanza scuola-lavoro, durante le quali abbiamo incontrato diversi ragazzi e ragazze che oggi abbiamo rincontrato. 

Attraverso il fondamentale strumento dell’inchiesta, che abbiamo adottato come metodo, abbiamo iniziato a sondare come sul territorio emiliano e in particolare modenese, caratterizzato dall’impresa meccanica e metalmeccanica organizzata in Motor Valley, la crisi dall’automotive stia venendo colmata sempre più attraverso una capillare e apparentemente ancora invisibile ristrutturazione in chiave bellica, alla quale abbiamo dato il nome di «fabbrica della guerra». 

È una fabbrica diffusa, polverizzata sul territorio, composta da imprese di media o piccola dimensione in competizione collaborativa tra loro, che hanno necessità generale di raggiungere le catene del valore internazionali. In tale contesto la scuola ricalca sempre più il concetto di «industria della formazione», dove l’istruzione superiore e accademica viene messa a valore d’impresa in ottica di formare forza lavoro e soggetti con saperi e capacità da sfruttare in termini capitalistici. 

Abbiamo quindi una scuola e un’università che rappresentano un nodo baricentrale della ristrutturazione produttiva e della costruzione di un “ecosistema” pacificante, che è nostro compito inchiestare e comprendere per rompere e sovvertire. Da qui l’impossibilità di tenere separati il tema del riarmo e del genocidio con quello della formazione, come abbiamo analizzato nell’inchiesta sul «laboratorio della guerra» dell’Unimore uscita nel luglio 2025. La nuova rettrice Cucchiara, infatti, è una figura che svolge il ruolo di cinghia di trasmissione tra accademia, politica e sviluppo di tecnologia militare, non solo in ambito locale e nazionale, ma in correlazione con Nato e Israele. 

Avevamo già raccolto gli effetti diretti del “tempo della guerra” all’interno degli istituti scolastici modenesi: carenze strutturali ed educative, aumento di una precoce conflittualità di classe tra studenti di licei e professionali/tecnici e un ribellismo studentesco spesso individuale e autodistruttivo. In questo scenario il movimento di supporto alla resistenza del popolo palestinese ha fatto irruzione sul nostro territorio creando rottura e quindi occasioni inedite, a partire dal protagonismo delle seconde generazioni fino alla formazione di collettivi studenteschi, animati da una composizione giovanile spesso spontanea, alle prime esperienze di politicizzazione e quindi “figlia di nessuno”, slegata generalmente da organizzazioni nazionali, impostazioni pacificatorie e dalle attrazioni istituzionali di partitini e sindacati confederali. 

Punto centrale emerso da queste soggettività è stata l’esigenza di autoformazione intesa come esperienza di autonomia e necessità di creare un controsapere dentro un movimento che ha saputo eccedere partiti, associazioni e sindacati e loro logiche di bottega, soprattutto in un territorio dove la formazione è considerata per lo più assimilazione al sistema, anche politico, in piena compatibilità con esso. 

Abbiamo quindi provato a cogliere questa particolare esigenza fornendo un supporto a volte semplicemente pratico e logistico, altre di metodo e teorico, affinché chi la scuola la vive tutti i giorni dall’interno possa sviluppare un proprio punto di vista di parte capace di creare conflittualità e rottura, e accumulare una forza collettiva che alimenti progettualità nella prassi e autonomia nell’organizzazione. Abbiamo quindi visto l’iniziativa Autonomia, Scuola, Repressione come un momento prezioso per costruire un’ipotesi, una prospettiva, un percorso in divenire di formazione militante, al servizio di un possibile processo in movimento di lotta di cui abbiamo respirato l’aria frizzante lo scorso ottobre. 

Come può un movimento in un territorio specifico estendere la sua forza? Come raccogliere da una tradizione di lotta un metodo di pensiero e azione, senza cadere nella riproduzione conformista e nella testimonianza istituzionale? Come aprirsi alle contraddizioni interne a una lotta popolare, senza perdere la chiarezza di visione nella strategia e negli obiettivi? 

SigAut

Siamo un collettivo ancora agli albori della sua attività, essendo partiti con l’inizio dell’anno scolastico 2025-2026, che è nato con l’obiettivo di portare nel cuore dell’Istituto – ma non solo, se vogliamo pensare più in grande a una rete estesa su tutta Modena – il tema del conflitto nella politica odierna. Stiamo lanciando delle assemblee, principalmente organizzative, cercando però di mettere a discussione alcuni argomenti per noi nevralgici. Il nostro obiettivo sarebbe aiutare gli studenti a costruire insieme un pensiero critico che li guidi poi nel caos della politica odierna, raccogliere tutte le informazioni e le esperienze concrete che ci permettano di capire come coltivare un collettivo e non un semplice dialogo tra compagne e compagni. 

Gmp

Il nostro collettivo è nato tra agosto e settembre 2025, quindi anche qui si parla di una realtà molto fresca, ed è nato dall’esigenza che avevamo di vedere giovani in piazza, che si attivassero sul nostro territorio. Con lo scemare dell’attenzione sulla causa palestinese ci siamo accorti che sempre meno giovani partecipavano alle piazze proposte e alle iniziative; e così si è creato questo gruppo di giovani studenti, medi e universitari, che appunto hanno come primo obiettivo una realtà di coordinamento finalizzata a raccogliere tutta l’attenzione dei nostri coetanei sul genocidio in corso. Da tempo ci siamo accorti che purtroppo la causa palestinese è sempre meno all’attenzione dei giovani, e abbiamo compreso che questo problema deve essere affrontato a monte, riportando i giovani all’interesse per la politica in generale e all’attivismo che i nostri coetanei possono esercitare sul nostro territorio. Riteniamo infatti che i giovani della nostra età, medi e universitari, non hanno modo di esprimersi, non hanno uno spazio in cui esprimersi, uno spazio in cui poter essere loro stessi, di poter affrontare la politica. E così, oltre ad occuparci di Palestina, abbiamo deciso di espandere i nostri orizzonti, cominciando a interrogarci e a discutere sullo sviluppo delle vicende recenti, dal Venezuela al riarmo; tutti temi, che magari per vie traverse, sentiamo vicini a noi. Da poco inoltre è nata un’altra realtà, che è la Consulta popolare contro la guerra, il riarmo e il genocidio, che è un organismo fatto da giovani e non (soprattutto non, purtroppo), formato a Modena per cercare di agire come voce di una società civile, e di porsi come tramite con le autorità presenti sul territorio di Modena. 

Ksa

Il Kollettivo studentesco autonomo di Torino è un collettivo – almeno di nome – molto longevo. Nasce dal collettivo del Gramsci, ora Einstein, un liceo di una zona veramente popolare di Torino. Il collettivo inizialmente si chiamava Fuori dai banchi e cambia il nome in Ksa già negli anni Novanta, prima ancora che venisse occupato l’Askatasuna. A questo punto penso sia necessario introdurre il tema dell’autonomia e di cosa significhi per noi questa parola, di che area politica si parli, da quale tradizione politica veniamo e dove guardiamo.

Certo, guardare al passato è sicuramente utile e formante, ci può aiutare a sapere come compagne e compagni si sono mossi per organizzarsi contro questa società di merda e può darci importanti strumenti; detto questo crediamo che sia centrale ora come ora parlare della pratica, come ci muoviamo nel quotidiano e soprattutto che postura teniamo nel cercare di muoverci guardando verso il futuro. A ogni modo, il concetto di autonomia di classe nasce tra la fine deli anni Cinquanta e l’inizio degli anni Sessanta osservando le contraddizioni e le ambiguità che il Pci aveva nei confronti del lavoro e nei confronti dei rapporti di forza nelle fabbriche. Era un atteggiamento particolarmente lavorista. E così il concetto di “autonomia di classe dal capitale” nasce proprio dalla contrapposizione rispetto a una visione del lavoro che possiamo dire riformista, a cui si contrapponeva come alternativa la spinta a negare il sistema politico ed economico che ci costringe a inseguire il lavoro salariato per vivere. Insomma, nasce dal rifiuto del lavoro salariato come possibilità di vita e militanza. Lungo questo cardine ci sono state una serie di esperienze determinanti – da Potere operaio all’Autonomia operaia, e via così – che, per quanto ci riguarda, arriva fino agli anni Novanta con il Network antagonista torinese, di cui siamo una diramazione e intorno al quale ruotava tutta la rete dei centri sociali che nasceva in quel periodo. 

Per farla breve, arriviamo all’oggi. Il nostro Ksa nasce da una postura che si è conservata differente e che si è mantenuta negli anni che hanno preceduto la grande mobilitazione contro l’alternanza scuola-lavoro scoppiata dopo la morte di Lorenzo Parelli nel 2022. Quell’anno a Torino si vide una grossissima emersione studentesca, in cui tutte le scuole di Torino e cintura vennero occupate (si parla di 65-70 scuole nel giro di un mese, una roba assurda), tutte con le loro specificità. Un momento molto importante, che però rispetto anche a errori di valutazione della nostra parte vide una rottura molto profonda dopo un momento di piazza, in cui si decise di andare ad attaccare il simbolo della responsabilità della morte dei ragazzi in alternanza scuola-lavoro e dello sfruttamento lavorativo che entra nelle scuole, ossia Confindustria. 

