Categorie
Discorsoni / Analisi

Il vento di Torino


«Ma c’è una grossa fila di persone,

camminano di fretta e cambian posizione,

fateli passare, piantatela di insistere…»

0. Il vento a Torino, il giorno di San Geminiano, pizzicava. Per i gas urticanti sparati sulla gente, per conto del governo, da eccitati e brutali soldati a guardia dell’esistente, in divisa blu e assetto da guerra per il fronte interno. Saturando di veleno strade e polmoni. Ma anche per la potenza elettrica nell’atmosfera, lasciata dalla grande mareggiata di settembre e ottobre, che ancora sfrigolava «nella gioia e nella rabbia». C’era voglia di esserci, bisognava esserci. Il giorno di San Geminiano, a Torino, il vento ha fischiato.

1. Crediamo che le mobilitazioni per la Palestina e il movimento del «Blocchiamo tutto» siano stati l’irruzione più forte e chiara di questo cambio di pressione nell’atmosfera. Anche in contesti “provinciali” e tendenzialmente pacificati come Modena. Giorni che sono valsi anni nella soggettività. Hanno lasciato irrisolto un salto di composizione della conflittualità sociale di cui il corteo di Torino va guardato come un passaggio. Un punto del processo di chiarificazione e maturazione nel percorso di una nuova generazione politica, figlia della crisi – di sistema, certo, ma in particolare modo di un intero ciclo di movimento di lotte – che, passo dopo passo, sta lottando per prendere coscienza di sè, dei propri compiti e strumenti nelle condizioni lasciate dai precedenti cicli, della propria possibile forza, del volto del proprio nemico. Lo scrivevamo qualche tempo fa, e già la rivoluzione ha lavorato con metodo: negli occhi senza paura di tanti ragazzi e ragazze abbiamo visto avanzare la possibilità rottura con le soggettività della sconfitta formatesi nel declino del ciclo precedente. Figli di nessuno, alla ricerca della propria tradizione del fuoco. Un processo non già dato, potente ma ancora fragile. Trovare il modo di alimentarlo, costruirlo, senza trasformarlo nella riproduzione delle ceneri.

2. Respiriamo, insieme, questo vento. Anche per non farci avvelenare, il cuore e la mente, dai miasmi che subito hanno impestato l’aria. Quelli che politicanti, giornalisti, opinionisti, guardie e servi affini stanno pompando organizzati, come un muro, lungo i canali dell’industria della propaganda che qualcuno ancora si ostina a chiamare “informazione”. Come per il genocidio in Palestina, complementare alla repressione, strumento di governo controllato dalle consorterie che sostengono l’esecutivo Meloni. Il governo coglie la palla al balzo per approfondire la sua postura poliziesca e militarizzare ulteriormente il fronte interno con il sostegno delle opposizioni. La dinamica era in corso. L’avrebbe fatto comunque, con o senza Torino: un motivo l’avrebbe trovato nel breve-medio termine. Il prossimo sciopero generale, il prossimo blocco dei porti o delle stazioni, l’ennesima “minaccia maranza”… è stata la legittima rabbia espressa dalla conflittualità sociale e la tenuta di massa di una manifestazione popolare, plurale e determinata, a dargliene motivo. C’è forse da stupirsene? C’è forse da dire altro? Quando il popolo indica la luna, lo Stato usa il manganello, e i media inquadrano il martello. Le anime belle e opportuniste della sinistra, invece, guarda altrove. Per la precisione alla propria compatibilità con lo scranno del potere. Il governo Meloni, insieme all’opposizione, si smaschera, scoprendo la propria natura e i propri obiettivi: imporre la pace interna per prepararsi alla guerra esterna.

3. Le decine di migliaia di persone, circa 60 mila, che il 31 gennaio hanno riempito i tre diversi concentramenti di Porta Susa, Porta Nuova e Palazzo Nuovo, poi confluite in unico, grande fiume in piena, hanno espresso un dato politico, quello che fa più paura – come una martellata ben assestata – alla controparte: la possibilità concreta di una ricomposizione sociale, larga e articolata, ma con segno di classe, in opposizione conflittuale all’esecutivo Meloni e ai suoi disegni bellici, autonoma dagli inutili scaldapoltrone del centrosinistra. Un governo, e un parlamento intero, nemico del popolo, complice del genocidio protratto da Israele, subordinato fedelmente ai capricci di Trump per mendicare dividendi dagli orrori dell’imperialismo americano. Tuttavia, sempre più insufficienti a tenere a galla le borghesie nazionali europee, rispetto ai costi politici, economici e sociali scaricati sulle popolazioni. Non c’è alcuna ricetta per far fronte ai crescenti bisogni e contraddizioni popolari nell’approfondirsi della crisi se non la minaccia, tramite Rete 4, di una pistola piantata in fronte da parte di una divisa. Altri margini di spesa non ce ne sono: sono tutti allocati in bombe, proiettili e riarmo. Armi che, dalle squadracce dell’ICE negli Stati Uniti, da quelle dei reclutatori in Ucraina in cerca di carne da cannone giovane e fresca da mandare in prima linea, sparano già sulle strade in Occidente. Come ben sanno anche i giovani e i proletari razzializzati che vivono nei quartieri popolari delle metropoli italiane, e tutti i morti per mano dello Stato che ancora attendono giustizia. 

4. Dalle famiglie ai collettivi, dagli studenti ai lavoratori, dalle organizzazioni palestinesi ai comitati di quartiere e ai sindacati di base, fino agli ultimi spazi sociali. La composizione del corteo nazionale ha ricalcato in parte quella classica dei movimenti sociali ma certamente ecceduto la somma aritmetica delle numerose realtà e sigle presenti in piazza. Ecceduto a partire dallo stesso motivo dello sgombero di Askatasuna. Crediamo infatti che l’intelligenza collettiva sedimentata dopo il ciclo di «Blocchiamo tutto» abbia colto precisamente in questo passaggio il significato dell’attacco del governo, non solo a quattro mura, a un’esperienza, a una proposta, a una storia radicata di lotta e resistenza che parte da lontano, ma alla possibilità stessa del conflitto sociale in una delle sue determinazioni più avanzate. L’attacco a una composizione di cui “i ragazzi di Vanchiglia”, con coerenza, rappresentano la capacità di organizzarsi autonomamente, con radicalità e pragmatismo, contro i progetti del potere di sfruttamento, impoverimento e spoliazione delle nostre vite, in tutte le sue dimensioni materiali e soggettive. Ciò che ha unito, infatti, questo embrione di resistenza di massa è stata sicuramente la volontà collettiva di rilanciare con forza e senza paura una risposta, di passare al contrattacco, contro gli amministratori delegati di un sistema sempre più disumano – il livello di marciume, collusione e intoccabilità dei ceti dirigenti politici, economici e culturali del capitalismo occidentale che sta emergendo dagli Epstein Files le classi subalterne lo hanno immaginato solo nelle fantasie di complotto –  e al capolinea. 

5. Non serve dilungarsi nel descrivere lo schifo materiale e soggettivo che la società capitalistica produce, ce lo abbiamo tutti di fronte e dentro ogni giorno, ben visibile, perché ne facciamo parte. Osserviamo il buio all’orizzonte. È la guerra che ci attende, che stanno preparando, che già infiamma, più vicino di quanto pensiamo. Dalle macerie di Gaza alle strade di Minneapolis, dalle trincee del Donbass al Venezuela. Là dentro, quell’oscurità, è dove ci sta portando il Nemico. È la sua Ombra che proietta, sempre più vicina e feroce. Ristrutturando filiere, territori e università in reparti e laboratori della «fabbrica della guerra». Militarizzando la formazione, le città e la gestione del dissenso interno; promuovendo la schedatura, il ritorno della leva e la deportazione; criminalizzando come «terroristico» il conflitto sociale. Restringendo o chiudendo ogni dimensione di libertà, contropotere e organizzazione popolare incompatibile con i loro progetti bellici e di profitto. Imponendoci un destino: quello deciso nelle aule, democratiche, del Nemico. Come imponiamo, articolandolo nella composizione, sviluppandolo nello spazio e organizzandolo nel tempo, un autonomo e massificato rifiuto di classe che rompa con quel destino, con quelle istituzioni della controparte, con quella forma di vita? è questo il nodo che, progettualmente, cogliamo nel vento, e rimettiamo nel vento.

