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Autonomia, scuola, repressione. Strumenti per la formazione militante

«Che brutto linguaggio… stretto retroterra trontiano… si prevede brutta fine» (cit.)

Introduzione 

L’esperienza accumulata nella lotta ci insegna che la differenza che separa non soltanto l’amico dal nemico, ma la progettualità politica autonoma da altre forme di attivazione è il punto di vista che emerge nella scelta dei problemi e nella qualità delle domande che ci poniamo davanti. E sono appunto domande cruciali che emergono in controluce dalla discussione con gli studenti delle scuole modenesi avvenuta il 28 febbraio 2026, Autonomia, Scuola, Repressione, organizzata con i collettivi SigAut, Giovani di Modena per la Palestina e Ksa di Torino. 

Per noi di Kamo non si è trattato solo di un evento al termine di un ciclo di mobilitazioni, ma un momento di passaggio per le nuove generazioni di militanti a Modena, che sono non solo eredi ma di fatto protagoniste delle lotte sul nostro territorio. Il punto di svolta è stato il settembre-ottobre 2025 del «Blocchiamo Tutto» – ma è fondamentale ricordare, per questa composizione giovanile, le lotte già risalenti ad alcuni anni fa contro l’alternanza scuola-lavoro, durante le quali abbiamo incontrato diversi ragazzi e ragazze che oggi abbiamo rincontrato. 

Attraverso il fondamentale strumento dell’inchiesta, che abbiamo adottato come metodo, abbiamo iniziato a sondare come sul territorio emiliano e in particolare modenese, caratterizzato dall’impresa meccanica e metalmeccanica organizzata in Motor Valley, la crisi dall’automotive stia venendo colmata sempre più attraverso una capillare e apparentemente ancora invisibile ristrutturazione in chiave bellica, alla quale abbiamo dato il nome di «fabbrica della guerra». 

È una fabbrica diffusa, polverizzata sul territorio, composta da imprese di media o piccola dimensione in competizione collaborativa tra loro, che hanno necessità generale di raggiungere le catene del valore internazionali. In tale contesto la scuola ricalca sempre più il concetto di «industria della formazione», dove l’istruzione superiore e accademica viene messa a valore d’impresa in ottica di formare forza lavoro e soggetti con saperi e capacità da sfruttare in termini capitalistici. 

Abbiamo quindi una scuola e un’università che rappresentano un nodo baricentrale della ristrutturazione produttiva e della costruzione di un “ecosistema” pacificante, che è nostro compito inchiestare e comprendere per rompere e sovvertire. Da qui l’impossibilità di tenere separati il tema del riarmo e del genocidio con quello della formazione, come abbiamo analizzato nell’inchiesta sul «laboratorio della guerra» dell’Unimore uscita nel luglio 2025. La nuova rettrice Cucchiara, infatti, è una figura che svolge il ruolo di cinghia di trasmissione tra accademia, politica e sviluppo di tecnologia militare, non solo in ambito locale e nazionale, ma in correlazione con Nato e Israele. 

Avevamo già raccolto gli effetti diretti del “tempo della guerra” all’interno degli istituti scolastici modenesi: carenze strutturali ed educative, aumento di una precoce conflittualità di classe tra studenti di licei e professionali/tecnici e un ribellismo studentesco spesso individuale e autodistruttivo. In questo scenario il movimento di supporto alla resistenza del popolo palestinese ha fatto irruzione sul nostro territorio creando rottura e quindi occasioni inedite, a partire dal protagonismo delle seconde generazioni fino alla formazione di collettivi studenteschi, animati da una composizione giovanile spesso spontanea, alle prime esperienze di politicizzazione e quindi “figlia di nessuno”, slegata generalmente da organizzazioni nazionali, impostazioni pacificatorie e dalle attrazioni istituzionali di partitini e sindacati confederali. 

Punto centrale emerso da queste soggettività è stata l’esigenza di autoformazione intesa come esperienza di autonomia e necessità di creare un controsapere dentro un movimento che ha saputo eccedere partiti, associazioni e sindacati e loro logiche di bottega, soprattutto in un territorio dove la formazione è considerata per lo più assimilazione al sistema, anche politico, in piena compatibilità con esso. 

Abbiamo quindi provato a cogliere questa particolare esigenza fornendo un supporto a volte semplicemente pratico e logistico, altre di metodo e teorico, affinché chi la scuola la vive tutti i giorni dall’interno possa sviluppare un proprio punto di vista di parte capace di creare conflittualità e rottura, e accumulare una forza collettiva che alimenti progettualità nella prassi e autonomia nell’organizzazione. Abbiamo quindi visto l’iniziativa Autonomia, Scuola, Repressione come un momento prezioso per costruire un’ipotesi, una prospettiva, un percorso in divenire di formazione militante, al servizio di un possibile processo in movimento di lotta di cui abbiamo respirato l’aria frizzante lo scorso ottobre. 

Come può un movimento in un territorio specifico estendere la sua forza? Come raccogliere da una tradizione di lotta un metodo di pensiero e azione, senza cadere nella riproduzione conformista e nella testimonianza istituzionale? Come aprirsi alle contraddizioni interne a una lotta popolare, senza perdere la chiarezza di visione nella strategia e negli obiettivi? 

SigAut

Siamo un collettivo ancora agli albori della sua attività, essendo partiti con l’inizio dell’anno scolastico 2025-2026, che è nato con l’obiettivo di portare nel cuore dell’Istituto – ma non solo, se vogliamo pensare più in grande a una rete estesa su tutta Modena – il tema del conflitto nella politica odierna. Stiamo lanciando delle assemblee, principalmente organizzative, cercando però di mettere a discussione alcuni argomenti per noi nevralgici. Il nostro obiettivo sarebbe aiutare gli studenti a costruire insieme un pensiero critico che li guidi poi nel caos della politica odierna, raccogliere tutte le informazioni e le esperienze concrete che ci permettano di capire come coltivare un collettivo e non un semplice dialogo tra compagne e compagni. 

Gmp

Il nostro collettivo è nato tra agosto e settembre 2025, quindi anche qui si parla di una realtà molto fresca, ed è nato dall’esigenza che avevamo di vedere giovani in piazza, che si attivassero sul nostro territorio. Con lo scemare dell’attenzione sulla causa palestinese ci siamo accorti che sempre meno giovani partecipavano alle piazze proposte e alle iniziative; e così si è creato questo gruppo di giovani studenti, medi e universitari, che appunto hanno come primo obiettivo una realtà di coordinamento finalizzata a raccogliere tutta l’attenzione dei nostri coetanei sul genocidio in corso. Da tempo ci siamo accorti che purtroppo la causa palestinese è sempre meno all’attenzione dei giovani, e abbiamo compreso che questo problema deve essere affrontato a monte, riportando i giovani all’interesse per la politica in generale e all’attivismo che i nostri coetanei possono esercitare sul nostro territorio. Riteniamo infatti che i giovani della nostra età, medi e universitari, non hanno modo di esprimersi, non hanno uno spazio in cui esprimersi, uno spazio in cui poter essere loro stessi, di poter affrontare la politica. E così, oltre ad occuparci di Palestina, abbiamo deciso di espandere i nostri orizzonti, cominciando a interrogarci e a discutere sullo sviluppo delle vicende recenti, dal Venezuela al riarmo; tutti temi, che magari per vie traverse, sentiamo vicini a noi. Da poco inoltre è nata un’altra realtà, che è la Consulta popolare contro la guerra, il riarmo e il genocidio, che è un organismo fatto da giovani e non (soprattutto non, purtroppo), formato a Modena per cercare di agire come voce di una società civile, e di porsi come tramite con le autorità presenti sul territorio di Modena. 

Ksa

Il Kollettivo studentesco autonomo di Torino è un collettivo – almeno di nome – molto longevo. Nasce dal collettivo del Gramsci, ora Einstein, un liceo di una zona veramente popolare di Torino. Il collettivo inizialmente si chiamava Fuori dai banchi e cambia il nome in Ksa già negli anni Novanta, prima ancora che venisse occupato l’Askatasuna. A questo punto penso sia necessario introdurre il tema dell’autonomia e di cosa significhi per noi questa parola, di che area politica si parli, da quale tradizione politica veniamo e dove guardiamo.

Certo, guardare al passato è sicuramente utile e formante, ci può aiutare a sapere come compagne e compagni si sono mossi per organizzarsi contro questa società di merda e può darci importanti strumenti; detto questo crediamo che sia centrale ora come ora parlare della pratica, come ci muoviamo nel quotidiano e soprattutto che postura teniamo nel cercare di muoverci guardando verso il futuro. A ogni modo, il concetto di autonomia di classe nasce tra la fine deli anni Cinquanta e l’inizio degli anni Sessanta osservando le contraddizioni e le ambiguità che il Pci aveva nei confronti del lavoro e nei confronti dei rapporti di forza nelle fabbriche. Era un atteggiamento particolarmente lavorista. E così il concetto di “autonomia di classe dal capitale” nasce proprio dalla contrapposizione rispetto a una visione del lavoro che possiamo dire riformista, a cui si contrapponeva come alternativa la spinta a negare il sistema politico ed economico che ci costringe a inseguire il lavoro salariato per vivere. Insomma, nasce dal rifiuto del lavoro salariato come possibilità di vita e militanza. Lungo questo cardine ci sono state una serie di esperienze determinanti – da Potere operaio all’Autonomia operaia, e via così – che, per quanto ci riguarda, arriva fino agli anni Novanta con il Network antagonista torinese, di cui siamo una diramazione e intorno al quale ruotava tutta la rete dei centri sociali che nasceva in quel periodo. 

Per farla breve, arriviamo all’oggi. Il nostro Ksa nasce da una postura che si è conservata differente e che si è mantenuta negli anni che hanno preceduto la grande mobilitazione contro l’alternanza scuola-lavoro scoppiata dopo la morte di Lorenzo Parelli nel 2022. Quell’anno a Torino si vide una grossissima emersione studentesca, in cui tutte le scuole di Torino e cintura vennero occupate (si parla di 65-70 scuole nel giro di un mese, una roba assurda), tutte con le loro specificità. Un momento molto importante, che però rispetto anche a errori di valutazione della nostra parte vide una rottura molto profonda dopo un momento di piazza, in cui si decise di andare ad attaccare il simbolo della responsabilità della morte dei ragazzi in alternanza scuola-lavoro e dello sfruttamento lavorativo che entra nelle scuole, ossia Confindustria. 

Sì cercò comunque di entrare, e da quello strappo emersero delle posizioni abbastanza velleitarie, che possiamo riassumere nei soliti «eh ma noi dobbiamo mostrarci come quelli bravi», «dobbiamo strizzare l’occhio al centrosinistra» e compagnia bella. Quelle posizioni portano il deserto nelle scuole di Torino. Nonostante la vampata di insubordinazione, questo ripiegamento sul centrosinistra fa sparire i collettivi dalle scuole, quando esistevano erano minoritari o comunque non si ponevano come obiettivo primario il cambiamento di una scuola che ci sta stretta.

L’anno dopo nasce il collettivo all’Einstein, che è stato un po’ il perno su cui ha ruotato l’agire del Ksa. Alla prima riunione eravamo quattro persone in un kebabbaro [applausi di Kamo, ndr]. Nasce come collettivo antifascista, che però si poneva il problema di cercare di continuare l’esperienza dell’anno prima. Anche per chi era troppo piccolo, era stato imponente vedere 20 mila studenti in piazza contro l’alternanza scuola-lavoro tutti uniti per negare questo modello di scuola, in cui il nostro sapere diventa semplicemente uno strumento per i padroni del lavoro, per poterci poi inserire nei loro processi di sfruttamento lavorativo. Quindi noi, alla seconda assemblea, in quattro persone ci diciamo: «L’anno scorso hanno occupato 70 scuole; quest’anno dobbiamo occupare anche noi». Sembravamo dei pazzi, ma cercando di non chiuderci in noi stessi e perderci in discorsi alti o astratti, abbiamo deciso di lottare contro la nostra scuola, contro il nostro preside (un pezzo di merda, un sionista che ha fatto carriera ostacolando ogni organizzazione a scuola). 

Invece che seguire le lezioni normalmente, ci dicevamo: «Boh, ma io dovrei stare qui sul banco ad assorbire come una spugna quello che mi stanno dicendo, fare una verifica e andare a casa? Be’, a me sta roba qui non va bene. Uno perché la metà di quelli che stanno a farmi lezione mi dipingono semplicemente come un oggetto vuoto, che deve solo assorbire performare e diventare poi un pezzetto di questo enorme mondo del lavoro; e due perché mi ritrovo la professoressa che mi dice che bisogna mandare sempre più armi al fronte a discapito del nostro carovita, mentre mi ripete che i comunisti sono tutti terroristi solo perché vede che sono politicizzato. Se le cose stanno così, peggio per voi». 

E abbiamo deciso di essere ribelli, di essere noi quelli che parlavano alla classe e che la spinge a parlare da sé. Siamo noi stessi a decidere di che parlare nei corridoi. Anche se non si può, diamo i volantini in giro quanto ci pare. Perché se la scuola è un nodo politico centrale di questa grande macchina della riproduzione sociale, dobbiamo esserne coscienti e opporci. Si andava nei corridoi, il professore si scazzava e tu gli facevi una scenata perché la tua parola non vale meno della sua e sai argomentare e dimostrarti autorevole con la gente. Con questo modo, magari un po’ gagliardo e un po’ sbruffone, siamo prima dieci, poi quindici, poi venti e poi sessanta. A quel punto diciamo: «Bene, ora occupiamo». 

Diciamo però che a Torino, a differenza di altri territori, l’occupazione classica come ce la si immagina, con le barricate e le smegafonate “qui non entra più nessuno”, in realtà non si è mai data. In aggiunta in quel periodo in molte scuole le occupazioni erano concordate con la presidenza. Noi diciamo di no, vogliamo ribaltare completamente la scuola del padrone, la scuola dell’educazione al lavoro, la scuola della subordinazione. E quindi noi barrichiamo la scuola. Fun fact: il primo giorno abbiamo provato a occupare totalmente ma ci siamo presi a pizze con i bidelli e la presidenza, ma siamo riusciti a occupare soloun piano e a convincerli che non avremmo bloccato tutto. Così se ne sono andati e il secondo giorno hanno trovato tutto murato dalle barricate. [Applauso libero, ndr

A quel punto quel Digos mancato del nostro preside decide che deve entrare la polizia e sgomberare l’occupazione. Aveva le chiavi del cancello, apre ed entrano cinque digossini che a cazzotti cercano di penetrare dentro scuola e minacciare – «Se non uscite vi arrestiamo tutti» e compagnia bella – e la scuola decide di resistere. Li abbiamo cacciati a calci. Hanno provato a trascinarsi via un ragazzo ma non ci sono riusciti e la polizia se n’è andata. È stato sicuramente significativo per un sacco di persone, non per il fatto ideologico che “il poliziotto è cattivo”, ma perché in quel momento il poliziotto sta negando il tuo momento di protagonismo, il momento in cui tu neghi l’ossessione per la delega, in cui non è il rappresentante di istituto a fare politica ma sei tu stesso. Sei tu che prendi lo spazio della scuola e diventa tuo per organizzarlo e trasformarlo. È in quel momento che il poliziotto diventa un nemico. 

Diciamo che questa rottura così forte ha creato una divisione molto profonda a scuola. C’erano quelli che stavano con gli occupanti, e chi diceva «eh no, però la gente deve avere il diritto di andare a scuola», «eh però gli insegnanti poi non vengono pagati» (cosa non vera, tra l’altro) e via di questo passo. C’è polarizzazione, ma proprio per questo il collettivo che nasce è molto forte.  In tutto ciò c’era il Ksa che era un gruppo di persone che – boh – si sentivano zecche e parlavano di cose da zecche. Però diciamo che non è che si organizzassero granché sul piano pratico, e molte persone lo consideravano un po’ stretto: dopotutto, se tu vedi tutta la tua scuola che discute continuamente di come cambiare le cose, è naturale che quella modalità ti sembri un po’ statica. 

Per cui a una certa vediamo una sorta di colpo di stato, per cui le persone più politicizzate del Collettivo Einstein decidono che sì, si dicono autonome, sì, hanno voglia di cambiare il mondo, sì, non vogliono la scuola del padrone, ma vogliono cambiare le cose per davvero. Di modo che il Ksa – che più che essere la sintesi delle varie lotte nella nostra testa era il luogo in cui chi lo attraversava potesse trovare degli strumenti per partire e sviluppare le loro potenzialità nei propri contesti – in qualche modo viene preso d’assalto dal Collettivo Einstein, e si cambia. Iniziamo a ragionare su come generalizzare ed espandere quello che abbiamo fatto nel nostro liceo anche altrove, perché se ci avessimo riprovato da soli rischiavamo veramente che la polizia entrasse.

Quindi con i pochi collettivi rimanenti e singole persone che conoscevamo nelle scuole e che sapevamo volessero organizzarsi lanciamo un’assemblea e un coordinamento di collettivi, senza porre il Ksa come fulcro. Questo perché storicamente essere dell’Askatasuna a Torino ha un significato preciso. Significa trovarsi un marchio addosso che mette dei muri invisibili tra te e la città per il semplice fatto che la macchina mediatica della controparte, di chi non vuole che la gente si organizzi contro questo mondo di merda, è forte. In altri termini, a Torino “essere dell’Askatasuna” significa essere un malfattore, vuol dire essere uno di quelli che spaccano tutto e che, cosa ancora peggiore, ti rovina la tua brava assemblea di sinistroidi. 

Decidiamo quindi che il Ksa era uno spazio in cui non si poteva riversare tutta la possibile gente che ha voglia di organizzarsi ma che non ha voglia dal primo giorno di sentir dire “io sono comunista”, “io sono autonomo”, “io voglio fare la rivoluzione” o chissà che. Serviva uno spazio in cui la gente potesse esprimere le sue necessità, come appunto era stato il collettivo Einstein. Nasce questo coordinamento, all’inizio non eravamo tantissimi ma riusciamo ad allargarlo, e diventa l’Assemblea studentesca. Un nome molto neutro, ma appunto che potesse essere esteriormente una roba molto larga, in cui ci potevi trovare il tamarro, l’ultimo fricchettone, la ragazza del collettivo borghese, la socia dell’Einstein razzializzata figlia di immigrati e via così. Una situazione larga, che può prendere tante di queste identità fasulle che la società ci obbliga a raccogliere e sposare solo per necessità di sentirci parte di qualcosa – nonostante siano tutte parti di un mondo che non ci valorizza, non ci valorizzerà mai e ci vede solo come degli oggetti da inserire, perché solo se inseriti siamo produttivi. 

