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Discorsoni / Analisi

La «Generazione Palestina» tra razza, classe e protagonismo conflittuale

Le analisi e le ipotesi che seguono, e quindi le discussioni e le inchieste che hanno permesso di dare loro una forma – ancora in divenire – partono da quella composizione di piazza che abbiamo provato a definire come “Generazione Palestina”, che si è espressa con diversi gradi di spontaneismo, autonomia e organizzazione in particolar modo durante le manifestazioni e gli scioperi per la Palestina – ma passando anche per le importanti mobilitazioni per la morte di Ramy Elgaml – e contro un razzismo istituzionale e diffuso che si sono susseguiti dall’ottobre 2023 ad oggi con particolare partecipazione e incisività tra settembre e ottobre 2025, nella fase del “blocchiamo tutto”.

In quelle settimane, con il picco degli scioperi generali del 22 settembre e del 3 ottobre, abbiamo infatti assistito, anche nella pacificata Modena, a nuove disponibilità e livelli di conflittualità, sia in relazione alla soggettività che ne è stata l’avanguardia, sia per quanto riguarda la poca o quasi nulla sovrapponibilità tra espressione di conflittualità, per l’appunto, e organizzazioni “a capo” delle mobilitazioni. Queste ultime, in generale, sono state infatti spesso e volentieri eccedute, in termini di iniziativa, protagonismo e autonomia, da chi evidentemente scendeva in piazza e paralizzava tangenziali, porti, stazioni e autostrade non per alzare la bandiera del partito, del sindacato o del collettivo, ma per esprimere voglia di contare, rompere l’impotenza, e sfogare una condizione di profondo malessere, indignazione e rabbia a supporto del popolo e della resistenza Palestinesi e in antagonismo a un governo e una classe politica e dirigente che vedono il riarmo e quindi la guerra come unico orizzonte desiderabile.

Da qui la necessità di indagare i complessi, stratificati e spesso contraddittori legami che mettono in relazione la sfaccettata composizione della “generazione Palestina”, e in particolare le seconde generazioni che ne formano il nucleo pulsante, con questioni come:

– la profonda necessità di costruire forme e linguaggi organizzativi e di militanza più efficaci, slegati da modelli ingessati e ideologici della sinistra, tenendo tuttavia ben stretto il filo rosso della tradizione rivoluzionaria e delle lotte di classe collocate sui territori;

– il ruolo cruciale che razza e quindi razzializzazione svolgono come strumenti di produzione e riproduzione del sistema capitalistico, quindi coloniale e imperialistico;

– ricercare potenziali saperi, strumenti, legami confrontando l’organizzazione di soggettività politiche delle banlieue parigine con le periferie italiane rese fabbrica della guerra, verso una prospettiva di conflitto e ricomposizione che veda seconde generazioni e proletariato bianco uniti da una prospettiva di rottura e fuoriuscita insieme dalla catastrofe del presente, fatta di genocidio, riarmo, ristrutturazione bellica e guerra generalizzata.

– la liberazione della Palestina come catalizzatore e motore di cambiamento, anche alle nostre latitudini.

Come queste piazze ed esperienze hanno trasformato le soggettività che si sono mobilitate? Quali le loro genealogie, sedimentazioni e le possibili prospettive di rilancio e trasformazione? Che ruolo hanno razza, classe e religione nella composizione delle lotte presenti e future e nelle forme organizzative politiche del domani? Sono le domande che abbiamo posto e discusso, il 15 novembre 2025 al Dopolavoro Kanalino78, insieme ai Giovani Palestinesi di Modena e Reggio Emilia con Anna Curcio (ricercatrice militante, autrice di «L’Italia è un paese razzista», Derive Approdi 2024) e Atanasio Bugliari Goggia (autore di «Rosso Banlieu» e «La santa canaglia», ombre corte 2022-2023).

Buona lettura.

M.

I Giovani Palestinesi di Modena e Reggio introdurranno a una discussione interna e a un dibattito che abbiamo avuto con con altre realtà realtà del territorio, soprattutto con Kamo Modena, nel quale abbiamo tentato di unire i punti di analisi sviluppati partendo da quanto abbiamo vissuto nelle piazze negli ultimi due anni di mobilitazioni a sostegno della Palestina e nella campagna “Blocchiamo tutto” degli ultimi mesi. In questo modo, cercheremo di darvi la cornice entro la quale cogliere al meglio la portata politica e le ragioni del nostro interesse per i contributi di Anna e Atanasio. A nostro modo di vedere infatti, una riflessione sulle premesse, gli effetti e il senso profondo delle mobilitazioni per la Palestina deve prendere le mosse da una discussione sul protagonismo delle seconde generazioni e sugli strumenti che i militanti possono portare al movimento nascente.

S.

Negli ultimi due anni qualcosa di profondo si è mosso nelle piazze. Il tema della razza e della Palestina hanno mosso un senso collettivo che va ben oltre la solidarietà e l’indignazione momentanea. Abbiamo visto come abbiano risvegliato una generazione che non si limita ad una solidarietà passiva, ma che riconoscendo nel capitalismo il sistema fallimentare che continua a istituzionalizzare la violenza, ha preso coscienza del fatto che gli stessi autori della violenza, divisione, marginalizzazione e discriminazione che hanno vissuto nella loro esperienza diretta sono gli stessi che hanno interesse ad alimentare la macchina di guerra che occupa la Palestina.

Ma non solo: le seconde generazioni sono riuscite a individuare come nemico lo stesso sistema che crea anche un grande divario economico e sociale a livello mondiale, e che continua a giustificare qualsiasi morte di chi sta in basso, in nome di un progresso economico falso e illusorio, che riempie le tasche ai ricchi del mondo. Ciò poiché, dal loro punto di vista, questo sistema si ripresenta, anche se in scala ridotta, anche nelle loro vite e nelle loro scelte, costringendoli quindi di conseguenza a stare ai margini. Questa sistematica e radicata marginalizzazione la rivedono quindi in qualsiasi oppressione in giro per il mondo, in particolare in quella coloniale nel Sud globale. Questa nuova presa di coscienza ha posto le basi affinché la generazione che noi oggi stiamo chiamando “Generazione Palestina” inizia a riconoscersi e a pensarsi, e a costruirsi come soggetto politico conflittuale, mettendo da parte il ruolo di vittima che viene attribuita loro dalle narrazioni umanitarie e assistenzialistiche. 

E così ci troviamo oggi a ragionare sulla razza, affrontando di petto uno dei meccanismi principali con cui il potere continua a riprodurre diseguaglianze materiali e simboliche. La razzializzazione non è un’opinione o una sensibilità culturale, ma il mezzo concreto con cui si determina chi viene considerato parte della società e chi invece rimane sempre sospeso, precario e esposto. Influenza l’accesso al lavoro, alla cittadinanza, alla credibilità politica e persino al diritto di essere arrabbiati. Per molte persone razzializzate questo non è un concetto astratto, ma un’esperienza quotidiana. Lo vivono negli sguardi, nei controlli, nei rapporti con le istituzioni che li trattano come ospiti da gestire e non come soggetti politici. Guardare le mobilizzazioni di questi anni con questa lente permette quindi di capire perché proprio i giovani razzializzati siano stati tra i più presenti, i più lucidi e i più determinati: poiché essi riconoscono immediatamente nei dispositivi che colpiscono la Palestina gli stessi dispositivi che organizzano la loro vita qui in Europa e soprattutto in Italia. Senza il concetto di razzializzazione, questa lettura complessiva della vita e della società si perde. Conservandolo, tutto si allinea e acquista senso.

