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Discorsoni / Analisi

R. Sciortino, S. Cacciari – Punti di condensazione. La guerra, i media e il «secondo populismo»

«S’i nel mondo ci fosse un po’ di bene» avremmo, come ricetta per l’avvenire, la chiave per una ricomposizione di classe facile, coerente, pulita. Soprattutto in linea con i precetti, i desiderata, i pregiudizi e gli automatismi dei ceti politici (quali?) e intellettuali (dove?) di sinistra, e della loro sinistra ideologia. Saremmo già bell’è pronti, bandiere rosse al vento – o nere, o arcobaleno, scegliete voi al mercato delle identità il vostro pride – e via andare. Ma gli ultimi cicli di mobilitazioni sociali ci hanno ormai definitivamente abituato ad aspettarci qualcosa di ben più complicato, sporco, contraddittorio – ambivalente. Un “guazzabuglio” di soggetti sociali, con un diverso grado di internità alle categorie che usiamo per dare senso e orientarci nel caos del presente – sia di ordine sociale che geopolitico, e i due livelli sono collegati – di cui è difficile sciogliere i nodi. Linguaggi incomunicabili, comportamenti ambigui, potenzialità abortite. Bravo chi ne viene a capo. Ce lo siamo detto tutti.

I feticisti dello spurio e dell’ambivalenza a tutti i costi, così come chi considera il “casino” una maledizione esclusiva di questa fase storica e di questa composizione di classe, se ne stiano a distanza: non siamo noi quello che fa per voi. Non c’è da scandalizzarsi, né da applaudire. Davanti alla realtà concreta, la critica morale di ciò che non si conforma a quello che vorremmo e l’elogio di quello che ancora non c’è portano a ben poco. Occorre, invece, analisi concreta. Come ci stiamo dentro a questa realtà – nello specifico alla guerra, che sta informando il prossimo futuro? Quali lenti e strumenti dobbiamo usare, e quali buttare via? Che uso ne facciamo delle faglie, delle contraddizioni, delle ambiguità che ci stanno intorno e ci determinano? La domanda è politica, non analitica.

Al termine di una densa giornata di riflessione collettiva (quella del 2 aprile a Modena), partendo da questi interrogativi Raffaele Sciortino e Silvano Cacciari ci offrono spunti per affrontare i torbidi del medio periodo. Senza dare ricette, i due interventi ipotizzano domande politiche e passaggi di testimone intorno ad alcuni punti di condensazione – ruolo dei ceti medi, forme del “secondo tempo” populista, enigma della composizione giovanile, precarietà del consenso alla guerra. La trascrizione che segue, la conclusiva di questa serie, apre a una traccia di ricerca militante che dovrà necessariamente proseguire. Il lavoro non manca. Che sia per far saltare la baracca, almeno della nostra assuefazione allo stato di cose presente.

 

Domande:

Potreste dirci qualcosa in più sul crollo della filiera del nichel?

Dal momento che si è parlato di disancoraggio del dollaro nelle transizioni economiche più rilevanti su scala globale, cosa prospetta un ipotetico passaggio verso lo yuan da parte dell’Arabia Saudita per la vendita di petrolio?

– Notoriamente in Francia si era visto nei Gilet Gialli l’emersione, in un primo momento, di un conflitto legato a una materia prima (il prezzo del carburante) e che di lì a poco si è esteso a lotta, diciamo così, per il “potere d’acquisto” e il costo della vita in generale; ma che si è incagliata su di sé e che poi è finita. Nell’ultima fase era rimasto perlopiù un “cittadinismo dalla voce grossa”, una rivendicazione di riconoscimento come “società civile autentica”. Insomma, quella stagione di lotta di ricompositivo aveva certe cose, altre meno. Passando a noi, in Italia c’è qualche lotta sulla circolazione? È possibile anticipare quali possano essere gli ambiti e i contesti in cui un processo di ricomposizione legato alle lotte all’interno della circolazione può presentarsi? Come immaginare l’eventuale mutare della conflittualità sociale nelle lotte sulla circolazione di beni materiali?

Negli interventi si è parlato di primavere arabe, di quantitative easing, e quindi di inflazione. In questo periodo spesso si è parlato della possibilità di un nuovo Volcker Shock, o comunque di strategie basate sull’innalzamento violento dei tassi di interesse. C’è la possibilità che si ripeta qualcosa di simile a quello che è avvenuto negli anni Ottanta, considerando gli effetti che hanno avuto – in particolare sul Nordafrica – alcune manovre finanziarie degli ultimi decenni promosse dalla Federal Reserve e da istituzioni simili?