Si fa l’assemblea, cresciamo e nascono nuovi collettivi, anche perché il nostro quartiere, Barriera di Milano, è un quartiere altamente popolare, non è la posizione classica per un liceo. C’era anche gente di classe media, con i genitori che facevano lavori più remunerativi, ma anche e soprattutto ragazzetti razzializzati, figli di muratori e di lavoratrici del sociale; ci sono pochi dubbi che questa maniera così sentita e rabbiosa di sollevarsi non potesse riprodursi in un liceo bene del centro in cui fanno i dibattiti socratici. Quindi nella nostra assemblea, mano a mano che cresce la volontà di trasformare la scuola, si coglie l’occasione del volantinaggio per farsi raccontare tutte le diverse esperienze di vita. 

Uniti dal solo obiettivo di accrescere la nostra forza, i collettivi diventano lo spazio in cui gli studenti e le scuole affermano di voler contare e lo spazio in cui i bisogni che la scuola non soddisfa possono essere espressi e potenziati collettivamente. Tutto ciò che la società del capitale non ci dà – la necessità di sentirsi gruppo, la possibilità di conquistarsi un futuro, la possibilità di valorizzare un sentirsi “noi” – diventa il traguardo del collettivo. 

Mentre tutto questo si sviluppa, in città ci sono cortei su cortei. Per esempio, un altro coordinamento nasce quando Valditara e la Meloni sarebbero dovuti venire a Torino per due giorni. Botte da orbi, centro militarizzato, zona rossa praticamente lungo tutto il centro… L’anno scorso invece vediamo un autunno incendiario per il genocidio in Palestina che non sembrava rallentare. Si lanciano tre cortei nel giro di un mese e mezzo, fino a quello del 13 dicembre (bellissimo, il 13-12). Conflittualità alta nelle piazze, che determina anche momenti di contraddizione in assemblea – essendo appunto un giro largo in cui c’erano tutti, era inevitabile che non si fosse sempre unanimi negli obiettivi e nei bersagli – ma si teneva come punto dialettico per far crescere la lotta e lottare tutti assieme. L’assemblea inizia a radicarsi nella città, al punto tale che passo passo chi voleva attivarsi sapeva che l’Assemblea studentesca era lo spazio più libero in cui poterlo fare. 

Ma soprattutto arriviamo al settembre del «Blocchiamo tutto». 

Gmp

Vorrei ricollegarmi a quello che hai detto quando parlavi di Askatasuna, visto che è uno dei temi di cui vogliamo parlare. Hai detto che a Torino fare parte di Askatasuna ti mette inevitabilmente davanti anche delle barriere sociali. Ti chiederei quindi di approfondire queste difficoltà che si possono incontrare in un’esperienza di questo tipo, per arrivare a parlare di quello che è stato l’Askatasuna prima di voi. Una realtà così a Modena purtroppo non esiste più, ce ne è un ricordo lontano e una grande speranza possa tornare qualcosa ma è una realtà a cui noi siamo completamente estranei. Così da poter comprendere meglio la posta in gioco nella manifestazione di fine gennaio.

Ksa

Allora, sicuramente per noi l’Aska è stato un punto di riferimento importante, un luogo in cui ci trovavamo e organizzavamo; ma era anche un luogo fondamentale per il quartiere, Vanchiglia. Era un punto di riferimento che portava qualcosa di diverso da quello che già esiste, da quello che il sistema ci offre tutti i giorni e dalle prospettive a cui ci costringe. Per quanto riguarda la questione di questa identità, per noi è sempre stato un fattore problematico per lo stesso motivo di cui parlavamo prima. Rischiavamo di chiuderci in noi stessi, quando invece il nostro sguardo è sempre stato oltre il centro sociale. Mi ricollego quindi allo sgombero.

In opposizione alla narrazione delle destre, che vaneggia sull’Aska come la centrale di tutto quello che viene organizzato “contro” a Torino, noi dopo lo sgombero ci siamo detti chiaramente: senza Aska non crolla niente. Certo, è stata una bella batosta anche emotivamente, ma ciò che conta e che fa la differenza è avere un grandissimo radicamento, che non si vede da tanto, nelle scuole e nell’università con i collettivi e nei quartieri con i comitati. Quindi invece di sprecare fatiche nel conservare un simbolo, serve espandere il suo progetto su tutta la città, affinché ogni luogo in cui ci troviamo possa affrontare tutte le problematicità del caso e creare opposizione rimanendo all’interno di quei processi. Rimanerne fuori, in uno spazio “protetto”, sperando di architettare qualcosa dall’esterno, porta solo all’isolamento. Bisogna invece vivere i contesti, compresi quelli più problematici e sporchi, lavorare con le persone. Già prima del corteo il nostro obiettivo era conservare quindi una prospettiva che andasse fuori dal centro sociale.

Si capisce quindi meglio perché abbiamo deciso di adottare, già dal primo corteo in dicembre dopo lo sgombero, lo slogan «il governo è nemico del popolo, il popolo resiste». Le direttive nazionali infatti (la decisione non veniva dal Comune di Torino) dimostravano che il governo non risponde alle nostre necessità e, al contrario, la sua priorità consiste nel distruggere tutti gli spazi che possono creare un senso collettivo e alternativo, che possono creare una rottura all’interno di questo sistema, che ci sfrutta e ci distrugge dall’interno. Questa contraddizione l’abbiamo vista in particolare del quartiere Vanchiglia, che notoriamente è il quartiere in cui si trovava l’Aska e per il quale l’Aska era un punto di riferimento fondamentale per una socialità alternativa, per la formazione dei bambini e dei ragazzi, eccetera. Dal giorno in cui l’Aska è stato sgomberato, Vanchiglia è stato militarizzato in una maniera impressionante. Già dal giorno dopo il quartiere è stato bloccato con camionette, jersey, reti, pattuglie… ma noi studenti, che ci trovavamo le strade impercorribili e gli sbirri che ti fermavamo quando entravamo a scuola, ci siamo interrogati tra noi e abbiamo parlato con i residenti. 

Il pretesto usato dalla controparte era, ancora una volta, dare “sicurezza” al quartiere. Ma questa sicurezza chi proteggeva? Era sicurezza per il governo, che aveva soppresso ciò che considerava un pericolo ma che era un punto di riferimento sociale, per i cittadini. Al contrario, per i residenti non voleva dire sicurezza ritrovarsi dieci camionette per via, ma comunque constatare una situazione di illegalità e di problematiche sociali profonde che non venivano nemmeno affrontate e tantomeno risolte dalla polizia. E così è risultato chiaro a tutti, concretamente, che le direttive del governo non siano mai veramente orientate a tutelare i cittadini e gli studenti per le loro necessità, ma soltanto i loro interessi personali. 

Partendo dai nostri luoghi, fare sentire la nostra voce ha significato non solo rivendicare una differenza dal nemico, ma portare avanti il nostro volere e che sì, l’Aska era un punto di riferimento, ma quello che costruiva l’Aska lo costruiscono le persone che lo attraversano. Persone che attraversano le piazze, che fanno le occupazioni delle scuole, che bloccano le università ma che sono pronte a schierarsi nei quartieri e a costruire percorsi che rispecchiano quello che ritengono necessario.

Gmp

Vi farei ora una domanda su un altro tema, che magari potrebbe essere già più ostico e meno conosciuto, quindi parlare a chi ha una vicinanza geografica, ma soprattutto politica con questo tema, può essere determinante. Mi riferisco alla lotta No Tav. Cosa è stata e cosa è?

Ksa 

A parlare di questi temi sarebbe venuto volentieri un nostro compagno, ma fisicamente non riesce ad esserci perché ha delle misure cautelari. Proviamo a spiegare noi il senso di quella lotta in quel momento storico e soprattutto quali prospettive ci ha dato nel tentativo di guardare a una società che si trasforma, cercando nel frattempo di raccogliere dal passato quelle forme di lotta che la gente si è inventata per organizzarsi contro le contraddizioni del capitale nel proprio territorio. Proverei però anche a capire, non solo a leggere, l’esperienza No Tav come un esempio di radicamento reale in un territorio specifico, come una forma di lotta di popolo estremamente forte – differenza sulla quale, secondo noi, conviene ragionare e scommetterci per il futuro in un momento come questo. La corsa al riarmo ha delle conseguenze materiali dirette sulla fisionomia dei territori, e ipotizziamo che il modello della lotta di popolo possa ripresentarsi. Conviene quindi dimostrarsi all’altezza e sottoporla a riflessione.

Il progetto della Tav nasce a fine anni Ottanta. L’alta velocità Torino-Lione inizialmente era pensata per collegare Kiev con Lisbona nei cosiddetti “corridoi paneuropei”: una mega linea di alta velocità pensata per velocizzare il settore logistico, con la promessa ascendente della globalizzazione come momento di esplosione del mercato globale e di circolazione di merci. Lo Stato prometteva che il libero mercato avrebbe portato un benessere mai visto, e allora le merci dovevano viaggiare nella maniera più efficiente possibile. Poi, piano piano le varie amministrazioni del caso e gli Stati europei – che non comprendono il nostro contesto di vita e che rimangono degli utili idioti (c’è una specificità dell’idiozia degli italiani che ritorna anche in questo) dal momento che il Tav non porta in realtà vantaggio a loro, se escludiamo la corruzione e gli appalti mafiosi per la quale è particolarmente noto il cantiere – riducono il progetto alla tratta che passa da Torino per arrivare a Lione, e che dovrebbe passare per la Val di Susa. 

Negli anni Novanta nasce un comitato ambientalista contro questi progetti che, piano piano, riconosce una contraddizione nel fatto che in nome di un fantomatico progresso (ma ripeto, anche ponendosi nella mentalità di chi pensava a quella roba, i profitti erano comunque esigui; nel pratico è l’ennesima opera inutile) le montagne sarebbero state bucate, i valsusini avrebbero respirato l’amianto, i boschi spianati per fare delle autostrade, folate di polvere dalle cave e via discorrendo. Con la volontà di voler contare, si affermava ancora una volta che i piani territoriali dovevano soddisfare i bisogni di chi ci abita, e non di una fantomatica nazione che avrebbe bisogno di treni più efficienti. Il messaggio era chiaro: «La Val di Susa è nostra, e non la vogliamo come la volete voi». 

Questo veniva affermato da un movimento che era composto di tantissimi pezzi: dai comunisti di vecchia scuola (già negli anni Settanta la Val di Susa era un punto caldo di lotte, addirittura c’era un nucleo di Prima Linea molto radicato) si passava ai cattolici che andavano a fare le preghiere davanti ai cantieri e a dire che quella roba lì non faceva bene a nessuno e che bisogna essere altruisti, fino ai leghisti contro il Tav… Non c’era posto per l’ideologia, c’era solo posto per la volontà unanime di andare verso un unico obiettivo, cioè la distruzione del progetto dell’Alta velocità. 

Due date significative per il movimento. Una è stata sicuramente l’8 dicembre 2005. A Venaus, in Val Cenischia, era stato fatto un presidio durato mesi. Poi però, per espropriare quelle terre e inaugurare il cantiere, è stato sgomberato circa una settimana prima dell’8 dicembre. L’8 dicembre si organizza questa manifestazione regionale in cui 80 mila valsusini e gli abitanti di Torino cintura decidono che non si sarebbe andati via e che ci si sarebbe ripresi il presidio della libera Venaus. A una certa la polizia ferma il corteo sulla strada che va verso Venaus; ci sono dei tafferuglini ma si capisce che da lì non si sarebbe potuti passare; però, a differenza della celere che – come sempre quando ci sono delle grandi manifestazioni – non è gente del luogo ma di Milano, di Genova, di Padova e via così (ma poi, anche i celerini di Torino, che cazzo ne sapevano della montagna?), i manifestanti erano gente cresciuta lì e conosceva bene i sentieri. Quindi ci si chiede: ma se scendiamo dal versante, come fanno a prenderci? E quindi tutto il corteo ha inondato la montagna, è diventato un’invasione popolare del territorio che ha occupato il fortino allestito dalla polizia per costruire il cantiere. La polizia venne letteralmente cacciata via, e dopo qualche giorno di occupazione venne annunciato che il Tav non sarebbe mai passato da lì. Grande vittoria del movimento, che tutti gli anni ricordiamo con un corteo che passa per quei sentieri.

Un’altra data è il 3 luglio 2011. Dopo aver affermato che la linea non sarebbe passata per Venaus il progetto cambia. La controparte si inventa delle cazzate sui costi-benefici e insiste che non conveniva sul piano logistico, quando invece la realtà era che non sapevano come pacificare una valle agguerrita contro di loro che non voleva il treno. Quindi la controparte sostiene che si deve passare da Chiomonte, cioè dall’altra parte della montagna che separa le due valli più piccole. Da quel momento nasce il presidio della Libera Repubblica della Val Clarea. Si costruisce una baita in cima alla Val Clarea, in un territorio in cui c’era solo l’autostrada per il resto era tutto bosco. Nei mesi la baita viene visitata da un sacco di persone, anche perché ricordo che siamo in un momento in cui gli occhi di tutta Italia erano puntati sul movimento No Tav. Io pure ricordo che ero piccolino, e mia mamma mi portava lì in mezzo a gente che veniva da ogni dove. C’erano i vecchi montanari, le famiglie “normali”, i punkabbestia dei centri sociali, e la signora cattolica, tutti assieme contro questo progetto. Era veramente molto bello. Viene sgomberato a fine giugno.

I video dello sgombero sono diventati famosi, la polizia ha fatto veramente un macello. Lacrimogeni di brutto, in alcuni video si vedevano i poliziotti che si erano messi a tirare delle pietre, c’era gente che raccontava di sbirri che erano entrati nelle loro tende per cagarci dentro, storie assurde di ogni genere… Però dopo questo attacco diciamo: basta. E lo diciamo in conferenza stampa. Ci si mette il caschetto e la maschera a gas, e quindi i bambini, i vecchi, le famiglie e i compagni, insomma tutto il popolo della Val di Susa insorge, e decide di andare ad assediare il fortino allestito dalla polizia. Scontri di 12 ore in mezzo ai boschi. Famoso fu poi l’aneddoto in cui un poliziotto rotolò da una collina, cascando in mezzo ai compagni. I compagni capiscono che infierire fisicamente – per quanto meritato – si sarebbe ritorto contro sul piano mediatico, e allora decidono di limitarsi a spogliarlo, farlo tornare in mutande dai suoi camerati di plotone, e fargli su la pistola. Dicono che questa pistola sia poi stata lanciata giù per un canalone, e non si sa che fine abbia fatto.

Alla fine questa battaglia finisce in una nostra sconfitta e non si riesce a recuperare il presidio. Il dato che conta però è quegli anni – dal 2011 fino al 2014, con l’inizio dei grandi processi e la repressione legale del movimento No Tav – sono stati estremamente caldi, e la valle era diventata il punto di ritrovo per tutta Italia per chiunque sognasse una società diversa. Comunque mi dicono che si è collegato [censura] in videocall, vediamo se si sente…

Ksa ingiustamente carcerato in collegamento

Mi sembra che il compagno abbia già detto abbastanza tutto, la cosa secondo me più importante da riprendere è come si sia riuscito sostanzialmente in trent’anni, da una negazione, a costruire delle parole d’ordine, delle forme comunicative adeguate, delle forme di contrapposizione popolare che vanno direttamente a interrompere un processo di sviluppo capitalistico ben specifico, su cui poi effettivamente si è riusciti a costruire anche dell’altro. 

La cosa più importante è che il momento No Tav, pur caratterizzato da una chiara negazione, una contrapposizione netta in cui si dice no a qualcosa, è riuscito nel tempo a sedimentare delle forze, riuscendo a parlare a una composizione territoriale gigantesca – all’inizio alle manifestazioni c’erano i cattolici, la Lega, i padani, i comunisti, gli anarchici, i panettieri, e quando arrivava la polizia tutte le campane dei paesi suonavano e la gente usciva da messa per andare a fermare la trivella. La cosa più importante del movimento è stata proprio quella capacità di saper stare dentro a un contesto popolare, di saper agire nella composizione e, andando avanti, di sapere sempre quali fossero i tempi giusti per la forzatura e i tempi nei quali c’era invece più bisogno di un allargamento. Su questa cosa qua si è anche riusciti a passare a una forma di attacco – “noi siamo per il No Tav ma anche per il Sì a molte altre cose”. Per cui nel movimento si è riusciti a sedimentare parecchia forza dentro la Val Susa, e adesso ci sono i presidi in cui la gente può andare a dire la propria, a fare laboratori e altre attività, ogni martedì al presidio di San Didero c’è una cena sempre partecipata da un sacco di gente, e soprattutto c’è il Festival dell’Alta Felicità. È un’esperienza nata nel 2016 e di cui quest’anno ricorrerà il decimo anniversario. Un’occasione per la quale decine e decine di artisti si mettono a disposizione ogni anno per supportare la lotta della Val Susa. Si riescono quindi anche a costruire dei grandi momenti di socialità, in cui la gente riesce a dare il proprio contributo. Io invito tutte le persone a venire soprattutto i giorni prima durante la preparazione del festival, per vedere proprio come una popolazione intera riesce a costruire delle forme di comunità che hanno come presupposto la lotta e la rottura. Per noi autonomi la cosa più importante è quella di costruire forme di rottura all’interno dei movimenti che sappiano individuare degli obiettivi comuni. 

Il movimento adesso sta affrontando parecchie forme repressive, per cui si vive ora un momento di riflusso, ma rimane evidente che ci siano peculiarità all’interno di quella valle. Alcuni esempi pratici: magari c’è stata una battaglia e tu ti devi rifugiare da qualche parte perché la polizia ti insegue, dentro ai paesini trovi rifugio ovunque, ti versano un bicchiere di vino e ti danno un pezzo di salame, la bagna cauda e la polenta e son tutti più felici. La peculiarità quindi è proprio che si è riusciti a partire da una contrapposizione per arrivare a una forma di attacco allo sviluppo capitalistico, riuscendo anche a far passare quella forma di desiderio a una pratica costante, attraverso cui la gente è riuscita ad attivarsi. 

Gmp

L’ultima cosa che volevamo chiedere riguarda il fatto che a Modena noi abbiamo tanti contesti nuovi che si sono attivati, ragazzi che sotto tanti punti di vista sono ancora abbastanza inesperti. Tra cui le assemblee: abbiamo un po’ questo problema dell’affluenza alle assemblee, non sappiamo bene come organizzarle. Mi chiedevo riguardo a questo come siete soliti fare voi. Raccontateci un po’ la vostra esperienza. 