Sì cercò comunque di entrare, e da quello strappo emersero delle posizioni abbastanza velleitarie, che possiamo riassumere nei soliti «eh ma noi dobbiamo mostrarci come quelli bravi», «dobbiamo strizzare l’occhio al centrosinistra» e compagnia bella. Quelle posizioni portano il deserto nelle scuole di Torino. Nonostante la vampata di insubordinazione, questo ripiegamento sul centrosinistra fa sparire i collettivi dalle scuole, quando esistevano erano minoritari o comunque non si ponevano come obiettivo primario il cambiamento di una scuola che ci sta stretta.

L’anno dopo nasce il collettivo all’Einstein, che è stato un po’ il perno su cui ha ruotato l’agire del Ksa. Alla prima riunione eravamo quattro persone in un kebabbaro [applausi di Kamo, ndr]. Nasce come collettivo antifascista, che però si poneva il problema di cercare di continuare l’esperienza dell’anno prima. Anche per chi era troppo piccolo, era stato imponente vedere 20 mila studenti in piazza contro l’alternanza scuola-lavoro tutti uniti per negare questo modello di scuola, in cui il nostro sapere diventa semplicemente uno strumento per i padroni del lavoro, per poterci poi inserire nei loro processi di sfruttamento lavorativo. Quindi noi, alla seconda assemblea, in quattro persone ci diciamo: «L’anno scorso hanno occupato 70 scuole; quest’anno dobbiamo occupare anche noi». Sembravamo dei pazzi, ma cercando di non chiuderci in noi stessi e perderci in discorsi alti o astratti, abbiamo deciso di lottare contro la nostra scuola, contro il nostro preside (un pezzo di merda, un sionista che ha fatto carriera ostacolando ogni organizzazione a scuola). 

Invece che seguire le lezioni normalmente, ci dicevamo: «Boh, ma io dovrei stare qui sul banco ad assorbire come una spugna quello che mi stanno dicendo, fare una verifica e andare a casa? Be’, a me sta roba qui non va bene. Uno perché la metà di quelli che stanno a farmi lezione mi dipingono semplicemente come un oggetto vuoto, che deve solo assorbire performare e diventare poi un pezzetto di questo enorme mondo del lavoro; e due perché mi ritrovo la professoressa che mi dice che bisogna mandare sempre più armi al fronte a discapito del nostro carovita, mentre mi ripete che i comunisti sono tutti terroristi solo perché vede che sono politicizzato. Se le cose stanno così, peggio per voi». 

E abbiamo deciso di essere ribelli, di essere noi quelli che parlavano alla classe e che la spinge a parlare da sé. Siamo noi stessi a decidere di che parlare nei corridoi. Anche se non si può, diamo i volantini in giro quanto ci pare. Perché se la scuola è un nodo politico centrale di questa grande macchina della riproduzione sociale, dobbiamo esserne coscienti e opporci. Si andava nei corridoi, il professore si scazzava e tu gli facevi una scenata perché la tua parola non vale meno della sua e sai argomentare e dimostrarti autorevole con la gente. Con questo modo, magari un po’ gagliardo e un po’ sbruffone, siamo prima dieci, poi quindici, poi venti e poi sessanta. A quel punto diciamo: «Bene, ora occupiamo». 

Diciamo però che a Torino, a differenza di altri territori, l’occupazione classica come ce la si immagina, con le barricate e le smegafonate “qui non entra più nessuno”, in realtà non si è mai data. In aggiunta in quel periodo in molte scuole le occupazioni erano concordate con la presidenza. Noi diciamo di no, vogliamo ribaltare completamente la scuola del padrone, la scuola dell’educazione al lavoro, la scuola della subordinazione. E quindi noi barrichiamo la scuola. Fun fact: il primo giorno abbiamo provato a occupare totalmente ma ci siamo presi a pizze con i bidelli e la presidenza, ma siamo riusciti a occupare soloun piano e a convincerli che non avremmo bloccato tutto. Così se ne sono andati e il secondo giorno hanno trovato tutto murato dalle barricate. [Applauso libero, ndr

A quel punto quel Digos mancato del nostro preside decide che deve entrare la polizia e sgomberare l’occupazione. Aveva le chiavi del cancello, apre ed entrano cinque digossini che a cazzotti cercano di penetrare dentro scuola e minacciare – «Se non uscite vi arrestiamo tutti» e compagnia bella – e la scuola decide di resistere. Li abbiamo cacciati a calci. Hanno provato a trascinarsi via un ragazzo ma non ci sono riusciti e la polizia se n’è andata. È stato sicuramente significativo per un sacco di persone, non per il fatto ideologico che “il poliziotto è cattivo”, ma perché in quel momento il poliziotto sta negando il tuo momento di protagonismo, il momento in cui tu neghi l’ossessione per la delega, in cui non è il rappresentante di istituto a fare politica ma sei tu stesso. Sei tu che prendi lo spazio della scuola e diventa tuo per organizzarlo e trasformarlo. È in quel momento che il poliziotto diventa un nemico. 

Diciamo che questa rottura così forte ha creato una divisione molto profonda a scuola. C’erano quelli che stavano con gli occupanti, e chi diceva «eh no, però la gente deve avere il diritto di andare a scuola», «eh però gli insegnanti poi non vengono pagati» (cosa non vera, tra l’altro) e via di questo passo. C’è polarizzazione, ma proprio per questo il collettivo che nasce è molto forte.  In tutto ciò c’era il Ksa che era un gruppo di persone che – boh – si sentivano zecche e parlavano di cose da zecche. Però diciamo che non è che si organizzassero granché sul piano pratico, e molte persone lo consideravano un po’ stretto: dopotutto, se tu vedi tutta la tua scuola che discute continuamente di come cambiare le cose, è naturale che quella modalità ti sembri un po’ statica. 

Per cui a una certa vediamo una sorta di colpo di stato, per cui le persone più politicizzate del Collettivo Einstein decidono che sì, si dicono autonome, sì, hanno voglia di cambiare il mondo, sì, non vogliono la scuola del padrone, ma vogliono cambiare le cose per davvero. Di modo che il Ksa – che più che essere la sintesi delle varie lotte nella nostra testa era il luogo in cui chi lo attraversava potesse trovare degli strumenti per partire e sviluppare le loro potenzialità nei propri contesti – in qualche modo viene preso d’assalto dal Collettivo Einstein, e si cambia. Iniziamo a ragionare su come generalizzare ed espandere quello che abbiamo fatto nel nostro liceo anche altrove, perché se ci avessimo riprovato da soli rischiavamo veramente che la polizia entrasse.

Quindi con i pochi collettivi rimanenti e singole persone che conoscevamo nelle scuole e che sapevamo volessero organizzarsi lanciamo un’assemblea e un coordinamento di collettivi, senza porre il Ksa come fulcro. Questo perché storicamente essere dell’Askatasuna a Torino ha un significato preciso. Significa trovarsi un marchio addosso che mette dei muri invisibili tra te e la città per il semplice fatto che la macchina mediatica della controparte, di chi non vuole che la gente si organizzi contro questo mondo di merda, è forte. In altri termini, a Torino “essere dell’Askatasuna” significa essere un malfattore, vuol dire essere uno di quelli che spaccano tutto e che, cosa ancora peggiore, ti rovina la tua brava assemblea di sinistroidi. 

Decidiamo quindi che il Ksa era uno spazio in cui non si poteva riversare tutta la possibile gente che ha voglia di organizzarsi ma che non ha voglia dal primo giorno di sentir dire “io sono comunista”, “io sono autonomo”, “io voglio fare la rivoluzione” o chissà che. Serviva uno spazio in cui la gente potesse esprimere le sue necessità, come appunto era stato il collettivo Einstein. Nasce questo coordinamento, all’inizio non eravamo tantissimi ma riusciamo ad allargarlo, e diventa l’Assemblea studentesca. Un nome molto neutro, ma appunto che potesse essere esteriormente una roba molto larga, in cui ci potevi trovare il tamarro, l’ultimo fricchettone, la ragazza del collettivo borghese, la socia dell’Einstein razzializzata figlia di immigrati e via così. Una situazione larga, che può prendere tante di queste identità fasulle che la società ci obbliga a raccogliere e sposare solo per necessità di sentirci parte di qualcosa – nonostante siano tutte parti di un mondo che non ci valorizza, non ci valorizzerà mai e ci vede solo come degli oggetti da inserire, perché solo se inseriti siamo produttivi. 