Questa generazione, chiamata anche Z – che a livello globale ha ribadito che non vuole più continuare a subire e che in Italia è composta da giovani delle seconde generazioni, da figlie e figli delle migrazioni, ma anche da chi si riconosce nelle battaglie che partono dal basso – sta riscrivendo i linguaggi e i luoghi della politica, dove l’identità non è fine a se stessa, ma un filo conduttore a tutte le lotte di liberazione. Si ritrova a volerlo fare con urgenza, ma non sempre con gli strumenti politici per farlo. Con le mobilitazioni per la Palestina, specialmente negli ultimi anni, abbiamo assistito e partecipato in prima persona, sia come GPI nazionale che sul territorio di Modena, a tentativi e successi di organizzazione e protagonismo inediti da parte di quella che chiamiamo “Generazione Palestina”. Questo, per forza di cose, ha generato situazioni che in passato probabilmente si sono verificate molto più raramente nei contesti politici e di piazze del nostro paese.

Abbiamo infatti potuto analizzare e vivere le dinamiche che si sono venute a creare tra le realtà palestinesi e quelle italiane, motivo di ulteriore spinta al protagonismo e al confronto, in alcuni casi anche conflittuale. A nostro modo di vedere, è una risposta alla costante tensione generata, da un lato, dalla spinta delle realtà palestinesi nel farsi portavoce in Italia della resistenza in tutte le sue forme del popolo palestinese contro il sionismo e la colonizzazione, oltre che di un’analisi di avanguardia del contesto politico del Levante, e dall’altro dalla tendenza da parte di molte realtà italiane alla pacificazione e al porsi “dalla parte dei palestinesi, ma non troppo”. Tutto ciò in un contesto, quello italiano e in particolare quello modenese, segnato da un razzismo istituzionale e diffuso, che delegittima e criminalizza sistematicamente il protagonismo politico, ancora più se conflittuale, delle comunità arabe. Per quanto riguarda le istituzioni, abbiamo ad esempio assistito all’entrata in vigore del decreto legge ex DDL 1660, fortemente indirizzato alla repressione di pratiche conflittuali, in particolare se portate avanti da quelle fasce di popolazione razzializzate.

Uno dei passaggi più importanti di questi due anni è stato capire quanto la battaglia non fosse solo nelle strade, ma anche nel modo in cui gli eventi vengono raccontati. I media italiani continuano a riprodurre narrazioni che infantilizzano i palestinesi e depoliticizzano i giovani arabi e razzializzati in generale. Parlano al posto loro, filtrano le loro parole, le rendono accettabili per un pubblico bianco e pacificato. Al contrario, la Generazione Palestina è riuscita a rompere questo schema. Ha iniziato a parlare direttamente senza mediatori e senza chiedere permesso a nessuno. Con video, reel, interventi spontanei in piazza, comunicati scritti da chi vive certe realtà sulla propria pelle. Tutto questo ha creato uno spazio comunicativo inedito dove è possibile dire ciò che per anni è stato censurato. Creare contronarrazioni significa quindi non solo rispondere ai media, ma costruire una voce collettiva che finalmente non dipende più dalla legittimazione di istituzioni e giornali che hanno sempre raccontato queste comunità da fuori.

Abbiamo quindi pensato che possa essere particolarmente prezioso il contributo di Anna – autrice di L’Italia è un paese razzista – per comprendere come il tema della razza, per molti versi accantonato e quindi da recuperare, sia stato e rimanga centrale nell’individuare i vari livelli di oppressione e disgregazione che il sistema capitalista ci impone, e ancora di più per capire come inquadrare un antirazzismo come lotta portata avanti da chi in prima persona è razzializzato, lasciando da parte quello che storicamente è stato un antirazzismo di matrice prettamente umanitaria e capitanato da una sinistra italiana bianca, spesso incapace (diciamo pure sempre incapace!) nel renderlo lotta politica, conflittuale e anticapitalista. 

Inoltre è emersa la complessità anche in termini di composizione politica all’interno della stessa comunità araba e tra le diverse organizzazioni arabe e palestinesi. Queste divergenze e increspature possono avere le cause più disparate: il paese di provenienza, la generazione di appartenenza, la stessa famiglia di appartenenza, il credo religioso, le esperienze politiche pregresse, l’appartenenza di classe. Discutere e fare analisi su questo punto è di enorme importanza se si vuole iniziare a smontare la narrazione comune e semplificante che vuole la comunità araba, o anche quella palestinese, e per l’appunto queste seconde generazioni di cui si parla, come qualcosa di omogeneo e facente riferimento a ideali comuni a tutte le persone che ne fanno parte. Attraverso il lavoro di inchiesta e vivendo le dinamiche descritte, andando quindi a sondare e comprendere quali sono le contraddizioni interne, si possono quindi ipotizzare una scomposizione e una ricomposizione di questi segmenti di popolazione in termini politici. Riconoscere le differenze è una parte fondamentale del lavoro politico, non perché ci debbano dividere, ma perché ci aiutano a capire chi siamo davvero e quali strumenti servono a ciascuna parte di questa composizione. Le differenze di classe, le storie familiari, la religione, il rapporto con la migrazione, il legame più o meno diretto con la Palestina o con gli altri contesti coloniali, tutto questo influisce sulle forme di partecipazione, di conflitto, di percezione del rischio, di priorità politica. In Italia spesso si parla di comunità araba come fosse un blocco unico. Questa è una semplificazione coloniale che cancella le sfumature reali. Analizzare le crepe, le contraddizioni è fondamentale, perché significa dare la possibilità a ciascuna soggettività di sentirsi vista e non costretta dentro a un’identità politica preconfezionata. È solo da questa complessità che può nascere una forza collettiva capace di durare.

Parallelamente alle realtà politiche organizzate arabe, specialmente negli ultimi mesi del “blocchiamo tutto”, nelle piazza per la Palestina abbiamo incontrato una componente altamente conflittuale e allo stesso tempo priva di una reale organizzazione. Se a Milano questo si è tradotto in decine di giovani che hanno portato avanti autonomamente, spontaneamente, gli scontri con le guardie a ridosso della stazione Centrale, nel contesto estremamente più pacificato della nostra città, Modena, questa componente si è comunque dimostrata protagonista nel blocco della tangenziale in occasione dello sciopero generale per Gaza del 3 ottobre. Quando si parla del blocco della tangenziale ci ricordiamo tutti che è stato in risposta a quello programmato e concordato da CGIL & co., con tempi e modalità ben lontani dallo slogan “blocchiamo tutto”. 

Ma la distanza dalle strutture tradizionali della politica, partiti, sindacati, associazioni storiche, non è un rifiuto a prescindere, è una risposta a istituzioni che negli anni non hanno saputo rappresentare né comprendere le trasformazioni reali del Paese. Per molti giovani, soprattutto razzializzati, questi spazi risultano chiusi, gerarchici, guidati da persone che non parlano la loro lingua e che non condividono le loro condizioni materiali. Questa frattura ha aperto la strada a forme nuove di organizzazioni, più orizzontali, più veloci, più legate ai bisogni immediati. La Generazione Palestina si muove con codici diversi, non le interessa riprodurre modelli del passato, vuole creare strumenti che funzionano oggi, che parlano ai margini, che sappiano trasformare la rabbia in potere collettivo. Questa distanza quindi non è un vuoto, è un terreno fertile per nuove forme di conflitto e di comunità politica.