 

Raffaele Sciortino:

Io partirei da una brevissima riflessione su quello che diceva Silvano, perché, come dire, mi ha risolto un problema sul quale mi sto un po’ arrovellando. In questi giorni sto lavorando appunto nello specifico sullo scontro tra Stati Uniti e Cina. Giustamente tu Silvano parlavi di “previsione e imprevedibilità” le quali, anche se non si sovrappongono, si accompagnano alla ristrutturazione tra ordine e caos. Ovviamente è sempre difficile giudicare il presente dal presente e ancor più il futuro dal presente, ma questa dinamica oggi cosa comporta? Comporta che nella fase attuale, dove sappiamo che si sta sconvolgendo l’ordine globale ma non sappiamo dove si sta andando, tutto ciò mette in discussione la capacità analitica e di azione delle strategie dei grandi attori.

Faccio solo due esempi riguardo ai grandi attori statali, partendo dagli Stati Uniti. Allora, se noi andiamo a riprendere per esempio il testo di un democratico, Brzezinski, La grande scacchiera – un libro del 1997, cioè nel pieno della riflessione a cavallo tra crisi definitiva del socialismo reale e impantanamento dell’Unione Sovietica in Afghanistan da un lato, e inizio della globalizzazione e la cosiddetta terza ondata di democratizzazione dall’altro – lì c’era addirittura scritto che in caso di scontro la Russia in Ucraina sarebbe stata destinata a impantanarsi ancora una volta, e che quindi gli Stati Uniti avrebbero dovuto fare tutto il possibile per favorirlo. Per di più prevedeva (adesso non ricordo bene i dettagli, ma non è questo il punto) che tra il 2005 e il 2015 l’Ucraina sarebbe stata inclusa nell’Unione Europea, il che vuol dire automaticamente nella Nato. In un certo senso si veniva ancora da un certo format mentale, da una condizione politica in cui era possibile stilare delle strategie e quindi in qualche modo tener conto di un certo buon livello di prevedibilità (almeno per le linee di tendenza generali) e lì innestare i propri interventi.

Ora noi, nel 2022, vediamo che Brzezinski aveva perfettamente ragione. Alcune pagine sono illuminanti. Però le conseguenze del conflitto ucraino sono molto più devastanti, o perlomeno più imprevedibili di quello che aveva preventivato la strategia statunitense durante il declino del socialismo reale.

Questo per dire che cosa? Che in certe condizioni storiche le strategie, se ben congegnate e promosse dagli attori potenti, hanno una certa presa. Per dirla con Machiavelli, la virtù ha la meglio sulla fortuna. Dunque, la nostra domanda di fondo è: ma non è che stiamo andando verso una transizione, da un assetto a un altro tale per cui la leva della strategia – ciò che gli americani chiamano la grand strategy – ha meno impatto sul reale? E che quindi, detto in altri termini, la virtù diventa molto più debole della fortuna, delle condizioni oggettive, del caso, dell’imprevedibilità?

Penso in primo luogo alla difficoltà degli Stati Uniti a elaborare una grand strategy nei confronti della Cina per i motivi che diceva Silvano e più in generale per quella contraddizione a cui mi richiamavo prima (riassumibile nell’“abbiamo bisogno della globalizzazione, però la dobbiamo rompere”, e nel frattempo il giocattolo rischia di rompersi per davvero). Oppure pensiamo a come la strategia statunitense sui microchip contro la Cina dovrebbe prevedere – almeno nei piani varati da Biden a tavolino – un sostanziale reshoring, un rientro delle produzioni dei microchip più avanzati da Taiwan e dalla Corea del Sud agli Stati Uniti. Ma questo comporta investimenti talmente enormi per cui non si sa se gli stessi Stati Uniti siano in grado di vararli e comunque nella transizione si genererebbe una sovracapacità mondiale (quindi una diminuzione della profittabilità e via discorrendo) i cui effetti sono assolutamente imprevedibili. Lì puoi innescare, ma non puoi governare. È solo un esempio, ovviamente, ma per dire che la grossa domanda è quanto valgono le grandi strategie degli attori principali (non parliamo poi degli altri) in una fase che potremmo aver imboccato.