Si fa l’assemblea, cresciamo e nascono nuovi collettivi, anche perché il nostro quartiere, Barriera di Milano, è un quartiere altamente popolare, non è la posizione classica per un liceo. C’era anche gente di classe media, con i genitori che facevano lavori più remunerativi, ma anche e soprattutto ragazzetti razzializzati, figli di muratori e di lavoratrici del sociale; ci sono pochi dubbi che questa maniera così sentita e rabbiosa di sollevarsi non potesse riprodursi in un liceo bene del centro in cui fanno i dibattiti socratici. Quindi nella nostra assemblea, mano a mano che cresce la volontà di trasformare la scuola, si coglie l’occasione del volantinaggio per farsi raccontare tutte le diverse esperienze di vita. 

Uniti dal solo obiettivo di accrescere la nostra forza, i collettivi diventano lo spazio in cui gli studenti e le scuole affermano di voler contare e lo spazio in cui i bisogni che la scuola non soddisfa possono essere espressi e potenziati collettivamente. Tutto ciò che la società del capitale non ci dà – la necessità di sentirsi gruppo, la possibilità di conquistarsi un futuro, la possibilità di valorizzare un sentirsi “noi” – diventa il traguardo del collettivo. 

Mentre tutto questo si sviluppa, in città ci sono cortei su cortei. Per esempio, un altro coordinamento nasce quando Valditara e la Meloni sarebbero dovuti venire a Torino per due giorni. Botte da orbi, centro militarizzato, zona rossa praticamente lungo tutto il centro… L’anno scorso invece vediamo un autunno incendiario per il genocidio in Palestina che non sembrava rallentare. Si lanciano tre cortei nel giro di un mese e mezzo, fino a quello del 13 dicembre (bellissimo, il 13-12). Conflittualità alta nelle piazze, che determina anche momenti di contraddizione in assemblea – essendo appunto un giro largo in cui c’erano tutti, era inevitabile che non si fosse sempre unanimi negli obiettivi e nei bersagli – ma si teneva come punto dialettico per far crescere la lotta e lottare tutti assieme. L’assemblea inizia a radicarsi nella città, al punto tale che passo passo chi voleva attivarsi sapeva che l’Assemblea studentesca era lo spazio più libero in cui poterlo fare. 

Ma soprattutto arriviamo al settembre del «Blocchiamo tutto». 

Gmp

Vorrei ricollegarmi a quello che hai detto quando parlavi di Askatasuna, visto che è uno dei temi di cui vogliamo parlare. Hai detto che a Torino fare parte di Askatasuna ti mette inevitabilmente davanti anche delle barriere sociali. Ti chiederei quindi di approfondire queste difficoltà che si possono incontrare in un’esperienza di questo tipo, per arrivare a parlare di quello che è stato l’Askatasuna prima di voi. Una realtà così a Modena purtroppo non esiste più, ce ne è un ricordo lontano e una grande speranza possa tornare qualcosa ma è una realtà a cui noi siamo completamente estranei. Così da poter comprendere meglio la posta in gioco nella manifestazione di fine gennaio.

Ksa

Allora, sicuramente per noi l’Aska è stato un punto di riferimento importante, un luogo in cui ci trovavamo e organizzavamo; ma era anche un luogo fondamentale per il quartiere, Vanchiglia. Era un punto di riferimento che portava qualcosa di diverso da quello che già esiste, da quello che il sistema ci offre tutti i giorni e dalle prospettive a cui ci costringe. Per quanto riguarda la questione di questa identità, per noi è sempre stato un fattore problematico per lo stesso motivo di cui parlavamo prima. Rischiavamo di chiuderci in noi stessi, quando invece il nostro sguardo è sempre stato oltre il centro sociale. Mi ricollego quindi allo sgombero.

In opposizione alla narrazione delle destre, che vaneggia sull’Aska come la centrale di tutto quello che viene organizzato “contro” a Torino, noi dopo lo sgombero ci siamo detti chiaramente: senza Aska non crolla niente. Certo, è stata una bella batosta anche emotivamente, ma ciò che conta e che fa la differenza è avere un grandissimo radicamento, che non si vede da tanto, nelle scuole e nell’università con i collettivi e nei quartieri con i comitati. Quindi invece di sprecare fatiche nel conservare un simbolo, serve espandere il suo progetto su tutta la città, affinché ogni luogo in cui ci troviamo possa affrontare tutte le problematicità del caso e creare opposizione rimanendo all’interno di quei processi. Rimanerne fuori, in uno spazio “protetto”, sperando di architettare qualcosa dall’esterno, porta solo all’isolamento. Bisogna invece vivere i contesti, compresi quelli più problematici e sporchi, lavorare con le persone. Già prima del corteo il nostro obiettivo era conservare quindi una prospettiva che andasse fuori dal centro sociale.

Si capisce quindi meglio perché abbiamo deciso di adottare, già dal primo corteo in dicembre dopo lo sgombero, lo slogan «il governo è nemico del popolo, il popolo resiste». Le direttive nazionali infatti (la decisione non veniva dal Comune di Torino) dimostravano che il governo non risponde alle nostre necessità e, al contrario, la sua priorità consiste nel distruggere tutti gli spazi che possono creare un senso collettivo e alternativo, che possono creare una rottura all’interno di questo sistema, che ci sfrutta e ci distrugge dall’interno. Questa contraddizione l’abbiamo vista in particolare del quartiere Vanchiglia, che notoriamente è il quartiere in cui si trovava l’Aska e per il quale l’Aska era un punto di riferimento fondamentale per una socialità alternativa, per la formazione dei bambini e dei ragazzi, eccetera. Dal giorno in cui l’Aska è stato sgomberato, Vanchiglia è stato militarizzato in una maniera impressionante. Già dal giorno dopo il quartiere è stato bloccato con camionette, jersey, reti, pattuglie… ma noi studenti, che ci trovavamo le strade impercorribili e gli sbirri che ti fermavamo quando entravamo a scuola, ci siamo interrogati tra noi e abbiamo parlato con i residenti. 

Il pretesto usato dalla controparte era, ancora una volta, dare “sicurezza” al quartiere. Ma questa sicurezza chi proteggeva? Era sicurezza per il governo, che aveva soppresso ciò che considerava un pericolo ma che era un punto di riferimento sociale, per i cittadini. Al contrario, per i residenti non voleva dire sicurezza ritrovarsi dieci camionette per via, ma comunque constatare una situazione di illegalità e di problematiche sociali profonde che non venivano nemmeno affrontate e tantomeno risolte dalla polizia. E così è risultato chiaro a tutti, concretamente, che le direttive del governo non siano mai veramente orientate a tutelare i cittadini e gli studenti per le loro necessità, ma soltanto i loro interessi personali. 

Partendo dai nostri luoghi, fare sentire la nostra voce ha significato non solo rivendicare una differenza dal nemico, ma portare avanti il nostro volere e che sì, l’Aska era un punto di riferimento, ma quello che costruiva l’Aska lo costruiscono le persone che lo attraversano. Persone che attraversano le piazze, che fanno le occupazioni delle scuole, che bloccano le università ma che sono pronte a schierarsi nei quartieri e a costruire percorsi che rispecchiano quello che ritengono necessario.

Gmp

Vi farei ora una domanda su un altro tema, che magari potrebbe essere già più ostico e meno conosciuto, quindi parlare a chi ha una vicinanza geografica, ma soprattutto politica con questo tema, può essere determinante. Mi riferisco alla lotta No Tav. Cosa è stata e cosa è?

Ksa 

A parlare di questi temi sarebbe venuto volentieri un nostro compagno, ma fisicamente non riesce ad esserci perché ha delle misure cautelari. Proviamo a spiegare noi il senso di quella lotta in quel momento storico e soprattutto quali prospettive ci ha dato nel tentativo di guardare a una società che si trasforma, cercando nel frattempo di raccogliere dal passato quelle forme di lotta che la gente si è inventata per organizzarsi contro le contraddizioni del capitale nel proprio territorio. Proverei però anche a capire, non solo a leggere, l’esperienza No Tav come un esempio di radicamento reale in un territorio specifico, come una forma di lotta di popolo estremamente forte – differenza sulla quale, secondo noi, conviene ragionare e scommetterci per il futuro in un momento come questo. La corsa al riarmo ha delle conseguenze materiali dirette sulla fisionomia dei territori, e ipotizziamo che il modello della lotta di popolo possa ripresentarsi. Conviene quindi dimostrarsi all’altezza e sottoporla a riflessione.