La Palestina non mobilita solo sul piano politico. Per quanto riguarda i giovani, questa nuova generazione, mobilita anche sul piano emotivo, identitario e intimo. Per molti giovani razzializzati la Palestina non è lontana, è parte della propria storia familiare, dei racconti ascoltati a casa, delle ingiustizie subite a scuola, nelle questure, nei negozi, nelle istituzioni. Guardare la Palestina significa anche guardare la propria vita e riconoscere in quei meccanismi coloniali qualcosa che li riguarda direttamente. Questo ha trasformato le piazze in spazi di liberazione emotiva oltre che politica, luoghi in cui finalmente si poteva dire “io ci sono, io esisto, io ho una voce” senza filtri. Ed è proprio questo legame emotivo così profondo e collettivo che ha permesso a questa generazione di resistere nonostante la repressione, le criminalizzazioni e la delegittimazione continua.

Da qui l’importanza di porci domande sulla possibilità di organizzare e intercettare queste soggettività, per certi versi estranei ai metodi di fare militanza, prettamente bianchi e italiani; da qui, la necessità di indagare come rilanciare i due anni di mobilitazione e come queste piazze hanno cambiato chi le ha vissute. Allo stesso tempo, chi le ha vissute ha reso queste piazze profondamente diverse da quelle precedenti agli scorsi due anni. Tutto questo calato attentamente in un contesto in cui – in forme particolarmente impattanti sul tessuto produttivo-industriale e di ricerca universitaria, e quindi sociale ed economico del nostro territorio – stiamo assistendo ad una rapida e profonda conversione verso tutto ciò che fa riferimento alla produzione di componenti e software, volte all’uso bellico o al dual-use, con una prospettiva di guerra portata sempre più avanti.

Anna Curcio

Intanto vorrei ringraziarvi per l’ospitalità e la compagna dei GPI per il suo intervento, perché credo che abbia discusso dei temi assolutamente centrali. Dunque, mentre iniziavo a mettere insieme una serie di considerazioni che avevo fatto negli anni passati sulla questione del razzismo in Italia insieme all’editore abbiamo pensato che che fosse arrivato il momento di aprire uno spazio di riflessione e mettere a critica il modo in cui, perlomeno nei settant’anni dalla fine della Seconda guerra mondiale ad oggi, abbiamo considerato cosa sia il razzismo, come funzioni e quindi come sia andata definendosi la lotta antirazzista. Il titolo che ho voluto dare al mio ultimo libro – L’Italia è un paese razzista – provocatoriamente non ha il punto interrogativo perché penso che viviamo realmente in un paese razzista. Ciò però non perché gli italiani siano moralmente peggiori di altri, ma perché viviamo all’interno di società capitalistiche, e quindi coloniali. In altri termini, il razzismo è un elemento assolutamente costitutivo della storia del nostro paese e dell’identità degli italiani. Insomma, sfatare il mito degli italiani brava gente non è soltanto un modo per fare ammenda di colpe passate, ma il primo passo per comprendere qualcosa della realtà in cui viviamo oggi; finché non mettiamo in chiaro che la nostra società contemporanea è strutturalmente razzista non faremo mai un passo avanti nell’analisi e nella comprensione del nostro presente. Dopodiché, una volta che abbiamo assunto il razzismo strutturale della nostra società, abbiamo la responsabilità politica di scegliere di essere antirazzisti. Si apre così il problema per definizione, perché, come emerge anche dall’intervento della compagna, si tratta di capire come si debba essere antirazzisti e cosa non abbia funzionato in tutti questi anni.

Faccio un esempio diretto: io sono cresciuta politicamente negli anni ‘90 e noi, la generazione dei movimenti antagonisti, non abbiamo mai apertamente affrontato il razzismo. A tratti nemmeno lo nominavamo, come se fossimo incapaci di vederlo. Ci siamo certo occupati moltissimo di migrazioni, ma sempre con la pretesa di prendere parola al posto di qualcun altro, o di aiutare qualcuno “più sfigato” di noi. Era un atteggiamento che di fatto infantilizzava le persone migranti, che ci spingeva a trascurare la profondità del problema, e ci rendeva incapaci di affrontarlo di petto in modo radicale, ossia in vista del cambiamento sociale.

Ritengo poi vi sia un nodo irrisolto nella maniera in cui è andata costruendosi la memoria storica dell’esperienza del nazifascismo in Italia e in Europa continentale (sorvoliamo ora sulla questione della Gran Bretagna, che ha una storia e un rapporto col colonialismo diverso). Per farla breve, già dagli anni Cinquanta si può vedere come necessario per le classi dirigenti contenere il peso dell’olocausto e delle leggi razziali, ora mettendole rapidamente da parte, ora depoliticizzandone la portata considerandole faccende che riguardavano le classi dirigenti “di prima”. Dal canto suo, la lotta di liberazione nazionale e la Resistenza sono stati momenti storicamente cruciali, che hanno ridefinito la società italiana alla fine del regime fascista; ma non hanno avuto la capacità – oggi abbiamo la responsabilità di dirlo – di affrontare il problema del razzismo come un nodo politico fondamentale. Anzi, il razzismo era diventato un problema del fascismo. Fatto fuori il fascismo, finito il razzismo. La razza non veniva nemmeno nominata: né, fortunatamente, in senso biologico e eugenetico, ma nemmeno la razza intesa come razzializzazione, ovvero come condizione ed esperienza sociale determinante. Si è buttato il bambino con l’acqua sporca. Al contrario, le responsabilità degli italiani ci sono tutte, e il razzismo è un elemento specifico della nazione Italia, dell’italianità.

Partiamo da un dato: l’Italia nasce sulla frattura Nord-Sud. Se voi andate a rileggere la letteratura della metà dell’Ottocento, ossia degli anni in cui si faceva l’Italia, in mezzo agli afflati romantici per “un sol popolo unito”, ritrovate tutti i più triti commenti sulla gente del Sud Italia come “africani”. Due Italie e due popolazioni, una negroide a sud e una ariana a nord. Dopotutto, l’ideologia fascista non è nata dal niente, ma affondava le sue radici nel modo dominante di pensare l’Italia e l’Europa. L’Italia nasce sulla frattura del razzismo interno e, non a caso,  a nemmeno vent’anni dall’unificazione cominciano immediatamente le campagne di “civilizzazione” dell’Africa. Ora però, per comprendere realmente la portata del problema, occorre evitare le semplificazioni a cui spesso incorre la stampa e la letterature, diciamo, progressiste.