E questa questione fa il paio con una seconda: se la struttura del capitalismo globale, o per dirla in termini più marxisti, l’imperialismo si è trasformato in questo modo – inedito, tutto sommato, sia rispetto all’imperialismo su cui riflettevano a inizio Novecento Lenin e compagni, sia rispetto al neocolonialismo post Seconda guerra mondiale e post Bretton Woods –, allora è evidente che le categorie della politica, in principal modo “destra” e “sinistra”, saltano. Non sono più adeguate a comprendere, e tantomeno a intervenire, sul reale.

E qui arrivo alle domande. Nuovo Volcker Shock? Rimanda al problema dell’imprevedibilità e della difficoltà di fare strategie con un minimo di ricadute volute, che in qualche modo superino o compensino gli effetti non voluti. Infatti, considerando quel che è costretta a fare la Federal Reserve per andare contro l’inflazione all’interno degli Stati Uniti, ma più in generale avendo inflazionato il dollaro in tutti questi anni di quantitative easing, a un certo punto avrà bisogno di riattirare capitali e quindi di alzare i tassi. Però, la conseguenza prevedibile e non voluta è quella che diceva Silvano: poiché si è così ingigantita la bolla del capitale finanziario speculativo, alzare i tassi vorrebbe dire una correzione in borsa tremenda, fino a sconvolgere il mercato delle obbligazioni. Già ne vediamo i primi segnali. Nel 1979-1981 è stata una strategia vincente e sebbene non fosse ovviamente del tutto calcolata e pianificata a tavolino, in qualche modo agiva su alcune variabili; mentre oggi le variabili sono molto più numerose e i loro effetti sono contraddittori reciprocamente. Dunque per gli stessi Stati Uniti diviene più difficile usare questa “opzione nucleare” dell’aumento dei tassi per riattirare capitali e scaricare la crisi sull’Europa e la Cina, cosa che peraltro hanno già tentato durante la crisi dell’euro del 2010-2012. Quindi, probabilmente assisteremo a uno stop and go, a un fermarsi e riprovare, nell’ottica che diceva Silvano di tentare di sterilizzare, di limitare gli effetti della crisi, senza alcuna garanzia di successo.

Rispetto invece alle lotte sociali sulla circolazione, non ci ho pensato nei termini di un settore specifico. Secondo me il problema è da porre in termini più generali e più strettamente politici, cioè ripercorrendo (ma non c’è il tempo per farlo adesso) la dinamica delle lotte sociali in Occidente dopo il 2008, e sostanzialmente il tema del cosiddetto momento populista. Quella fase si è chiaramente esaurita, la crisi pandemica ha divaricato i soggetti che in qualche modo erano confluiti in maniera differenziata sulle due sponde dell’Atlantico dentro una mobilitazione (anche solo di opinione e non d’azione, come i Gilets Jaunes) che a sua volta era confluita dentro il cosiddetto momento populista inteso sia da destra che da sinistra, se vogliamo ancora utilizzare queste categorie. Il campo si è definitivamente divaricato. Già prima della pandemia la stessa Unione Europea, recependo la spinta italiana di un minimo di mutualizzazione del debito, da un lato ha in qualche modo spuntato le armi del sovranismo antieuropeo, dall’altro ha dovuto fare proprie alcune richieste che provenivano proprio da quelle spinte populiste o neopopuliste, o come vogliamo chiamarle. Durante la crisi pandemica, i due settori principali – una piccola borghesia e un ceto medio in crisi da un lato, e spinte puramente proletarie ma senza voce e senza rappresentanza dall’altro – be’, queste due linee si sono divaricate.

Ora, la crisi ucraina con tutte le ricadute che dicevamo prima, potrebbe generare degli effetti su questo contesto, soprattutto in Europa. Negli Stati Uniti la situazione è più complessa: teniamo conto che Biden all’interno è profondamente zoppicante, presumibilmente perderà di brutto le elezioni di midterm di novembre e il trumpismo può riprendersi, anche se non sarà il trumpismo del 2016-2017. Per quanto riguarda l’Europa, la cosa interessante è che se noi probabilmente potremmo avere una ripresa di conflitti sociali o comunque di istanze sociali a partire dalle ripercussioni della crisi ucraina – e, a catena, della crisi energetica, dei prezzi, della trasformazione green e via discorrendo, le quali, come diceva giustamente Silvano, ricadranno sulla gente comune –, ebbene tale ripresa di conflittualità sociale potrebbe vedersi accompagnata da una nuova richiesta, diciamo, “sovranista”. Questa richiesta sovranista però, a differenza dalla fase precrisi pandemica, potrebbe connotarsi in Europa in senso più esplicitamente antiamericano. Perché?