6. Respiriamo. Insieme, senza paura. Questo vento è del nostro tempo. Arriva a folate. Ha già scompaginato tutto. Apre e chiude finestre, ribalta tavoli e quadri, disordina piani e fa traballare ciò che credevamo rigido. Mette in movimento aria prima immota, determina vertigini produttive di nuove altezze. Rinfresca le menti, rinvigorisce il cuore. Con questo vento occorre misurarsi. Cogliamone l’opportunità, preziosa. Non per muovere il proprio piccolo o grande mulino, le cui ombre spesso scambiamo per giganti. Ma per prendere il largo sulle onde, tracciando la rotta in direzione collettiva. E così spiegare le vele.

Alla conquista di un sogno comune.

Categorie
Discorsoni / Analisi

Il governo è nemico del popolo, il popolo resiste: organizziamo il contrattacco

0. Esiste un nesso tra crisi del capitalismo globale, trasformazione in «fabbrica della guerra» dei territori sociali e suprematismo razziale che percorrono l’Occidente. È la catena dell’imperialismo e della guerra generale che si stringe intorno al collo dei popoli, di cui l’Italia è un anello centrale. È questo l’anello in cui siamo collocati, e che possiamo – dobbiamo – erodere, incrinare, disarticolare. Indebolire, per spezzarlo. E spezzare così la maledetta catena.

1. Dal prologo in cielo alle avventure sulla terra. La resistenza della Palestina e il vento frizzante che ha scompaginato le settimane di «Blocchiamo tutto» hanno mostrato che ricomporre un rifiuto popolare per un presente di guerra, impotenza e solitudine è possibile: è possibile essere forti, contare qualcosa imponendo la propria rigidità, ritrovare senso e gioia collettivi nello sciopero, nel sabotaggio dei tempi, nella lotta di massa. Anche in un contesto relativamente piccolo e pacificato come nella “demokratura” di Modena e dell’Emilia.

2. Per la prima volta un’inaspettata paura, scatenata da un’inedita opposizione sociale, ha messo al muro il governo Meloni, il cui unico asset sul palcoscenico nazionale e internazionale rimane la governabilità sulla rassegnazione, la spoliticizzazione e l’immobilismo, e quindi la sudditanza ai propri padroni e alleati, americani e israeliani – alla faccia dei “sovranisti” e dei “patrioti”. La scossa data dalle piazze italiane non è passata inosservata e indolore. La falsa pace di Trump e la guerra portata da Meloni dentro, sul fronte interno, vanno viste come risposta alle possibilità di conflitto sociale diffuso, allargato, con segno di classe.

3. L’attacco repressivo sferrato ad Askatasuna, simbolo di autonomia, tenuta, intelligenza e organizzazione del conflitto sociale in questo paese, ci dà la possibilità di rovesciare un passaggio di crisi in opportunità di contrattacco: in processo di ricomposizione e trasformazione in avanti, oltre i limiti del centrosocialismo e delle quattro mura ideologiche, identitarie o organizzative che compongono le nostre bolle, militanze e percorsi. Un salto di metodo e prospettiva. E ci dà la possibilità di provare a rovesciargli la frittata in testa. Come la Palestina ci ha insegnato.

4. Non abbiamo paura! Non dobbiamo avere paura di accettare questa scommessa, e di sfidare il non-futuro, il destino, che ci vogliono imporre. Non cadiamo nella tentazione di difendere un passato che non c’è più, e un presente che non è all’altezza dei nostri sogni e bisogni. Fatto di una democrazia in cui non contiamo niente; di impoverimento materiale, intellettuale e spirituale delle nostre vite; di un Occidente che persegue un progetto di imperialismo, razzismo e genocidio. Anche a scapito dei popoli europei.

5. Spostare i rapporti di forza significa ricacciare la paura nel campo del nemico. Il loro messaggio è che «lottare è sconveniente»: la nostra risposta deve essere che sconveniente è produrre, fare e portarci le guerre; licenziare e impoverire i lavoratori, sfruttarli nei reparti della fabbrica bellica, arruolare studenti e ricercatori nei loro progetti di morte; distruggere e militarizzare i territori per estrarre energia per la guerra e profitto nella riconversione; restringere gli spazi di libertà e potere che la storia delle lotte operaie e proletarie ha conquistato e imposto alla controparte. 

6. Il 31 gennaio non può essere un punto di arrivo, ma deve essere un punto di svolta e di inizio di qualcosa di nuovo. Ricominciare da capo non significa tornare indietro. L’antico sogno non è finito. Noi ci saremo per fare la nostra piccola parte, «per realizzare questo sogno comune». 

Qui la piattaforma verso la manifestazione nazionale del 31 gennaio a Torino.

Categorie
Discorsoni / Analisi

La «Generazione Palestina» tra razza, classe e protagonismo conflittuale

Le analisi e le ipotesi che seguono, e quindi le discussioni e le inchieste che hanno permesso di dare loro una forma – ancora in divenire – partono da quella composizione di piazza che abbiamo provato a definire come “Generazione Palestina”, che si è espressa con diversi gradi di spontaneismo, autonomia e organizzazione in particolar modo durante le manifestazioni e gli scioperi per la Palestina – ma passando anche per le importanti mobilitazioni per la morte di Ramy Elgaml – e contro un razzismo istituzionale e diffuso che si sono susseguiti dall’ottobre 2023 ad oggi con particolare partecipazione e incisività tra settembre e ottobre 2025, nella fase del “blocchiamo tutto”.

In quelle settimane, con il picco degli scioperi generali del 22 settembre e del 3 ottobre, abbiamo infatti assistito, anche nella pacificata Modena, a nuove disponibilità e livelli di conflittualità, sia in relazione alla soggettività che ne è stata l’avanguardia, sia per quanto riguarda la poca o quasi nulla sovrapponibilità tra espressione di conflittualità, per l’appunto, e organizzazioni “a capo” delle mobilitazioni. Queste ultime, in generale, sono state infatti spesso e volentieri eccedute, in termini di iniziativa, protagonismo e autonomia, da chi evidentemente scendeva in piazza e paralizzava tangenziali, porti, stazioni e autostrade non per alzare la bandiera del partito, del sindacato o del collettivo, ma per esprimere voglia di contare, rompere l’impotenza, e sfogare una condizione di profondo malessere, indignazione e rabbia a supporto del popolo e della resistenza Palestinesi e in antagonismo a un governo e una classe politica e dirigente che vedono il riarmo e quindi la guerra come unico orizzonte desiderabile.

Da qui la necessità di indagare i complessi, stratificati e spesso contraddittori legami che mettono in relazione la sfaccettata composizione della “generazione Palestina”, e in particolare le seconde generazioni che ne formano il nucleo pulsante, con questioni come:

– la profonda necessità di costruire forme e linguaggi organizzativi e di militanza più efficaci, slegati da modelli ingessati e ideologici della sinistra, tenendo tuttavia ben stretto il filo rosso della tradizione rivoluzionaria e delle lotte di classe collocate sui territori;

– il ruolo cruciale che razza e quindi razzializzazione svolgono come strumenti di produzione e riproduzione del sistema capitalistico, quindi coloniale e imperialistico;

– ricercare potenziali saperi, strumenti, legami confrontando l’organizzazione di soggettività politiche delle banlieue parigine con le periferie italiane rese fabbrica della guerra, verso una prospettiva di conflitto e ricomposizione che veda seconde generazioni e proletariato bianco uniti da una prospettiva di rottura e fuoriuscita insieme dalla catastrofe del presente, fatta di genocidio, riarmo, ristrutturazione bellica e guerra generalizzata.