Ksa

Per descrivere un po’ come funziona la nostra assemblea parlerò terra terra, partendo da qualche esempio pratico tratto da quest’ultimo anno che è stato il momento più caldo delle scuole di Torino. Per esempio all’Einstein è venuta fuori una questione riguardo al volantinaggio di Gioventù Nazionale, giovanile di Fratelli d’Italia, in pratica un organo del governo Meloni, semplicemente fascisti di merda. Durante il volantinaggio sotto la scuola, il 27 ottobre 2025, sono nati dei battibecchi e un nostro compagno è stato portato in questura il giorno stesso, accompagnato dalla Digos. Era un contesto complicato e aggressivo. All’interno della nostra scuola c’è poi stata subito una risposta da parte degli studenti che sicuramente hanno visto il tutto come un atto violento compiuto dalle forze dell’ordine, dalla digos e da Gn. 

All’interno della scuola un organo importante ma che si nota poco è la classe. All’interno dell’Einstein noi abbiamo visto l’occupazione partire da ciascuna singola classe, che si portava la bandiera della Palestina e la attaccava al muro, mentre i professori spesso non volevano parlare di quello che era successo il 27 ottobre. Infatti noi abbiamo anche parlato molto di normalizzazione – bisogna sempre parlare, e se necessario urlare, e non normalizzare quei fatti, questa è la cosa più importante. In questo senso chi è già politicamente attivo, per aggregare la gente e far capire quello che sta succedendo, deve parlarne terra terra, e questo è quello che è successo all’Einstein: la classe del compagno portato in questura dalla Digos ha scritto un comunicato, e altre classi si sono esplicitamente esposte contro quello che è successo. 

Il nostro preside, che è un pezzo di merda, ci ha dato una risposta vergognosa, negando l’evidenza, e non voleva fare assolutamente nulla per questo nostro compagno. Quindi una cosa da portare all’interno della propria scuola sono i battibecchi anche coi professori. Ad esempio se porti un volantinaggio dentro alla scuola e il professore dice che non puoi farlo, si può rispondere NO: la scuola è il primo posto in cui bisogna farlo, in cui bisogna parlare di quello che succede e sviluppare un proprio pensiero critico. 

Da noi ci sono stati non solo battibecchi coi professori ma anche scioperi. Noi abbiamo tre sedi, in una ci sono stati scioperi in corridoio in cui gli studenti volevano parlare, volevano sapere, contro il volere dei professori e del preside. Gli studenti si sono organizzati classe per classe attraverso gruppi whatsapp, attraverso sondaggi, sono usciti dalle classi e sono stati in corridoio tutto il giorno. Nella sede dell’accaduto abbiamo fatto un’assemblea in cortile, mentre nelle altre sedi c’è stato uno sciopero enorme in quella stessa giornata. 

Per concludere, ognuno all’interno della propria classe deve fare il lavoro principale di tirare un po’ su l’attenzione, di far parlare di quello che sta succedendo nel mondo, sempre, con i professori durante le lezioni, con gli studenti negli intervalli, perché è così che si forma la base per arrivare all’assemblea studentesca che abbiamo a Torino, ovvero l’unione di tutti i collettivi delle scuole grandi e piccole. 

Un altro esempio di come si è data la lotta in questo autunno a Torino, durante una catena di occupazioni nata dal «Blocchiamo tutto», è stato in una scuola, il Lagrange, vicino a Porta Palazzo. Una scuola nella quale ci sono poche aule, tenute male, senza porte, con i ratti nelle classi e pezzi di soffitto mancanti. E di fianco a questo edificio c’è un cantiere, in cui si lavora con l’obiettivo di creare una nuova ala della scuola molto più bella. Peccato che c’erano questi infissi lasciati nel cortile pronti per essere messi, ma che fondamentalmente non venivano mai messi, a causa dei tagli ai fondi per le scuole. Perché a Torino si preferisce dare i soldi alla Leonardo. 

Durante questa catena di occupazioni, gli studenti del Lagrange, che non sono assolutamente politicizzati, che non si erano mai interessati ad alcun ambito della politica, riescono attraverso la loro volontà a entrare in contatto con persone, fra cui noi, che di occupazioni ne avevano fatte, e in seguito a confronti vari decidono di occupare. Durante questa occupazione, a cui lì per lì non si darebbe neanche una lira, si presentano davanti a scuola. La preside, che li aveva preceduti, li aveva chiusi fuori dalla scuola, ma loro dopo due ore di agonia in cui hanno provato di tutto sono riusciti a farsi aprire la porta convincendo la preside che avrebbero occupato la scuola solo parzialmente e che i professori sarebbero potuti entrare. 

Fatto sta che la preside mette la chiave nel cancello, e nel momento in cui il cancello si apre parte un’azzuffata coi professori, la preside, i bidelli, vengono tutti mandati via a spintoni – una cosa mai vista – e nel giro di trenta secondi la scuola era completamente barricata. Questi sono entrati di corsa, hanno fatto catena umana e banco per banco e hanno bloccato tutto. Ma la cosa incredibile non è tanto la loro praticità nell’azione, ma che questa occupazione ha portato un problema effettivo alla Città Metropolitana, l’organo che gestisce tutti i lavori strutturali nelle scuole di Torino. Sono riusciti addirittura a convocare chi gestiva questi lavori e a fargli firmare un foglio in cui la Città Metropolitana si impegnava a finire lavori nel giro di due mesi. Una cosa che non era scritta su questo foglio ma che era stata detta informalmente era che se così non fosse stato la scuola sarebbe stata rioccupata. Due giorni dopo, magicamente, al Lagrange montano tutte le porte, i soffitti sono puliti, e avviene la disinfestazione. 

Questo è un esempio di come funziona un organo che si dà all’interno della città, che si può chiamare in aiuto a qualsiasi tipo di scuola, anche a una scuola come il Lagrange che alle assemblee non si era mai presentata e alla quale però è stato portato un aiuto da parte di tutti i collettivi per arrivare a questo obiettivo, che è stato un grandissimo obiettivo per quella scuola. 

Un’ultima cosa. Noi a Torino ci muoviamo attraverso l’Assemblea studentesca, in cui una volta a settimana ci ritroviamo con tutti collettivi di tutte le scuole, ed è un contenitore fondamentale perché riusciamo a darci gli strumenti confrontandoci e dialogando, nonostante in ogni scuola ci siano questioni diverse da affrontare. Magari ci sono scuole della periferia che si interessano a certe questioni, ci sono scuole del centro in cui invece gli studenti sono mossi da altri interessi, però è un contesto in cui con il confronto potenziamo tutte le possibilità, e con il movimento del «Blocchiamo tutto» ogni scuola è riuscita – prima protestando per la Palestina, ma poi tirando fuori la propria voce di studenti e facendo sentire quelle che sono le necessità che il nostro governo schiaccia – a protestare e a ottenere quello che voleva senza delegare niente alle istituzioni, smettendo di chiedere, prendendosi da sé ciò che gli spettava, e questo è il nostro obiettivo centrato.

Dibattito – domande e risposte

Come si riescono a tutelare i ragazzi durante le manifestazioni, durante le occupazioni, sia sul piano legale sia sul piano fisico… se si possono tutelare?

Ksa 

Rispetto alla tutela legale, quello sta alla propria individualità, alle proprie necessità. Da un lato noi a Torino crediamo che sia anche importante “metterci la faccia”. L’accollo che ci si mette come compagni e compagne, sapendo che quello che si fa poi “arriverà”, è anche quello di far vedere un’immagine diversa di quello che si sta facendo, che non si tratta di un fantomatico “black bloc”. Detto questo forse ha più senso parlare di cos’è un conflitto, di cosa sono i rapporti di forza, di cosa significa muoversi in maniera conflittuale. Se la tutela legale riguarda una dimensione personale, in cui ognuno decide cosa accollarsi, sul piano collettivo bisogna comprendere cosa significa costruire dimensioni di massa conflittuali, cosa significa acquistare forza con i movimenti.

Io volevo capire meglio cosa significa questa “autonomia”. Dai vostri discorsi ho capito che movimenti più grandi come il «Blocchiamo tutto» vengono reinterpretati, e la mia domanda è quanto questa autonomia rischi di frammentare la lotta e quanto invece ci sia un’apertura a possibili convergenze in periodi in cui – tipo con le mobilitazioni per la Palestina – ce n’è necessità. 

Ksa

– Relativamente a questo, per quanto riguarda il «Blocchiamo tutto», e in generale per come ci siamo sempre mossi, la questione delle alleanze si è sempre posta sul piano strategico. Come dicevamo prima, il nostro obiettivo è rispondere alle necessità che non vengono ascoltate, e farlo senza chiedere, senza delegare a un’istituzione, perché ci rendiamo conto della natura problematica e sistematica di questo. Detto ciò ci sono momenti in cui invece è necessario allargare il campo per permettere di avere uno sguardo più ampio, di riuscire a portare una componente più ampia al nostro discorso – il fine poi rimane lo stesso, e non è compromesso da questo.

– Rispetto alla domanda, può essere un’interpretazione erronea quella di far combaciare la parola “autonomia” allo scontro di piazza. Per me non è quello. Gli autonomi sono un’identità politica e un soggetto in costruzione. Nel momento in cui si sceglie la strada dell’antistituzionalità, con la volontà di sovvertire in qualche modo lo stato di cose presenti per una società libera del capitale, per forza di cose bisogna comprendere chi è il “noi”, chi è il “loro”, e come il “noi” e il “loro” si confrontano l’uno con l’altro. Credo che il “noi” – senza mettersi a usare parole che possono essere un po’ vuote di significato nei termini più pratici, ma più utili invece per avere uno schema mentale su come funziona la società e come sia divisa – sia chi è subordinato al capitale, il salariato, chi è subordinato al lavoro, chi lavora sostanzialmente. Colui e colei ai quali viene rubata la propria «capacità umana» e che è subordinato alla loro volontà di profitto. Il “loro” invece è che ci vuole così, chi ci vuole parte di questa macchina (ormai non tanto ben oliata) di valorizzazione becera e di accumulazione di capitale, chi quindi ci vuole proni, ci vuole subordinati – chi ci vuole tristi, mi viene da dire. 

In questo senso, sul “noi” e “loro” credo che ci sia un’incompatibilità di natura rispetto a quelle che sono le nostre esigenze, le necessità e i bisogni di chi sta dalla nostra parte, di chi lavora e di chi è subordinato, e le loro, di chi ci vuole subordinati. E in questa incompatibilità, per forza di cose, esiste un conflitto di interessi. In questo senso si può parlare del fatto che la nostra parte – coscientemente o no – possiede una forza potenziale o espressa, e la loro pure, e in questo esiste un piano di rapporti di forza tra noi e questa fantomatica controparte. 

Poi può essere anche problematico e semplicistico far diventare una cosa unica, un corpo unico cosciente di sé, la controparte, ovvero il capitale, che è fatto da interessi comuni e allo stesso tempo divergenti, che hanno come minimo comune denominatore lo sfruttamento del lavoro salariato. Però questo è un campo di battaglia che esiste, anche se ancora potenziale, e in questo senso appunto si parla di rapporti di forza. 

E per quanto ci riguarda, per noi, l’autonomia di classe, ricostruire il «partito storico» dell’autonomia, significa per forza di cose doversi scontrare e far sì che questa battaglia potenziale si dispieghi in maniera reale. In questo senso l’obiettivo è chiaro.

D’altra parte bisogna affrontare il discorso dei rapporti di forza in maniera non ideologica. Individualmente un proletario, uno sfruttato, che fa violenza contro il suo oppressore è sempre nel giusto. Rispetto a questo però bisogna comprendere cosa possiamo dichiarare ideologicamente giusto e che cosa può essere utile allo spostamento di questi famosi rapporti di forza. Quindi in questo senso, sulla scelta della strategia e della tattica della nostra parte, bisogna saper comprendere cosa è utile all’ampliamento della lotta, alla sua capacità di sapersi allargare e riprodurre, alla sua capacità di essere contro, alla sua capacità di essere massa e di essere forza. Le due cose da tenere in mente sono da un lato la questione della massificazione della lotta, e dall’altro quella del salto qualitativo che si dà nella capacità di saper vedere un nemico, di saper vedere una controparte e di saperla attaccare dove fa male. 

Quindi per noi non esistono dogmi sulle pratiche. Non esiste solo la forza applicata in piazza, sul posto di lavoro, nelle scuole e nelle università, nei quartieri – quella che il capitale non chiama “forza”, ma che queste merde dei giornali del padrone chiamano “violenza”. Per noi la violenza è sistemica, la nostra è forza di liberazione. Non c’è quindi solo quel campo lì, la forza si esprime in una molteplicità di modi, sta alle nostre capacità di saper comprendere in che momenti è necessario allargare e in che momenti è necessario fare il salto di qualità nel vedersi in quanto soggetto politico in lotta contro il capitale, e quindi sapersi prendere fisicamente le cose, saper praticare gli obiettivi e raggiungerli. 

Pensavo alla scala su cui la lotta si dà. L’essere autonomo limita la lotta a una certa scala? Ad esempio, alla città di Torino? O ci sono livelli, forme, strumenti, metodi che possono riprodurre, declinare, amplificare la lotta autonoma?

Ksa

Se la domanda riguarda l’ambire – come pratica nazionale – a un agire comune, la risposta è chiara: se dobbiamo vincere dobbiamo essere ovunque. Più sul pratico, ci sono degli abbozzi di questa cosa dal punto di vista prettamente studentesco. La nostra proposta voleva anche essere questa, far sì che questo non sia un momento tutto chiuso in se stesso, ma che possa essere il primo di tanti, di confronto, di contaminazione reciproca e di costruzione di un progetto comune, magari partendo da una piattaforma comunicativa, che possa semplicemente amplificare quelle che sono le esperienze di lotta nei nostri singoli territori e che possa far sì che tutte le realtà organizzate presenti sul territorio nazionale possano entrare in comunicazione, scambiarsi pratiche e soprattutto un metodo di agire, non per sovrastare le proprie specificità territoriali ma per potersi semplicemente dare degli strumenti per poter lavorare in maniera più efficace sui nostri singoli contesti. Strumenti per potersi confrontare su come la guerra entra nei nostri singoli territori, su come le nostre forze organizzate si plasmano rispetto a quelle che sono le necessità del momento, e su come possiamo contaminarci per riuscire a costruire nelle scuole percorsi contro la guerra, autonomi, e che possono puntare a qualcosa di più che un semplice rifiuto pacifista delle armi.

Io sono di un piccolo collettivo della provincia di Padova, nato in autunno, e sono qui con le mie compagne e compagni di Vicenza. Avete anticipato la domanda che volevo fare, cioè se c’è disponibilità per una condivisione. Anche perché noi viviamo in provincia molto l’abbandono, l’isolamento, il non riuscire a vedere forze con cui confrontarci e con cui poter condividere analisi. Anche per questo sono qui dopo sette ore di treno raga [applausi]. Più sul pratico la domanda che vorrei porre all’assemblea è: voi sui vostri territori, quindi con le vostre specificità e sicuramente con le vostre differenze, rispetto alla nostra visione di autonomia che si divide fra una parte conflittuale, e quindi portare seriamente avanti il conflitto, e una grande parte mutuale, reale, sociale e concreta, che pratiche avete trovato efficaci, funzionali, che vi hanno portato effettivamente risultati nei vostri territori?

Ksa

Diciamo che l’organizzazione di questi momenti è sempre nata da momenti assembleari, e quindi da singoli collettivi che si sono poi articolati in un coordinamento che potesse scambiare idee, confrontarsi sulle pratiche di lotta, che poi sono diversificate da contesto a contesto. Noi quest’anno sicuramente abbiamo sperimentato nella maggior parte delle scuole per la prima volta l’occupazione, che è stato un modo per mostrare una certa forza, una capacità di imporsi sull’istituzione, un’organizzazione del tutto studentesca, quindi dal basso e autorganizzata, che ci ha permesso di allargare lo sguardo e la partecipazione della singola scuola, e poi di riversare questi momenti nelle piazze, confrontandoci anche con tanti altri pezzi. Quando parliamo di contrastare la guerra, che permea tutti gli ambiti delle nostre vite, questo vuol dire anche confrontarsi con persone che vivono la nostra stessa situazione. Noi una volta a settimana ci troviamo sempre, per far sì che non si smetta mai di parlare di queste cose.

Gmp

Io vengo da Gmp, che è una realtà che di fatto si è generata tra agosto e settembre 2025 e che ha preso veramente il volo durante il grande momento del «Blocchiamo tutto». Siamo partiti con un’ottica abbastanza stretta, siamo partiti dal momento dal grande interesse che c’era sulla questione palestinese e dalla brutalità del genocidio in corso, che ha indignato tutti noi, politicizzati o meno, e che ha portato un sacco di energia in piazza che in una città come Modena, ormai da dieci anni sopita, non si vedeva da tanto tempo. Da un confronto con voi come con altre realtà stiamo maturando la comprensione che per avere effettivamente un’efficacia sul territorio, per essere efficienti in quello che facciamo e per migliorare i nostri rapporti di forza, è il momento di diventare un coordinamento studentesco come quelli che abbiamo qui presenti oggi. Quindi intanto lancio la proposta a tutti i ragazzi presenti di Modena, se vogliono lasciarci contatti, se vogliono entrare in quello che diventerà un coordinamento studentesco, anche nell’ottica punto di metterci alla pari con le città che ci circondano. Poi si ricollega questo alla necessità di inserirci in una dimensione nazionale. Siamo andati a Livorno alla due giorni di Infoaut e anche lì abbiamo raccolto contatti. Abbiamo effettivamente la possibilità di tracciare almeno una struttura di base di questa rete che possa effettivamente chiamare autonomamente e in modo coordinato da tutta Italia azioni in tutto il Paese. Ci sono tanti giovani che in realtà sono interessati alla politica ma non hanno nessun organismo da seguire. Noi di Gmp vorremmo diventare l’organismo che possa coinvolgere tutti gli studenti dei collettivi e delle scuole, e speriamo che questo possa andare avanti ed essere un punto di forza per Modena.