La colonizzazione non era una semplice faccenda di esportazione culturale o di fabbricazione del consenso interno attraverso un “altro” deforme, del tipo “noi non siamo europei del Sud, europei sfigati, perché siamo portatori di civiltà e capaci di conquiste”. No, l’elemento determinante consisteva nel conservare per il Mediterraneo una funzione di cerniera tra l’Europa capitalista, l’Europa della rivoluzione industriale che pompava commercio e denaro, e l’Africa profonda, “l’Africa nera”, descritta come metafora dell’arretratezza poiché ancora non assoggettata completamente al regime capitalista. Di modo che tutto ciò che non è immediatamente identificabile con la norma bianca capitalista diviene “altro”, diventa “male”. Si disegna una linea gerarchica, che viene giustificata anche come una linea evolutiva, con l’Europa del Nord in vetta, l’Africa al fondo, e tutti i paesi che si affacciano sul Mediterraneo in una sorta di zona ambigua, di contaminazione, considerati non del tutto “all’altezza” dei nord-europei ma pur sempre “migliori” degli africani. Bene, questo giudizio storico e questo ruolo nelle catene capitalistiche internazionali arriva fino ad oggi. Tant’è vero che, quando scoppia la crisi economica nel 2011, la stampa occidentale ha prodotto l’espressione “PIGS”, porci, per indicare Portogallo, Italia, Grecia e Spagna, cioè esattamente i paesi del Mediterraneo.

Tutto questo per dire cosa? Che intorno alle lotte del razzismo c’è l’occasione per aprire una partita che non è riducibile al rispetto per “i valori”, per le cortesie liberali, e li scavalca largamente in ordine di importanza. A mio modo di vedere, può aprirsi una nuova stagione politica estremamente seria. Con la Generazione Palestina oggi e in parte ieri con le mobilitazioni di Black Lives Matter i giovani hanno hanno scovato un nuovo spazio politico che non è quello dei militanti antagonisti dei centri sociali come me, che facevano le cose “per aiutare i poveri migranti”. No, la rivolta delle nuove generazioni razzializzate insiste su un punto ben più profondo: mostrando il vero volto genocida e poliziesco dell’Europa e dell’Italia, mettono finalmente sotto accusa la funzione di questi paesi di frontiera dell’Occidente negli equilibri internazionali, vale a dire nella riproduzione del capitalismo su scala globale. Avendo trovato il coraggio di mettere alla luce del sole da quale parte stia l’Europa nelle catene di dominio mondiali, la loro presa di parola e il loro protagonismo ci pongono davanti a delle domande cruciali. Quindi noi, noi militanti comunisti italiani e europei, abbiamo il dovere di fare un passo indietro e metterci in ascolto.

E ancora, fare un passo indietro e mettersi in ascolto non significa solo sentire un affresco di storie di vita tragiche, rischiando così di finire in un patetismo inutile e in una commiserazione che finisce per riprodurre le nostre fantasie da salvatori del mondo, ma vuol dire costruire percorsi comuni di lotta concreti. Solo mettendosi su questo piano di condivisione e complicità reale, una lotta antirazzista può diventare efficace e mettere in crisi le gerarchie del potere, ovvero del capitalismo razziale. Perché il capitalismo ha bisogno del razzismo per funzionare, sia a livello locale che internazionale – di esempi storici se ne possono fare a volontà. Quindi, affrontare il razzismo significa mettere in discussione il modo in cui funziona la nostra società, e interrompere quelle gerarchie che troppo spesso si sono insinuate nelle nostre pratiche. Detto fuori dai denti: se io, militante bianca, magari anche colta e borghese, aiuto i poveri migranti sfigati che arrivano qui senza il pane e li tratto come vittime inermi, sto riproducendo quelle gerarchie. Certo, è sacrosanta l’accoglienza, specialmente oggi di fronte ad un governo che la criminalizza, e dobbiamo continuare a rivendicarla; ma rimaniamo consapevoli che la lotta antirazzista è un’altra cosa. La lotta antirazzista mette in discussione le gerarchie anche tra di noi, e quindi impone immediatamente di costruire percorsi comuni. 

H.

Prima di passare la parola ad Atanasio, una brevissima premessa su come noi Giovani Palestinesi abbiamo letto il suo lavoro. Parlare della Palestina significa riconoscere che la conflittualità non è un rumore di fondo, ma la musica necessaria per dare legittimità politica a chi vive quotidianamente l’oppressione. In questo orizzonte, i lavori di Atanasio – Rosso Banlieu e La santa canaglia – non sono semplici studi, sono laboratori di senso, mappe che ci aiutano a leggere la marginalità non come una ferita dell’immaginario, ma come un terreno fertile da cui germoglia la resistenza. La Francia non è l’Italia e le banlieues non sono le periferie italiane; eppure, ciò che emerge da quei quartieri è un laboratorio politico che ci riguarda da vicino. I risultati sociali e politici che Atanasio ha saputo restituire ci offrono chiavi di lettura indispensabili per immaginare scenari futuri e speranze concrete per questa generazione che, in Italia, si riconosce nella lotta palestinese.

Le banlieues francesi ci insegnano che la conflittualità, quando diventa pratica collettiva, non è caos, ma è emancipazione. Non è devianza, ma protagonismo. Comprendere il conflitto in Palestina significa anche riconoscere che la resistenza di quel popolo non resta confinata oltre il Mediterraneo, ma si incide sui corpi delle seconde generazioni qui. È un dolore che non si limita ai racconti, ma che pulsa nelle vene, che si riflette negli sguardi, che trasforma la memoria in canto e ferita. È il peso di una Storia che non si può dimenticare, e che rende legittima la conflittualità con lo Stato quando necessario. Perché non si può chiedere a chi porta dentro la memoria colonizzazione di restare in silenzio.

Ringraziamo Atanasio perché riconosciamo la preziosità di un lavoro che ci permette di leggere la Generazione Palestina non come un fenomeno isolato, ma come parte di una genealogia più ampia di resistenze e conflitti: una genealogia che attraversa confini, che mette in relazione Francia e Italia, Palestina ed Europa, e che ci consegna la consapevolezza che solo attraverso un risveglio addolorato possiamo imprimere l’autocoscienza nei soggetti nascenti, possiamo costruire nuove forme di comunità politica e di speranza. 

Infine il tempo, che negli ultimi anni è sembrato scorrere impetuoso, travolgendo eventi e vite con una velocità che lascia senza respiro. Ma è impetuoso anche il tempo di questa generazione, che non conosce lentezza e non accetta di aspettare. È un tempo che brucia, che accelera, che pretende di essere ascoltato ora. Ed è proprio in questa urgenza che si rivela la sua forza politica. Un tempo che non si lascia disciplinare, che non si piega alla pacificazione, ma che si sa fare conflitto e speranza insieme, aprendo spiragli di futuro laddove sembra esserci solo chiusura. L’orologio si è rotto e l’abbiamo rotto noi. Questo è e sarà il nostro tempo. 

Atanasio Bugliari Goggia

Dunque, in primo luogo vorrei ringraziare i compagni e le compagne di Kamo per l’invito, Anna per aver fatto da tramite, e i compagni e le compagne dei Giovani Palestinesi di Modena e Reggio, perché è sempre un piacere assistere a un livello simile di discussione. Ora, prima di parlare delle mie ricerche, ci tengo a sottolineare che ho militato per moltissimi anni in Italia, ma da un po’ vivo in Svizzera, in un contesto di piena desertificazione sociale. Seguo l’Italia da lontano, partecipando qualche volta a qualche evento importante, quindi diciamo che non ho i gradi per scendere nello specifico su quanto è emerso negli ultimi mesi di mobilitazione in Italia. Piuttosto, è il vostro parere che mi interessa. Preferisco quindi dare un contributo facendo riferimento a quanto bolle in pentola nelle banlieues soprattutto perché credo moltissimo nel valore dell’inchiesta come strumento militante. Quello che però posso riscontrare sicuramente è che in tutti gli interventi che mi hanno preceduto ho ritrovato una serie di questioni che sono sul tavolo anche nei movimenti delle periferie parigine che avevo visto io: la divisione di classe, la divisione di razza, la cooptazione da parte dei gruppuscoli e dei partiti, le divisioni tra quella che era l’estrema sinistra cittadina francese e i movimenti delle banlieues, la repressione, eccetera. Pur a distanza di anni, molti dei punti più caldi sono presenti anche nel contesto che avete affrontato in queste settimane.