– la liberazione della Palestina come catalizzatore e motore di cambiamento, anche alle nostre latitudini.

Come queste piazze ed esperienze hanno trasformato le soggettività che si sono mobilitate? Quali le loro genealogie, sedimentazioni e le possibili prospettive di rilancio e trasformazione? Che ruolo hanno razza, classe e religione nella composizione delle lotte presenti e future e nelle forme organizzative politiche del domani? Sono le domande che abbiamo posto e discusso, il 15 novembre 2025 al Dopolavoro Kanalino78, insieme ai Giovani Palestinesi di Modena e Reggio Emilia con Anna Curcio (ricercatrice militante, autrice di «L’Italia è un paese razzista», Derive Approdi 2024) e Atanasio Bugliari Goggia (autore di «Rosso Banlieu» e «La santa canaglia», ombre corte 2022-2023).

Buona lettura.

M.

I Giovani Palestinesi di Modena e Reggio introdurranno a una discussione interna e a un dibattito che abbiamo avuto con con altre realtà realtà del territorio, soprattutto con Kamo Modena, nel quale abbiamo tentato di unire i punti di analisi sviluppati partendo da quanto abbiamo vissuto nelle piazze negli ultimi due anni di mobilitazioni a sostegno della Palestina e nella campagna “Blocchiamo tutto” degli ultimi mesi. In questo modo, cercheremo di darvi la cornice entro la quale cogliere al meglio la portata politica e le ragioni del nostro interesse per i contributi di Anna e Atanasio. A nostro modo di vedere infatti, una riflessione sulle premesse, gli effetti e il senso profondo delle mobilitazioni per la Palestina deve prendere le mosse da una discussione sul protagonismo delle seconde generazioni e sugli strumenti che i militanti possono portare al movimento nascente.

S.

Negli ultimi due anni qualcosa di profondo si è mosso nelle piazze. Il tema della razza e della Palestina hanno mosso un senso collettivo che va ben oltre la solidarietà e l’indignazione momentanea. Abbiamo visto come abbiano risvegliato una generazione che non si limita ad una solidarietà passiva, ma che riconoscendo nel capitalismo il sistema fallimentare che continua a istituzionalizzare la violenza, ha preso coscienza del fatto che gli stessi autori della violenza, divisione, marginalizzazione e discriminazione che hanno vissuto nella loro esperienza diretta sono gli stessi che hanno interesse ad alimentare la macchina di guerra che occupa la Palestina.

Ma non solo: le seconde generazioni sono riuscite a individuare come nemico lo stesso sistema che crea anche un grande divario economico e sociale a livello mondiale, e che continua a giustificare qualsiasi morte di chi sta in basso, in nome di un progresso economico falso e illusorio, che riempie le tasche ai ricchi del mondo. Ciò poiché, dal loro punto di vista, questo sistema si ripresenta, anche se in scala ridotta, anche nelle loro vite e nelle loro scelte, costringendoli quindi di conseguenza a stare ai margini. Questa sistematica e radicata marginalizzazione la rivedono quindi in qualsiasi oppressione in giro per il mondo, in particolare in quella coloniale nel Sud globale. Questa nuova presa di coscienza ha posto le basi affinché la generazione che noi oggi stiamo chiamando “Generazione Palestina” inizia a riconoscersi e a pensarsi, e a costruirsi come soggetto politico conflittuale, mettendo da parte il ruolo di vittima che viene attribuita loro dalle narrazioni umanitarie e assistenzialistiche. 

E così ci troviamo oggi a ragionare sulla razza, affrontando di petto uno dei meccanismi principali con cui il potere continua a riprodurre diseguaglianze materiali e simboliche. La razzializzazione non è un’opinione o una sensibilità culturale, ma il mezzo concreto con cui si determina chi viene considerato parte della società e chi invece rimane sempre sospeso, precario e esposto. Influenza l’accesso al lavoro, alla cittadinanza, alla credibilità politica e persino al diritto di essere arrabbiati. Per molte persone razzializzate questo non è un concetto astratto, ma un’esperienza quotidiana. Lo vivono negli sguardi, nei controlli, nei rapporti con le istituzioni che li trattano come ospiti da gestire e non come soggetti politici. Guardare le mobilizzazioni di questi anni con questa lente permette quindi di capire perché proprio i giovani razzializzati siano stati tra i più presenti, i più lucidi e i più determinati: poiché essi riconoscono immediatamente nei dispositivi che colpiscono la Palestina gli stessi dispositivi che organizzano la loro vita qui in Europa e soprattutto in Italia. Senza il concetto di razzializzazione, questa lettura complessiva della vita e della società si perde. Conservandolo, tutto si allinea e acquista senso.

Questa generazione, chiamata anche Z – che a livello globale ha ribadito che non vuole più continuare a subire e che in Italia è composta da giovani delle seconde generazioni, da figlie e figli delle migrazioni, ma anche da chi si riconosce nelle battaglie che partono dal basso – sta riscrivendo i linguaggi e i luoghi della politica, dove l’identità non è fine a se stessa, ma un filo conduttore a tutte le lotte di liberazione. Si ritrova a volerlo fare con urgenza, ma non sempre con gli strumenti politici per farlo. Con le mobilitazioni per la Palestina, specialmente negli ultimi anni, abbiamo assistito e partecipato in prima persona, sia come GPI nazionale che sul territorio di Modena, a tentativi e successi di organizzazione e protagonismo inediti da parte di quella che chiamiamo “Generazione Palestina”. Questo, per forza di cose, ha generato situazioni che in passato probabilmente si sono verificate molto più raramente nei contesti politici e di piazze del nostro paese.

Abbiamo infatti potuto analizzare e vivere le dinamiche che si sono venute a creare tra le realtà palestinesi e quelle italiane, motivo di ulteriore spinta al protagonismo e al confronto, in alcuni casi anche conflittuale. A nostro modo di vedere, è una risposta alla costante tensione generata, da un lato, dalla spinta delle realtà palestinesi nel farsi portavoce in Italia della resistenza in tutte le sue forme del popolo palestinese contro il sionismo e la colonizzazione, oltre che di un’analisi di avanguardia del contesto politico del Levante, e dall’altro dalla tendenza da parte di molte realtà italiane alla pacificazione e al porsi “dalla parte dei palestinesi, ma non troppo”. Tutto ciò in un contesto, quello italiano e in particolare quello modenese, segnato da un razzismo istituzionale e diffuso, che delegittima e criminalizza sistematicamente il protagonismo politico, ancora più se conflittuale, delle comunità arabe. Per quanto riguarda le istituzioni, abbiamo ad esempio assistito all’entrata in vigore del decreto legge ex DDL 1660, fortemente indirizzato alla repressione di pratiche conflittuali, in particolare se portate avanti da quelle fasce di popolazione razzializzate.

Uno dei passaggi più importanti di questi due anni è stato capire quanto la battaglia non fosse solo nelle strade, ma anche nel modo in cui gli eventi vengono raccontati. I media italiani continuano a riprodurre narrazioni che infantilizzano i palestinesi e depoliticizzano i giovani arabi e razzializzati in generale. Parlano al posto loro, filtrano le loro parole, le rendono accettabili per un pubblico bianco e pacificato. Al contrario, la Generazione Palestina è riuscita a rompere questo schema. Ha iniziato a parlare direttamente senza mediatori e senza chiedere permesso a nessuno. Con video, reel, interventi spontanei in piazza, comunicati scritti da chi vive certe realtà sulla propria pelle. Tutto questo ha creato uno spazio comunicativo inedito dove è possibile dire ciò che per anni è stato censurato. Creare contronarrazioni significa quindi non solo rispondere ai media, ma costruire una voce collettiva che finalmente non dipende più dalla legittimazione di istituzioni e giornali che hanno sempre raccontato queste comunità da fuori.