Come Kamo abbiamo voluto aiutare i ragazzi a organizzare questa giornata, e per noi “vecchi” vedere tanti giovani, tanti studenti, da Modena e anche da fuori, per confrontarsi su quella che è la militanza, sull’autonomia, e quindi sulla militanza autonoma, è una grandissima boccata d’aria fresca. Noi proveniamo e ci siamo formati in cicli di lotte passate, ne siamo di fatto gli estremi retaggi, ed era da tanto tempo che non vedevamo quest’aria frizzante. A quanto pare proprio nelle province, come Modena, Lucca, anche Vicenza, c’è del fuoco, del magma che bolle sotto la terra, e si tratta di aprire delle fatture, come si diceva anche a Livorno, per far uscire il magma che abbiamo visto manifestarsi nelle bellissime giornate di «Blocchiamo tutto». Pazzesco per noi “vecchi” vedere cose così, che avevamo visto molto più in piccolo ai nostri tempi, quindi è stata una cosa veramente fica. Ci siamo stati dentro anche noi, cercando di creare e stimolare anche con voi ragazzi dei momenti di rottura in piazza. Noi pensiamo, come voi, che l’autonomia, la sua formazione, non sia tanto un’etichetta, una felpa da mettere o una posa da esibire, non tanto un’identità da far vedere, ma vediamo proprio l’autonomia come un metodo, un punto di vista, che è quello della rottura, dell’«attualità della rivoluzione». La rottura con questo mondo di merda che ci portiamo dentro, in cui viviamo – e per odiarlo non servono tante parole, basta guardarlo negli occhi tutti i giorni, nel nostro piccolo, nei nostri territori dove siamo collocati, perfino dentro di noi. A scuola, all’università, al lavoro tutti i giorni, ci basta guardarlo in faccia questo mondo di merda per odiarlo. Ecco, l’autonomia pensiamo che sia proprio un metodo, un punto di vista e uno strumento con una lunga storia, che ovviamente si rinnova di ciclo in ciclo di lotte, e che può dire ancora tanto a voi giovani «figli della crisi», o ancor meglio «figli di nessuno». Noi più vecchi pensiamo che sia fondamentale in questo momento la questione della formazione, dell’autoformazione, del controsapere che si può dare e creare nelle lotte, ma che si può anche affilare nei confronti, in momenti e spazi di formazione che possono essere preziosi per costruire questo metodo e per creare armi per combattere questo mondo di merda. Volevo chiedere ai ragazzi di Torino: come vi formate voi, se avete dei momenti, dei documenti, delle “istituzioni” riproducibili, non istituzioni come quelle della controparte ma istituzioni autonome di formazione e di autoformazione che possano essere riproducibili anche a Modena; libri, seminari, riunioni, per dare slancio, forza organizzativa alle lotte, in vista di momenti di rottura?

Ksa

C’è un piano più nostro, del Ksa, più militante, e poi c’è quello dell’assemblea studentesca, che si dà in un altro modo ma ugualmente interessante e anzi, forse più interessante rispetto alla sua possibilità di riproducibilità. Come Ksa, magari d’estate quando non c’è niente da fare, si organizzano i campeggi in Val di Susa. Quando non c’è la scuola tutti i giorni e c’è più tempo, di solito si programmano formazioni di ampio respiro, giornate intere in cui si provano a sviscerare determinati temi. Abbiamo scritto, prendendo anche da vari pezzi della tradizione dell’operaismo e anche da roba più recente, un seminario, un testo di un centinaio di pagine in cui sono riassunte certe cose sulla storia nostra e su questo famoso metodo, che per noi è l’unico dogma del nostro agire politico. Dogma in quanto punto centrale su cui poi si struttura la proposta politica, e non in quanto immodificabile. Crediamo sia tutto un’ipotesi, sia tutto da costruire, e che non esistano dogmi, anzi, crediamo che la capacità e la potenza che storicamente ha avuto la proposta autonoma è quella di sapersi rinnovare, o almeno di tentare di farlo, rispetto alle necessità di classe del momento storico che si attraversa. 

Quindi ci sono i seminari, e poi quando capitano cose particolari facciamo assemblee, in cui magari ci si rompe un po’ più i coglioni, ci si becca la mattina e si fa tutto il giorno di discussione, e poi magari rimane un recap scritto di queste cose. E poi c’è invece, per quanto riguarda l’assemblea, un tentativo di organizzare questi stati generali per darci una linea. Una linea da seguire per avviare questo progetto di creare campagne di studenti contro la guerra. Una delle tante articolazioni che abbiamo sentito necessaria per le questioni dette prima, e anche per portare un’informazione che fosse nostra, una controinformazione che mettesse al centro il nostro punto di vista e i nostri bisogni, cosa ovviamente non fatta dai media o dai giornali, è quella del giornalino. 

Questo giornalino è importante tanto per l’esterno, per far vedere il nostro punto di vista, per raccontare noi, i nostri cortei, le nostre rivendicazioni, il nostro lavoro dentro le scuole, quanto poi all’interno, per beccarci e costruire insieme, analizzare e far sì che questo momento della scrittura, di impostazione di un articolo sia un momento di crescita e consapevolizzazione per tutte le parti che l’attraversano. Lo si voleva strutturare anche in inchiesta, e quindi andare ai cortei a intervistare le persone, o nelle scuole in cui si stanno vivendo situazioni problematiche oppure di conflitto, di scontro, di creazione di qualcosa che sia contro. Per portare un punto vista nuovo per formarci noi e quindi fare un lavoro per tutti. E poi l’ultima questione che secondo me è importante è che questo giornalino è nato anche per intercettare le capacità e le passioni degli studenti, che siano la fotografia, la grafica o altro, per unirle in uno spazio che sia comune, che ambisca a un obiettivo comune che faccia bene alla collettività e in cui quindi tutte le persone si possano riconoscere.

Dopo il corteo del 31 gennaio a Torino il tema martellante da parte dei media è stata la violenza di piazza, gli scontri. Volevo chiedervi che ruolo ricopre lo scontro nella strategia politica, in che modo la non violenza protegge lo stato di cose correnti e la violenza conseguente del sistema? Come si fa a decidere che filtro usare per capire qual è il momento di fare il salto di qualità e di usare lo scontro come strumento e quando invece di procedere per altre vie? Come fate questo genere di scelte, come vi confrontate con le situazioni, e in che modo possiamo anche noi a un certo punto prendere tatto con questo genere di strategia politica?

Ksa

Allora il fatto è che la forza e lo scontro di per sé sono qualcosa di conseguente rispetto all’obiettivo prefissato che la lotta si pone. Per quanto ci riguarda, la ricetta non c’è, si parla di scommesse. Crediamo che da un lato appunto non bisogni schiacciarsi su un piano rispetto alla risposta della controparte, perché quella sarà sempre la stessa, e dall’altro si debba imparare in qualche modo ad affrontare tutto in maniera dialettica. 

Per quanto riguarda la rottura, questa avviene con la controparte. L’incapacità poi di saper socializzare quel tipo di esperienza crea frammentazione anche all’interno delle nostre dimensioni e quindi in questo senso sta nel saper affrontare in maniera dialettica le necessità del movimento e nel saper comprendere quello che ci è più utile per raggiungere determinati obiettivi, ponendosi sempre la questione di come stare nella lotta e di saperla amplificare in visione dell’obiettivo. 

D’altra parte, durante il «Blocchiamo tutto», nella specificità di Torino ci sono due soggetti politici che sono emersi sul nostro territorio: quello del lavoratore in senso ampio, cioè dell’“operaio sociale”, con picchi nel terzo settore e nella classe media, e poi quello degli studenti come specificità propria. Poi in generale abbiamo visto un soggetto giovanile trasversale agli ambiti storici dell’organizzazione politica, non gli studenti medi e non gli universitari, ma un soggetto ibrido che attraversa l’uno e l’altro spazio: magari fa l’università, ma lavora anche, magari è semplicemente un lavoratore precario ma giovane. Queste sono le persone che hanno attraversato queste piazze. L’eterogeneità e il convergere di questi diversi soggetti sociali hanno portato anche ad una collisione di volontà differenti nei modi e nel saper portare avanti la lotta. 

In questo senso la nostra parte, per saper essere credibile, deve essere sempre quella che fa da collante, che sa unire i pezzetti, in funzione appunto dell’ampliamento di queste dimensioni qua. Un conto è tutto l’ambito di chi fa opportunismo politico su un piano istituzionale, ma un altro conto è magari la lavoratrice del terzo settore o il cinquantenne del caso secondo cui la violenza non porta a nulla. Questi piani qua non sono da schifare e bisogna saperci entrare in un rapporto dialettico per far sì che si riescano a tenere i pezzi uniti. 

Anche per il movimento No Tav ciò che ha fatto da collante è stato il non rompersi su questa contraddizione qui. Non siamo tutti quanti a lanciare le pietre, magari ci stanno i giovani che lo fanno, ma poi ci sono i vecchietti dietro che ti fanno il pranzo e ti medicano la testa dopo le botte, ci sono quelli che ti fanno supporto, che stanno con le mani in alto mentre ci sono i compagni che stanno facendo altre cose. ‘Sti cazzi l’eterogeneità delle pratiche se c’è il convergere verso un obiettivo e la costruzione di una forza collettiva che sposti i rapporti di forza verso possibili vittorie.

Cas Bologna

Io credo che nessuno abbia la sfera di cristallo per sapere ciò che è meglio fare in un dato momento. I movimenti e le lotte sono frastagliate, sono frammentate e composte da soggetti e individui estremamente eterogenei fra di loro. Si citava l’esempio del movimento No Tav che è uno dei più limpidi sotto questo punto di vista, che riesce a tenere insieme un movimento e a portarlo avanti. Sulla questione se la violenza di piazza, come ci si sente sempre dire, sia ciò che invece di progredire fa tornare indietro, ecco credo che quella sia una narrazione di cui tutti siamo succubi, di cui tutti bene o male siamo vittime, visto che la controparte possiede i mezzi di informazione. Come è vero che gli scontri che sono stati fatti questo autunno, che hanno avuto dei picchi nei capoluoghi come Torino, o Roma o Bologna, che magari non hanno avuto nessun risvolto pratico sul momento, sono comunque pressioni politiche importantissime. Bloccare per due giorni un Paese, bloccare gli snodi, bloccarne le infrastrutture, per forza di cose porta allo scontro, e quello scontro diventa poi pressione politica. A quel punto i tuoi calci riescono a diventare interventi in aula, per quanto poi noi alle aule del Parlamento non ci pensiamo in alcun modo. Per cui c’è tutto un retroscena che quel calcio allo sbirro ha, anche se magari non lo cogliamo immediatamente. Poi quale sia la fase per questo o per quell’altro è una scommessa, un azzardo, sarebbe meglio sapere quando è meglio non farlo. Ogni tanto, come abbiamo fatto questo autunno, si mette la palla in buca e si riesce a fare l’azzardo giusto, e ogni tanto ci si dice che forse questo era meglio non farlo.

Siccome Torino è una città divisa fra collettivi, come ogni altra città d’Italia, che magari possono sviluppare divergenze, quando ci sono eventi come lo sgombero dell’Askatasuna queste divergenze si sono almeno attenuate? Anche fra collettivi, organizzazioni e sindacati, c’è stata effettivamente un’unione sull’unica causa oppure c’è sempre stata confusione?

Ksa

Per quanto ci riguarda ciò che crea forza ed è da valorizzare sono le dimensioni in cui effettivamente si possono riscontrare e si possono esprimere i bisogni della gente. Certo, ci possono essere alleanze strumentali con chi fa dell’opportunismo politico il proprio mestiere. Per quanto ci riguarda ciò che ha sempre portato a delle possibilità di rottura grosse, e che soprattutto potessero essere riproducibili e attraversabili, erano dimensioni organizzate che sapessero trascendere dalle singole aree di provenienza politica, e che potessero essere il contenitore largo delle necessità incombenti. 

Durante il «Blocchiamo tutto»,un organo centralissimo per tutto quello che è successo a Torino è stato “Torino per Gaza”, che nasce dopo il 7 ottobre come coordinamento per la Palestina, attivo sin dall’inizio dell’inasprimento del genocidio nei territori palestinesi, ed è sempre stato un contenitore molto largo, che conteneva tutti, dall’infoiato della questione palestinese da anni che però magari era un blogger che si leggeva le sue cose e bella lì, all’operatore umanitario, alle compagne di Nudm, alla gente di Potere al popolo e della Rete dei comunisti, fino a noi. E questi contenitori sapevano ospitare realtà organizzate – che sono sempre minoranze e sono sempre poco interessanti per quanto ci riguarda – e anche la nostra stessa realtà. 

Bisogna sempre guardare fuori, a chi abbiamo dietro e non a chi abbiamo di fianco, per comprendere come far sì che ci sia più gente di fianco a noi. Bisogna quindi saper guardare a chi attraversa questi spazi in maniera nuova, inedita, che non viene da realtà organizzate e già preconfezionate e limitanti in partenza. Per cui in questi contenitori si può esprimere un volere di popolo, un volere eterogeneo, un volere di diversi soggetti sociali che convergono con lo stesso obiettivo. Sono gli spazi in cui si può costruire il nuovo, in cui si possono costruire le cose più interessanti. 

Durante il movimento «Blocchiamo tutto», Torino per Gaza fa assemblee enormi da 400 persone, in cui si dice che tutti assieme, da Nudm alle moschee – dimensione quella delle moschee che si è rivelata un’alleata fondamentale, con tutto l’ambito giovanile delle seconde e terze generazioni razzializzate dei quartieri popolari – il 22 ottobre si vanno a bloccare la stazione centrale e tre tangenziali diverse in vari momenti della giornata, e poi il giorno dopo si decide di bloccare l’aeroporto. 

Per quanto riguarda lo sgombero dell’Aska, si trattava di una situazione legata a un fenomeno storico, che in primis metteva davanti e vedeva disponibili a muoversi chi in qualche modo ha attraversato quegli spazi. Sono tante persone, che fanno parte di un’area che gravita attorno alle nostre dimensioni politiche e che quindi è poco interessante per una prospettiva futura, se non quella di riavvicinarle per fare forza comune nell’allargarsi. Al contempo però questa prassi che si è mantenuta soprattutto nel «Blocchiamo tutto» ha portato a vedere l’attacco all’Askatasuna non come un attacco al centro sociale storico o agli autonomi, ma un attacco ai movimenti sociali tutti, a chi si è mosso per la Palestina, a chi a Torino non abbassa la testa. Quindi in questo senso anche la costruzione del 31 è stata quella di un’«autonomia popolare», pezzi diversi che convergono su questa roba qui. 

Il punto centrale dell’agire adesso è questa roba qui: Askatasuna è la mia città, Askatasuna è Torino partigiana. Askatasuna non c’è più, ma erano “quattro mura di merda”: noi siamo tutto, ma non “noi” in quanto collettivo Askatasuna, “noi” in quanto persone che vogliono un mondo diverso e che vogliono organizzarsi senza compromessi. 

In questo sono stati valorizzati parecchio i singoli comitati di quartiere. In quel contesto il comitato di Vanchiglia ha avuto un ruolo centrale, dal momento che attualmente davanti all’Aska ci sono sei camionette, un idrante, c’è un quartiere militarizzato da due mesi e mezzo e questa roba qui ha portato delle conseguenze pratiche per la gente che vive e attraversa il quartiere normalmente abbastanza importanti. Inoltre, per forza di cose, da sempre l’Askatasuna era anche un punto di riferimento in quartiere rispetto agli spazi dei bambini, alla socialità, al carnevale di quartiere e quant’altro. Questo tipo di socialità, questo modello di assemblea eterogenea, dei comitati nei singoli quartieri sta cercando di essere un modello che si possa riprodurre in tutta la città per volontà di popolo. Crediamo sia poco fruttifero rinchiudersi nei propri spazi e difenderli fino alla morte senza vedere che c’è un mondo lì fuori che non riesce neanche a comprendere bene cosa siano questi spazi. Se perdere un posto significa poter tornare a lavorare nei contesti e fare militanza quotidiana per creare del nuovo, ce lo accolliamo.

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Discorsoni / Analisi

Guerra e industria della formazione. Il conflitto dentro scuola e università

Note per approfondire la discussione

La guerra che viene è il grande fatto del nostro tempo. Cifra del presente e tema centrale intorno a cui tutti gli altri si ricombinano, si ristrutturano, si organizzano. Tra questi, la scuola e l’università, punti nodali della riproduzione capitalistica e sociale.

Da una parte, come «industrie della formazione» atte a produrre e disciplinare la merce oggi più preziosa: quei soggetti che verranno chiamati a lavorare e combattere per la guerra dentro fabbriche, magazzini, laboratori, aule e uffici, o direttamente sul campo di battaglia. Dall’altra, tuttavia, come luoghi di mobilitazione giovanile e comportamenti di rifiuto che negli ultimi anni, intorno ai conflitti globali, e in special modo la Palestina, che coinvolge anche le dimensioni decoloniale e della razzializzazione interne alla composizione di classe delle nostre latitudini, hanno visto una nuova generazione politica prendere parola, tra tentativi di conflitto, spontaneità e contraddizioni.

Come si stanno trasformando scuola e università dentro la guerra? Quale funzione sono chiamate a ricoprire, da Stato, imprese e politica, nell’organizzazione, mobilitazione, e produzione bellica? Quale ruolo degli istituti tecnici e professionali, baricentrali per la formazione della forza lavoro specializzata per la fabbrica della guerra e al contempo alla formazione allo sfruttamento, con alta concentrazione di soggettività razzializzate, ma sovente esclusi o impermeabili agli interventi politici? Quali sono i soggetti coinvolti dentro i processi di trasformazione e che istanze, pulsioni e visioni materiali esprimono (o possono esprimere) nelle mobilitazioni contro la «fabbrica della guerra»?

Sono queste alcune piste da cui siamo partiti nella discussione del primo incontro del ciclo «La fabbrica della guerra», organizzato il 12 ottobre 2024 al Dopolavoro Kanalino78 a Modena, con studenti – militanti di collettivi e organizzazioni – attivi nelle lotte di scuole e università. Un ciclo pensato come una macchinetta per inchiestare soggetti, territori e processi coinvolti in questo tempo di guerra da decifrare e sovvertire, e inquadrare nuovi strumenti, punti di vista, elementi in grado di affrontarne la complessità all’altezza giusta – obiettivo sicuramente alto – dei problemi.