Detto questo, ci tengo profondamente a ricordare l’importanza, il valore politico e umano dell’opera di Emilio Quadrelli, perché se questi lavori sono stati possibili e mi hanno permesso di rientrare in collegamento con realtà di compagni e compagne in Italia è stato sicuramente grazie a lui. Nel suo ultimo lavoro – L’altro bolscevismo. Kamo, l’uomo di Lenin – ha cercato di capire dove sia oggi la classe, intendendo con essa più una forza antagonista che una porzione di reddito, ma soprattutto ha messo in evidenza un punto centrale e che condivido appieno: l’idea che, forse ormai da un po’ di anni, viviamo in una fase in cui il punto di vista della classe è sicuramente più avanzato rispetto alla capacità organizzativa che abbiamo come compagne e compagni. A mio modo di vedere è un dato certo da cui dobbiamo prendere le mosse, e che vorrei teneste presente come sottofondo anche riguardo a quello che dirò sulle mie inchieste.

I miei lavori nelle banlieues sono il risultato di una ricerca etnografica (cioè realizzata vivendo personalmente ai luoghi che si osservano, senza tenersi a distanza) concentrata nelle periferie al nord-est di Parigi. Per essere precisi dovremmo parlare di cités, cioè dei quartieri popolari all’interno di banlieues più grandi, che a loro volta presentano anche settori medio o alto-borghesi. Nella fattispecie, sono stato prima nella banlieue di Clichy-sous-Bois, dove furono ammazzati dalla polizia Bouna e Zyed nel 2005 e dove esplosero enormi rivolte, e infine a Aulnay-sous-Bois; se a Clichy ho cercato di condividere il vissuto quotidiano di questa periferia, ad Aulnay ho militato a tutto tondo nelle diverse realtà che si erano costituite durante quel periodo.

Diciamo che sono arrivato in Francia con un’ipotesi da sottoporre a verifica, ossia che quanto accaduto nel 2005 riguardasse non una specifica classe sociale, ma a tutto ciò ruota intorno, per usare un lessico antico, al lumpenproletariato, vale a dire a tutto ciò che è esterno al lavoro, i suoi residui, le sue frattaglie, i settori operai in declino, eccetera. Insomma, mi aspettavo di trovare nelle periferie una soggettività politica che incarnasse la rivolta dei senza lavoro. Invece mi sono ritrovato davanti a tutt’altro: per semplificare, l’idea che mi sono fatto è che in quel periodo le periferie rappresentassero un po’ un test per i nuovi modelli disciplinari in un momento di pesante ristrutturazione del sistema capitalista. Non a caso, le rivolte che hanno incendiato la Francia nel 2005 e nel 2007 (così come quelle che si sono verificate fino al 2023, anche se spesso sono state innescate da altre cause contingenti) esplosero proprio a ridosso di una congiuntura economica drammatica, dalla quale scaturì una crisi sociale probabilmente senza fine. Insomma, la mia ipotesi è che le banlieues abbiano rappresentato un campo di prova per le classi dirigenti in un momento di ristrutturazione del mercato del lavoro: un test per imporre nuove forme di lavoro, maggiormente precario e in molti casi de-regolamentarizzato al 100%, ma anche per verificare la capacità di reazione delle classi sociali. Poiché le periferie parigine hanno una lunga storia di lotte e di resistenza, i ceti dominanti in quella fase hanno provato a vedere queste nuove forme di lavoro potevano essere insediate in un contesto diciamo “di primo mondo”, e entro che limiti avrebbero risposto al degradamento della loro condizione.

La cosa per me più interessante da registrare fu che nel quadro di questo conflitto tra Stato e  padroni da un lato, e classe operaia delle sterminate periferie dall’altro, la posta in gioco che si combatteva in primo luogo era quella che ruotava intorno ai legami di solidarietà. Io sono profondamente convinto che quello che si giocava in quel momento nelle banlieues, cioè il tentativo di rendere disciplinata e sottomessa una classe sociale, passava anche dalla volontà di rompere quei legami spontanei di solidarietà che nel corso dei decenni hanno permesso alle lotte di prendere forma. La partita tra il potere e le periferie insorte si decideva intorno alla tenuta di quei legami nati in seno al proletariato.

Provo a fare qualche esempio concreto. Quando sono arrivato in banlieue si era nel picco del tentativo di cooptazione lanciato dal segretario di Stato del governo di Sarkozy, il progetto “Espoir Banlieue”. Era un piano messo in campo da Fadela Amara (ironia della sorte, Amara, cabila di una famiglia simpatizzante per l’FLN, era un’ex militante del gruppo femminista Ni putes Ni soumises) retto sulla tesi che la possibilità di uscire dalla banlieues e quindi di realizzarsi economicamente, fosse possibile solo abbandonandola, il che equivaleva a dire che il riscatto sociale passava dal ripudio dei legami di solidarietà.

A mio modo di vedere, tutto quello che si muoveva dentro le periferie partiva da questa guerra ai legami di solidarietà, che a loro volta riportavano la traccia di una lunga storia di resistenza trasmessa dai genitori ai figli. Quelle che allora erano la seconda generazione di migranti poteva accedere a una ricchissima memoria delle lotte agite dai propri padri e dalle proprie madri, nei paesi di origine, nei  percorsi della migrazione e infine agite quotidianamente dentro le periferie. Per capirci, i racconti dei giovani di 14-15 anni ruotavano intorno a un padre in cassa integrazione, a una madre depressa, a un fratello che aveva tentato il suicidio, al lavoro a cottimo: questo era il romanzo di formazione della gioventù delle periferie. La storia delle famiglie era la storia di una classe. E a tutto ciò si intersecavano i dispositivi della razza.

Faccio ora un rapido inciso, richiamandomi a quello che diceva anche Anna. Quando sono arrivato nelle periferie parigine, venivo da un periodo di disillusione profonda verso la militanza che avevo attraversato in Italia. Ero (e sono) convinto che una delle cause di questa crisi di militanza in Italia dipendesse dall’abbandono troppo diffuso di una visione propriamente di classe e di uno sguardo fisso sui rapporti economici e sociali. Quindi, guardare alle risposte della classe operaia francese di periferia era una questione urgente anche per quello che era il mio vissuto politico in prima persona. Con il tempo ci ho riflettuto molto, e anche con i contributi di Anna ho imparato a guardare più approfonditamente le sovrapposizioni della razza e della classe, ma gli input più preziosi sono venuti dalle esperienze apprese dagli insorti. Nelle periferie, infatti, la capacità di mettere in relazione l’appartenenza di classe e l’appartenenza di razza, in territori specifici, era un esercizio continuamente coltivato, che i militanti e gli abitanti dei quartieri portavano avanti come una priorità inderogabile.