Abbiamo quindi pensato che possa essere particolarmente prezioso il contributo di Anna – autrice di L’Italia è un paese razzista – per comprendere come il tema della razza, per molti versi accantonato e quindi da recuperare, sia stato e rimanga centrale nell’individuare i vari livelli di oppressione e disgregazione che il sistema capitalista ci impone, e ancora di più per capire come inquadrare un antirazzismo come lotta portata avanti da chi in prima persona è razzializzato, lasciando da parte quello che storicamente è stato un antirazzismo di matrice prettamente umanitaria e capitanato da una sinistra italiana bianca, spesso incapace (diciamo pure sempre incapace!) nel renderlo lotta politica, conflittuale e anticapitalista. 

Inoltre è emersa la complessità anche in termini di composizione politica all’interno della stessa comunità araba e tra le diverse organizzazioni arabe e palestinesi. Queste divergenze e increspature possono avere le cause più disparate: il paese di provenienza, la generazione di appartenenza, la stessa famiglia di appartenenza, il credo religioso, le esperienze politiche pregresse, l’appartenenza di classe. Discutere e fare analisi su questo punto è di enorme importanza se si vuole iniziare a smontare la narrazione comune e semplificante che vuole la comunità araba, o anche quella palestinese, e per l’appunto queste seconde generazioni di cui si parla, come qualcosa di omogeneo e facente riferimento a ideali comuni a tutte le persone che ne fanno parte. Attraverso il lavoro di inchiesta e vivendo le dinamiche descritte, andando quindi a sondare e comprendere quali sono le contraddizioni interne, si possono quindi ipotizzare una scomposizione e una ricomposizione di questi segmenti di popolazione in termini politici. Riconoscere le differenze è una parte fondamentale del lavoro politico, non perché ci debbano dividere, ma perché ci aiutano a capire chi siamo davvero e quali strumenti servono a ciascuna parte di questa composizione. Le differenze di classe, le storie familiari, la religione, il rapporto con la migrazione, il legame più o meno diretto con la Palestina o con gli altri contesti coloniali, tutto questo influisce sulle forme di partecipazione, di conflitto, di percezione del rischio, di priorità politica. In Italia spesso si parla di comunità araba come fosse un blocco unico. Questa è una semplificazione coloniale che cancella le sfumature reali. Analizzare le crepe, le contraddizioni è fondamentale, perché significa dare la possibilità a ciascuna soggettività di sentirsi vista e non costretta dentro a un’identità politica preconfezionata. È solo da questa complessità che può nascere una forza collettiva capace di durare.

Parallelamente alle realtà politiche organizzate arabe, specialmente negli ultimi mesi del “blocchiamo tutto”, nelle piazza per la Palestina abbiamo incontrato una componente altamente conflittuale e allo stesso tempo priva di una reale organizzazione. Se a Milano questo si è tradotto in decine di giovani che hanno portato avanti autonomamente, spontaneamente, gli scontri con le guardie a ridosso della stazione Centrale, nel contesto estremamente più pacificato della nostra città, Modena, questa componente si è comunque dimostrata protagonista nel blocco della tangenziale in occasione dello sciopero generale per Gaza del 3 ottobre. Quando si parla del blocco della tangenziale ci ricordiamo tutti che è stato in risposta a quello programmato e concordato da CGIL & co., con tempi e modalità ben lontani dallo slogan “blocchiamo tutto”. 

Ma la distanza dalle strutture tradizionali della politica, partiti, sindacati, associazioni storiche, non è un rifiuto a prescindere, è una risposta a istituzioni che negli anni non hanno saputo rappresentare né comprendere le trasformazioni reali del Paese. Per molti giovani, soprattutto razzializzati, questi spazi risultano chiusi, gerarchici, guidati da persone che non parlano la loro lingua e che non condividono le loro condizioni materiali. Questa frattura ha aperto la strada a forme nuove di organizzazioni, più orizzontali, più veloci, più legate ai bisogni immediati. La Generazione Palestina si muove con codici diversi, non le interessa riprodurre modelli del passato, vuole creare strumenti che funzionano oggi, che parlano ai margini, che sappiano trasformare la rabbia in potere collettivo. Questa distanza quindi non è un vuoto, è un terreno fertile per nuove forme di conflitto e di comunità politica.

La Palestina non mobilita solo sul piano politico. Per quanto riguarda i giovani, questa nuova generazione, mobilita anche sul piano emotivo, identitario e intimo. Per molti giovani razzializzati la Palestina non è lontana, è parte della propria storia familiare, dei racconti ascoltati a casa, delle ingiustizie subite a scuola, nelle questure, nei negozi, nelle istituzioni. Guardare la Palestina significa anche guardare la propria vita e riconoscere in quei meccanismi coloniali qualcosa che li riguarda direttamente. Questo ha trasformato le piazze in spazi di liberazione emotiva oltre che politica, luoghi in cui finalmente si poteva dire “io ci sono, io esisto, io ho una voce” senza filtri. Ed è proprio questo legame emotivo così profondo e collettivo che ha permesso a questa generazione di resistere nonostante la repressione, le criminalizzazioni e la delegittimazione continua.

Da qui l’importanza di porci domande sulla possibilità di organizzare e intercettare queste soggettività, per certi versi estranei ai metodi di fare militanza, prettamente bianchi e italiani; da qui, la necessità di indagare come rilanciare i due anni di mobilitazione e come queste piazze hanno cambiato chi le ha vissute. Allo stesso tempo, chi le ha vissute ha reso queste piazze profondamente diverse da quelle precedenti agli scorsi due anni. Tutto questo calato attentamente in un contesto in cui – in forme particolarmente impattanti sul tessuto produttivo-industriale e di ricerca universitaria, e quindi sociale ed economico del nostro territorio – stiamo assistendo ad una rapida e profonda conversione verso tutto ciò che fa riferimento alla produzione di componenti e software, volte all’uso bellico o al dual-use, con una prospettiva di guerra portata sempre più avanti.

Anna Curcio

Intanto vorrei ringraziarvi per l’ospitalità e la compagna dei GPI per il suo intervento, perché credo che abbia discusso dei temi assolutamente centrali. Dunque, mentre iniziavo a mettere insieme una serie di considerazioni che avevo fatto negli anni passati sulla questione del razzismo in Italia insieme all’editore abbiamo pensato che che fosse arrivato il momento di aprire uno spazio di riflessione e mettere a critica il modo in cui, perlomeno nei settant’anni dalla fine della Seconda guerra mondiale ad oggi, abbiamo considerato cosa sia il razzismo, come funzioni e quindi come sia andata definendosi la lotta antirazzista. Il titolo che ho voluto dare al mio ultimo libro – L’Italia è un paese razzista – provocatoriamente non ha il punto interrogativo perché penso che viviamo realmente in un paese razzista. Ciò però non perché gli italiani siano moralmente peggiori di altri, ma perché viviamo all’interno di società capitalistiche, e quindi coloniali. In altri termini, il razzismo è un elemento assolutamente costitutivo della storia del nostro paese e dell’identità degli italiani. Insomma, sfatare il mito degli italiani brava gente non è soltanto un modo per fare ammenda di colpe passate, ma il primo passo per comprendere qualcosa della realtà in cui viviamo oggi; finché non mettiamo in chiaro che la nostra società contemporanea è strutturalmente razzista non faremo mai un passo avanti nell’analisi e nella comprensione del nostro presente. Dopodiché, una volta che abbiamo assunto il razzismo strutturale della nostra società, abbiamo la responsabilità politica di scegliere di essere antirazzisti. Si apre così il problema per definizione, perché, come emerge anche dall’intervento della compagna, si tratta di capire come si debba essere antirazzisti e cosa non abbia funzionato in tutti questi anni.