Vogliamo qui, in questa introduzione agli interventi, elaborare meglio il nostro punto di vista su alcuni nodi che la discussione con i compagni ci ha permesso di definire meglio. Senza certezze in tasca, se non quella della materialità dei problemi che si pongono collettivamente, e alcuna ricetta per l’avvenire, se non quella di porre tale materialità a verifica e alla proficua discussione, che speriamo possa approfondirsi e costruire un punto di vista più avanzato sui problemi, insieme a tutti i compagni validi come quelli intervenuti al dibattito.

Il protagonismo sociale, o della ricerca dell’autonomia

Tagliando subito con l’accetta, dagli interventi del dibattito crediamo emerga chiaramente un punto critico di questa fase, che non è una novità ma portato lungo di fasi precedenti che non possiamo qui approfondire: la debolezza, quando non proprio assenza, di protagonismo sociale dei soggetti – in questo caso, appunto, studenti, ma il discorso si può generalizzare. Protagonismo sociale che possiamo (e ci piace) chiamare anche autonomia, con la a minuscola. Se c’è un nemico da scardinare, è questo non protagonismo, questa passività, che come Kamo abbiamo toccato con mano direttamente anche a Modena nelle esperienze e negli incontri avuti insieme al soggetto giovanile della nostra città.

Questo non protagonismo, dal nostro punto di vista, può assumere varie forme.

La più immediata è il ritirarsi individuale e individualistico da ogni tipo di partecipazione collettiva, da processi di attivazione e decisione dove mettere in gioco la propria forma di vita che lo status quo capitalistico ha assegnato alla nascita, dal farsi avanti all’interno di una dimensione di mobilitazione che ecceda il proprio io e lo arricchisca, in una sintesi non più scindibile, in un noi. Il ritirarsi, quindi, in un privato oggi sovrapponibile completamente al mondo della merce, al suo più o meno edonistico e nichilistico godimento. Il godimento davvero povero della potenza della vita fatta coincidere col segno impresso su di essa dal rapporto sociale di capitale. Questa è la forma che è stata chiamata e che riteniamo corretto chiamare della diserzione, maggioritaria oggi tra gli studenti oltre che nella società più complessiva, con tutte le sfumature e gradazioni del caso: dal votarsi all’imperativo di arricchimento facile e veloce che la ragione neoliberale, ancora nella sua fase di putrefazione, promette possibile e auspicabile (magari cavalcando la schizofrenia dei flussi tramite app di trading e criptovalute che hanno reso portatile la speculazione finanziaria), al ritagliarsi una nicchia di comfort, civile e moralmente sostenibile, vivibile e discretamente sensibile, nel caos sempre più crescente della realtà percepita.

Ma vediamo anche la forma della delega del proprio protagonismo a un ceto di attivisti “professionisti”, scegliendosi il “brand” identitario che più aggrada o si addice al proprio curriculum, accontentandosi di seguire, condividere, likeare – nella vita vera come si fa sui social – contenuti fruiti ma mai prodotti dalla propria autonomia, per poi passare ad altro al cambio di trend; fruizione passiva, momentanea, di cause o lotte, da utenti consumatori, che in una città come Modena le articolazioni istituzionali e le cinghie di trasmissione del centrosinistra (spesso coincidenti) hanno buon gioco a sussumere e capitalizzare nei propri meccanismi, con risorse materiali e di posizione adeguate ad assorbire e rendere compatibile ogni piccolo sussulto di protagonismo potenzialmente di rottura. È questa la forma debole e impalpabile della società civile, di cui spesso abbiamo visto processi organizzativi e di lotta finire per scambiare un suo sfruttamento tattico come soggetto di riferimento e fine strategico. Se certi tipi di segnali di protagonismo vengono facilmente assorbiti da questa forma, crediamo che il problema non sia tutto sui limiti dei militanti che non li hanno saputi intercettare e deviare: spesso il problema è nelle soggettività stesse poco interessanti (e interessate) ai fini della rottura.

Infine, per ultimo, ma spesso non meno problematico per lo sviluppo di autonomia, quello che può sembrare un ossimoro: il non protagonismo che rischia di esprimersi attraverso la militanza. Una forma di militanza che coincide con l’adesione a organizzazioni partitiche, gruppi protopartitici, sindacalistici o attivistici che negli ultimi anni, a fronte del blocco dello sviluppo di larghi sommovimenti di classe o di pezzi di classe, tanto reali quanto spuri, su istanze materiali di soggettività altrettanto ambivalenti quanto reali (pensiamo, in questo senso, a ciò che è stata l’Onda tra 2008 e 2011, o all’irrompere delle lotte dei facchini tra 2011-2014), abbiamo visto fiorire e diffondersi, coinvolgendo pezzi non secondari delle nuove generazioni politiche emergenti. Gran parte delle organizzazioni, delle più varie tendenze e strutturazioni nazionali (perfino internazionali), rispondono facilmente alla richiesta di certezze da parte di soggetti giovanili che affrontano i loro tempi con ben poche di esse in tasca. La certezza di un’identità, in questo caso politica, di un percorso strutturato, di un’ideologia canonizzata, di una comunità costituita, di una parola d’ordine, del contenuto di un volantino, di una prassi consolidata, magari già decisi altrove o legati a lotte di altri pezzi di mondo, facilmente solo da seguire o applicare. La sensazione di fare qualcosa non solo di giusto, ma di rilevante, “sul pezzo” della cronaca: anche se non si può cambiare niente della propria vita, almeno ci si sente parte di una comunità o di una potenza lontana che agisce. Qui sono senza dubbio confluite molte energie e intelligenze politiche mosse negli ultimi anni dalla ricerca, non senza ambivalenze o difficoltà, di protagonismo, o che hanno espresso timidi ma importanti segnali di esso. Qui, purtroppo, possono finire per ristagnare, esaurirsi o riprodurre l’esistenza di quei contenitori che, nella nostra particolare esperienza, sono risultati tuttalpiù scatoloni vuoti: collettivi o sigle a uso e consumo della politica “nazionale” o dei politicismi dei gruppi territoriali che, come a un mercato delle vacche, si contendono l’adesione di questo soggetto giovanile a colpi della miglior offerta simbolica, ideologica, organizzativa, secondo anche logiche di targetizzazione. Non di certo strumenti territorialmente e soggettivamente situati di conricerca, espressione e potenziamento delle potenzialità di protagonismo e lotta delle soggettività giovanili a partire dalla materialità situata di esse. Questa forma di militanza, oltre a essere alla lunga impoverente invece che arricchente, crediamo sia anche “rischiosa”: fiorente e apparentemente solida nelle fasi di “calma”, dove la spontaneità sociale è debole e l’autonomia arretrata, quando il rischio è quello di far coincidere la militanza all’esperienza di “marcare il cartellino”, si può dimostrare estremamente fragile invece quando investita dalla potenza di un movimento reale, spurio, di soggetti sociali in tutta la loro contraddittorietà e ambivalenza, capace di squadernare ogni certezza, identità, linguaggio, comunità precostituiti se non radicati in un autonomo punto di vista e un metodo della conricerca. Lo diciamo senza nessuna nostalgia di forme di militanza tanto intense quanto fragili, che richiedono e bruciano tutto nei tempi corti, vuoti e accelerati dell’età giovanile e universitaria, ma non reggono ai tempi dilatati, pieni e anche frustranti della maturità lavorativa, affettiva, anagrafica.

Per una lettura critica della diserzione

Non ci convince del tutto, oggi, la parola d’ordine della diserzione, evocata nelle mobilitazioni in ambito universitario. Utile come concetto suggestivo d’agitazione contro la guerra, ci pare più debole sulla linea della controsoggetivazione, come comportamento su cui fondare un processo organizzativo. Non ci convince la sua potenzialità sovversiva all’interno dell’attuale fase della congiuntura di guerra, dove non c’è ancora mobilitazione di guerra da cui disertare, ma tutta da capire la forma stessa della riorganizzazione del comando sul sociale in funzione della forma guerra che si sta dando o si darà.

Può essere la diserzione una tendenza su cui inserirsi, anticipando e radicandosi nell’ambivalenza di un comportamento sociale spontaneo poi da trasformare in rifiuto organizzato? Senza ricette, con la sola certezza che sarà la messa a verifica nella prassi militante della conricerca a dare la risposta, proviamo ad articolare alcuni punti critici utilizzando la storia, la nostra storia, la tradizione che ci siamo scelti.

La diserzione, la dimissione, il ritirarsi, nella situazione concreta di oggi, è un comportamento ambivalente o di rottura, come è stato, per fare un esempio, il rifiuto del lavoro in un’altra epoca che ci è alle spalle?

Il rifiuto del lavoro è stato espressione di una determinata composizione di classe dentro una determinata organizzazione di fabbrica. Un comportamento, in forme anche passive, di una minoranza non minoritaria di operai, di un’avanguardia però di massa, dentro e contro la fabbrica fordista degli anni Sessanta – anche contro altri pezzi di composizione! – e poi nella fabbrica sociale degli anni Settanta. Comportamento che, prima scoperto e anticipato grazie alla conricerca operaista, e poi organizzato politicamente dai militanti nella lotta dentro la produzione e diffuso conflittualmente nelle articolazioni della riproduzione sociale, ha inceppato per un decennio il profitto come variabile indipendente della riproduzione capitalistica.

Oggi, dalla nostra visuale, la diserzione è un comportamento già maggioritario e generalizzato. Non solo degli studenti medi e universitari, ma dell’individuo democratico complessivo prodotto dalla società neoliberale. La diserzione non la vediamo come il comportamento ambivalente di un’avanguardia potenzialmente conflittuale, ma la normalità della forma di vita della maggioranza, praticata però in forma individuale e individualista, ripiegata nel privato, nella ricerca edonistica del piacere, nella solitudine del lavoro.

Uno studente che “diserta la guerra”, oggi, al tempo della diserzione già sociale, cosa rischia di rompere? Rompe uno status quo, una condizione,  o la riproduce, attraverso lo stesso meccanismo con cui poer esempio l’astensionismo maggioritario oggi non è tanto espressione di una radicalizzazione politica antisistema ma più sintomo dell’assenza di una politicizzazione della società?

La diserzione è stata una scelta di campo concreta, materiale, alla base della formazione del movimento partigiano nell’autunno-inverno del ’43. Una scelta di campo imposta dall’alto, praticata con le spalle al muro, che metteva in gioco la vita: o l’arruolamento nella Guardia nazionale repubblicana di Salò, le camicie nere, o la via della clandestinità, che per un pezzo di quella generazione cresciuta nel fascismo ha significato la via dei monti, a raggiungere i primi nuclei di soldati sbandati, fuggitivi, ex detenuti, dove i quadri politico-militari dei partiti antifascisti ancora erano pochi. Fu quella scelta di diserzione di una minoranza a formare le prime bande partigiane: diciannove mesi dopo, sarebbero discese sulle città del Nord Italia in formazione disciplinata di esercito guerrigliero.

In quel momento, la politicizzazione e la militanza, prodotte nella lotta partigiana, hanno visto come passaggio preliminare obbligato una diserzione. Nelle condizioni di oggi la militanza, la controsoggettivazione in una forma di vita militante, riuscirà a costruirsi attraverso un comportamento che è già socialmente maggioritario ma senza alcun tipo di rottura con la forma di vita dominante, che è sì diserzione dal comando di guerra ma anche diserzione da forme di conflittualità, rottura, ricomposizione?

Conclusioni, malgrado il discorso sia lungo e incerto

Ecco allora una domanda a guidarci. Dentro la «fabbrica della guerra», come alimentare i segnali di protagonismo, a Modena ancora timidi e insufficienti, espressi dall’avanzare di una nuova generazione politica che abbiamo visto attraversare varie fasi di mobilitazione (dalla scuola alla Palestina), ma stenta ancora a trovare forme autonome di protagonismo? E poi: come costruire una militanza capace di cavalcare le vertigini, stare sulle ambivalenze, ribaltare le certezze per costruire radicamento, progettualità e ricomposizione?

È ancora e sempre lo stesso ordine di problemi, che come Kamo abbiamo contribuito a discutere e provato a nostro modo ad affrontare; altri, questi ultimi anni, lo hanno sicuramente sviluppato meglio con ben altri strumenti, possibilità ed esperienza. Alla nostra piccola altezza, ci sentiamo di inquadrarlo dentro le suggestioni e le piste di ricerca politiche lasciateci da Mario Tronti nel suo ultimo, postumo, scritto politico e militante. Salvare la rivoluzione dal Socialismo, salvare la libertà della Democrazia, dice Mario – e, aggiungiamo noi, salvare l’autonomia dal Movimento. Da quello che è stato il ciclo, oggi esaurito, dei centri sociali e del centrosocialismo, entro cui per tutta una fase si è espressa la militanza autonoma. Nel presente, per il domani, si tratta di salvare l’autonomia possibile di nuovi soggetti da quello che, per semplicità e in mancanza di termini migliori per capirci, prende oggi le vecchie forme del Movimento. C’è un lavoro da fare, di ricerca, di elaborazione, di immaginazione. Senza l’ambizione di sapere che quel tempo, il più inattuale, verrà. Perché il mondo e il tempo che stanno per arrivare, tutto lascia prevedere che saranno al seguito del mondo e del tempo che sono già arrivati. Facciamoci trovare pronti per domani, preparandoci oggi all’inaspettato.

Di seguito gli interventi che hanno aperto la discussione. Buona lettura.

 ***

Marina – studentessa, militante di Osa

Visto che tutto quello che abbiamo fatto nelle scuole in questi anni come studenti organizzati si è basato sull’analisi della realtà, prima di parlare di scuola due parole sul contesto generale e sul periodo storico in cui ci troviamo.

La guerra, dall’Ucraina al Mar Rosso passando per la Palestina, è diventata il fattore centrale. E l’Italia, nella guerra, assume un ruolo centrale. Segue le politiche della Nato, aumenta le spese militari al 2% del Pil, continua a inviare armi, e per farlo toglie i soldi alle scuole, all’università (la recente manovra finanziaria prevede 500 milioni di tagli al Fondo per il finanziamento ordinario delle università), alla sanità, alle spese sociali.

Come studenti organizzati è stato importante quindi individuare il nostro nemico per mobilitarci: il governo. Un governo guerrafondaio, un governo della guerra, quello delle Destre, della Meloni.

Per lavorare nelle scuole, abbiamo quindi colto la contraddizione dei soldi che invece che essere usati per la nostra formazione vengono usati dal governo nelle guerre in cui l’Italia è complice e corresponsabile: le conseguenze le vediamo quotidianamente in tutti gli istituti da Nord a Sud, dove ogni giorno cadono pezzi di soffitto sulle classi, mancano le risorse per metterli in sicurezza dopo disastri ambientali come l’alluvione in Romagna, mancano spazi o materiali per fare lezione, mancano veri sportelli d’ascolto e assistenza psicologica, manca una vera educazione alla sessualità.

Abbiamo riconosciuto il nostro nemico in una classe dirigente che utilizza la filiera della formazione per far passare l’ideologia dominante e per mantenere il consenso. Scuola e università come apparati ideologici di Stato, e manganelli e stretta repressiva per chi protesta [si veda il Decreto sicurezza ddl 1160, ndK]. Ci è stata consegnata una scuola che non ha più quel senso di emancipazione che poteva avere negli anni dello sviluppo delle lotte, ma che continua a cristallizzare le condizioni sociali di partenza degli studenti. La scuola non è più un ascensore sociale ma si è trasformata in filiera formativa, centrale per l’aumento della competitività e della produttività, e per la creazione di valore e per la crescita economica.

Questo è evidente con il Pcto (l’alternanza scuola-lavoro) che costituisce una vera e propria aziendalizzazione della scuola, in cui i percorsi di studio degli studenti verranno modificati dalle imprese presenti sul territorio per creare figure di lavoratori specializzati. Inoltre, con la nuova riforma degli istituti tecnici e professionali di Valditara, che consiste nel ridurre un anno di scuola per questi ultimi e accrescere le ore di Pcto, assistiamo anche a un aumento di differenze tra scuole di serie A (come i licei, luoghi deputati a instradare la futura classe dirigente) e scuole di serie B (istituti tecnici e professionali).

Quello che vediamo in generale è una crisi di egemonia dell’Occidente capitalistico che, nel suo contorcersi, produce barbarie. Il discorso dell’Occidente capitalistico si dice portatore di pace, di innovazione, di libertà, ma come vediamo produce guerra, sfruttamento, repressione. E le classi dominanti non hanno e non vogliono trovare soluzioni alle barbarie che producono.

Sappiamo che lotte nelle scuole devono essere fatte pensando alla realtà che abbiamo davanti. E nelle scuole noi vediamo una tendenza tra gli studenti a eludere questi valori proposti dal discorso dominante, a non sentirsi rappresentati in toto da questi valori, quindi a cercare di uscirne, a scapparne, in varie forme e modi, magari cercando altri modelli. Forme e modi che però non vanno a rottura con la società così strutturata, ma che comunque non sono conformi alla narrazione che il sistema ha fatto di sé. Nelle scuole vediamo una serie di fenomeni che vanno dal ribellismo individuale e individualistico, al disagio psicologico, all’autolesionismo, al disinteresse da tutto ciò che succede, fino anche allo scimmiottamento della criminalità e di comportamenti criminali. A Modena, per esempio, quest’anno i rappresentanti d’istituto del Liceo Classico Muratori, dove passano le future classi dirigenti, hanno chiamato la polizia perché c’erano studenti del Tecnico e Professionale che venivano a rubare, a picchiare, a fare brutto agli studenti del Classico davanti alla scuola.

Nelle scuole vediamo che non c’è una spontanea prospettiva di rottura. Dobbiamo quindi essere bravi come militanti organizzati a incanalare questo disagio e questa rabbia degli studenti e portarli ad avere questa prospettiva, facendo come, per esempio, dopo l’uccisione di 3 ragazzi in Pcto da cui è nata l’ondata di occupazioni della Lupa a Roma nel 2022.

Chiaramente non è facile, perché siamo in un contesto di depoliticizzazione e de-conflittualità studentesca, in cui il nemico fa un attento lavoro di deterrenza per impedire ogni ipotesi di mobilitazione. La sfiducia nella possibilità di cambiamento e nell’utilità della lotta è veramente alta.

È stato difficile come portare nelle scuole di Modena un punto di vista e una prospettiva di rottura. Anche perché a Modena, feudo Pd, sono forti le organizzazioni studentesche che sono l’articolazione di sindacati e di partiti del centrosinistra di governo, filoistituzionali, socialdemocratici, come la rete degli Studenti, l’Udu, eccetera. Abbiamo visto che non portano effettivamente punti politici, ma riescono a sussumere tutto quello che hanno intorno, a far su quello che con difficoltà e spontaneità prova a muoversi; hanno appiattito le lotte che ci sono state, le hanno compatibilizzate, senza offrire una vera alternativa e anche per questo, a Modena e provincia, quest’anno il movimento studentesco non è stato dei migliori.