Il progetto della Tav nasce a fine anni Ottanta. L’alta velocità Torino-Lione inizialmente era pensata per collegare Kiev con Lisbona nei cosiddetti “corridoi paneuropei”: una mega linea di alta velocità pensata per velocizzare il settore logistico, con la promessa ascendente della globalizzazione come momento di esplosione del mercato globale e di circolazione di merci. Lo Stato prometteva che il libero mercato avrebbe portato un benessere mai visto, e allora le merci dovevano viaggiare nella maniera più efficiente possibile. Poi, piano piano le varie amministrazioni del caso e gli Stati europei – che non comprendono il nostro contesto di vita e che rimangono degli utili idioti (c’è una specificità dell’idiozia degli italiani che ritorna anche in questo) dal momento che il Tav non porta in realtà vantaggio a loro, se escludiamo la corruzione e gli appalti mafiosi per la quale è particolarmente noto il cantiere – riducono il progetto alla tratta che passa da Torino per arrivare a Lione, e che dovrebbe passare per la Val di Susa. 

Negli anni Novanta nasce un comitato ambientalista contro questi progetti che, piano piano, riconosce una contraddizione nel fatto che in nome di un fantomatico progresso (ma ripeto, anche ponendosi nella mentalità di chi pensava a quella roba, i profitti erano comunque esigui; nel pratico è l’ennesima opera inutile) le montagne sarebbero state bucate, i valsusini avrebbero respirato l’amianto, i boschi spianati per fare delle autostrade, folate di polvere dalle cave e via discorrendo. Con la volontà di voler contare, si affermava ancora una volta che i piani territoriali dovevano soddisfare i bisogni di chi ci abita, e non di una fantomatica nazione che avrebbe bisogno di treni più efficienti. Il messaggio era chiaro: «La Val di Susa è nostra, e non la vogliamo come la volete voi». 

Questo veniva affermato da un movimento che era composto di tantissimi pezzi: dai comunisti di vecchia scuola (già negli anni Settanta la Val di Susa era un punto caldo di lotte, addirittura c’era un nucleo di Prima Linea molto radicato) si passava ai cattolici che andavano a fare le preghiere davanti ai cantieri e a dire che quella roba lì non faceva bene a nessuno e che bisogna essere altruisti, fino ai leghisti contro il Tav… Non c’era posto per l’ideologia, c’era solo posto per la volontà unanime di andare verso un unico obiettivo, cioè la distruzione del progetto dell’Alta velocità. 

Due date significative per il movimento. Una è stata sicuramente l’8 dicembre 2005. A Venaus, in Val Cenischia, era stato fatto un presidio durato mesi. Poi però, per espropriare quelle terre e inaugurare il cantiere, è stato sgomberato circa una settimana prima dell’8 dicembre. L’8 dicembre si organizza questa manifestazione regionale in cui 80 mila valsusini e gli abitanti di Torino cintura decidono che non si sarebbe andati via e che ci si sarebbe ripresi il presidio della libera Venaus. A una certa la polizia ferma il corteo sulla strada che va verso Venaus; ci sono dei tafferuglini ma si capisce che da lì non si sarebbe potuti passare; però, a differenza della celere che – come sempre quando ci sono delle grandi manifestazioni – non è gente del luogo ma di Milano, di Genova, di Padova e via così (ma poi, anche i celerini di Torino, che cazzo ne sapevano della montagna?), i manifestanti erano gente cresciuta lì e conosceva bene i sentieri. Quindi ci si chiede: ma se scendiamo dal versante, come fanno a prenderci? E quindi tutto il corteo ha inondato la montagna, è diventato un’invasione popolare del territorio che ha occupato il fortino allestito dalla polizia per costruire il cantiere. La polizia venne letteralmente cacciata via, e dopo qualche giorno di occupazione venne annunciato che il Tav non sarebbe mai passato da lì. Grande vittoria del movimento, che tutti gli anni ricordiamo con un corteo che passa per quei sentieri.

Un’altra data è il 3 luglio 2011. Dopo aver affermato che la linea non sarebbe passata per Venaus il progetto cambia. La controparte si inventa delle cazzate sui costi-benefici e insiste che non conveniva sul piano logistico, quando invece la realtà era che non sapevano come pacificare una valle agguerrita contro di loro che non voleva il treno. Quindi la controparte sostiene che si deve passare da Chiomonte, cioè dall’altra parte della montagna che separa le due valli più piccole. Da quel momento nasce il presidio della Libera Repubblica della Val Clarea. Si costruisce una baita in cima alla Val Clarea, in un territorio in cui c’era solo l’autostrada per il resto era tutto bosco. Nei mesi la baita viene visitata da un sacco di persone, anche perché ricordo che siamo in un momento in cui gli occhi di tutta Italia erano puntati sul movimento No Tav. Io pure ricordo che ero piccolino, e mia mamma mi portava lì in mezzo a gente che veniva da ogni dove. C’erano i vecchi montanari, le famiglie “normali”, i punkabbestia dei centri sociali, e la signora cattolica, tutti assieme contro questo progetto. Era veramente molto bello. Viene sgomberato a fine giugno.

I video dello sgombero sono diventati famosi, la polizia ha fatto veramente un macello. Lacrimogeni di brutto, in alcuni video si vedevano i poliziotti che si erano messi a tirare delle pietre, c’era gente che raccontava di sbirri che erano entrati nelle loro tende per cagarci dentro, storie assurde di ogni genere… Però dopo questo attacco diciamo: basta. E lo diciamo in conferenza stampa. Ci si mette il caschetto e la maschera a gas, e quindi i bambini, i vecchi, le famiglie e i compagni, insomma tutto il popolo della Val di Susa insorge, e decide di andare ad assediare il fortino allestito dalla polizia. Scontri di 12 ore in mezzo ai boschi. Famoso fu poi l’aneddoto in cui un poliziotto rotolò da una collina, cascando in mezzo ai compagni. I compagni capiscono che infierire fisicamente – per quanto meritato – si sarebbe ritorto contro sul piano mediatico, e allora decidono di limitarsi a spogliarlo, farlo tornare in mutande dai suoi camerati di plotone, e fargli su la pistola. Dicono che questa pistola sia poi stata lanciata giù per un canalone, e non si sa che fine abbia fatto.

Alla fine questa battaglia finisce in una nostra sconfitta e non si riesce a recuperare il presidio. Il dato che conta però è quegli anni – dal 2011 fino al 2014, con l’inizio dei grandi processi e la repressione legale del movimento No Tav – sono stati estremamente caldi, e la valle era diventata il punto di ritrovo per tutta Italia per chiunque sognasse una società diversa. Comunque mi dicono che si è collegato [censura] in videocall, vediamo se si sente…

Ksa ingiustamente carcerato in collegamento

Mi sembra che il compagno abbia già detto abbastanza tutto, la cosa secondo me più importante da riprendere è come si sia riuscito sostanzialmente in trent’anni, da una negazione, a costruire delle parole d’ordine, delle forme comunicative adeguate, delle forme di contrapposizione popolare che vanno direttamente a interrompere un processo di sviluppo capitalistico ben specifico, su cui poi effettivamente si è riusciti a costruire anche dell’altro. 

La cosa più importante è che il momento No Tav, pur caratterizzato da una chiara negazione, una contrapposizione netta in cui si dice no a qualcosa, è riuscito nel tempo a sedimentare delle forze, riuscendo a parlare a una composizione territoriale gigantesca – all’inizio alle manifestazioni c’erano i cattolici, la Lega, i padani, i comunisti, gli anarchici, i panettieri, e quando arrivava la polizia tutte le campane dei paesi suonavano e la gente usciva da messa per andare a fermare la trivella. La cosa più importante del movimento è stata proprio quella capacità di saper stare dentro a un contesto popolare, di saper agire nella composizione e, andando avanti, di sapere sempre quali fossero i tempi giusti per la forzatura e i tempi nei quali c’era invece più bisogno di un allargamento. Su questa cosa qua si è anche riusciti a passare a una forma di attacco – “noi siamo per il No Tav ma anche per il Sì a molte altre cose”. Per cui nel movimento si è riusciti a sedimentare parecchia forza dentro la Val Susa, e adesso ci sono i presidi in cui la gente può andare a dire la propria, a fare laboratori e altre attività, ogni martedì al presidio di San Didero c’è una cena sempre partecipata da un sacco di gente, e soprattutto c’è il Festival dell’Alta Felicità. È un’esperienza nata nel 2016 e di cui quest’anno ricorrerà il decimo anniversario. Un’occasione per la quale decine e decine di artisti si mettono a disposizione ogni anno per supportare la lotta della Val Susa. Si riescono quindi anche a costruire dei grandi momenti di socialità, in cui la gente riesce a dare il proprio contributo. Io invito tutte le persone a venire soprattutto i giorni prima durante la preparazione del festival, per vedere proprio come una popolazione intera riesce a costruire delle forme di comunità che hanno come presupposto la lotta e la rottura. Per noi autonomi la cosa più importante è quella di costruire forme di rottura all’interno dei movimenti che sappiano individuare degli obiettivi comuni. 