Perché sostanzialmente agli occhi di questi strati sociali (e lo vediamo già oggi dai sondaggi in Italia su chi non vuole mandare armi in Ucraina, chi non vuole spendere per il riarmo e insomma, su chi rischia di perderci da questa crisi) diventa sempre più evidente che la strategia statunitense dell’attizzare e continuare il conflitto in Ucraina comporta per l’Europa spaccature, crisi, deindustrializzazione, eccetera. Quindi se (ed è un grande “se”) scatterà una mobilitazione sociale, un conflitto o quantomeno un grosso scontento, io credo che in qualche modo il sovranismo si ripresenterà in forme mutate, con una connotazione non tanto antieuropea, quanto più esplicitamente antiamericana e più declinato verso le classi lavoratrici, le classi proletarie, diversamente da quanto è avvenuto nel primo momento in cui il proletariato c’era, ma era silente, e a dar voce erano i ceti medi in crisi e la piccola borghesia.

Sinceramente più di questo non mi arrischierei a dire, se non una cosa sola: sarà molto importante come si piazzeranno i giovani. Perché?

Perché durante tutta la globalizzazione ascendente e ancora nella fase dopo il 2008, gran parte della gioventù (in Occidente e in Europa nello specifico) il messaggio che ha ricevuto a grandi linee è: «possiamo farcela», «siamo ceto medio in formazione». Questo vale anche per dei giovani e per degli studenti perfettamente proletari che non avranno mai nessuna possibilità di riuscirci, e ciononostante al fatto di essere giovane e studente è stato equiparato il fatto di avere un capitale nella propria intelligenza, un capitale che si può spendere individualmente sul mercato e che quindi ti può far accedere al ceto medio. Che poi, guardate, non è così distante dall’illusione che hanno avuto le masse ucraine rispetto all’Occidente e all’Europa, e che ha portato alla tragedia che abbiamo sotto gli occhi.

Sarà dunque molto importante come si collocheranno i giovani, e su questo pende veramente un grosso punto di domanda, perché mi sembra che propendano oggi per un certo realismo e sono consapevoli della gravità della situazione e del problema; ma per ora questo realismo, a differenza di quello machiavelliano, è più un realismo dell’accettazione dell’impotenza che non della trasformazione. Le cose, però, potrebbero cambiare.

 

Silvano Cacciari:

Allora, mi tocca fare un po’ la pastorale e la benedizione degli astanti tipico di una chiusura rituale. Mi limito a un paio di osservazioni, spero incisive, e partirei da una premessa.

Io non sono un economista. Figuratevi, il corso che tengo è di antropologia filosofica, e questo fa già capire la crisi di una disciplina. Ora, per avvicinarsi a qualcosa di sensato sul piano antropologico oggi bisogna cominciare, a mio avviso, a scavare sul grande mistero del denaro, e di lì si hanno risposte anche un po’, come potremmo chiamarle, “inaspettate”.

Per quanto riguarda la questione del nichel, mi ero trovato tre compagnie di trading (di cui onestamente non mi ricordo il nome, però sono un bravo ragazzo e me le ero segnate negli appunti, e nel caso le farò avere ai compagni modenesi, ma non è quello il punto) e c’ho anche un bel grafico che fa notare la crisi di questo soggetto finanziario. Il bello è che si legge molto bene, fa così [mima un aereo che precipita] e i grafici che fanno così li trovi in due momenti della vita: i fumetti di Paperino o le crisi di Wall Street.

Ripreso da https://codice-rosso.net/nichel-e-russia-sai-che-guerra-finanziaria-ti-aspetta