Chiaramente ora con il movimento per la Palestina si è riuscito sicuramente ad ampliare e mobilitare qualcosa, però ha avuto più successo nelle università che nella scuola, e sicuramente qua a Modena nell’università non è partito niente. Eppure, nonostante anche Forlì sia una città di provincia, lì il movimento è partito dall’università.

A Modena è stato interessante lo sciopero e la successiva mobilitazione scoppiati all’Ites Barozzi. Partito come protestaperché la scuola non faceva andare in gita le classi, non riforniva di cibo le macchinette e faceva perquisire gli zaini degli studenti all’entrata, a seguito della minaccia di sospensione della preside al rappresentante d’istituto per aver rilasciato un’intervista esprimendo i problemi di una “scuola devastata” la mobilitazione ha preso piede in difesa dello studente. La mobilitazione contro la repressione è poi rientrata senza una prospettiva di rottura, senza uscire dal proprio caso particolare, senza guardare all’esterno della propria scuola.

Ci sta, perché comunque questa “coscienza” la porti dall’esterno, non sono cose che vengono su da sole, è qui la funzione del militante; però è una piccola dimostrazione che sotto si muove qualcosa, anche in provincia gli studenti possono muoversi e cercano un cambiamento, non è detto che a Modena non debba accadere mai niente. Bisogna essere bravi a cogliere le contraddizioni quando si manifestano materialmente che poi ti portano a uno scontro diretto.

Scuola e università sono apparati ideologici di Stato, e i luoghi e i percorsi formativi sono sempre pervasi dall’ideologia del nemico, come stiamo vedendo sempre più chiaramente in questo stato di guerra. E noi come studenti dobbiamo continuare ad utilizzare questi luoghi di formazione come campo di battaglia, per portare avanti un’idea di formazione diversa, in una diversa società.

  

Elia – studente universitario, militante di Officine della formazione

Il punto di partenza della nostra inchiesta sulla composizione studentesca universitaria (in forma estesa, i risultati dell’inchiesta si trovano sulla rivista «Machina»: qui e qui) è tutto sommato semplice: la constatazione che in università c’è un vuoto politico.

Questo vuoto politico non è tanto da intendere in senso fenomenologico (“non c’è nessuno, non esiste nulla di politico”). Alcuni gruppi ci sono sempre stati, e ci saranno sempre, in forme e quantità più o meno sparute. Quello che ci interessa considerare, invece, è il loro appiglio sulla composizione studentesca, la loro capacità di muoverla e di agitarla. Insomma, ci sembrava che anche l’università di Bologna fosse pacificata quanto qualunque università anglosassone o nordeuropea.

Dire inchiesta è, però, improprio. L’idea era quella di una conricerca. Ovvero, produrre una conoscenza imperniata sul punto di vista di una soggettività, quella studentesca, al fine di poter indicare la strada, da un lato, alle nuove forme di organizzazione possibili dentro le università, assunta la crisi delle forme esistenti, e dall’altro verso i “punti deboli” del sistema, non tanto in senso oggettivo, ma soggettivo: cosa temono, desiderano e odiano gli studenti?

Quindi, produzione di conoscenza collettiva e comune che, allo stesso tempo, possa aprire uno spazio per l’autoformazione, per la formazione politica. Insomma, ditelo come volete: per dare forma a nuovi militanti.

La tesi principale che è emersa dalla conricerca è che non ci sembra possibile rintracciare un residuo autonomo (un “fuori”), cioè una ricerca di conoscenza pura e incontaminata, dalla volontà e dal desiderio degli studenti di essere formati in quanto forza-lavoro competente e, soprattutto, desiderosa di vendersi sul mercato del lavoro. Chi sceglie di studiare all’università lo fa esclusivamente per questo motivo. Per descrivere questo processo abbiamo utilizzato il concetto di “professionalizzazione”. La produzione – come processo attivo, cioè voluto dal soggetto, e allo stesso tempo passivo, cioè subito – di forza-lavoro specializzata pronta per essere inserita nel processo produttivo.

Questa questione va letta assieme alle aspettative degli studenti sul proprio futuro. La ricerca dimostra un complessivo “innalzamento” delle aspettative rispetto al titolo di studio. In altri termini, si studia poiché si ritiene possibile che il titolo renda favorevole la collocazione nel mercato del lavoro. Tutto questo sommato alle difficoltà e alle fatiche dello studio, che si accettano e subiscono senza troppi problemi – o, comunque, si cercano di superare questi problemi. La possibilità, nel futuro, “di fare quello che ti piace” ripagherà la fatica. Infatti, non è secondario rimarcare come questa predisposizione verso il futuro porti gli studenti ad accettare il sacrificio dello studio e della formazione.

Bisogna sottolineare che l’innalzamento delle aspettative legate al titolo di studio non viene interpretato dagli studenti come un processo lineare e privo di frizioni. Al contrario, è una vera e propria battaglia per il riconoscimento della competenza e della formazione, che porta tratti anche culturali e generazionali. Non mancano ostacoli e incertezze, tuttavia per quel che concerne il titolo di studio sembra esserci davvero la fiducia che l’educazione superiore sia un investimento che possa portare a una posizione favorevole nella società.

Infine, l’ultima riflessione riguarda il cosiddetto “sapere pratico”. Gli studenti intervistati, infatti, richiedono una forma di sapere pratico-teorica, in aperta contrapposizione a uno studio impoverito, standardizzato e nozionistico come quello offerto dall’università oggi.

Il primo lato della medaglia è il rifiuto di una certa verbosità, un certo vecchiume dell’università italiana. Riprendendo le parole degli studenti, il sapere pratico-teorico ti fa osservare, assieme alla professoressa, un certo fenomeno in laboratorio, al di fuori della dimensione della lezione frontale e libresca. Ma accanto a questo tipo di sapere ce n’è un altro che costituisce uno scarto: quello che dà forma a una competenza tecnico-pratica, attiva: fare le cose con le tue mani. Abbiamo chiamato questa forma di sapere semplicemente “tecnico”. È proprio questa la forma di sapere a essere reclamata dal desiderio di professionalizzazione degli studenti: il possesso di una tecnica capitalistica professionalizzante, che li formi come forza-lavoro competente e professionale.

Vi è un altro livello del discorso verso cui prestare attenzione e riflettere. Tagliando con l’accetta, possiamo dire che il sapere della didattica universitaria è così impoverito e standardizzato che l’unica strada percorribile, per gli studenti, risulta essere quella della richiesta di professionalizzazione. La ricerca di sapere e conoscenza “per sé” non si può dare nella realtà capitalistica, dunque si sceglie la via della professionalizzazione perché conviene. In altre parole, conviene perché il sapere è talmente impoverito e modularizzato che tanto vale diventare un professionista che applica quel sapere povero allo status quo capitalistico. Ma questo, banalmente, significa che lo studente finisce per contribuire attivamente e soggettivamente a divenire forza-lavoro specializzata, o forse sarebbe più corretto dire “capitale umano”, realizzando il compito storico dell’università capitalistica.

Crediamo che questo passaggio vada assunto come un dato di realtà.

Non per rassegnazione o ineluttabilità ma, al contrario, perché per rovesciare il tavolo dobbiamo sapere bene di quale materiale questo tavolo è fatto, quali sono le sue crepe, in che punto si può rompere. Questa “utentizzazione” della figura dello studente, questa riduzione alla passività, al contenitore da riempire, ci sembra che spesso si accompagni a una certa “protocollarità” nell’approcciarsi al sapere da parte degli studenti. Una faccia della professionalizzazione è proprio la protocollarità, nel senso dell’algoritmo: la richiesta di possedere una serie di passaggi definiti per risolvere un problema di cui si sa già che una soluzione esiste. I professori stessi riproducono questo meccanismo, tenendo quanto più possibile lontano gli studenti dalla possibilità di scontrarsi con problemi aperti, sia quelli radicalmente privi di soluzione, sia quelli con una soluzione che non è data a priori. Ciò che conta è superare l’esame: tutto si riduce nell’ingurgitare una serie di informazioni per poi ripeterle il più fedelmente possibile in attesa di ottenere l’agognato “pezzo di carta”.

Se questa riflessione sulla professionalizzazione è chiara per le facoltà scientifiche, ci sembra che anche i soggetti delle facoltà umanistiche, che si iscrivono perché “amano ciò che studiano”, siano inseriti in questa stessa logica. Che riguardi la volontà di diventare un ricercatore o altre innovative figure professionali che possono emergere dagli studi umanistici, la figura soggettiva, lo spirito e l’antropologia sono simili. Magari, agli studenti delle facoltà scientifiche dei “seminari autogestiti” non interessa nulla, mentre a quelli delle facoltà umanistiche interessa se riguardano l’argomento della loro tesi o la possibilità di stringere la mano al professore di turno. Ma ci teniamo a specificare: non c’è nessuna moralizzazione in questo discorso. È così e basta, e lo abbiamo imparato a nostre spese, tentando più volte di organizzare questi soggetti o di aggregarli proprio attraverso queste modalità seminariali (che non riteniamo siano sbagliate in sé, per inciso, ma che vadano assunte dentro l’orizzonte materiale di questa soggettività).

Qui dobbiamo essere chiari. Da un lato questo è un processo soggettivo di trasformazione antropologica della condizione dello studente. Quanti anni sono passati dall’ultimo, reale, movimento? Possiamo dire quasi vent’anni senza movimenti? Ecco, tutto ciò ci consegna questo soggetto qua. Però, ovviamente, questa lettura assume un senso se la si legge nella più ampia questione della crisi della militanza e della crisi delle forme della politica di quello che viene chiamato “Movimento”, appunto. Cioè, dall’università – luogo del fermento giovanile – si vede chiaramente come ad oggi non esista nessun terreno di identificazione comune e collettiva: immaginari, pratiche, possibilità di dire “io sono questa cosa qui” in senso politico, un soggetto politico riconoscibile (“siamo dei centri sociali”, “dei collettivi” eccetera).

Un inciso va fatto. Lo studente della professionalizzazione è lo studente che fa l’investimento. E se questo lo leggiamo assieme ai processi selvaggi di accumulazione ed estrazione capitalistici legati alla città, basta poco per capire che nella città universitaria arriva chi se lo può permettere e, allo stesso modo, come il capitale abbia affinato una selezione molto più a valle. Insomma, arrivano studenti di ceto medio non troppo impoverito. Quindi, in qualche modo, anche il terreno classico del diritto allo studio e dell’accessibilità interessano poco questa figura studentesca. E lo si vede bene dalle piccole mobilitazioni di qualche anno fa relative al caro-affitti (le prime “tendate” per capirci), le quali alla fine vivevano più nel campo dell’opinione che in quello della materialità dei soggetti.

E ora arriviamo al sodo. Qualcosa che, invece, ha smosso, nel suo piccolo, per quanto comunque in un quadro di assenza di mobilitazioni significative, sono state le mobilitazioni in solidarietà alla Palestina. Proviamo a fare qualche ragionamento, prendendo davvero sul serio che «solo la lotta può impedire la barbarie». Ciò che segue va quindi letto come una forzatura per cercare di fare passi avanti e rilanciare il discorso, rilanciare l’intensità della lotta.

Ora, senza fare analogie macchiettistiche, senza dire «portare il Vietnam in fabbrica» o «Bring the war home», è comunque accettabile affermare che queste mobilitazioni per la Palestina siamo state una serie di rivendicazioni di solidarietà, mi si consenta di dire, di opinione: quelle che potenzialmente restano imbrigliate nel piano della moralità (e della giustizia astratta) e rischiano di avere poca attinenza con la vita che facciamo tutti i giorni e che, però, nel lungo periodo, nell’intensità e nella possibilità di rottura rischiano poi di assopirsi.

Quindi, la prima operazione di metodo mi pare questo: capire cosa porta dei soggetti concreti a mobilitarsi e, soprattutto, a farlo più di una volta (credo che la sola indignazione e la sola commozione siano necessariamente portati ad avere una breve durata). Cioè, non è tanto un ragionamento per scovare la verità oltre la menzogna, ma quanto per indagare proprio la costituzione materiale del soggetto-contro. Dunque, cosa è emerso da questo soggetto?

La mobilitazione non ha posto nessun accento oltre la questione palestinese. Senza dire sia giusto o sbagliato, in generale, strategicamente o tatticamente, lo assumiamo come dato di fatto. So che in altri contesti in Italia questo è invece successo, dunque mi riferisco a dove siamo collocati, Bologna. I termini della questione li conoscete: l’idea del boicottaggio accademico e dunque la fine degli accordi tra l’università e diverse istituzioni israeliane. Non c’erano dei ragionamenti che cercassero di ampliare il discorso o, diciamo, che per lo meno lo facessero assumendo il piano della condizione studentesca, che ne so, gli effetti degli accordi sulle lezioni, gli esami. E anche per questo motivo, crediamo, che ci sia voluto un certo tempo perché assumesse i tratti di una mobilitazione. Senza poi rimarcare che si tratti di una serie di rivendicazioni – lo dico veramente con il pudore di dire una banalità – di natura sostanzialmente sindacale. Cioè: si chiede la fine degli accordi, si può vincere o perdere.

Ora, senza ingenuità: le università piccole possono stracciarli subito quegli accordi, quella di Bologna ha grossi problemi per ovvi rapporti di forza globali e posizionamento nei circuiti del valore immateriale. Ad ogni modo, è interessante notare come la questione della materialità soggettiva della mobilitazione non sia stata posta in alcun modo, se non vagheggiando tutta la questione degli accordi come contraddizione cardine del capitalismo, insomma con un linguaggio che non affonda le radici nella materialità di quel soggetto descritto sopra, insomma discorsi vuoti. Una prima spia del fatto ci fossero altre ragioni verso la partecipazione, oltre al cuore della rivendicazione, pur comunque assolutamente fondamentale.

Ora, facciamo un salto verso le tendate. A Bologna, va detto, non bloccavano nulla. Le malelingue potrebbero dire che fossero un centro sociale a cielo aperto. Ma lì, invece come poi in altre occasioni, la partecipazione di una composizione studentesca “vera”, spontanea, si è data.

Ora, la tesi di fondo: questo “qualcosa sotto” ai soggetti che si mobilitavano, alle tendate, ci è parso di poterlo vedere nel bisogno di socializzazione e di rottura della solitudine che è tipica del percorso universitario. Il soggetto che fa l’università oggi è sostanzialmente solo come un cane. Nonostante le apparenze, anche le università sono territori in cui il legame sociale è devastato e, in qualche modo, gli studenti riconoscono questa cosa e la sentono come problema. Da un lato lo studente ha il percorso di investimento su se stesso, quello che abbiamo descritto; dall’altro ha il consumo di divertimento e di esperienza della città (che occupa un ruolo fondamentale, ovviamente) e infine ha le patologie e i sintomi (ansia, depressione, solitudine). Questo non è nulla di nuovo, sono i tratti della condizione giovanile. Certo. Però ci pare proprio che in qualche modo, nelle tende, nella mobilitazione per la Palestina si cercasse di rompere (e quindi implicitamente di politicizzare!) quella roba lì. All’indomani dello smantellamento volontario delle tendate – sostanzialmente per stanchezza e burnout, come si dice oggi (comprensibile dopo più di venti giorni!) – il sentimento comune suonava così: “Non abbiamo vinto nulla, ma almeno ci siamo divertiti e siamo stati assieme”.

Se gli ingredienti per la politica sono gente incazzata e individuazione del nemico, ci pare che questi due termini, oggi, non siano in alcun modo consegnati dalla realtà verso il soggetto studentesco. Si possono – soprattutto, si devono – operare delle forzature e verticalizzazioni, certo. Ma a ogni modo pare che questo non si dia. Abbiamo più volte riflettuto su questo rapporto tra consenso e forza dentro la mobilitazione. Ovvero c’era consenso ma mancava la forza, dove per forza intendiamo la possibilità di individuare il nemico. E mi pare di poter dire che non fosse tanto un problema di tattica e strategia, quanto un problema di maturazione della soggettività. Insomma, che i nemici fossero il rettore, un professore o un capo di dipartimento, lo erano sempre e soltanto per un momento estemporaneo, per una fase.

Qui provvisoriamente chiudo: quello che è stato, quello che è, e quello che sarà in autunno penso si possa intendere come sintomo e preludio di qualcosa che, prima o poi esploderà, e che però va proprio letto dentro questo vero e proprio massacro della composizione giovanile.

Ora, se vogliamo parlare di guerra e università dobbiamo almeno prendere in considerazione tre tipi di guerra.

La prima è quella più ovvia: il diretto ingresso della guerra dentro l’università. Stato e capitale utilizzano l’istituzione per la produzione di conoscenza in funzione e per la guerra. Quindi produzione legata alla competizione tra i diversi capitali e diversi poli in conflitto in questa fase di destrutturazione e ristrutturazione anche bellica della globalizzazione. Va tenuto presente quando si considera la ricerca direttamente e indirettamente legata alla guerra anche il cosiddetto dual use.

La seconda è quella che materialmente distrugge le università. E pone un insieme di problemi, a chi fa politica in quei contesti, del tutto differenti. Oggi Kiev, Gaza, Beirut, ma sappiamo che altre guerre sono alle porte.

La terza è l’economia politica intesa come continuazione della guerra con altri mezzi. Insomma, la guerra del capitale contro di noi, la violenza dell’accumulazione originaria che si ripete ogni giorno. E l’economia politica sussume, oggi completamente, le università. Oggi ne abbiamo discusso dal punto di vista delle trasformazioni soggettive (“utentizzazione” e trasformazione in capitale umano) ma quelle oggettive sono forse ancora più lampanti: gli studenti come esercito di forza-lavoro precaria a basso costo, l’indebitamento e la finanziarizzazione dell’istruzione superiore, l’estrazione di ricchezza attraverso i prezzi degli affitti e la privatizzazione selvaggia di tutto quello che un tempo erano servizi.

Quindi, in queste tre guerre guerreggiate, abbiamo provato a riflettere su come si porta una guerra diversa dentro le università. Una specie di gesto leninista, una “nostra guerra”, come discorso tattico, ma anche strategico – magari anche come slogan, credevamo ad un certo punto. Un gran bel ragionamento. Ma tutto sbagliato.