Faccio un esempio diretto: io sono cresciuta politicamente negli anni ‘90 e noi, la generazione dei movimenti antagonisti, non abbiamo mai apertamente affrontato il razzismo. A tratti nemmeno lo nominavamo, come se fossimo incapaci di vederlo. Ci siamo certo occupati moltissimo di migrazioni, ma sempre con la pretesa di prendere parola al posto di qualcun altro, o di aiutare qualcuno “più sfigato” di noi. Era un atteggiamento che di fatto infantilizzava le persone migranti, che ci spingeva a trascurare la profondità del problema, e ci rendeva incapaci di affrontarlo di petto in modo radicale, ossia in vista del cambiamento sociale.

Ritengo poi vi sia un nodo irrisolto nella maniera in cui è andata costruendosi la memoria storica dell’esperienza del nazifascismo in Italia e in Europa continentale (sorvoliamo ora sulla questione della Gran Bretagna, che ha una storia e un rapporto col colonialismo diverso). Per farla breve, già dagli anni Cinquanta si può vedere come necessario per le classi dirigenti contenere il peso dell’olocausto e delle leggi razziali, ora mettendole rapidamente da parte, ora depoliticizzandone la portata considerandole faccende che riguardavano le classi dirigenti “di prima”. Dal canto suo, la lotta di liberazione nazionale e la Resistenza sono stati momenti storicamente cruciali, che hanno ridefinito la società italiana alla fine del regime fascista; ma non hanno avuto la capacità – oggi abbiamo la responsabilità di dirlo – di affrontare il problema del razzismo come un nodo politico fondamentale. Anzi, il razzismo era diventato un problema del fascismo. Fatto fuori il fascismo, finito il razzismo. La razza non veniva nemmeno nominata: né, fortunatamente, in senso biologico e eugenetico, ma nemmeno la razza intesa come razzializzazione, ovvero come condizione ed esperienza sociale determinante. Si è buttato il bambino con l’acqua sporca. Al contrario, le responsabilità degli italiani ci sono tutte, e il razzismo è un elemento specifico della nazione Italia, dell’italianità.

Partiamo da un dato: l’Italia nasce sulla frattura Nord-Sud. Se voi andate a rileggere la letteratura della metà dell’Ottocento, ossia degli anni in cui si faceva l’Italia, in mezzo agli afflati romantici per “un sol popolo unito”, ritrovate tutti i più triti commenti sulla gente del Sud Italia come “africani”. Due Italie e due popolazioni, una negroide a sud e una ariana a nord. Dopotutto, l’ideologia fascista non è nata dal niente, ma affondava le sue radici nel modo dominante di pensare l’Italia e l’Europa. L’Italia nasce sulla frattura del razzismo interno e, non a caso,  a nemmeno vent’anni dall’unificazione cominciano immediatamente le campagne di “civilizzazione” dell’Africa. Ora però, per comprendere realmente la portata del problema, occorre evitare le semplificazioni a cui spesso incorre la stampa e la letterature, diciamo, progressiste.

La colonizzazione non era una semplice faccenda di esportazione culturale o di fabbricazione del consenso interno attraverso un “altro” deforme, del tipo “noi non siamo europei del Sud, europei sfigati, perché siamo portatori di civiltà e capaci di conquiste”. No, l’elemento determinante consisteva nel conservare per il Mediterraneo una funzione di cerniera tra l’Europa capitalista, l’Europa della rivoluzione industriale che pompava commercio e denaro, e l’Africa profonda, “l’Africa nera”, descritta come metafora dell’arretratezza poiché ancora non assoggettata completamente al regime capitalista. Di modo che tutto ciò che non è immediatamente identificabile con la norma bianca capitalista diviene “altro”, diventa “male”. Si disegna una linea gerarchica, che viene giustificata anche come una linea evolutiva, con l’Europa del Nord in vetta, l’Africa al fondo, e tutti i paesi che si affacciano sul Mediterraneo in una sorta di zona ambigua, di contaminazione, considerati non del tutto “all’altezza” dei nord-europei ma pur sempre “migliori” degli africani. Bene, questo giudizio storico e questo ruolo nelle catene capitalistiche internazionali arriva fino ad oggi. Tant’è vero che, quando scoppia la crisi economica nel 2011, la stampa occidentale ha prodotto l’espressione “PIGS”, porci, per indicare Portogallo, Italia, Grecia e Spagna, cioè esattamente i paesi del Mediterraneo.

Tutto questo per dire cosa? Che intorno alle lotte del razzismo c’è l’occasione per aprire una partita che non è riducibile al rispetto per “i valori”, per le cortesie liberali, e li scavalca largamente in ordine di importanza. A mio modo di vedere, può aprirsi una nuova stagione politica estremamente seria. Con la Generazione Palestina oggi e in parte ieri con le mobilitazioni di Black Lives Matter i giovani hanno hanno scovato un nuovo spazio politico che non è quello dei militanti antagonisti dei centri sociali come me, che facevano le cose “per aiutare i poveri migranti”. No, la rivolta delle nuove generazioni razzializzate insiste su un punto ben più profondo: mostrando il vero volto genocida e poliziesco dell’Europa e dell’Italia, mettono finalmente sotto accusa la funzione di questi paesi di frontiera dell’Occidente negli equilibri internazionali, vale a dire nella riproduzione del capitalismo su scala globale. Avendo trovato il coraggio di mettere alla luce del sole da quale parte stia l’Europa nelle catene di dominio mondiali, la loro presa di parola e il loro protagonismo ci pongono davanti a delle domande cruciali. Quindi noi, noi militanti comunisti italiani e europei, abbiamo il dovere di fare un passo indietro e metterci in ascolto.

E ancora, fare un passo indietro e mettersi in ascolto non significa solo sentire un affresco di storie di vita tragiche, rischiando così di finire in un patetismo inutile e in una commiserazione che finisce per riprodurre le nostre fantasie da salvatori del mondo, ma vuol dire costruire percorsi comuni di lotta concreti. Solo mettendosi su questo piano di condivisione e complicità reale, una lotta antirazzista può diventare efficace e mettere in crisi le gerarchie del potere, ovvero del capitalismo razziale. Perché il capitalismo ha bisogno del razzismo per funzionare, sia a livello locale che internazionale – di esempi storici se ne possono fare a volontà. Quindi, affrontare il razzismo significa mettere in discussione il modo in cui funziona la nostra società, e interrompere quelle gerarchie che troppo spesso si sono insinuate nelle nostre pratiche. Detto fuori dai denti: se io, militante bianca, magari anche colta e borghese, aiuto i poveri migranti sfigati che arrivano qui senza il pane e li tratto come vittime inermi, sto riproducendo quelle gerarchie. Certo, è sacrosanta l’accoglienza, specialmente oggi di fronte ad un governo che la criminalizza, e dobbiamo continuare a rivendicarla; ma rimaniamo consapevoli che la lotta antirazzista è un’altra cosa. La lotta antirazzista mette in discussione le gerarchie anche tra di noi, e quindi impone immediatamente di costruire percorsi comuni. 

H.

Prima di passare la parola ad Atanasio, una brevissima premessa su come noi Giovani Palestinesi abbiamo letto il suo lavoro. Parlare della Palestina significa riconoscere che la conflittualità non è un rumore di fondo, ma la musica necessaria per dare legittimità politica a chi vive quotidianamente l’oppressione. In questo orizzonte, i lavori di Atanasio – Rosso Banlieu e La santa canaglia – non sono semplici studi, sono laboratori di senso, mappe che ci aiutano a leggere la marginalità non come una ferita dell’immaginario, ma come un terreno fertile da cui germoglia la resistenza. La Francia non è l’Italia e le banlieues non sono le periferie italiane; eppure, ciò che emerge da quei quartieri è un laboratorio politico che ci riguarda da vicino. I risultati sociali e politici che Atanasio ha saputo restituire ci offrono chiavi di lettura indispensabili per immaginare scenari futuri e speranze concrete per questa generazione che, in Italia, si riconosce nella lotta palestinese.