Alla domanda successiva io risponderei con un criterio di metodo. Le due tesi all’ordine del giorno sono o la sostituzione del dollaro come principale divisa internazionale, oppure una coabitazione conflittuale tra moneta americana e moneta cinese con deperimento dell’euro; però stiamo attenti anche a dove queste tesi circolano. Che voi ci crediate o no, attualmente sono molte le testate speculative che scommettono sulla sostituzione del dollaro. Però quando ci scommettono le testate speculative starei molto attento a dare previsioni così secche, perché la speculazione notoriamente segue la volatilità, che nella fattispecie significa inseguire i momenti in cui si fanno soldi investendo e scommettendo contro il dollaro, e poi i momenti in cui magari se ne fanno continuando a scommettere a favore del dollaro. Quindi me la tengo come domanda, perché se devo dirla fino in fondo, ci sono dei segnali contrastanti e questa potrebbe essere tranquillamente una guerra che fa compiere al dollaro lo stesso destino che poi ebbe la sterlina tra la Prima e la Seconda guerra mondiale, così come potrebbe essere (e ho letto analisi che ritengo altrettanto attendibili) un momento di conferma della forza del dollaro per un’altra trentina d’anni ancora. I conflitti servono a sciogliere il nodo nell’una o nell’altra direzione.

Il problema della Volcker Rule è già stato risposto, e a mio avviso in maniera esauriente. Quindi è inutile che mi metta a chiosare, e mi soffermerei piuttosto sulla questione del trasferimento di capitali. Cos’è avvenuto nell’ultimo mese? È abbastanza semplice. Basta andare un po’ su internet, senza nemmeno una grossissima preparazione tecnica, si cerca di capire come è andato il Dax, come è andata la Borsa di Londra, come è andata la Borsa di Parigi e poi come è andata Wall Street. Be’, vedrete che se c’è qualcuno che ha guadagnato in questo mese è Wall Street e se c’è qualcuno che ha perso sono le borse europee. Questo, lungi da voler fare un ragionamento complottista, non vuol dire che sono le borse ad aver scatenato la guerra, ma un’altra cosa: che una delle esigenze insite della politica monetaria americana per adesso è stata naturalmente trascinata dal mercato.

In soldoni, il mercato ha cominciato a dire “c’è la guerra, spostiamoci verso gli Stati Uniti”. Tuttavia rimangono aperti degli interrogativi anche su questo piano, perché se Wall Street deve tenere questo ruolo di catalizzatore dei capitali, è evidente che i bond governativi (a due, a cinque, a dieci, a trent’anni) devono reggere. Questo è il primo elemento. È anche abbastanza evidente che comunque l’economia americana in qualche modo deve andare avanti. Se questa tendenza continua (e ci sono diversi analisti che dicono, e io condivido, che la crisi europea non sia una grossa preoccupazione per l’economia americana), allora è evidente che uno dei nodi della crisi americana, cioè la capacità di attirare capitali (e quella delle borse formali e informali americane è comunque considerevole) terrà. Probabilmente sarà uno di quei fattori capaci di fornire una comprensione della crisi. In caso contrario, chiaramente, la faccenda sarà completamente diversa. A ogni modo, da un punto di vista politico si sono oggettivamente creati due blocchi, uno attorno agli Stati Uniti (che ha ovviamente i suoi elementi di contraddizione e conflittuali) e uno attorno alla Cina-Russia (che per ora raccoglie il 60% della popolazione mondiale, e anche questo è carico dei suoi aspetti di contraddizione).

Per chiudere, mi sento anche io di dire una cosa sul piano politico. Ve lo dico chiaramente: se ci sono dei fenomeni che si sono manifestati negli ultimi cinque anni e che sono evidenti, sono quei fenomeni che nel lessico socioantropologico si nominano con la categoria di anomia, cioè di profonda sfiducia nelle istituzioni. Guardate, l’alt right in America e la popolarità di questo genere di mondo con i processi di anomia ha molto a che vedere, e in Italia il movimento novax ha toccato elementi che appartengono (o appartenevano) al mondo antagonista proprio perché parlava il linguaggio dell’anomia e quindi dell’opposizione alle istituzioni. L’anomia, infatti, ha aspetti profondamente conservativi e altri invece, diciamo, “innovativi”.

Ora se uno, in questo contesto, vuol far politica (politica eh, perché poi si possono fare tante altre cose: si può far morale, si può far giudizi etici, e così via), ovverossia cercare una ricomposizione sociale, una ricostruzione dei rapporti di forza e dare perfino qualche sconfitta significativa al nemico, una cosa se la deve proprio scordare: certo, deve avere ben chiaro cosa sta accadendo a livello globale, ma non pretendere di azzeccare un fantomatico mega equilibrio sociale-economico-politico in Russia, in Ucraina, nel mondo, a livello dell’Unione Europea e dio solo sa dove.