Il movimento adesso sta affrontando parecchie forme repressive, per cui si vive ora un momento di riflusso, ma rimane evidente che ci siano peculiarità all’interno di quella valle. Alcuni esempi pratici: magari c’è stata una battaglia e tu ti devi rifugiare da qualche parte perché la polizia ti insegue, dentro ai paesini trovi rifugio ovunque, ti versano un bicchiere di vino e ti danno un pezzo di salame, la bagna cauda e la polenta e son tutti più felici. La peculiarità quindi è proprio che si è riusciti a partire da una contrapposizione per arrivare a una forma di attacco allo sviluppo capitalistico, riuscendo anche a far passare quella forma di desiderio a una pratica costante, attraverso cui la gente è riuscita ad attivarsi. 

Gmp

L’ultima cosa che volevamo chiedere riguarda il fatto che a Modena noi abbiamo tanti contesti nuovi che si sono attivati, ragazzi che sotto tanti punti di vista sono ancora abbastanza inesperti. Tra cui le assemblee: abbiamo un po’ questo problema dell’affluenza alle assemblee, non sappiamo bene come organizzarle. Mi chiedevo riguardo a questo come siete soliti fare voi. Raccontateci un po’ la vostra esperienza. 

Ksa

Per descrivere un po’ come funziona la nostra assemblea parlerò terra terra, partendo da qualche esempio pratico tratto da quest’ultimo anno che è stato il momento più caldo delle scuole di Torino. Per esempio all’Einstein è venuta fuori una questione riguardo al volantinaggio di Gioventù Nazionale, giovanile di Fratelli d’Italia, in pratica un organo del governo Meloni, semplicemente fascisti di merda. Durante il volantinaggio sotto la scuola, il 27 ottobre 2025, sono nati dei battibecchi e un nostro compagno è stato portato in questura il giorno stesso, accompagnato dalla Digos. Era un contesto complicato e aggressivo. All’interno della nostra scuola c’è poi stata subito una risposta da parte degli studenti che sicuramente hanno visto il tutto come un atto violento compiuto dalle forze dell’ordine, dalla digos e da Gn. 

All’interno della scuola un organo importante ma che si nota poco è la classe. All’interno dell’Einstein noi abbiamo visto l’occupazione partire da ciascuna singola classe, che si portava la bandiera della Palestina e la attaccava al muro, mentre i professori spesso non volevano parlare di quello che era successo il 27 ottobre. Infatti noi abbiamo anche parlato molto di normalizzazione – bisogna sempre parlare, e se necessario urlare, e non normalizzare quei fatti, questa è la cosa più importante. In questo senso chi è già politicamente attivo, per aggregare la gente e far capire quello che sta succedendo, deve parlarne terra terra, e questo è quello che è successo all’Einstein: la classe del compagno portato in questura dalla Digos ha scritto un comunicato, e altre classi si sono esplicitamente esposte contro quello che è successo. 

Il nostro preside, che è un pezzo di merda, ci ha dato una risposta vergognosa, negando l’evidenza, e non voleva fare assolutamente nulla per questo nostro compagno. Quindi una cosa da portare all’interno della propria scuola sono i battibecchi anche coi professori. Ad esempio se porti un volantinaggio dentro alla scuola e il professore dice che non puoi farlo, si può rispondere NO: la scuola è il primo posto in cui bisogna farlo, in cui bisogna parlare di quello che succede e sviluppare un proprio pensiero critico. 

Da noi ci sono stati non solo battibecchi coi professori ma anche scioperi. Noi abbiamo tre sedi, in una ci sono stati scioperi in corridoio in cui gli studenti volevano parlare, volevano sapere, contro il volere dei professori e del preside. Gli studenti si sono organizzati classe per classe attraverso gruppi whatsapp, attraverso sondaggi, sono usciti dalle classi e sono stati in corridoio tutto il giorno. Nella sede dell’accaduto abbiamo fatto un’assemblea in cortile, mentre nelle altre sedi c’è stato uno sciopero enorme in quella stessa giornata. 

Per concludere, ognuno all’interno della propria classe deve fare il lavoro principale di tirare un po’ su l’attenzione, di far parlare di quello che sta succedendo nel mondo, sempre, con i professori durante le lezioni, con gli studenti negli intervalli, perché è così che si forma la base per arrivare all’assemblea studentesca che abbiamo a Torino, ovvero l’unione di tutti i collettivi delle scuole grandi e piccole. 

Un altro esempio di come si è data la lotta in questo autunno a Torino, durante una catena di occupazioni nata dal «Blocchiamo tutto», è stato in una scuola, il Lagrange, vicino a Porta Palazzo. Una scuola nella quale ci sono poche aule, tenute male, senza porte, con i ratti nelle classi e pezzi di soffitto mancanti. E di fianco a questo edificio c’è un cantiere, in cui si lavora con l’obiettivo di creare una nuova ala della scuola molto più bella. Peccato che c’erano questi infissi lasciati nel cortile pronti per essere messi, ma che fondamentalmente non venivano mai messi, a causa dei tagli ai fondi per le scuole. Perché a Torino si preferisce dare i soldi alla Leonardo. 

Durante questa catena di occupazioni, gli studenti del Lagrange, che non sono assolutamente politicizzati, che non si erano mai interessati ad alcun ambito della politica, riescono attraverso la loro volontà a entrare in contatto con persone, fra cui noi, che di occupazioni ne avevano fatte, e in seguito a confronti vari decidono di occupare. Durante questa occupazione, a cui lì per lì non si darebbe neanche una lira, si presentano davanti a scuola. La preside, che li aveva preceduti, li aveva chiusi fuori dalla scuola, ma loro dopo due ore di agonia in cui hanno provato di tutto sono riusciti a farsi aprire la porta convincendo la preside che avrebbero occupato la scuola solo parzialmente e che i professori sarebbero potuti entrare. 

Fatto sta che la preside mette la chiave nel cancello, e nel momento in cui il cancello si apre parte un’azzuffata coi professori, la preside, i bidelli, vengono tutti mandati via a spintoni – una cosa mai vista – e nel giro di trenta secondi la scuola era completamente barricata. Questi sono entrati di corsa, hanno fatto catena umana e banco per banco e hanno bloccato tutto. Ma la cosa incredibile non è tanto la loro praticità nell’azione, ma che questa occupazione ha portato un problema effettivo alla Città Metropolitana, l’organo che gestisce tutti i lavori strutturali nelle scuole di Torino. Sono riusciti addirittura a convocare chi gestiva questi lavori e a fargli firmare un foglio in cui la Città Metropolitana si impegnava a finire lavori nel giro di due mesi. Una cosa che non era scritta su questo foglio ma che era stata detta informalmente era che se così non fosse stato la scuola sarebbe stata rioccupata. Due giorni dopo, magicamente, al Lagrange montano tutte le porte, i soffitti sono puliti, e avviene la disinfestazione. 

Questo è un esempio di come funziona un organo che si dà all’interno della città, che si può chiamare in aiuto a qualsiasi tipo di scuola, anche a una scuola come il Lagrange che alle assemblee non si era mai presentata e alla quale però è stato portato un aiuto da parte di tutti i collettivi per arrivare a questo obiettivo, che è stato un grandissimo obiettivo per quella scuola. 

Un’ultima cosa. Noi a Torino ci muoviamo attraverso l’Assemblea studentesca, in cui una volta a settimana ci ritroviamo con tutti collettivi di tutte le scuole, ed è un contenitore fondamentale perché riusciamo a darci gli strumenti confrontandoci e dialogando, nonostante in ogni scuola ci siano questioni diverse da affrontare. Magari ci sono scuole della periferia che si interessano a certe questioni, ci sono scuole del centro in cui invece gli studenti sono mossi da altri interessi, però è un contesto in cui con il confronto potenziamo tutte le possibilità, e con il movimento del «Blocchiamo tutto» ogni scuola è riuscita – prima protestando per la Palestina, ma poi tirando fuori la propria voce di studenti e facendo sentire quelle che sono le necessità che il nostro governo schiaccia – a protestare e a ottenere quello che voleva senza delegare niente alle istituzioni, smettendo di chiedere, prendendosi da sé ciò che gli spettava, e questo è il nostro obiettivo centrato.

Dibattito – domande e risposte

Come si riescono a tutelare i ragazzi durante le manifestazioni, durante le occupazioni, sia sul piano legale sia sul piano fisico… se si possono tutelare?

Ksa 

Rispetto alla tutela legale, quello sta alla propria individualità, alle proprie necessità. Da un lato noi a Torino crediamo che sia anche importante “metterci la faccia”. L’accollo che ci si mette come compagni e compagne, sapendo che quello che si fa poi “arriverà”, è anche quello di far vedere un’immagine diversa di quello che si sta facendo, che non si tratta di un fantomatico “black bloc”. Detto questo forse ha più senso parlare di cos’è un conflitto, di cosa sono i rapporti di forza, di cosa significa muoversi in maniera conflittuale. Se la tutela legale riguarda una dimensione personale, in cui ognuno decide cosa accollarsi, sul piano collettivo bisogna comprendere cosa significa costruire dimensioni di massa conflittuali, cosa significa acquistare forza con i movimenti.