Le banlieues francesi ci insegnano che la conflittualità, quando diventa pratica collettiva, non è caos, ma è emancipazione. Non è devianza, ma protagonismo. Comprendere il conflitto in Palestina significa anche riconoscere che la resistenza di quel popolo non resta confinata oltre il Mediterraneo, ma si incide sui corpi delle seconde generazioni qui. È un dolore che non si limita ai racconti, ma che pulsa nelle vene, che si riflette negli sguardi, che trasforma la memoria in canto e ferita. È il peso di una Storia che non si può dimenticare, e che rende legittima la conflittualità con lo Stato quando necessario. Perché non si può chiedere a chi porta dentro la memoria colonizzazione di restare in silenzio.

Ringraziamo Atanasio perché riconosciamo la preziosità di un lavoro che ci permette di leggere la Generazione Palestina non come un fenomeno isolato, ma come parte di una genealogia più ampia di resistenze e conflitti: una genealogia che attraversa confini, che mette in relazione Francia e Italia, Palestina ed Europa, e che ci consegna la consapevolezza che solo attraverso un risveglio addolorato possiamo imprimere l’autocoscienza nei soggetti nascenti, possiamo costruire nuove forme di comunità politica e di speranza. 

Infine il tempo, che negli ultimi anni è sembrato scorrere impetuoso, travolgendo eventi e vite con una velocità che lascia senza respiro. Ma è impetuoso anche il tempo di questa generazione, che non conosce lentezza e non accetta di aspettare. È un tempo che brucia, che accelera, che pretende di essere ascoltato ora. Ed è proprio in questa urgenza che si rivela la sua forza politica. Un tempo che non si lascia disciplinare, che non si piega alla pacificazione, ma che si sa fare conflitto e speranza insieme, aprendo spiragli di futuro laddove sembra esserci solo chiusura. L’orologio si è rotto e l’abbiamo rotto noi. Questo è e sarà il nostro tempo. 

Atanasio Bugliari Goggia

Dunque, in primo luogo vorrei ringraziare i compagni e le compagne di Kamo per l’invito, Anna per aver fatto da tramite, e i compagni e le compagne dei Giovani Palestinesi di Modena e Reggio, perché è sempre un piacere assistere a un livello simile di discussione. Ora, prima di parlare delle mie ricerche, ci tengo a sottolineare che ho militato per moltissimi anni in Italia, ma da un po’ vivo in Svizzera, in un contesto di piena desertificazione sociale. Seguo l’Italia da lontano, partecipando qualche volta a qualche evento importante, quindi diciamo che non ho i gradi per scendere nello specifico su quanto è emerso negli ultimi mesi di mobilitazione in Italia. Piuttosto, è il vostro parere che mi interessa. Preferisco quindi dare un contributo facendo riferimento a quanto bolle in pentola nelle banlieues soprattutto perché credo moltissimo nel valore dell’inchiesta come strumento militante. Quello che però posso riscontrare sicuramente è che in tutti gli interventi che mi hanno preceduto ho ritrovato una serie di questioni che sono sul tavolo anche nei movimenti delle periferie parigine che avevo visto io: la divisione di classe, la divisione di razza, la cooptazione da parte dei gruppuscoli e dei partiti, le divisioni tra quella che era l’estrema sinistra cittadina francese e i movimenti delle banlieues, la repressione, eccetera. Pur a distanza di anni, molti dei punti più caldi sono presenti anche nel contesto che avete affrontato in queste settimane.

Detto questo, ci tengo profondamente a ricordare l’importanza, il valore politico e umano dell’opera di Emilio Quadrelli, perché se questi lavori sono stati possibili e mi hanno permesso di rientrare in collegamento con realtà di compagni e compagne in Italia è stato sicuramente grazie a lui. Nel suo ultimo lavoro – L’altro bolscevismo. Kamo, l’uomo di Lenin – ha cercato di capire dove sia oggi la classe, intendendo con essa più una forza antagonista che una porzione di reddito, ma soprattutto ha messo in evidenza un punto centrale e che condivido appieno: l’idea che, forse ormai da un po’ di anni, viviamo in una fase in cui il punto di vista della classe è sicuramente più avanzato rispetto alla capacità organizzativa che abbiamo come compagne e compagni. A mio modo di vedere è un dato certo da cui dobbiamo prendere le mosse, e che vorrei teneste presente come sottofondo anche riguardo a quello che dirò sulle mie inchieste.

I miei lavori nelle banlieues sono il risultato di una ricerca etnografica (cioè realizzata vivendo personalmente ai luoghi che si osservano, senza tenersi a distanza) concentrata nelle periferie al nord-est di Parigi. Per essere precisi dovremmo parlare di cités, cioè dei quartieri popolari all’interno di banlieues più grandi, che a loro volta presentano anche settori medio o alto-borghesi. Nella fattispecie, sono stato prima nella banlieue di Clichy-sous-Bois, dove furono ammazzati dalla polizia Bouna e Zyed nel 2005 e dove esplosero enormi rivolte, e infine a Aulnay-sous-Bois; se a Clichy ho cercato di condividere il vissuto quotidiano di questa periferia, ad Aulnay ho militato a tutto tondo nelle diverse realtà che si erano costituite durante quel periodo.

Diciamo che sono arrivato in Francia con un’ipotesi da sottoporre a verifica, ossia che quanto accaduto nel 2005 riguardasse non una specifica classe sociale, ma a tutto ciò ruota intorno, per usare un lessico antico, al lumpenproletariato, vale a dire a tutto ciò che è esterno al lavoro, i suoi residui, le sue frattaglie, i settori operai in declino, eccetera. Insomma, mi aspettavo di trovare nelle periferie una soggettività politica che incarnasse la rivolta dei senza lavoro. Invece mi sono ritrovato davanti a tutt’altro: per semplificare, l’idea che mi sono fatto è che in quel periodo le periferie rappresentassero un po’ un test per i nuovi modelli disciplinari in un momento di pesante ristrutturazione del sistema capitalista. Non a caso, le rivolte che hanno incendiato la Francia nel 2005 e nel 2007 (così come quelle che si sono verificate fino al 2023, anche se spesso sono state innescate da altre cause contingenti) esplosero proprio a ridosso di una congiuntura economica drammatica, dalla quale scaturì una crisi sociale probabilmente senza fine. Insomma, la mia ipotesi è che le banlieues abbiano rappresentato un campo di prova per le classi dirigenti in un momento di ristrutturazione del mercato del lavoro: un test per imporre nuove forme di lavoro, maggiormente precario e in molti casi de-regolamentarizzato al 100%, ma anche per verificare la capacità di reazione delle classi sociali. Poiché le periferie parigine hanno una lunga storia di lotte e di resistenza, i ceti dominanti in quella fase hanno provato a vedere queste nuove forme di lavoro potevano essere insediate in un contesto diciamo “di primo mondo”, e entro che limiti avrebbero risposto al degradamento della loro condizione.

La cosa per me più interessante da registrare fu che nel quadro di questo conflitto tra Stato e  padroni da un lato, e classe operaia delle sterminate periferie dall’altro, la posta in gioco che si combatteva in primo luogo era quella che ruotava intorno ai legami di solidarietà. Io sono profondamente convinto che quello che si giocava in quel momento nelle banlieues, cioè il tentativo di rendere disciplinata e sottomessa una classe sociale, passava anche dalla volontà di rompere quei legami spontanei di solidarietà che nel corso dei decenni hanno permesso alle lotte di prendere forma. La partita tra il potere e le periferie insorte si decideva intorno alla tenuta di quei legami nati in seno al proletariato.