Io purtroppo ho visto persone non solo che stimo, ma a cui voglio un gran bene, che si sono già buttate in questo tipo di fantasticherie, cioè cercare un qualche documento che poi si diffonde, che lancia un forum civile, da lì l’incontro a livello europeo di non si capisce chi, per costruire un immaginifico racconto dove tutto quadra e dove tutto torna a uno stato di equilibrio e di fratellanza. Io, a un carissimo amico, l’ho detto: ti voglio bene, auguri, ma ti farai del male.

E allora, come si può fare qualcosa? Essendo io un vecchio provocatore (cioè, vecchio no, però provocatore sì), starei attento al fatto che il trofeo è ben visibile. C’è un solo elemento su cui si regge questo cavolo di consenso alla guerra, così come c’è un solo elemento fragile su cui si regge l’equilibrio istituzionale: sono i mass media.

Ve lo dico chiaro e tondo: nel momento in cui riesci a delegittimare il comportamento dei mass media sulla guerra salta l’equilibrio istituzionale. E dunque, cosa veramente di meglio che rovesciare tutta questa cloaca fatta di anomia, insoddisfazione, risentimento e, perché no, senso dell’ingiustizia? Essendo il rancore diffuso un mero dato di fatto, tanto vale rovesciarlo sull’unico bersaglio – i  mass media appunto – che ci permette di far saltare il nostro equilibrio sistemico. Il resto, francamente, non conta. Ovviamente non si può cercare di risolvere delle crisi globali che sono molto più grandi di noi; però si può sfruttare in senso tattico gli squilibri del piano su cui possiamo effettivamente intervenire. Il punto fondamentale – a mio modesto parere, per carità d’ Iddio – ­è questo.

Perché ragazzi, anche se ci fosse il Social Forum di vent’anni fa (e sinceramente abbiamo già dato, sia a livello personale ma anche come esperimento politico), non ci sarebbe comunque la forza per impedire lo sviluppo di un conflitto. Si tratta, da un punto di vista tattico, di riuscire a fare danni sul piano sistemico nel momento in cui il piano sistemico è in grave crisi verso la guerra. Questo.

Detto ciò, io non vi sto parlando di soggetti, non vi sto facendo una sociologia di alcune figure precise e non perché mi sfugga, ma, non a caso, ho detto “rovesciamo la cloaca”. Questa società, nella ristrutturazione liberista degli ultimi anni, ha prodotto tanto di quel risentimento per cui la gente non riesce neanche a sodalizzare e questo lo sappiamo benissimo; e allora cerchiamo produttivamente di rovesciare quel liquame che è stato prodotto – e del quale noi facciamo oggettivamente parte – verso un obiettivo ben preciso, quello che legittima questo sistema che abbiamo descritto oggi, cioè i mass media generalisti. Se la cosa è fatta bene, c’è pure da divertirsi.

 

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Troppo fuorismo / Inchiesta

Che cresca una generazione pronta a spazzarvi via

Gira un video, da ieri.
Centro di Modena, via Emilia, sotto i portici.
Due pattuglie di Polizia fermano un ragazzino, un minorenne. Non si sa perchè, non si sa per come. Ma sono in quattro a prenderlo con la forza. Intorno qualche passante, altri ragazzini, forse suoi amici, paralizzati dal panico.
I quattro energumeni di via Divisione Aqui gli mettono le mani addosso, lo bloccano, gli storcono le braccia. Lui urla, cerca di divincolarsi, gli fanno male. Lo trascinano verso la volante, violentemente, in quattro contro uno. Chi fa il video chiede spiegazioni a un poliziotto. «Lo lasci stare! Cos’ha fatto? Non ha fatto niente! Perchè lo state portando via?» Cercano di allontanarlo. «Lo state menando! Lo state menando! Ha sedici anni, lo state menando!» Si vede del trambusto. Il ragazzino è spinto dentro la macchina della polizia, probabilmente a calci e pugni. È portato via, mentre i poliziotti non rilasciano dichiarazioni.
Un fotogramma del video del violento fermo del ragazzo minorenne in via Emilia centro, Modena. «Non aveva i documenti».
Oggi. Piazza Grande. La testimonianza raccolta da sua madre.
Hanno fermato mio figlio. Aveva lasciato i documenti a casa. È uscito dalla questura con la faccia gonfia. «Mi hanno pestato». Un occhio nero, lividi sulle braccia e sulle spalle. Al Pronto soccorso quindici giorni di prognosi.