Io volevo capire meglio cosa significa questa “autonomia”. Dai vostri discorsi ho capito che movimenti più grandi come il «Blocchiamo tutto» vengono reinterpretati, e la mia domanda è quanto questa autonomia rischi di frammentare la lotta e quanto invece ci sia un’apertura a possibili convergenze in periodi in cui – tipo con le mobilitazioni per la Palestina – ce n’è necessità. 

Ksa

– Relativamente a questo, per quanto riguarda il «Blocchiamo tutto», e in generale per come ci siamo sempre mossi, la questione delle alleanze si è sempre posta sul piano strategico. Come dicevamo prima, il nostro obiettivo è rispondere alle necessità che non vengono ascoltate, e farlo senza chiedere, senza delegare a un’istituzione, perché ci rendiamo conto della natura problematica e sistematica di questo. Detto ciò ci sono momenti in cui invece è necessario allargare il campo per permettere di avere uno sguardo più ampio, di riuscire a portare una componente più ampia al nostro discorso – il fine poi rimane lo stesso, e non è compromesso da questo.

– Rispetto alla domanda, può essere un’interpretazione erronea quella di far combaciare la parola “autonomia” allo scontro di piazza. Per me non è quello. Gli autonomi sono un’identità politica e un soggetto in costruzione. Nel momento in cui si sceglie la strada dell’antistituzionalità, con la volontà di sovvertire in qualche modo lo stato di cose presenti per una società libera del capitale, per forza di cose bisogna comprendere chi è il “noi”, chi è il “loro”, e come il “noi” e il “loro” si confrontano l’uno con l’altro. Credo che il “noi” – senza mettersi a usare parole che possono essere un po’ vuote di significato nei termini più pratici, ma più utili invece per avere uno schema mentale su come funziona la società e come sia divisa – sia chi è subordinato al capitale, il salariato, chi è subordinato al lavoro, chi lavora sostanzialmente. Colui e colei ai quali viene rubata la propria «capacità umana» e che è subordinato alla loro volontà di profitto. Il “loro” invece è che ci vuole così, chi ci vuole parte di questa macchina (ormai non tanto ben oliata) di valorizzazione becera e di accumulazione di capitale, chi quindi ci vuole proni, ci vuole subordinati – chi ci vuole tristi, mi viene da dire. 

In questo senso, sul “noi” e “loro” credo che ci sia un’incompatibilità di natura rispetto a quelle che sono le nostre esigenze, le necessità e i bisogni di chi sta dalla nostra parte, di chi lavora e di chi è subordinato, e le loro, di chi ci vuole subordinati. E in questa incompatibilità, per forza di cose, esiste un conflitto di interessi. In questo senso si può parlare del fatto che la nostra parte – coscientemente o no – possiede una forza potenziale o espressa, e la loro pure, e in questo esiste un piano di rapporti di forza tra noi e questa fantomatica controparte. 

Poi può essere anche problematico e semplicistico far diventare una cosa unica, un corpo unico cosciente di sé, la controparte, ovvero il capitale, che è fatto da interessi comuni e allo stesso tempo divergenti, che hanno come minimo comune denominatore lo sfruttamento del lavoro salariato. Però questo è un campo di battaglia che esiste, anche se ancora potenziale, e in questo senso appunto si parla di rapporti di forza. 

E per quanto ci riguarda, per noi, l’autonomia di classe, ricostruire il «partito storico» dell’autonomia, significa per forza di cose doversi scontrare e far sì che questa battaglia potenziale si dispieghi in maniera reale. In questo senso l’obiettivo è chiaro.

D’altra parte bisogna affrontare il discorso dei rapporti di forza in maniera non ideologica. Individualmente un proletario, uno sfruttato, che fa violenza contro il suo oppressore è sempre nel giusto. Rispetto a questo però bisogna comprendere cosa possiamo dichiarare ideologicamente giusto e che cosa può essere utile allo spostamento di questi famosi rapporti di forza. Quindi in questo senso, sulla scelta della strategia e della tattica della nostra parte, bisogna saper comprendere cosa è utile all’ampliamento della lotta, alla sua capacità di sapersi allargare e riprodurre, alla sua capacità di essere contro, alla sua capacità di essere massa e di essere forza. Le due cose da tenere in mente sono da un lato la questione della massificazione della lotta, e dall’altro quella del salto qualitativo che si dà nella capacità di saper vedere un nemico, di saper vedere una controparte e di saperla attaccare dove fa male. 

Quindi per noi non esistono dogmi sulle pratiche. Non esiste solo la forza applicata in piazza, sul posto di lavoro, nelle scuole e nelle università, nei quartieri – quella che il capitale non chiama “forza”, ma che queste merde dei giornali del padrone chiamano “violenza”. Per noi la violenza è sistemica, la nostra è forza di liberazione. Non c’è quindi solo quel campo lì, la forza si esprime in una molteplicità di modi, sta alle nostre capacità di saper comprendere in che momenti è necessario allargare e in che momenti è necessario fare il salto di qualità nel vedersi in quanto soggetto politico in lotta contro il capitale, e quindi sapersi prendere fisicamente le cose, saper praticare gli obiettivi e raggiungerli. 

Pensavo alla scala su cui la lotta si dà. L’essere autonomo limita la lotta a una certa scala? Ad esempio, alla città di Torino? O ci sono livelli, forme, strumenti, metodi che possono riprodurre, declinare, amplificare la lotta autonoma?

Ksa

Se la domanda riguarda l’ambire – come pratica nazionale – a un agire comune, la risposta è chiara: se dobbiamo vincere dobbiamo essere ovunque. Più sul pratico, ci sono degli abbozzi di questa cosa dal punto di vista prettamente studentesco. La nostra proposta voleva anche essere questa, far sì che questo non sia un momento tutto chiuso in se stesso, ma che possa essere il primo di tanti, di confronto, di contaminazione reciproca e di costruzione di un progetto comune, magari partendo da una piattaforma comunicativa, che possa semplicemente amplificare quelle che sono le esperienze di lotta nei nostri singoli territori e che possa far sì che tutte le realtà organizzate presenti sul territorio nazionale possano entrare in comunicazione, scambiarsi pratiche e soprattutto un metodo di agire, non per sovrastare le proprie specificità territoriali ma per potersi semplicemente dare degli strumenti per poter lavorare in maniera più efficace sui nostri singoli contesti. Strumenti per potersi confrontare su come la guerra entra nei nostri singoli territori, su come le nostre forze organizzate si plasmano rispetto a quelle che sono le necessità del momento, e su come possiamo contaminarci per riuscire a costruire nelle scuole percorsi contro la guerra, autonomi, e che possono puntare a qualcosa di più che un semplice rifiuto pacifista delle armi.

Io sono di un piccolo collettivo della provincia di Padova, nato in autunno, e sono qui con le mie compagne e compagni di Vicenza. Avete anticipato la domanda che volevo fare, cioè se c’è disponibilità per una condivisione. Anche perché noi viviamo in provincia molto l’abbandono, l’isolamento, il non riuscire a vedere forze con cui confrontarci e con cui poter condividere analisi. Anche per questo sono qui dopo sette ore di treno raga [applausi]. Più sul pratico la domanda che vorrei porre all’assemblea è: voi sui vostri territori, quindi con le vostre specificità e sicuramente con le vostre differenze, rispetto alla nostra visione di autonomia che si divide fra una parte conflittuale, e quindi portare seriamente avanti il conflitto, e una grande parte mutuale, reale, sociale e concreta, che pratiche avete trovato efficaci, funzionali, che vi hanno portato effettivamente risultati nei vostri territori?

Ksa

Diciamo che l’organizzazione di questi momenti è sempre nata da momenti assembleari, e quindi da singoli collettivi che si sono poi articolati in un coordinamento che potesse scambiare idee, confrontarsi sulle pratiche di lotta, che poi sono diversificate da contesto a contesto. Noi quest’anno sicuramente abbiamo sperimentato nella maggior parte delle scuole per la prima volta l’occupazione, che è stato un modo per mostrare una certa forza, una capacità di imporsi sull’istituzione, un’organizzazione del tutto studentesca, quindi dal basso e autorganizzata, che ci ha permesso di allargare lo sguardo e la partecipazione della singola scuola, e poi di riversare questi momenti nelle piazze, confrontandoci anche con tanti altri pezzi. Quando parliamo di contrastare la guerra, che permea tutti gli ambiti delle nostre vite, questo vuol dire anche confrontarsi con persone che vivono la nostra stessa situazione. Noi una volta a settimana ci troviamo sempre, per far sì che non si smetta mai di parlare di queste cose.