Il problema, alla fine, è che il soggetto studentesco non è un soggetto che vuole fare la guerra. Tutto il contrario. È un soggetto della diserzione. Senza illusione che, ad oggi, diserzione sia qualcosa di profondamente diverso dal “dimettersi in solitaria”. Bifo legge i sintomi (depressione, solitudine eccetera) come una diserzione dalla realtà capitalistica – una rinuncia. Insomma, tra prendere una parte nella guerra, parteggiare, o “darci a mucchio”, dove questo “darci a mucchio” può essere prendere le pilolle o prendere lo spritz, lo studente è comunque un soggetto che si dimette. Non prende parte.

Scontato dire che tutto questo va organizzato, con forme e linguaggi della politica nuova. Come sempre: con continuità e discontinuità assieme, le spalle al futuro, la testa nuova e il cuore antico. Come recitava un titolo della stampa di giugno, «nel 2029 la generazione Erasmus potrebbe dover marciare su Mosca»: ne vedremo delle bruttissime, ma speriamo di farci trovare pronti per organizzarla, la diserzione.

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Gigi Roggero – «I figli della crisi». Studenti e scuola al tempo della guerra

Il filo rosso che abbiamo seguito, il punto di vista che abbiamo voluto costruire.

Con la prima presentazione che abbiamo organizzato, (Transizione ecologica e territorio: quale futuro per Modena?, 11 dicembre 2021) volevamo capire come sarebbe cambiato, dopo la pandemia, l’uso capitalistico del nostro territorio, Modena e l’Emilia, attraverso il Pnrr, il piano di investimenti europeo che grossomodo è stato presentato come un nuovo New Deal. Non ci siamo limitati a statistiche sull’occupazione, ma abbiamo cercato di anticipare delle traiettorie, per esempio guardando a quello che gravita intorno alla “transizione ecologica”, vale a dire il passaggio, la ristrutturazione, verso un certo tipo di produzione e ai suoi effetti per il nostro territorio: è da poco l’approvazione di una direttiva dell’Unione Europea che fissa nel 2035 la data dell’ultimo anno in cui verranno prodotti motori a combustione interna, e immaginate cosa può voler dire per una zona come la nostra, denominata Motor Valley, in cui si costruiscono automobili, veicoli e soprattutto componentistica. Ecco, quel sabato avevamo provato a ipotizzare come potrebbe cambiare il nostro territorio soprattutto per chi lo abita, chi ci lavora, chi ci vive.

Con il secondo incontro (Dentro e contro il «modello Emilia», 5 marzo 2022) siamo passati invece dal presente alla storia del “modello emiliano”, delineando quali sono stati i processi che hanno portato Modena e l’Emilia a quello che sono oggi. Nel ripercorrere i punti nodali dal dopoguerra, passando ovviamente per gli anni Sessanta e Settanta, abbiamo riletto quelle traiettorie alla luce delle lotte operaie e studentesche, in particolare quelle impulsate dall’operaismo e dagli operaisti locali poi divenuti Potere Operaio, che hanno interessato la nostra città e tutta la provincia in un modo inedito. Abbiamo visto quali fossero le soggettività sociali e politiche che sono state protagoniste: studenti, operai, donne; lotte autonome che restavano fuori dai sindacati e fuori dai partiti (o meglio, spesso contro i sindacati e contro i partiti, perché l’interesse operaio era diretto, cozzando con gli interessi delle mediazioni). Seguendo il modo in cui queste istanze eterogenee – le lotte sul lavoro e le trasformazioni della scuola e dei rapporti – si siano amalgamate, abbiamo osservato quali possibili armi ci hanno lasciato.

Nel penultimo incontro (Il mondo di domani. Guerra in Europa e destino della globalizzazione, 2 aprile 2022), invece, siamo tornati alla nostra contemporaneità, una contemporaneità che è inevitabilmente contrassegnata dalla guerra e dalla fine della globalizzazione come l’abbiamo conosciuta, tra crisi, geopolitica e finanza. Quali, tra i processi già innescati, hanno raggiunto un punto di rottura? Quali le conseguenze per il prossimo futuro? Quali tendenze potrebbero svilupparsi e vederci da vicino coinvolti? In questo sovrapporsi vorticoso di crisi – la crisi ecologica, la crisi pandemica, adesso una guerra di portata globale – nessuno può sentirsi fuori.

Arriviamo così all’ultimo incontro, (I figli della crisi. Essere giovani al tempo della guerra, 25 giugno 2022, di cui di seguito pubblichiamo l’intervento di Gigi Roggero) che vede proprio voi e la vostra generazione, i giovani e gli studenti, protagonisti di queste trasformazioni. Perché sarete voi a vedere e dover vivere in un mondo completamente diverso rispetto a quello in cui abbiamo vissuto noi un po’ più vecchi. Non a caso, durante l’ultimo incontro uno dei relatori, Raffaele Sciortino, ha detto una cosa che ci ha da subito confermato quanto fosse necessario organizzare questa giornata. Ha detto che nell’ultimo decennio, quindi suppergiù dalla crisi del 2008-2011 e dagli ultimi movimenti di massa nati in quel contesto – da Occupy agli Indignados all’Onda, che voi non avete potuto vedere, mentre noi, quando avevamo la vostra età, ci eravamo in mezzo – i giovani sono stati, stranamente, quasi fermi. Sia chiaro, fermi non perché non vedessero quello che succedeva intorno: anzi, lo sanno bene e hanno molta coscienza e lucidità, ma ancora si fatica a trovare una forma organizzativa nuova.

Alla fine del suo intervento, ha detto una cosa che condividiamo: che sarà fondamentale come si posizioneranno i giovani nella trasformazione sociale e politica in corso. Con la guerra e con la crisi economica che arriverà in autunno vediamo l’economia mondiale che si ristruttura – perché c’è un pezzo di mondo che si sta scollegando dall’Occidente, o oppure è l’Occidente che si sta scollegando da un pezzo di mondo? – e già sappiamo che questo avrà delle grosse conseguenze che vivremo in prima battuta e toccheremo con mano; saranno i giovani i protagonisti di nuovi movimenti, delle possibili nuove lotte che si potranno dare in questo frangente? Quale sarà il loro ruolo? Sarà importantissimo come si posizioneranno domani.

Quindi abbiamo vogliamo capirci qualcosa di più, confrontarci e dare la parola a voi ragazzi. Con alcuni di voi a Modena ci siamo conosciuti nell’ultimo periodo con lo sciopero contro l’alternanza scuola-lavoro. Noi c’eravamo, siamo venuti a dare il nostro sostegno ma anche e soprattutto a conoscere le profonde motivazioni oltre la retorica, oltre a quello che dicono ceti politici, collettivi, partitini, sindacati. Volevamo ascoltare direttamente chi era in quella piazza, volevamo sentire quali erano i motivi materiali della rabbia e quali le problematiche che si vivono non solo a scuola, ma a essere appunto “i figli della crisi”, a essere una generazione che non deve cercare giustificazioni per far casino. Se la voglia di far casino c’è, be’, è più che legittima, perché ormai ne state vedendo talmente tante che non serve un motivo specifico per essere spaventati, nutrire delle ansie o essere incazzati. Ecco, è su questo che ci piacerebbe continuare discutere.

Per sciogliere il ghiaccio abbiamo chiamato con noi Gigi Roggero. Doveva venire anche un’altra ospite, Anna Curcio, anche lei come Gigi insegnante, anche lei redattrice della rivista «Machina», anche lei ricercatrice indipendente, soprattutto per quanto concerne i temi legati al genere e alla razza. Purtroppo non è potuta venire per problemi di salute, e quindi abbiamo discusso con Gigi su come si sta trasformando la scuola capitalistica nella sua struttura in questa fase, e quali i nodi da sciogliere.

Buona lettura.

Gigi Roggero

Grazie davvero ai compagni di Kamo, grazie dell’occasione di fare questa discussione. Faccio tre premesse, brevi, e poi dirò alcune cose spero rapide.

La prima premessa è che, se mi dovessi presentare, io sono un militante politico per scelta e un insegnante incidentalmente, per casualità. La seconda, visto il sottotitolo I giovani al tempo della crisi, è che io giovane oggettivamente non lo sono, e quindi sarete voi a dovere parlare dei giovani e della crisi. Non sono oggettivamente giovane, mentre soggettivamente non lo sono mai stato. Perché vedete, anche quando ero oggettivamente giovane, odiavo la definizione di giovane, per cui non mi sono mai riconosciuto in quella categoria. La terza cosa è che tendenzialmente le cose le dico e magari le ripeto per molto tempo, anche affabulando. Se quindi a un certo punto mi vedeste insistere troppo su aneddoti o comunque occupare troppo tempo, voi tranquillamente toglietemi la parola.

Dirò quindi due parole su come vedo la scuola, innanzitutto dal punto di vista politico, e non su come la vedo io individualmente – perché l’individuo è un’invenzione della modernità capitalistica, dunque non bisogna rassegnarsi all’io. L’individuo non è sempre esistito, anche a scuola a un certo punto inizieranno a parlarvi di individui, voi sappiate che esiste solo da un certo momento in avanti, tra il Cinquecento e il Seicento. Prima gli individui non esistevano, e tutto sommato la loro invenzione non è stata propriamente buona. Quindi eviterò la boria di dirvi come la penso io, ma proverò a riportare le riflessioni politiche fatte insieme a vari altri compagni e alle reti di compagni (come le riviste «Machina» e «Commonware»), le esperienze politiche a cui sono stato interno e le elaborazioni che abbiamo fatto sulla scuola. Si tratta perciò di un pensiero collettivo, che ovviamente la mia posizione casuale e incidentale di insegnante mi permette di verificare, correggere, modificare dall’interno di questo ruolo.

La prima questione da chiarificare è che cos’è, davvero, la scuola. Allora, ne sentirete tante sulla scuola. Sicuramente ne avete già sentite, anche dagli insegnanti quando vi sventolano «il valore della scuola», «l’importanza della scuola». Soprattutto gli insegnanti di sinistra, con la loro concezione di una scuola idealizzata e che non esiste più o che non è mai esistita. Uno slogan molto diffuso ci dice che “bisogna difendere la scuola pubblica”. Però bisogna subito capire che scuola è questa che si dovrebbe difendere.

Mettiamolo chiaro fin da subito: la scuola è un’industria. La scuola è l’industria scolastica. È un’industria che ha un obiettivo ben preciso, quello di produrre della forza lavoro, e di produrre la soggettività di questa forza lavoro. Cosa intendo con “produzione di soggettività”? Intendo che voi, quando entrate in una scuola, venite prodotti in quanto attori che devono muoversi dentro una trama di relazioni, che costituisce la società capitalistica. Come dirò anche più avanti, la questione della disciplina e di come vi dovete comportare è fondamentale e su questo insistono parecchio i vostri insegnanti. E magari soprattutto in alcuni indirizzi, soprattutto nei tecnici o nei professionali, nelle rampognate dei prof il paragone viene fuori di continuo: «Quando vi troverete nel mondo del lavoro…», «Se già adesso fate così, pensate a cosa succederà quando vi troverete davanti a un datore di lavoro», e via discorrendo. Riassumendo, la scuola è un’industria che ha l’obiettivo preciso di produrre la soggettività della forza lavoro, ovvero un modo, oltre che di produrre, di comportarsi e di accettare le regole del gioco.

Spesso si parla di “aziendalizzazione” della scuola; ma aziendalizzazione della scuola non significa semplicemente “privatizzazione”, cioè soggetti privati che entrano nella scuola o nell’università. È sicuramente anche questo, intendiamoci: ad esempio a Bologna ci sono degli istituti che hanno le officine della Ducati, perché è da lì che vanno a pescare. Però non è solo questo, solo l’entrata del capitale privato dentro un’istituzione che prima era pubblica. “Aziendalizzazione della scuola” significa che la scuola stessa, indipendentemente dal fatto che sia pubblica o privata, deve ragionare come un’azienda. Quindi deve calcolare nei termini di input e output, nei termini dell’efficacia produttiva, dei costi-benefici, e così via.

Vi faccio un esempio. Quello che viene chiamato “preside” non è più il preside, ma un “dirigente scolastico”. Non è solo un cambiamento di definizione formale, c’è un cambiamento sostanziale. Il dirigente scolastico deve gestire la propria azienda, e deve gestirla facendo che cosa? Gestendo la forza-lavoro, facendo promozione e marketing, attirando le famiglie degli studenti, che sono “utenti”. Interviene, che so, negli scrutini finali e dice «questo utente qua va promosso perché sennò poi la famiglia è scontenta»; «questo utente qua è di una famiglia che non ci interessa più di tanto, una famiglia da cui non ne caviamo fuori molto e quindi questo qua può essere abbandonato, è sacrificabile». Quindi il dirigente scolastico è un manager, che interviene esattamente come il manager rispetto all’azienda: facendo un’analisi dei clienti.

Anche le promozioni e le bocciature non rispondono a questo fantomatico criterio del “merito”, parola che, appena la sentite, dovete spolverare le armi che avete (e vabbè, credo che non ci sia nemmeno bisogno di soffermarci sul perché il merito faccia parte del linguaggio del potere). Il rapporto tra promozioni e bocciature dipende dagli interessi di mercato che i singoli istituti hanno rispetto al territorio e alla clientela. E lo studente, oltre a essere un “futuro lavoratore”, è a tutti gli effetti forza lavoro già operante, da un lato in quanto utente messo in produzione, dall’altro in quanto comproduttori di saperi, merce centrale nel capitalismo contemporaneo.

E poi lo vedete anche voi la neolingua che si parla nell’industria scolastica. L’invasione, la diffusione, l’inflazione degli acronimi – Pof, Ptof, Pdp, Pcto e tutte queste cazzate qui. Onestamente io non ci ho mai capito niente, e per quanto mi rifiuti di capire, tutti gli altri insegnanti si ostinano a parlarmi per acronimi. Attenzione, questi termini non sono neutri. Perché si usano? Perché è molto nello stile aziendalista. Se aveste modo di sentire come si parla nelle aziende, vedreste che funziona così. Quindi persino le siglette coi puntini che si usano a scuola sono funzionali a questo processo di aziendalizzazione.

Quindi sappiate che, quando andate a scuola, siete degli operai che vanno in un’industria. Degli operai specifici, degli operai della conoscenza. Degli operai, ovviamente, collocati dentro una gerarchia di istituzioni, perché non si pretende da tutti la stessa cosa. Per farla breve, la funzione di ogni istituto cambia a seconda delle gerarchie in cui l’istituto stesso è collocato: la posizione cambia se è un liceo, se è un istituto tecnico o se è un professionale; e poi che tipo di liceo o di istituto è; e poi in che zona è collocato, se è del nord o del sud, se della città o della provincia, oppure come si piazza nel ranking, nella classifica degli istituti. Quindi la scuola funziona a tutti gli effetti come un’industria.

A questo punto, proviamo a vedere chi lavora dentro questa industria. Come abbiamo già anticipato, ci sono gli organi della dirigenza industriale, poi il personale tecnico-amministrativo e i professori. I professori sono quelle figure che riconoscete perché si lamentano sempre. Detto tra noi, questo lamento non l’ho mai capito: tutto sommato il professore fa 18 ore di lavoro alla settimana. Lo so che è un discorso che potrebbe suonare come ambiguo e che se ci fosse qualche sindacalista immediatamente si inalbererebbe; però insomma, Stachanov nel ’35 aveva altre impellenze dal punto di vista dell’orario e della fatica. Poi mi direte se nella vostra esperienza avete visto qualcosa di diverso, nella mia ciò che vedo è che i professori sono quelle figure che godono nell’esibire un supposto peso del mondo sulle proprie spalle. Io non capisco mai effettivamente che cosa facciano per ritrovarsi sulla groppa tutta questa tragedia.

Sono solito dire che non è un granché fare il professore, però tutto sommato dal punto di vista dell’orario è comunque meglio che lavorare veramente. È vero che, oltre alle 18 ore formali, ci sono i consigli di classe, gli scrutini, i compiti da correggere e le lezioni da preparare; però, ripeto, stiamo parlando di un tempo limitato rispetto a tanti altri lavori. Limitato però anche dal punto di vista del salario. Tenete conto che un docente guadagna 1500-1600 euro con scarsissima progressione di carriera, vale a dire che il salario aumenta di ben poco anche se sei lì da venti o trent’anni. Il salario è molto basso se si tiene conto che i professori sono figure che, dal punto di vista della gerarchia capitalistica, sono qualificate: ganno quantomeno la laurea e spesso non solo, perché adesso molti sono profughi dall’università, arrivano proprio con i barconi carichi dei loro titoli, cioè dottorati, master, assegni di ricerca ecc. Li riconoscete “come idealtipo” perché sono quelli più frustrati, più con la bava alla bocca, che rompono di più le palle. Quindi 1500-1600 euro, se ci atteniamo a quelle che sono le gerarchie capitalistiche, quindi il rapporto tra titolo di studio e salario, effettivamente è poca roba se lo compariamo al salario corrispondente europeo; al contempo, però, è piuttosto basso l’orario di lavoro. Quindi è come se ci fosse stato uno scambio tra salario e orario, ossia lavoro poco e guadagno poco.

Questa è stata la cosa che è stata pacificamente accettata anche dai sindacati, anzi direi sollecitata dai sindacati. Si è infatti portati a identificare non solo nel personale tecnico-amministrativo e Ata, ma anche nel ruolo del professore il “sogno” – io direi la distopia – dell’arrivare all’impiego pubblico. Nell’industria scolastica ci sono tanti Checco Zalone, soddisfatti di aver raggiunto il posto fisso: che lo si sia ottenuto facendo il poliziotto, l’impiegato delle poste o il professore, cambia poco. I sindacati propongono un mondo di impiegati pubblici, fatto di Checco Zalone e ragionier Filini, un mondo soggettivamente terrificante e di completa alienazione. Decisamente meglio la precarietà!

Succede quindi che mediamente gli insegnanti, proprio per questo squilibrio tra titolo di studio e salario, si portino dietro un carico di frustrazione che aumenta esponenzialmente se appunto arrivano dall’università, quindi se pensavano, sognavano, volevano fare altre cose e invece si ritrovano in una scuola superiore. Più si scende nella gerarchia degli istituti e si va verso i professionali, più aumenta la fissazione con la disciplina. Nei consigli di classe, l’aspetto della didattica è piuttosto marginale; si parla, fondamentalmente, della disciplina («quello ha ruttato», «quello ha scoreggiato in classe», «quello urlava» e tutte robe di questo tipo). Spesso l’insegnante non ha chiari i confini del proprio ruolo, cioè non capisce che è lì per insegnare e dovrebbe svolgere una funzione di produzione e trasmissione di conoscenza. Invece l’insegnante diventa un po’ vigile, un po’ poliziotto, un po’ assistente sociale – tutti lavori disprezzabili, ovviamente – con un’accentuazione ulteriore se di sinistra.