https://www.youtube.com/watch?v=z0bCE-I9_b8

A Modena la violenza poliziesca di una questura fuori controllo dilaga. Il governo, sfruttando la pandemia, non ha fatto altro che lasciare ancora più carta bianca, ancora più impunità.
Amicizie tra digos e padroni e scioperi repressi con teste spaccate, lacrimogeni e denunce a centinaia di operai come a Italpizza.
Una strage nel carcere di S.Anna a marzo ancora senza una verità se non quella di 9 morti, tutto insabbiato.
Pestaggi sotto casa durante il primo lockdown in centro.
Decine e decine di tifosi costretti fino ad oggi ad affollarsi per firmare inutilmente durante partite deserte solo per rendere ulteriormente difficile la vita.
Militarizzazione, coprifuoco, soprusi, multe a non finire a modenesi già vessati dalla paura di finire in ospedale, di perdere il lavoro, di non poter più riaprire, di non poter più curarsi, di non avere qualcosa da mettere sulla tavola il giorno dopo.
E adesso arresti per strada e violenze contro ragazzini, finiti come da testimonianza con pestaggi in Questura.
Noi lo sappiamo bene cosa fa la polizia italiana, “fatica e non si stanca, di giorno manganelli, di notte Uno Bianca”. Di notte, in via Emilia centro e in via Divisione Aqui, anche quello che è successo a questo ragazzino. Che potrebbe essere tuo amico, tuo figlio, la persona accanto a te. E la prossima volta potresti essere tu.
Per questo speriamo che i suoi amici, gli amici degli amici, i giovani dei parchetti, delle compagnie, dei lavoretti, dei senza futuro, che oggi più stanno pagando questo mondo di merda, abbiano visto bene, sentito quella rabbia che a noi non riesce ad andare via, e ricordino. La custodiscano. Per, un giorno, ricacciaverla in faccia.
Che cresca una generazione pronta a spazzarvi via.
Firenze.
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Discorsoni / Analisi

Con il sangue agli occhi. Guardare Black Lives Matter dalla Provincia

Sotto il movimento-ombrello di Black Lives Matter i neri americani in protesta contro gli abusi e gli omicidi razzisti della polizia statunitense hanno imposto tutto un nuovo capitolo di lotte radicali: anche se non innovative colpiscono profondamente il cuore dell’impero e, in coppia con quelle operaie in Cina, completano una nuova globalità conflittuale che non si vedeva da decenni.

Esprimendo forza invece che vittimizzazione lacrimevole, rifiutando i tentativi di addomesticamento da parte della sinistra, il proletariato nero si è posto come punta avanzata dello scontro di classe riuscendo a riportare il particolare al generale (le condizioni di vita dei neri e le uccisioni razziali) e il generale nel particolare (le brutali condizioni di classe negli States così come in tutto il mondo atlantico, esasperate dalla pandemia in un paese con oltre 40 milioni di disoccupati senza garanzie e 2 milioni di infetti).

Certo la strategia di Trump di polarizzare lo scontro sociale gli si è ritorta contro con settori dell’establishment – specialmente media e esercito – ormai impazienti di liberarsene e i ceti popolari di riferimento disillusi da possibili miglioramenti concreti delle proprie condizioni di vita, ma ciò evidenzia come una lotta che avanza e che aggrega ampi strati trasversali della popolazione costringa la classe dominante a seguire avendo perso l’iniziativa; altrettanto al seguito paiono i “compagni”, agendo principalmente ai margini del conflitto al netto di roboanti Zone Autonome ininfluenti nel quadro generale delle cose e che rischiano anzi di rinchiudere energie che dovrebbero invece mantenersi nelle strade (si guardi la fine del “movimento degli ombrelli” una volta rinchiusosi nella cittadella universitaria). È l’ininfluenza di un modello, quello dell’ attivismo radical-accademico imbevuto di Identity Politics che spande i propri Lifestyles anche qui in Italia, incapace di capire che i Safe spaces non sono fortezze ma trappole. L’insistenza sul concetto di Privilege che individualizza un senso di colpa invece di sistematizzare un’oppressione e collettivizzarne la resistenza è esemplificativo dell’incapacità di rompere con il modello neoliberale pretendendo di poterlo gestire secondo i propri termini.