Gmp

Io vengo da Gmp, che è una realtà che di fatto si è generata tra agosto e settembre 2025 e che ha preso veramente il volo durante il grande momento del «Blocchiamo tutto». Siamo partiti con un’ottica abbastanza stretta, siamo partiti dal momento dal grande interesse che c’era sulla questione palestinese e dalla brutalità del genocidio in corso, che ha indignato tutti noi, politicizzati o meno, e che ha portato un sacco di energia in piazza che in una città come Modena, ormai da dieci anni sopita, non si vedeva da tanto tempo. Da un confronto con voi come con altre realtà stiamo maturando la comprensione che per avere effettivamente un’efficacia sul territorio, per essere efficienti in quello che facciamo e per migliorare i nostri rapporti di forza, è il momento di diventare un coordinamento studentesco come quelli che abbiamo qui presenti oggi. Quindi intanto lancio la proposta a tutti i ragazzi presenti di Modena, se vogliono lasciarci contatti, se vogliono entrare in quello che diventerà un coordinamento studentesco, anche nell’ottica punto di metterci alla pari con le città che ci circondano. Poi si ricollega questo alla necessità di inserirci in una dimensione nazionale. Siamo andati a Livorno alla due giorni di Infoaut e anche lì abbiamo raccolto contatti. Abbiamo effettivamente la possibilità di tracciare almeno una struttura di base di questa rete che possa effettivamente chiamare autonomamente e in modo coordinato da tutta Italia azioni in tutto il Paese. Ci sono tanti giovani che in realtà sono interessati alla politica ma non hanno nessun organismo da seguire. Noi di Gmp vorremmo diventare l’organismo che possa coinvolgere tutti gli studenti dei collettivi e delle scuole, e speriamo che questo possa andare avanti ed essere un punto di forza per Modena.

Come Kamo abbiamo voluto aiutare i ragazzi a organizzare questa giornata, e per noi “vecchi” vedere tanti giovani, tanti studenti, da Modena e anche da fuori, per confrontarsi su quella che è la militanza, sull’autonomia, e quindi sulla militanza autonoma, è una grandissima boccata d’aria fresca. Noi proveniamo e ci siamo formati in cicli di lotte passate, ne siamo di fatto gli estremi retaggi, ed era da tanto tempo che non vedevamo quest’aria frizzante. A quanto pare proprio nelle province, come Modena, Lucca, anche Vicenza, c’è del fuoco, del magma che bolle sotto la terra, e si tratta di aprire delle fatture, come si diceva anche a Livorno, per far uscire il magma che abbiamo visto manifestarsi nelle bellissime giornate di «Blocchiamo tutto». Pazzesco per noi “vecchi” vedere cose così, che avevamo visto molto più in piccolo ai nostri tempi, quindi è stata una cosa veramente fica. Ci siamo stati dentro anche noi, cercando di creare e stimolare anche con voi ragazzi dei momenti di rottura in piazza. Noi pensiamo, come voi, che l’autonomia, la sua formazione, non sia tanto un’etichetta, una felpa da mettere o una posa da esibire, non tanto un’identità da far vedere, ma vediamo proprio l’autonomia come un metodo, un punto di vista, che è quello della rottura, dell’«attualità della rivoluzione». La rottura con questo mondo di merda che ci portiamo dentro, in cui viviamo – e per odiarlo non servono tante parole, basta guardarlo negli occhi tutti i giorni, nel nostro piccolo, nei nostri territori dove siamo collocati, perfino dentro di noi. A scuola, all’università, al lavoro tutti i giorni, ci basta guardarlo in faccia questo mondo di merda per odiarlo. Ecco, l’autonomia pensiamo che sia proprio un metodo, un punto di vista e uno strumento con una lunga storia, che ovviamente si rinnova di ciclo in ciclo di lotte, e che può dire ancora tanto a voi giovani «figli della crisi», o ancor meglio «figli di nessuno». Noi più vecchi pensiamo che sia fondamentale in questo momento la questione della formazione, dell’autoformazione, del controsapere che si può dare e creare nelle lotte, ma che si può anche affilare nei confronti, in momenti e spazi di formazione che possono essere preziosi per costruire questo metodo e per creare armi per combattere questo mondo di merda. Volevo chiedere ai ragazzi di Torino: come vi formate voi, se avete dei momenti, dei documenti, delle “istituzioni” riproducibili, non istituzioni come quelle della controparte ma istituzioni autonome di formazione e di autoformazione che possano essere riproducibili anche a Modena; libri, seminari, riunioni, per dare slancio, forza organizzativa alle lotte, in vista di momenti di rottura?

Ksa

C’è un piano più nostro, del Ksa, più militante, e poi c’è quello dell’assemblea studentesca, che si dà in un altro modo ma ugualmente interessante e anzi, forse più interessante rispetto alla sua possibilità di riproducibilità. Come Ksa, magari d’estate quando non c’è niente da fare, si organizzano i campeggi in Val di Susa. Quando non c’è la scuola tutti i giorni e c’è più tempo, di solito si programmano formazioni di ampio respiro, giornate intere in cui si provano a sviscerare determinati temi. Abbiamo scritto, prendendo anche da vari pezzi della tradizione dell’operaismo e anche da roba più recente, un seminario, un testo di un centinaio di pagine in cui sono riassunte certe cose sulla storia nostra e su questo famoso metodo, che per noi è l’unico dogma del nostro agire politico. Dogma in quanto punto centrale su cui poi si struttura la proposta politica, e non in quanto immodificabile. Crediamo sia tutto un’ipotesi, sia tutto da costruire, e che non esistano dogmi, anzi, crediamo che la capacità e la potenza che storicamente ha avuto la proposta autonoma è quella di sapersi rinnovare, o almeno di tentare di farlo, rispetto alle necessità di classe del momento storico che si attraversa. 

Quindi ci sono i seminari, e poi quando capitano cose particolari facciamo assemblee, in cui magari ci si rompe un po’ più i coglioni, ci si becca la mattina e si fa tutto il giorno di discussione, e poi magari rimane un recap scritto di queste cose. E poi c’è invece, per quanto riguarda l’assemblea, un tentativo di organizzare questi stati generali per darci una linea. Una linea da seguire per avviare questo progetto di creare campagne di studenti contro la guerra. Una delle tante articolazioni che abbiamo sentito necessaria per le questioni dette prima, e anche per portare un’informazione che fosse nostra, una controinformazione che mettesse al centro il nostro punto di vista e i nostri bisogni, cosa ovviamente non fatta dai media o dai giornali, è quella del giornalino. 

Questo giornalino è importante tanto per l’esterno, per far vedere il nostro punto di vista, per raccontare noi, i nostri cortei, le nostre rivendicazioni, il nostro lavoro dentro le scuole, quanto poi all’interno, per beccarci e costruire insieme, analizzare e far sì che questo momento della scrittura, di impostazione di un articolo sia un momento di crescita e consapevolizzazione per tutte le parti che l’attraversano. Lo si voleva strutturare anche in inchiesta, e quindi andare ai cortei a intervistare le persone, o nelle scuole in cui si stanno vivendo situazioni problematiche oppure di conflitto, di scontro, di creazione di qualcosa che sia contro. Per portare un punto vista nuovo per formarci noi e quindi fare un lavoro per tutti. E poi l’ultima questione che secondo me è importante è che questo giornalino è nato anche per intercettare le capacità e le passioni degli studenti, che siano la fotografia, la grafica o altro, per unirle in uno spazio che sia comune, che ambisca a un obiettivo comune che faccia bene alla collettività e in cui quindi tutte le persone si possano riconoscere.

Dopo il corteo del 31 gennaio a Torino il tema martellante da parte dei media è stata la violenza di piazza, gli scontri. Volevo chiedervi che ruolo ricopre lo scontro nella strategia politica, in che modo la non violenza protegge lo stato di cose correnti e la violenza conseguente del sistema? Come si fa a decidere che filtro usare per capire qual è il momento di fare il salto di qualità e di usare lo scontro come strumento e quando invece di procedere per altre vie? Come fate questo genere di scelte, come vi confrontate con le situazioni, e in che modo possiamo anche noi a un certo punto prendere tatto con questo genere di strategia politica?

Ksa

Allora il fatto è che la forza e lo scontro di per sé sono qualcosa di conseguente rispetto all’obiettivo prefissato che la lotta si pone. Per quanto ci riguarda, la ricetta non c’è, si parla di scommesse. Crediamo che da un lato appunto non bisogni schiacciarsi su un piano rispetto alla risposta della controparte, perché quella sarà sempre la stessa, e dall’altro si debba imparare in qualche modo ad affrontare tutto in maniera dialettica. 

Per quanto riguarda la rottura, questa avviene con la controparte. L’incapacità poi di saper socializzare quel tipo di esperienza crea frammentazione anche all’interno delle nostre dimensioni e quindi in questo senso sta nel saper affrontare in maniera dialettica le necessità del movimento e nel saper comprendere quello che ci è più utile per raggiungere determinati obiettivi, ponendosi sempre la questione di come stare nella lotta e di saperla amplificare in visione dell’obiettivo. 