Mettiamolo in chiaro una volta per tutte: tendenzialmente il peggio che vi possa capitare è avere degli insegnanti di sinistra. Sono quelli più moralisti. Di fronte a un’occupazione, ad esempio, un bell’insegnante reazionario dice: «Sono contro perché c’è la legalità e c’è l’illegalità, e se c’è l’illegalità mando i carri armati e vi stermino». Il reazionario rende chiari i termini del problema, cioè la questione dei rapporti di forza: se abbiamo la forza fronteggiamo i carri armati procediamo, se non l’abbiamo scegliamo tatticamente altre strade. Sono tuttavia chiari il ruolo e il rapporto amico-nemico. Invece, cosa fa l’insegnante di sinistra? L’insegnante di sinistra è quella strana figura che innanzitutto vi dirà che non ci sono i confini di ruolo, quindi «sì, io sono insegnante, ma in fondo noi siamo un po’ amici». Non è vero. Soggettivamente mi posso collocare dentro a una classe in una maniera più simpatetica, ma oggettivamente il mio ruolo di insegnante mi identifica come controparte degli studenti. Su questo non ci devono essere equivoci o ambiguità. Questo vale anche altrove: soggettivamente ci si colloca dentro un ruolo in un modo o in un altro, ma comunque rimangono dei ruoli capitalisticamente determinati. Dentro un’industria, voglio dire, uno può avere un caposquadra testa di cazzo o un caposquadra che è una brava persona, ma è pur sempre il caposquadra. E non è che i padroni siano tutta gente con la bava alla bocca, possono essere delle bravissime persone, però non significa niente: quando si dice che sei uno sfruttatore, non è un’etichetta morale, è un posizionamento oggettivo.

Così avviene anche per gli insegnanti. Sì, se si vuole sono delle controparti particolari, essendo anche loro dei lavoratori dell’industria della formazione, però l’insegnante di sinistra cercherà continuamente di mistificare, cioè di nascondere, il ruolo oggettivo che ricopre. Quindi si siederà tra di voi, verrà vestito in modi “colorati” e via di questo passo. Ecco, di quelli lì diffidate a priori, perché nel momento dell’occupazione non vi dirà «io sono contro perché occupare è reato», no, vi dirà: «io non sono contro l’occupazione, ci mancherebbe, le ho fatte anche io, MA…». È come quando uno dice «non sono razzista, ma…», quello che viene dopo il “ma” squalifica tutta la prima parte della frase. Anche in questo caso, dimenticate tutta la prima parte della frase e ascoltate solo quello che viene dopo la congiunzione avversativa. Il prof vi dirà che ai suoi tempi si occupava, ma si occupava in modo diverso, mentre voi non siete consapevoli di come occupate, ed è quello lì che vi critica, mica l’occupazione in sé: ci mancherebbe, non è mica un reazionario! Ecco, quello lì cercate di “farlo fuori”, allontanarlo, perché aggiunge a tutte le cose che abbiamo detto prima una carica di ipocrisia moralistica veramente insopportabile.

Un’altra figura tremenda, che infesta i peggiori incubi degli studenti, è quella della professoressa. E non a caso la dico con questa connotazione di genere, dal momento che la dimensione di genere tra i professori è rilevante. Mi spingerei quasi a dire che nella scuola non vige una dimensione patriarcale, ma più che altro una dimensione matriarcale. In primo luogo dal punto di vista quantitativo: mediamente le professoresse nelle scuole sono la maggioranza o la stragrande maggioranza del corpo insegnante, fin dai tempi del libro Cuore. Da allora è entrata nell’immaginario collettivo la “maestra dalla penna rossa”, a simboleggiare la scuola come veicolo di emancipazione femminile. Però soprattutto la professoressa è quella figura che incarna, nel suo atteggiamento matriarcale o meglio maternalista, una tecnica di potere. È diverso – non meglio o peggio, attenzione, semplicemente diverso – dal paternalismo, il meccanismo del padre-padrone, del bastone e della carota. Il maternalismo non funziona così. Il maternalismo funziona accarezzandoti. La professoressa maternalista dirà: «I miei ragazzi», e li tratterà come dei figli; però dei figli ai quali, nel momento in cui non faranno quello che la professoressa maternalista vuole, dirà: «Mi avete deluso». Che è la cosa più atroce da dire ai figli, figurarsi a delle persone che non sono nemmeno i tuoi figli. E infatti, già dire “i miei ragazzi” o “i miei studenti” è terrificante: i “miei” di chi? In base a che cosa se voi avete una professoressa dovete essere i suoi studenti, o essere trattati come i suoi figli?

Attenzione, quando parlo di “maternalismo” o di “matriarcato” mi riferisco a un fenomeno che è agito spesso da donne, così come il patriarcato e il paternalismo era agito spesso da uomini; tuttavia (ed è importante da sottolineare) può assumere una connotazione che non è necessariamente di genere in senso biologico. Potete trovare degli insegnanti uomini che sono altrettanto maternalisti, ovvero che utilizzano anche inconsapevolmente questa tecnica del potere basata sull’“abbraccio”, sull’“accarezzare” e poi sul ricatto morale della delusione.

È una tra le cose più atroci, più subdole che si possano determinare in un rapporto tra insegnante e studente, e che possiamo utilizzare come angolo prospettico per osservare un fenomeno più generale e delicato. Negli anni Novanta si era parlato molto della femminilizzazione del lavoro, cioè della massiccia entrata delle donne dentro il mercato del lavoro, dentro a dei rapporti di subalternità e sfruttamento. Ora, secondo me, dovremmo iniziare ragionare anche nei termini di una femminilizzazione del potere. Per carità, non sto parlando del potere ad alti livelli, sebbene attenzione, anche lì la situazione pare che stia iniziando a mutare; ma sicuramente in alcuni ruoli gestionali ai livelli medio-bassi e sicuramente in ambiti come l’industria della formazione, della riproduzione, del mondo delle cooperative, della cura, il maternalismo e il matriarcato iniziano ad avere un peso rilevante. Sono questioni delicate, che bisognerebbe maneggiare con cautela, ma che hanno una loro importanza e dunque, prima o poi, toccherà affrontare seriamente.

La terza questione di cui vorrei parlare è quella del sapere e della conoscenza. Cioè, qual è il sapere e la conoscenza – e qua lo chiedo direttamente a voi – che viene trasmesso dentro le industrie scolastiche? Si tratta di un sapere e di una conoscenza estremamente modularizzati, trasformati in pillole, in una banale trasmissione di nozioni, che non permettono mai di affrontare i problemi aperti. Per fare un esempio, prendete la questione (verso cui ho un’avversione radicale) dei quiz e delle crocette. Per come lo immagino, un movimento di studenti che rifiutasse e iniziasse a bruciare tutte le prove o quiz a crocette, secondo me sarebbe un movimento estremamente avanzato. E invece nella mia esperienza, lo devo ammettere, molti studenti chiedono i quiz e le crocette. Per certi aspetti c’è una reciproca convenienza: l’insegnante lavora indubbiamente di meno, e anche da parte degli studenti c’è l’idea che si riesca a lavorare di meno, perché prepararsi per il quiz a crocette è più semplice e rapido che non prepararsi invece per un’elaborazione complessa. Però capite anche voi che sul lungo periodo ciò ti addestra soltanto alle nozioni, a meccanismi pavloviani, a forme estremamente impoverite del sapere. Si tratta di conoscenze che oggi ci sono e che domani non ci sono più, che ti appiccichi in testa al mattino e al pomeriggio, dopo aver fatto la prova, non ti ricordi più, come le poesie imparate a memoria alle elementari, ma soprattutto che non formano alla capacità di ragionamento autonomo. Uno studente può prendere tutti dieci con i quiz e le crocette e alla fine dell’anno non sapere assolutamente nulla, non essere in grado di ragionare su nulla.

Ovvio che qui non si sta facendo l’elogio della fatica, ma si vuole evidenziare che oggi il sapere che viene trasmesso è di questo tipo, un sapere impoverente e banalizzante perché non ti permette di confrontarti con i problemi aperti. Sempre più spesso tanto i docenti quanto spesso anche gli studenti hanno il terrore delle domande che non abbiano già una risposta preconfezionata. Alla fine, dopo la lezione, c’è la domanda e tu ti aspetti una risposta che sia vera o falsa, sì o no, la 1, la 2 o la 3. Non c’è nessuna formazione alla capacità di affrontare delle questioni che non abbiano delle risposte già predeterminate. Ma voi, che cosa ve ne fate di un sapere di questo tipo?

Poniamola, ad esempio, nei termini dell’orientamento al mercato del lavoro (per quanto non mi sia simpatica l’opzione per cui la scuola debba preparare al mercato del lavoro, ma come dato di realtà le famiglie che tirano fuori i soldi immaginano innanzitutto lo sbocco occupazionale). Se vi preparate sullo specialismo di un micropezzo di un determinato sistema, considerati i livelli e la velocità dell’innovazione attuale, quella nozione che avete appreso oggi c’è e domani non vi servirà più a niente, ed ecco che vi ritrovate immediatamente spiazzati. Tanto è vero che, nel mercato del lavoro capitalistico, le conoscenze che vengono più pagate sono quelle di chi si deve inventare delle soluzioni che non siano preconfezionate.

Mettiamola invece da un lato che a noi interessa di più: come trovare le forme nuove di lotta e organizzazione per trasformare questa scuola che non ci piace? I compagni di Kamo vi chiedono “scusa, qual è la nuova forma di organizzazione?” e vi propongono di scegliere la risposta 1, 2, 3 o 4? No, sapere sciocco. Spetta a voi inventarla, e se voi non avete una capacità di ragionamento che vi porti ad affrontare dei problemi aperti e per cui non ci sono delle risposte preconfezionate, rischiate di ripetere dei modellini che già esistono e che non vanno da nessuna parte, oppure vi trovate completamente spiazzati. Qui c’è già una traccia dell’origine di tante delle forme contemporanee di ansia e inquietudine, che vengono medicalizzate attraverso lo psicologo – per inciso, la questione degli psicologi apre un grosso terreno, che magari possiamo affrontare in seguito. Attraverso lo specialismo psicologico vengono individualizzati dei problemi che invece sono sociali, anche connessi all’industria scolastica e alla formazione. Una grossa fetta dell’ansia che viene sempre più spesso avvertita dagli studenti deriva infatti dal senso di incapacità nell’affrontare delle situazioni che non hanno già una soluzione. E dire che proprio le situazioni senza già una soluzione dovrebbero essere quelle più emozionanti, più eccitanti, più aperte alla possibilità dell’imprevisto! Laddove c’è già una soluzione, siamo fregati, perché la soluzione è quella che ci hanno già dato quegli altri. Noi invece dovremmo formarci e rivendicare di essere formati al ragionamento per problemi che non hanno risposte vecchie.

Di questi temi e dell’impoverimento dei saperi però, che io sappia, nelle scuole se ne dibatte poco o non se ne dibatte affatto. Non sono interessati i sindacati, quelli che ci vogliono trasformare in Checco Zalone e ragionier Filini. Non sono interessati gli insegnanti, che sublimano la propria carenza salariale e miseria di ruolo attraverso il riconoscimento di status, di quelli che portano il peso del mondo sulle spalle. E gli studenti? Che dite?

Insomma, io credo che al di là di tutte le questioni assolutamente legittime relative ai tagli alla scuola, ai disservizi, a quel che non funziona, porre in maniera radicale la rivendicazione di un sapere ricco sia una cosa assolutamente fondamentale. Quello lì è il nodo centrale, secondo me, della scuola.

Poi ovviamente c’è il rapporto tra scuola e lavoro. Per come la vedo io, il rapporto tra scuola e lavoro va ben oltre la questione del Pcto, come viene chiamato con l’ennesimo acronimo (non mi ricordo cosa significhi e non lo voglio sapere, una volta si chiamava alternanza scuola-lavoro, ma insomma è sempre quella cazzata lì). Comunque, per quanto riguarda il Pcto, vi dico come l’ho vista io, poi mi direte se ho compreso male. Ricordiamo tutti le mobilitazioni che hanno smosso effettivamente in avanti la situazione, lanciate a partire dai casi drammatici di ragazzi morti durante lo svolgimento del Pcto. Ebbene, io ho l’impressione che il nocciolo delle mobilitazioni vada ben al di là dell’alternanza scuola-lavoro, e che questo sia un pretesto (uso la parola pretesto con un’accezione positiva, di legittimo utilizzo di ogni mezzo).

Partiamo dall’ammettere che i Pcto (o quantomeno quelli che ho visto io) sono più delle perdite di tempo che altro. Non rispondono effettivamente al rapporto tra scuola e lavoro, sono perlopiù cose grottesche: fotocopie, corsi motivazionali, cagate del genere. I casi più tragici sono avvenuti soprattutto in alcuni istituti professionali, in cui effettivamente c’è un po’ di forza lavoro che viene presa e buttata a fare lavoro gratuito per dei padroni parassiti. Ho però l’impressione che le mobilitazioni siano in realtà partite da quello che dicevano i compagni di Kamo nella parte finale del loro intervento. Detto in altri termini, le mobilitazioni sul Pcto hanno voluto dare un lessico della rivendicazione a qualcosa che ben oltre quel tipo di linguaggio. Per dirla terra terra, io ho l’impressione che molte occupazioni sono avvenute per dire: «basta, non ce la facciamo più!». E questo non svaluta le mobilitazioni, tutt’altro! Proviamo quindi a guardare un po’ al quadro complessivo.

Prendiamola larga e riassumiamo per sommi capi gli eventi principali che avete vissuto voi. Sullo sfondo c’è una concatenazione di crisi. A occhio e croce inizia nel 2007-2008 con il crack dei mutui subprime negli Stati Uniti e il crollo di Lehmann Brothers. Le sue conseguenze hanno diverse evoluzioni sul piano globale: infatti già nel 2008 c’era il movimento dell’Onda il cui slogan era «noi la crisi non la paghiamo», e a seguire il ciclo di movimenti Occupy. A un certo punto si è iniziato a parlare di uscita dalla crisi, e di lì a poco scoppia il Covid. Quando il Covid comincia a defluire inizia la guerra. Ecco perché questa generazione qua, la vostra generazione, non ha bisogno di tanti motivi di rivendicazione, come vorrebbero i professori di sinistra, non deve preoccuparsi di stilare verbose e complicate piattaforme burocratiche. Questa generazione è fatta di giovani che appunto sono “i figli della crisi”, che sono state socializzate dentro la crisi e che non hanno mai visto nient’altro che la crisi nelle sue differenti evoluzioni.

Se le cose stanno così, il fatto che l’inizio di mobilitazione che c’è stato a gennaio (e che speriamo che sia solo un inizio e assuma degli sviluppi imprevedibili) non abbia sempre espresso una lista di rivendicazioni, non è né una sorpresa né un limite. Mi sembra che l’opposizione al Pcto sia, in qualche modo, un tentativo di tradurre in un linguaggio rivendicativo una rabbia che invece parla di qualcosa di molto più profondo, e secondo me anche di molto più radicale. E se guardiamo adesso tutti i problemi connessi alla questione della guerra, come si intreccerà questa situazione a questa rabbia? Mi piacerebbe saperlo da voi.

Come ritornerete a scuola a settembre? Probabilmente, come si dice ora con il lessico pandemico, “in presenza”: una volta insieme in classe, cosa verrà portato avanti delle mobilitazioni che ci sono state negli ultimi mesi? Come la guerra irromperà dentro la dimensione giovanile? Pensate che ci siano delle possibilità di ripresa, di nuovo inizio delle mobilitazioni a partire da settembre-ottobre? Secondo me sono queste le cose veramente importanti da discutere: la ricerca dei terreni e delle tematiche con cui rilanciare le proteste.

E a tal proposito, prima di concludere, mi limito a dire una cosa. Se posso (non dico darvi un consiglio, perché non ne avete bisogno) dire quello che penso sulla vicenda, io credo che rispetto alla guerra si debba sfuggire alle trappole del già noto.

Non solo sfuggire alle trappole mediatiche della logica dello schieramento, Ucraina-Russia, credo che ciò sia abbastanza scontato; pensavo piuttosto a un problema di fondo. Come sapete, nei decenni trascorsi, ci sono stati parecchi movimenti per la pace che si esprimevano su un terreno prevalentemente ideale. “Che bella la pace, sarebbe bello che andassimo tutti d’accordo” (mah, a dire il vero io questo non l’ho mai pensato, però si dice così). Ora, secondo me bisogna scansare quel terreno lì. Bisogna riuscire a evitare di pensare la guerra come un fatto di semplice cronaca internazionale o di buoni sentimenti. “Sto con l’Ucraina”, “sto con la Russia”, “sto con la pace”, “sto con la guerra”, eccetera.

Un tempo si diceva che bisogna portare la guerra a casa. Ecco, io credo che sia necessario proprio questo: portare la guerra a casa. Il punto centrale non è come io intervengo pubblicamente sui grandi temi del momento. Se la politica internazionale è parte di quello che noi viviamo, e se sempre di più incide nel concreto delle nostre vite, la domanda diventa: dove noi possiamo intervenire esattamente? Dove la geopolitica incide materialmente sulle nostre vite?

Capite bene, qua il problema non sarà se in inverno il termosifone funziona o non funziona nel singolo istituto, ma allargare lo sguardo fino a capire come queste questioni toccheranno i vari aspetti di tutto il nostro quotidiano: la domanda è se nelle case si potranno accendere i riscaldamenti 24 ore al giorno oppure no, come si va a scuola, con la piega che sta prendendo il costo della benzina, il carovita: ecco, sono solo alcuni dei temi materiali che si potrebbe rintracciare nella vita di tutti i giorni.

Sia chiaro, con questi finti dibattiti organizzati dalle scuole sulla questione internazionale e sulla pace si rischia di depoliticizzare i temi materiali, cioè di addolcirli e quindi ostacolare il conflitto. Per “portare la guerra a casa” e ribaltarla su chi ci riduce in questa condizione, bisogna partire individuando quanto la guerra incide concretamente sulle nostre vite, dentro e oltre la scuola. Ora però mi taccio, voglio sapere principalmente da voi cosa ne pensate.