Torniamo ai legami di solidarietà. Il dispositivo della razza e della classe si intersecavano a partire da una cornice territoriale: sia il governo delle popolazioni e quanto le forme di antagonismo venivano sempre modificate, calibrate e organizzate sulla base delle specificità di un luogo, dei suoi abitanti e degli elementi economico-sociali che lo componevano. Di pari passo, la guerra che si combatteva intorno ai legami di solidarietà aveva proprio nel territorio la variabile più importante. Per capirci, il periodo in cui sono arrivato io era una fase di gentrificazione potentissima, dove una delle lotte che portavano avanti i comitati territoriali era la difesa degli spazi, delle abitazioni e dei quartieri. Lì la gentrificazione, oltre ad un obiettivo economico consistente nella “messa a lavoro” di quartieri ingovernabili, fungeva anche da tentativo di espellere dalle periferie la memoria delle lotte e di oscurare le potenzialità di legami sociali spontanei intessuti dagli abitanti. Ma capiamoci bene, le periferie francesi non sono le periferie statunitensi.

Per esempio, io ho visto “mixité” razziale molto importante da un lato, e al contempo un’omogeneità sociale dall’altro. L’origine etnica e la confessione religiosa poteva cambiare tantissimo, ma rimanevano appartenenti a un tessuto sociale specifico, a un proletariato che spesso, soprattutto in una fase di crisi economica, tendeva a scivolare nel sottoproletariato; in sintesi, si trattava di una determinata composizione sociale che viveva di lavori saltuari con qualche tuffo nell’economia illegale dovuto alle condizioni oggettive di vita. La cosa sorprendente è che rispondeva a questa incertezza e precarietà strutturali affidandosi alla comunità locale, opponendosi a tutto ciò che pretendeva di penetrarle dall’esterno, e tale disposizione collettiva alla resistenza trovavano uno sfogo nei riot – i quali, a loro volta, potevano trovare anche un’estensione nazionale.

Dalla convergenza di questo spirito di rivolta, che nasceva da condizioni economiche non più sopportabili, e del senso di appartenenza comunitaria, che superava gli identitarismi etnici, si costruiva il terreno più fertile anche per il riconoscimento e l’immedesimazione con la realtà palestinese. Insomma, quei dispositivi di razzializzazione offrivano, quasi come una conseguenza non prevista dal governo o dalle forze di polizia, un utile gancio per la solidarietà con altri popoli arabi in lotta. Di pari passo, l’infantilizzazione di cui parlava prima anche Anna paradossalmente apriva spazio anche alle generazioni più giovani. In molti casi infatti la categoria di “giovani” viene impugnata dalla controparte, estendendola a chiunque, per sostenere che le persone che ne vengono bollate non sono capaci di ragionare politicamente e delegittimarne le rivendicazioni. Gli abitanti delle banlieues sono abituati a riconoscere questa ipocrisia, dimodoché nei cortei si trovavano accanto giovanissimi, soggetti più maturi e le strutture militanti senza che tra di essi si stabilissero gerarchie a priori.

Per come la vedo io, sta forse in questo il maggior punto di convergenza tra quanto avveniva in banlieue e la parte più innovativa e interessante delle ultime mobilitazioni in Italia, ovvero il rapporto tra gli abitanti più giovani delle periferie e le strutture militanti. In Francia c’erano un gran numero di realtà organizzate che in molti casi datavano agli anni a partire dagli anni ’90, ‘70 o addirittura ‘50, ma quando sono esplosi i riot che ho visto io queste si trovavano in un momento di profonde fratture interne, di crisi della militanza e di tendenza all’individualismo. Gran parte del lavoro politico di queste organizzazioni, oltre alla costruzione di un discorso teorico, consisteva nell’avvicinamento di nuove figure, spesso giovani. L’ipotesi a cui sono arrivato è che probabilmente in questi settori giovanili, fosse presente una fortissima coscienza di classe, ossia che non solo viviamo in una società di merda e razzista, ma che sia anche possibile trovare i responsabili e i beneficiari di questa loro situazione. La difficoltà stava piuttosto nella capacità di agire come un lavoro politico di lunga durata, quindi non non limitarsi alla rivolta di strada come risoluzione di tutti i problemi, e approdare piuttosto a una progettualità di più ampio respiro. In altri termini, il nodo della questione stava nel capire come passare dalla coscienza classe alla coscienza politica – il che significa appunto capire come coltivare l’esplosione violenta di strada delle contraddizioni in una lotta a una società che ci sfrutta e che ci porta a una guerra inter-imperialista. Ovviamente, lo sviluppo di queste posizioni era possibile soltanto attraverso il lavoro di comunicazione.

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Kultur / Cultura

Generazione Palestina. Razza e classe in Italia al tempo della Resistenza globale al genocidio

«Generazione Palestina» è quella composizione giovanile che abbiamo visto mobilitarsi, trainata dal protagonismo delle seconde generazioni, catalizzando e prendendo la testa delle mobilitazioni degli scorsi due anni contro il genocidio a Gaza e a fianco della lotta palestinese.

Si sono formate nuove militanze e militanti, collettivi ed esperienze organizzative, si sono riaccese una politicizzazione di massa e una disposizione alla conflittualità da tempo sopite, con forme inedite di protagonismo ancora da comprendere e pensare, partendo dall’organizzazione che ha caratterizzato le piazze dal 7 ottobre 2023, passando dalle mobilitazioni per la morte di Ramy Elgaml e contro un razzismo istituzionale e diffuso, fino il dirompente spontaneismo del «Blocchiamo tutto!» dell’ultimo mese.

Come queste piazze ed esperienze hanno trasformato le soggettività che si sono mobilitate? Quali le loro genealogie, sedimentazioni e le possibili prospettive di rilancio e trasformazione? Che ruolo hanno razza, classe e religione nella composizione delle lotte presenti e future e nelle forme organizzative politiche del domani?

Ne discuteremo sabato 15 novembre alle ore 16 al Dopolavoro Kanalino78 di Modena con i Giovani Palestinesi d’Italia, Anna Curcio (ricercatrice militante, autrice di «L’Italia è un paese razzista», Derive Approdi 2024) e Atanasio Bugliari Goggia (autore di «Rosso Banlieu» e «La santa canaglia», ombre corte 2022-2023), mettendo a confronto – e perché no, in contrasto – le esperienze e il lavoro di inchiesta politica maturati nelle nostre piazze, il tema sempre centrale della razza, fino alle ricerche effettuate sulla composizione politica delle banlieue parigine e sulle periferie delle città italiane.

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Kultur / Cultura

Guerra alla guerra. Rompere la pace dentro fabbrica e università della guerra

Una lunga frattura oggi attraversa il mondo.

È la linea di faglia della crisi globale, che solca Stati Uniti e Cina, Europa e Medio Oriente, portando la guerra ad essere il fatto del nostro tempo.

Il motore del profitto, sempre più in affanno, batte al ritmo del riarmo anche qui, nella pace apparente dell’Italia del governo Meloni. Soprattutto nella democratica Emilia, dove il territorio-fabbrica si ristruttura in fabbrica della guerra e l’università diventa laboratorio dell’industria bellica, legando Modena a doppio filo con Gaza.

Ma nelle pieghe di questa frattura si sta muovendo qualcosa. Le piazze per la Palestina e del «blocchiamo tutto» raccontano della necessità e della possibilità di un rifiuto di massa, diffuso, che cresce.

Con quale metodo e strumenti si può tentare, qui dove siamo collocati, di muovere «guerra alla guerra»? Lungo quali crinali e spaccature è possibile ricercare la forza e costruire un immaginario alternativo? Come organizzare, nel fermento di una nuova generazione politica, una ricomposizione sociale contro il «partito della guerra»?