D’altra parte, durante il «Blocchiamo tutto», nella specificità di Torino ci sono due soggetti politici che sono emersi sul nostro territorio: quello del lavoratore in senso ampio, cioè dell’“operaio sociale”, con picchi nel terzo settore e nella classe media, e poi quello degli studenti come specificità propria. Poi in generale abbiamo visto un soggetto giovanile trasversale agli ambiti storici dell’organizzazione politica, non gli studenti medi e non gli universitari, ma un soggetto ibrido che attraversa l’uno e l’altro spazio: magari fa l’università, ma lavora anche, magari è semplicemente un lavoratore precario ma giovane. Queste sono le persone che hanno attraversato queste piazze. L’eterogeneità e il convergere di questi diversi soggetti sociali hanno portato anche ad una collisione di volontà differenti nei modi e nel saper portare avanti la lotta. 

In questo senso la nostra parte, per saper essere credibile, deve essere sempre quella che fa da collante, che sa unire i pezzetti, in funzione appunto dell’ampliamento di queste dimensioni qua. Un conto è tutto l’ambito di chi fa opportunismo politico su un piano istituzionale, ma un altro conto è magari la lavoratrice del terzo settore o il cinquantenne del caso secondo cui la violenza non porta a nulla. Questi piani qua non sono da schifare e bisogna saperci entrare in un rapporto dialettico per far sì che si riescano a tenere i pezzi uniti. 

Anche per il movimento No Tav ciò che ha fatto da collante è stato il non rompersi su questa contraddizione qui. Non siamo tutti quanti a lanciare le pietre, magari ci stanno i giovani che lo fanno, ma poi ci sono i vecchietti dietro che ti fanno il pranzo e ti medicano la testa dopo le botte, ci sono quelli che ti fanno supporto, che stanno con le mani in alto mentre ci sono i compagni che stanno facendo altre cose. ‘Sti cazzi l’eterogeneità delle pratiche se c’è il convergere verso un obiettivo e la costruzione di una forza collettiva che sposti i rapporti di forza verso possibili vittorie.

Cas Bologna

Io credo che nessuno abbia la sfera di cristallo per sapere ciò che è meglio fare in un dato momento. I movimenti e le lotte sono frastagliate, sono frammentate e composte da soggetti e individui estremamente eterogenei fra di loro. Si citava l’esempio del movimento No Tav che è uno dei più limpidi sotto questo punto di vista, che riesce a tenere insieme un movimento e a portarlo avanti. Sulla questione se la violenza di piazza, come ci si sente sempre dire, sia ciò che invece di progredire fa tornare indietro, ecco credo che quella sia una narrazione di cui tutti siamo succubi, di cui tutti bene o male siamo vittime, visto che la controparte possiede i mezzi di informazione. Come è vero che gli scontri che sono stati fatti questo autunno, che hanno avuto dei picchi nei capoluoghi come Torino, o Roma o Bologna, che magari non hanno avuto nessun risvolto pratico sul momento, sono comunque pressioni politiche importantissime. Bloccare per due giorni un Paese, bloccare gli snodi, bloccarne le infrastrutture, per forza di cose porta allo scontro, e quello scontro diventa poi pressione politica. A quel punto i tuoi calci riescono a diventare interventi in aula, per quanto poi noi alle aule del Parlamento non ci pensiamo in alcun modo. Per cui c’è tutto un retroscena che quel calcio allo sbirro ha, anche se magari non lo cogliamo immediatamente. Poi quale sia la fase per questo o per quell’altro è una scommessa, un azzardo, sarebbe meglio sapere quando è meglio non farlo. Ogni tanto, come abbiamo fatto questo autunno, si mette la palla in buca e si riesce a fare l’azzardo giusto, e ogni tanto ci si dice che forse questo era meglio non farlo.

Siccome Torino è una città divisa fra collettivi, come ogni altra città d’Italia, che magari possono sviluppare divergenze, quando ci sono eventi come lo sgombero dell’Askatasuna queste divergenze si sono almeno attenuate? Anche fra collettivi, organizzazioni e sindacati, c’è stata effettivamente un’unione sull’unica causa oppure c’è sempre stata confusione?

Ksa

Per quanto ci riguarda ciò che crea forza ed è da valorizzare sono le dimensioni in cui effettivamente si possono riscontrare e si possono esprimere i bisogni della gente. Certo, ci possono essere alleanze strumentali con chi fa dell’opportunismo politico il proprio mestiere. Per quanto ci riguarda ciò che ha sempre portato a delle possibilità di rottura grosse, e che soprattutto potessero essere riproducibili e attraversabili, erano dimensioni organizzate che sapessero trascendere dalle singole aree di provenienza politica, e che potessero essere il contenitore largo delle necessità incombenti. 

Durante il «Blocchiamo tutto»,un organo centralissimo per tutto quello che è successo a Torino è stato “Torino per Gaza”, che nasce dopo il 7 ottobre come coordinamento per la Palestina, attivo sin dall’inizio dell’inasprimento del genocidio nei territori palestinesi, ed è sempre stato un contenitore molto largo, che conteneva tutti, dall’infoiato della questione palestinese da anni che però magari era un blogger che si leggeva le sue cose e bella lì, all’operatore umanitario, alle compagne di Nudm, alla gente di Potere al popolo e della Rete dei comunisti, fino a noi. E questi contenitori sapevano ospitare realtà organizzate – che sono sempre minoranze e sono sempre poco interessanti per quanto ci riguarda – e anche la nostra stessa realtà. 

Bisogna sempre guardare fuori, a chi abbiamo dietro e non a chi abbiamo di fianco, per comprendere come far sì che ci sia più gente di fianco a noi. Bisogna quindi saper guardare a chi attraversa questi spazi in maniera nuova, inedita, che non viene da realtà organizzate e già preconfezionate e limitanti in partenza. Per cui in questi contenitori si può esprimere un volere di popolo, un volere eterogeneo, un volere di diversi soggetti sociali che convergono con lo stesso obiettivo. Sono gli spazi in cui si può costruire il nuovo, in cui si possono costruire le cose più interessanti. 

Durante il movimento «Blocchiamo tutto», Torino per Gaza fa assemblee enormi da 400 persone, in cui si dice che tutti assieme, da Nudm alle moschee – dimensione quella delle moschee che si è rivelata un’alleata fondamentale, con tutto l’ambito giovanile delle seconde e terze generazioni razzializzate dei quartieri popolari – il 22 ottobre si vanno a bloccare la stazione centrale e tre tangenziali diverse in vari momenti della giornata, e poi il giorno dopo si decide di bloccare l’aeroporto. 

Per quanto riguarda lo sgombero dell’Aska, si trattava di una situazione legata a un fenomeno storico, che in primis metteva davanti e vedeva disponibili a muoversi chi in qualche modo ha attraversato quegli spazi. Sono tante persone, che fanno parte di un’area che gravita attorno alle nostre dimensioni politiche e che quindi è poco interessante per una prospettiva futura, se non quella di riavvicinarle per fare forza comune nell’allargarsi. Al contempo però questa prassi che si è mantenuta soprattutto nel «Blocchiamo tutto» ha portato a vedere l’attacco all’Askatasuna non come un attacco al centro sociale storico o agli autonomi, ma un attacco ai movimenti sociali tutti, a chi si è mosso per la Palestina, a chi a Torino non abbassa la testa. Quindi in questo senso anche la costruzione del 31 è stata quella di un’«autonomia popolare», pezzi diversi che convergono su questa roba qui. 

Il punto centrale dell’agire adesso è questa roba qui: Askatasuna è la mia città, Askatasuna è Torino partigiana. Askatasuna non c’è più, ma erano “quattro mura di merda”: noi siamo tutto, ma non “noi” in quanto collettivo Askatasuna, “noi” in quanto persone che vogliono un mondo diverso e che vogliono organizzarsi senza compromessi. 

In questo sono stati valorizzati parecchio i singoli comitati di quartiere. In quel contesto il comitato di Vanchiglia ha avuto un ruolo centrale, dal momento che attualmente davanti all’Aska ci sono sei camionette, un idrante, c’è un quartiere militarizzato da due mesi e mezzo e questa roba qui ha portato delle conseguenze pratiche per la gente che vive e attraversa il quartiere normalmente abbastanza importanti. Inoltre, per forza di cose, da sempre l’Askatasuna era anche un punto di riferimento in quartiere rispetto agli spazi dei bambini, alla socialità, al carnevale di quartiere e quant’altro. Questo tipo di socialità, questo modello di assemblea eterogenea, dei comitati nei singoli quartieri sta cercando di essere un modello che si possa riprodurre in tutta la città per volontà di popolo. Crediamo sia poco fruttifero rinchiudersi nei propri spazi e difenderli fino alla morte senza vedere che c’è un mondo lì fuori che non riesce neanche a comprendere bene cosa siano questi spazi. Se perdere un posto significa poter tornare a lavorare nei contesti e fare militanza quotidiana per creare del nuovo, ce lo accolliamo.