Provo a fare qualche esempio concreto. Quando sono arrivato in banlieue si era nel picco del tentativo di cooptazione lanciato dal segretario di Stato del governo di Sarkozy, il progetto “Espoir Banlieue”. Era un piano messo in campo da Fadela Amara (ironia della sorte, Amara, cabila di una famiglia simpatizzante per l’FLN, era un’ex militante del gruppo femminista Ni putes Ni soumises) retto sulla tesi che la possibilità di uscire dalla banlieues e quindi di realizzarsi economicamente, fosse possibile solo abbandonandola, il che equivaleva a dire che il riscatto sociale passava dal ripudio dei legami di solidarietà.

A mio modo di vedere, tutto quello che si muoveva dentro le periferie partiva da questa guerra ai legami di solidarietà, che a loro volta riportavano la traccia di una lunga storia di resistenza trasmessa dai genitori ai figli. Quelle che allora erano la seconda generazione di migranti poteva accedere a una ricchissima memoria delle lotte agite dai propri padri e dalle proprie madri, nei paesi di origine, nei  percorsi della migrazione e infine agite quotidianamente dentro le periferie. Per capirci, i racconti dei giovani di 14-15 anni ruotavano intorno a un padre in cassa integrazione, a una madre depressa, a un fratello che aveva tentato il suicidio, al lavoro a cottimo: questo era il romanzo di formazione della gioventù delle periferie. La storia delle famiglie era la storia di una classe. E a tutto ciò si intersecavano i dispositivi della razza.

Faccio ora un rapido inciso, richiamandomi a quello che diceva anche Anna. Quando sono arrivato nelle periferie parigine, venivo da un periodo di disillusione profonda verso la militanza che avevo attraversato in Italia. Ero (e sono) convinto che una delle cause di questa crisi di militanza in Italia dipendesse dall’abbandono troppo diffuso di una visione propriamente di classe e di uno sguardo fisso sui rapporti economici e sociali. Quindi, guardare alle risposte della classe operaia francese di periferia era una questione urgente anche per quello che era il mio vissuto politico in prima persona. Con il tempo ci ho riflettuto molto, e anche con i contributi di Anna ho imparato a guardare più approfonditamente le sovrapposizioni della razza e della classe, ma gli input più preziosi sono venuti dalle esperienze apprese dagli insorti. Nelle periferie, infatti, la capacità di mettere in relazione l’appartenenza di classe e l’appartenenza di razza, in territori specifici, era un esercizio continuamente coltivato, che i militanti e gli abitanti dei quartieri portavano avanti come una priorità inderogabile.

Torniamo ai legami di solidarietà. Il dispositivo della razza e della classe si intersecavano a partire da una cornice territoriale: sia il governo delle popolazioni e quanto le forme di antagonismo venivano sempre modificate, calibrate e organizzate sulla base delle specificità di un luogo, dei suoi abitanti e degli elementi economico-sociali che lo componevano. Di pari passo, la guerra che si combatteva intorno ai legami di solidarietà aveva proprio nel territorio la variabile più importante. Per capirci, il periodo in cui sono arrivato io era una fase di gentrificazione potentissima, dove una delle lotte che portavano avanti i comitati territoriali era la difesa degli spazi, delle abitazioni e dei quartieri. Lì la gentrificazione, oltre ad un obiettivo economico consistente nella “messa a lavoro” di quartieri ingovernabili, fungeva anche da tentativo di espellere dalle periferie la memoria delle lotte e di oscurare le potenzialità di legami sociali spontanei intessuti dagli abitanti. Ma capiamoci bene, le periferie francesi non sono le periferie statunitensi.

Per esempio, io ho visto “mixité” razziale molto importante da un lato, e al contempo un’omogeneità sociale dall’altro. L’origine etnica e la confessione religiosa poteva cambiare tantissimo, ma rimanevano appartenenti a un tessuto sociale specifico, a un proletariato che spesso, soprattutto in una fase di crisi economica, tendeva a scivolare nel sottoproletariato; in sintesi, si trattava di una determinata composizione sociale che viveva di lavori saltuari con qualche tuffo nell’economia illegale dovuto alle condizioni oggettive di vita. La cosa sorprendente è che rispondeva a questa incertezza e precarietà strutturali affidandosi alla comunità locale, opponendosi a tutto ciò che pretendeva di penetrarle dall’esterno, e tale disposizione collettiva alla resistenza trovavano uno sfogo nei riot – i quali, a loro volta, potevano trovare anche un’estensione nazionale.

Dalla convergenza di questo spirito di rivolta, che nasceva da condizioni economiche non più sopportabili, e del senso di appartenenza comunitaria, che superava gli identitarismi etnici, si costruiva il terreno più fertile anche per il riconoscimento e l’immedesimazione con la realtà palestinese. Insomma, quei dispositivi di razzializzazione offrivano, quasi come una conseguenza non prevista dal governo o dalle forze di polizia, un utile gancio per la solidarietà con altri popoli arabi in lotta. Di pari passo, l’infantilizzazione di cui parlava prima anche Anna paradossalmente apriva spazio anche alle generazioni più giovani. In molti casi infatti la categoria di “giovani” viene impugnata dalla controparte, estendendola a chiunque, per sostenere che le persone che ne vengono bollate non sono capaci di ragionare politicamente e delegittimarne le rivendicazioni. Gli abitanti delle banlieues sono abituati a riconoscere questa ipocrisia, dimodoché nei cortei si trovavano accanto giovanissimi, soggetti più maturi e le strutture militanti senza che tra di essi si stabilissero gerarchie a priori.

Per come la vedo io, sta forse in questo il maggior punto di convergenza tra quanto avveniva in banlieue e la parte più innovativa e interessante delle ultime mobilitazioni in Italia, ovvero il rapporto tra gli abitanti più giovani delle periferie e le strutture militanti. In Francia c’erano un gran numero di realtà organizzate che in molti casi datavano agli anni a partire dagli anni ’90, ‘70 o addirittura ‘50, ma quando sono esplosi i riot che ho visto io queste si trovavano in un momento di profonde fratture interne, di crisi della militanza e di tendenza all’individualismo. Gran parte del lavoro politico di queste organizzazioni, oltre alla costruzione di un discorso teorico, consisteva nell’avvicinamento di nuove figure, spesso giovani. L’ipotesi a cui sono arrivato è che probabilmente in questi settori giovanili, fosse presente una fortissima coscienza di classe, ossia che non solo viviamo in una società di merda e razzista, ma che sia anche possibile trovare i responsabili e i beneficiari di questa loro situazione. La difficoltà stava piuttosto nella capacità di agire come un lavoro politico di lunga durata, quindi non non limitarsi alla rivolta di strada come risoluzione di tutti i problemi, e approdare piuttosto a una progettualità di più ampio respiro. In altri termini, il nodo della questione stava nel capire come passare dalla coscienza classe alla coscienza politica – il che significa appunto capire come coltivare l’esplosione violenta di strada delle contraddizioni in una lotta a una società che ci sfrutta e che ci porta a una guerra inter-imperialista. Ovviamente, lo sviluppo di queste posizioni era possibile soltanto attraverso il lavoro di comunicazione.

Categorie
Kultur / Cultura

Generazione Palestina. Razza e classe in Italia al tempo della Resistenza globale al genocidio

«Generazione Palestina» è quella composizione giovanile che abbiamo visto mobilitarsi, trainata dal protagonismo delle seconde generazioni, catalizzando e prendendo la testa delle mobilitazioni degli scorsi due anni contro il genocidio a Gaza e a fianco della lotta palestinese.