«La lunga frattura», documento pubblicato da InfoAut, è il tentativo di dare pensiero e ipotesi praticabile a questa scossa: di leggere la guerra come forma della crisi capitalista, e il rifiuto della sua pace come possibilità di rottura con la catastrofe dell’esistente.

Un testo su cui confrontarsi e discutere insieme, e un invito a guardare la realtà da dentro la lunga frattura, dove, tra le pieghe e i crepacci di un tempo in movimento, c’è già un possibile altro mondo da cogliere.

Con redazione di Infoaut e Askatasuna Torino.

Sabato 11 ottobre, ore 16, al Dopolavoro irregolare di via canalino 78, Modena.

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Troppo fuorismo / Inchiesta

Aria frizzante. Un punto di vista dalla provincia sulla marea del «Blocchiamo tutto»

0. Ci sono giorni che valgono anni. Le ultime settimane, dal 22 settembre al 4 ottobre, sono state tra questi. Anche a Modena.

1. Due scioperi generali che hanno travalicato le appartenenze (o non appartenenze) sindacali e fermato, rallentato, sabotato, la fabbrica della guerra che è nel suo complesso il sistema-Italia e di cui Modena è uno dei suoi reparti più avanzati. Una composizione eterogenea e trasversale di massa e diffusa che ha utilizzato strumentalmente e pragmaticamente le scadenze di sigle, collettivi e delle più svariate infrastrutture organizzative per scendere in mobilitazione permanente. Che, capillarmente, dai territori metropolitani a quelli provinciali, su livelli di intensità variabile da territorio a territorio, ha occupato le strade, le piazze, le facoltà, le scuole, i magazzini, gli stabilimenti, le stazioni, le tangenziali, tentando di praticare con slancio e determinazione l’obiettivo del “blocchiamo tutto”. Una oceanica manifestazione nazionale che ha fatto tremare, per la prima volta, un governo di postfascisti, atlantisti e sionisti – scappati fuori Roma – a digiuno di opposizione. Per non parlare, appunto, delle imbelli, inutili e ipocrite opposizioni della Sinistra, atlantista e sionista, saltate a bordo all’ultimo – citofonare Landini e Schlein – per timore di rimanere naufraghe.

La marea dei 30 mila a Modena. Sciopero generale per la Palestina, 3 ottobre 2025.

2. L’avevamo percepito il lunedì di sciopero generale che l’aria non era più la stessa. Certe cose le senti: ti lasciano il sapore dell’elettricità in bocca. Il 22 settembre abbiamo assaporato un gusto che non sentivamo da molto tempo a Modena.

La manifestazione degli studenti è rumorosa e con numeri (circa 400-500) che non si vedevano da decenni – anche se a maggioranza liceali e con poco apporto di seconde generazioni – portati per la gran parte dal “lavorio invisibile” di un gruppo di giovani senza pregressi politici nato, più o meno spontaneamente, un paio di settimane prima, “Giovani di Modena per la Palestina”. Piazza Grande è ingrossata da lavoratori delle più disparate categorie: operai della logistica e non solo, professionisti e partite iva, insegnanti, impiegati dell’industria, tecnici, precari, operatori delle cooperative, tirocinanti, universitari, perfino i funzionari della CGIL. La manifestazione arriva a contare circa 3000 persone e si carica di un’energia che neanche i soliti, interminabili comizi al microfono riescono a spegnere. C’è voglia di bloccare davvero tutto di fronte a un genocidio trasmesso in diretta dalla Palestina e alle minacce di Israele alla Flottiglia.

Ma questa voglia non si riduce a questo, crediamo. La Palestina è simbolo e pretesto ricompositivo per forze e motivi che agiscono nel profondo delle soggettività e della composizione che si è manifestata – in primo luogo attraverso una generazione politica formatasi a partire dal primo ciclo di lotte postpandemiche del 2022, situate dentro lo sviluppo dello stato di guerra e del caos globale crescente.

La piazza viene fatta sfogare in un corteo selvaggio e liberatorio per il centro città, fino ad arrivare davanti all’Accademia militare. E qui, al culmine della forza, fatta inspiegabilmente sciogliere dai leaderini dei gruppi e sindacati che l’avevano promossa e guidata, sotto le pressioni della digos e l’indisponibilità a cogliere o solamente riconoscere il momento propizio per un “passo in più” praticabile. «Grazie a tutti, per oggi è finita qui». Molti giovani partecipanti, a grossi capannelli, sono rimasti lì, come delusi, ad aspettare un proseguimento che non ci sarà, mentre gli attivisti e i politicanti se ne tornavano a casa: «come, tutto qui? Oggi è già finita? Non si poteva fare un passo in più?»

Sciopero generale per la Palestina, 3 ottobre 2025.

3. Due settimane in cui la mobilitazione serale è stata continuativa e partecipata – gli stessi presidi che un mese prima contavano 70 persone appartenenti al ceto politico si sono visti ingrossare fino a 400-500 partecipanti spontanei di quella composizione emersa il 22 – hanno portato allo sciopero generale di venerdì 3 ottobre.

La CGIL, tirata per la giacca, per non perdere la propria base è scesa in campo con i reparti corazzati. A Modena, un servizio d’ordine imponente, 150 pettorine rosse, a collaborare fianco a fianco coi distintivi e i caschi blu. I rapporti di forza modificati impongono un accordo preventivo tra la questura e il suo omologo sociale cittadino: viene concessa la tangenziale, passeggiata dall’uscita 8 all’uscita 10, e poi via al parco Ferrari. Il corteo partito da piazzale Primo maggio è imponente e inedito per Modena: record storico di 30 mila persone. Una manifestazione di massa, popolare, composita, con tantissimi giovani. L’apporto delle seconde generazioni e delle comunità arabe è consistente. Per l’occasione, crediamo, anche i tecnici e professionali, ancora non toccati dalle proteste, si sono mobilitati.

Il corteo passa di fronte alla stazione dei treni tranquillamente, perché è impenetrabile, blindata dalle camionette dei reparti mobili e presidiata dalle truppe incordonate della Camera del Lavoro, fianco a fianco alla Polizia di Stato. Il serpentone entra infine in tangenziale, come da copione, ma è all’altezza dell’uscita 10 che, nei piani dei tristi gestori dell’esistente, qualcosa va storto.

4. Alla fine del percorso, un piccolo ma combattivo pezzo di corteo scavalca spontaneamente il guardrail passando sull’altra carreggiata vietata dagli accordi, rifiutandosi di uscire dalla tangenziale. Ci sono ragazzi e ragazze di seconda generazione a incitare, seguiti da studenti delle superiori e universitari, giovani lavoratori e più anziani con famiglia al seguito. Persone “normali” e qualche compagno più o meno sciolto. Assenti i partiti rivoluzionari, i collettivi studenteschi e universitari, le sigle nazionali dure e pure. «Abbiamo detto che blocchiamo tutto? E allora facciamolo davvero!» è la voce unanime. C’è un pezzo di composizione sociale che vuole fare DAVVERO quello che gli slogan dei militanti ripetono, senza farsi prendere in giro. È ritenuto possibile, senza troppi timori: il momento di rischiare, di avere coraggio, è ora. L’esempio della Flottiglia è lì davanti.

Eccedenze. Scavallare il guardrail. Il momento del coraggio. Blocchiamo tutto.