In Europa riverberano i temi americani, soprattutto nel mondo anglosassone che – specialmente dopo la Brexit – vi gravita attorno più di quanto non faccia con il continente. Ma le differenze sono sempre più ampie, approfondite dal progressivo disimpegno statunitense e dalla crescente rivalità fra il ceto dirigente Trumpiano e quello euro-tedesco: l’Italia, più atlantista della Nato, continua però a ricevere il percolato di ciò che succede oltreoceano; ma è la traduzione con il contesto locale che raramente funziona o almeno quando è fatta in modo artificiale.

La “lotta delle statue” ha cercato per qualche tempo un qualcosa su cui coagularsi trovandolo poi nel monumento ad un personaggio disgustoso come Indro Montanelli. Certo, ce ne sono di ben più importanti nella storia nazionale: da quello a Graziani al mausoleo di Mussolini fino alle innumerevoli sculture sabaude di monarchi e politici sanguinari sia in Africa che nel Sud, ma il punto è che molti di questi sono distribuiti in un paese che è basato sulla provincia, in cui è intraducibile una lotta simbolica che si basa sui simboli fondativi di un tessuto metropolitano che proprio forse solo a Milano esiste.

La polemica che ne è seguita ha avuto risvolti positivi, soprattutto nel radicalizzare ulteriormente certe componenti giovanili e nel mettere in crisi la religione civile dello stato liberal-democratico esponendo la pochezza e la marcescenza specialmente della sua casta giornalistica. Un ulteriore tassello di un lento percorso di riconsiderazione di elementi (come la polizia nostrana, rimessa in discussione dall’atteggiamento muscolare durante la quarantena) che prima si pensavano inamovibili.
Il problema è però quando ciò che rimane del cosiddetto Movimento non riesce a vedere politicamente e tatticamente questa conflittualità: il ruolo del militante è quello di inserirsi e riuscire ad alzare l’asticella il più possibile, di essere in questo mondo e non di questo mondo, non quello di farsi assimilare convincendosi che una lotta sia fine a sé.

Nella provincia le piazze chiamate nel nome di Black Lives Matter hanno mostrato invece un’energia ancora più evidente visto il contrasto con i territori desertificati: numeri sorprendenti principalmente di una composizione giovane e razzializzata che per la prima volta ha preso la parola sulla propria condizione. La questione generazionale si mostra per come siano difficilmente intercettabili da un “noi” anagraficamente più vecchio, magari cresciuto con l’Onda e giunto a termine con il NoExpo; sono altre le grammatiche su cui si esprimono, altre le esperienze formative (il ruolo organizzativo preminente delle donne ispirato dalle ultime mobilitazioni femministe? La scelta di luoghi e modi di aggregazione diversi ispirata dai Fridays For Future? L’uso di altri media e di altri social in modo speculare ma non dissimile da quelli della composizione sociale dei vari comitati di protesta con il governo?).

A Modena il punto di ritrovo non è stata una piazza del Centro ma il Parco Ferrari appena fuori dallo stesso: una luogo che già segna una rottura con la routine funeraria dei cortei e dei presidi, che la composizione giovanile ha scelto esprimendosi nei proprio spazi di aggregazione, in ciò che conosce.
In generale le “Strutture” organizzate erano presenti a malapena in un ruolo di supporto; sono stati i giovani a chiamarla (specialmente tramite tam-tam social e passaparola) e a dominarla, passando alternativamente da riferimenti allle Pantere Nere e a Malcom X a sostenere posizioni non-violente e cittadiniste formando di fatto tutto un altro gruppo rispetto ai vari rappresentanti della Sinistra o del Movimento presenti. Non un qualcosa di omogeneo, comunque: c’era chi si poneva in modo più conflittuale e chi più vittimistico, c’erano numerose diverse compagnie di amici e compagni di scuola, c’erano età e nazionalità diverse. Una composizione – appunto – attraversata da contraddizioni in cui l’opposizione agli sbirri non è evidente ma striscia carsica magari come commento rabbioso contro la volante di passaggio.
Sono state le donne, spesso giovanissime, ad emergere poi in piazza in modo preponderante: sono state delle ragazze a convocare per prime la manifestazione, lo sono la maggior parte di coloro che hanno fatto gli interventi e che han retto il tutto riportandovi con forza la questione di genere, intersecandola con quella razziale.

Resta allora da proseguire uno schietto percorso di ricerca, analisi e formazione, aperto soprattutto a ricevere stimoli inaspettati e a partecipare a movimenti spuri e contraddittori magari di segno opposto uno con l’altro, prendendo dai movimenti esteri più avanzati soprattutto indicazioni di metodo piuttosto che contenuti difficilmente traducibili.