Il corteo è in stallo sia per la polizia sia per l’indecisione dei più a “scavallare”, nonostante quel pezzo di corteo più determinato a praticare l’obiettivo diventi progressivamente più nutrito. Il tempo di blocco si allunga, le contraddizioni arrivano fino al carro di testa, tra gli organizzatori, mentre in strada il fronteggiamento con la polizia si fa sempre più teso. Fino a che un argine si scioglie: mentre il grosso della manifestazione rientra nella compatibilità e riparte sul percorso concordato, alcune centinaia si riversano invece sulla carreggiata opposta, raggiungendo il blocco e trasformandolo in un corteo selvaggio e autonomo fino all’uscita 10 bis. Da qui, praticato il blocco con i propri tempi, lo spezzone si ricongiunge al corteo principale tra cori e battimani, accolto dagli applausi della gente. Non quelli delle burocrazie sindacali e politiche, in primis CGIL, che volevano “bloccare tutto” ciò che c’è di possibile.

5. Perché soffermarsi su un evento così apparentemente insignificante, nel racconto di queste giornate che hanno visto complessivamente ben altro livello di scontro o blocco anche solo nelle vicine Bologna e Reggio? Perché, in un contesto specifico come Modena, di tradizionale bassa conflittualità, pesantezza del controllo socialdemocratico e grande solidità di recupero sistemico delle istanze subalterne e delle spinte sociali, questa piccola forzatura non avrebbe potuto conquistare l’obiettivo del “blocchiamo tutto” fuori dalla compatibilità istituzionale e dal copione imposto dall’alto e accettato dalle organizzazioni se non fosse stata trascinata da un’eccedenza, certamente di minoranza ma non minoritaria, di composizione, capace di esprimere una forma di autonomia in nuce, una disponibilità – appunto – a “scavalcare” non solo il guardrail e la paura, ma tutte quelle barriere fatte di ritualità, schemi, appartenenze, logiche bottegaie e leaderini opportunisti riprodotte da alcuni tipi di strutture politiche e sindacali che, in tali occasioni, agiscono da tappo. Insomma, una piccola traccia, ma significativa, del cambio di passo di composizione che queste giornate hanno espresso, anche a Modena, su livelli di conflitto e di forza più avanzati da quelli dati dagli stessi militanti, attivisti, organizzazioni. Per chi sa vedere, non è poco.

Servizio d’ordine della Cgil.

6. Non possiamo sapere, a questo punto, se sia nato, o stia nascendo, un ciclo. Inteso come processo di medio-lunga durata di mobilitazione, politicizzazione, organizzazione del conflitto sociale e di classe, che eccede, rimescola, trasforma le soggettività in esso coinvolte, le identità prestabilite, le stesse organizzazioni o rappresentanze che l’hanno promosso, cavalcato, inseguito. Rovesciando – e ricostruendo – l’immaginario collettivo, sovvertendo le forme di militanza e segnando quelle di vita. Una dinamica ricompositiva e un movimento d’attacco allo stato di cose presente. Occorre andarci ancora cauti, nonostante la straordinaria potenza di queste giornate.

7. Sappiamo però che, in queste convulse settimane di tempo sospeso, non più stretto nel pugno di coloro che comandano sulle nostre esistenze, un lungo e asfissiante ciclo di immobilismo, passività, rassegnazione, che aveva galleggiato su di uno stagno di grigia depressione, si è rotto. O quanto meno, incrinato: la pace del nemico si è infranta in crepe e fratture di possibile concreto. Da cui filtra – forte, potente – aria fresca e frizzante di cui riempirsi i polmoni. È la gioia autentica, condivisa, della lotta quando è di massa e va all’obiettivo. Di riconoscersi complici e compagni in essa, spezzando le solitudini e scacciando l’impotenza. Di prendere coraggio, come i marinai della Flottiglia, e assumersi il rischio quel passo in avanti in più, come scavalcare un guardrail insieme, perché è questo il momento, e non servono altre parole se non “Blocchiamo tutto”.

Verso l’uscita 10 bis.

8. E adesso? Come tenere aperta, dare continuità e allargare questa frattura da cui ha spirato un vento che ha scompigliato tutto e tutti? Attraverso quali forme sostenerlo, potenziarlo, farlo crescere più forte contro il governo e la fabbrica della guerra, del genocidio, dello sfruttamento, senza imbrigliarlo sui mulini del nemico che si chiamano Sinistra, delega, pace (per chi comanda), o lasciarlo spegnere nelle stanze chiuse della competizione sindacale, delle parrocchie di partito, delle botteghe di Movimento, del mercato delle vacche delle strutture? Funziona ancora lo strumento “assemblea di collettivo/partito/movimento” con una composizione che, almeno in questa prima fase, non ha riempito le fila dei vari gruppi militanti ma le piazze, i cortei, intesi come evento a cui partecipare, esperienza da vivere, in cui esserci, in cui imporre una propria autonoma presa di parola e decisione? Da dove può passare il ruolo dei militanti, la costruzione di un immaginario desiderabile, la formazione di controsoggettività negli spazi e nei tempi aperti da queste settimane? C’è tutto un cantiere di inchiesta, conricerca, scienza dell’inaspettato e immaginazione organizzativa da aprire, insieme alla necessità di intelligenza collettiva condivisa, di discussione franca e di produzione di punto di vista, oltre che di pensiero, forte.

9. Mossi più da domande che da certezze, con punto di vista parziale, per ora qui ci fermiamo.

10. «Si deve ricercare la pace quando la si può avere; quando non si può, bisogna cercare aiuti per la guerra». Thomas Hobbes, De Cive, 1642.

Di questo discorso e di cosa lo precede rimandiamo all’incontro dell’11 ottobre con la redazione di Infoaut e con i compagni di Askatasuna Torino per discuterne, a partire dalla presentazione del documento «La lunga frattura», al Dopolavoro di via canalino 78, a Modena.

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Discorsoni / Analisi

Senza dargli pace

In un mondo che scende sempre più in guerra, il problema che si pone è come rompere la pace che l’ha prodotta.

«Senza dargli pace».

È l’indicazione di metodo che ci consegna la lunga tradizione di lotta degli oppressi nel difficile movimento a farsi classe, tra sviluppo di autonomia e costruzione di organizzazione. Dalla Palestina che indomita resiste, alle metropoli e territori della crisi resi fabbriche e laboratori della guerra mondiale.

Lungo quali fratture e con quali strumenti si può tentare, qui e ora, di muovere «guerra alla guerra»? Come si struttura, nel fermento di una nuova generazione politica, il campo di battaglia della classe tra razza e nazione?

Una serie di incontri per mettere a dialogo inchiesta e militanze politiche, formazione e mobilitazione, territori e generazioni, intelligenze collettive ed esperienze pratiche, riprendendo e intrecciando il filo dei precedenti cicli «Militanti» (2023), «La fabbrica della guerra. Modena nel conflitto globale» (2024) e «La fabbrica della guerra. Geopolitica e lotta di classe nella crisi di sistema» (2025).

Non serve raccontarci quello che ci piace ascoltare. Serve quello che ci permette di capire, e quindi di agire, quando le brutture di questo mondo capitalistico sembrano sopraffarci. Per rovesciarle in opportunità di conflitto e sovvertirle in occasioni di rottura.

Segnatevi luogo e date, a breve maggiori informazioni.