Si sono formate nuove militanze e militanti, collettivi ed esperienze organizzative, si sono riaccese una politicizzazione di massa e una disposizione alla conflittualità da tempo sopite, con forme inedite di protagonismo ancora da comprendere e pensare, partendo dall’organizzazione che ha caratterizzato le piazze dal 7 ottobre 2023, passando dalle mobilitazioni per la morte di Ramy Elgaml e contro un razzismo istituzionale e diffuso, fino il dirompente spontaneismo del «Blocchiamo tutto!» dell’ultimo mese.

Come queste piazze ed esperienze hanno trasformato le soggettività che si sono mobilitate? Quali le loro genealogie, sedimentazioni e le possibili prospettive di rilancio e trasformazione? Che ruolo hanno razza, classe e religione nella composizione delle lotte presenti e future e nelle forme organizzative politiche del domani?

Ne discuteremo sabato 15 novembre alle ore 16 al Dopolavoro Kanalino78 di Modena con i Giovani Palestinesi d’Italia, Anna Curcio (ricercatrice militante, autrice di «L’Italia è un paese razzista», Derive Approdi 2024) e Atanasio Bugliari Goggia (autore di «Rosso Banlieu» e «La santa canaglia», ombre corte 2022-2023), mettendo a confronto – e perché no, in contrasto – le esperienze e il lavoro di inchiesta politica maturati nelle nostre piazze, il tema sempre centrale della razza, fino alle ricerche effettuate sulla composizione politica delle banlieue parigine e sulle periferie delle città italiane.

Categorie
Troppo fuorismo / Inchiesta

Aria frizzante. Un punto di vista dalla provincia sulla marea del «Blocchiamo tutto»

0. Ci sono giorni che valgono anni. Le ultime settimane, dal 22 settembre al 4 ottobre, sono state tra questi. Anche a Modena.

1. Due scioperi generali che hanno travalicato le appartenenze (o non appartenenze) sindacali e fermato, rallentato, sabotato, la fabbrica della guerra che è nel suo complesso il sistema-Italia e di cui Modena è uno dei suoi reparti più avanzati. Una composizione eterogenea e trasversale di massa e diffusa che ha utilizzato strumentalmente e pragmaticamente le scadenze di sigle, collettivi e delle più svariate infrastrutture organizzative per scendere in mobilitazione permanente. Che, capillarmente, dai territori metropolitani a quelli provinciali, su livelli di intensità variabile da territorio a territorio, ha occupato le strade, le piazze, le facoltà, le scuole, i magazzini, gli stabilimenti, le stazioni, le tangenziali, tentando di praticare con slancio e determinazione l’obiettivo del “blocchiamo tutto”. Una oceanica manifestazione nazionale che ha fatto tremare, per la prima volta, un governo di postfascisti, atlantisti e sionisti – scappati fuori Roma – a digiuno di opposizione. Per non parlare, appunto, delle imbelli, inutili e ipocrite opposizioni della Sinistra, atlantista e sionista, saltate a bordo all’ultimo – citofonare Landini e Schlein – per timore di rimanere naufraghe.

La marea dei 30 mila a Modena. Sciopero generale per la Palestina, 3 ottobre 2025.

2. L’avevamo percepito il lunedì di sciopero generale che l’aria non era più la stessa. Certe cose le senti: ti lasciano il sapore dell’elettricità in bocca. Il 22 settembre abbiamo assaporato un gusto che non sentivamo da molto tempo a Modena.

La manifestazione degli studenti è rumorosa e con numeri (circa 400-500) che non si vedevano da decenni – anche se a maggioranza liceali e con poco apporto di seconde generazioni – portati per la gran parte dal “lavorio invisibile” di un gruppo di giovani senza pregressi politici nato, più o meno spontaneamente, un paio di settimane prima, “Giovani di Modena per la Palestina”. Piazza Grande è ingrossata da lavoratori delle più disparate categorie: operai della logistica e non solo, professionisti e partite iva, insegnanti, impiegati dell’industria, tecnici, precari, operatori delle cooperative, tirocinanti, universitari, perfino i funzionari della CGIL. La manifestazione arriva a contare circa 3000 persone e si carica di un’energia che neanche i soliti, interminabili comizi al microfono riescono a spegnere. C’è voglia di bloccare davvero tutto di fronte a un genocidio trasmesso in diretta dalla Palestina e alle minacce di Israele alla Flottiglia.

Ma questa voglia non si riduce a questo, crediamo. La Palestina è simbolo e pretesto ricompositivo per forze e motivi che agiscono nel profondo delle soggettività e della composizione che si è manifestata – in primo luogo attraverso una generazione politica formatasi a partire dal primo ciclo di lotte postpandemiche del 2022, situate dentro lo sviluppo dello stato di guerra e del caos globale crescente.

La piazza viene fatta sfogare in un corteo selvaggio e liberatorio per il centro città, fino ad arrivare davanti all’Accademia militare. E qui, al culmine della forza, fatta inspiegabilmente sciogliere dai leaderini dei gruppi e sindacati che l’avevano promossa e guidata, sotto le pressioni della digos e l’indisponibilità a cogliere o solamente riconoscere il momento propizio per un “passo in più” praticabile. «Grazie a tutti, per oggi è finita qui». Molti giovani partecipanti, a grossi capannelli, sono rimasti lì, come delusi, ad aspettare un proseguimento che non ci sarà, mentre gli attivisti e i politicanti se ne tornavano a casa: «come, tutto qui? Oggi è già finita? Non si poteva fare un passo in più?»

Sciopero generale per la Palestina, 3 ottobre 2025.

3. Due settimane in cui la mobilitazione serale è stata continuativa e partecipata – gli stessi presidi che un mese prima contavano 70 persone appartenenti al ceto politico si sono visti ingrossare fino a 400-500 partecipanti spontanei di quella composizione emersa il 22 – hanno portato allo sciopero generale di venerdì 3 ottobre.

La CGIL, tirata per la giacca, per non perdere la propria base è scesa in campo con i reparti corazzati. A Modena, un servizio d’ordine imponente, 150 pettorine rosse, a collaborare fianco a fianco coi distintivi e i caschi blu. I rapporti di forza modificati impongono un accordo preventivo tra la questura e il suo omologo sociale cittadino: viene concessa la tangenziale, passeggiata dall’uscita 8 all’uscita 10, e poi via al parco Ferrari. Il corteo partito da piazzale Primo maggio è imponente e inedito per Modena: record storico di 30 mila persone. Una manifestazione di massa, popolare, composita, con tantissimi giovani. L’apporto delle seconde generazioni e delle comunità arabe è consistente. Per l’occasione, crediamo, anche i tecnici e professionali, ancora non toccati dalle proteste, si sono mobilitati.

Il corteo passa di fronte alla stazione dei treni tranquillamente, perché è impenetrabile, blindata dalle camionette dei reparti mobili e presidiata dalle truppe incordonate della Camera del Lavoro, fianco a fianco alla Polizia di Stato. Il serpentone entra infine in tangenziale, come da copione, ma è all’altezza dell’uscita 10 che, nei piani dei tristi gestori dell’esistente, qualcosa va storto.

4. Alla fine del percorso, un piccolo ma combattivo pezzo di corteo scavalca spontaneamente il guardrail passando sull’altra carreggiata vietata dagli accordi, rifiutandosi di uscire dalla tangenziale. Ci sono ragazzi e ragazze di seconda generazione a incitare, seguiti da studenti delle superiori e universitari, giovani lavoratori e più anziani con famiglia al seguito. Persone “normali” e qualche compagno più o meno sciolto. Assenti i partiti rivoluzionari, i collettivi studenteschi e universitari, le sigle nazionali dure e pure. «Abbiamo detto che blocchiamo tutto? E allora facciamolo davvero!» è la voce unanime. C’è un pezzo di composizione sociale che vuole fare DAVVERO quello che gli slogan dei militanti ripetono, senza farsi prendere in giro. È ritenuto possibile, senza troppi timori: il momento di rischiare, di avere coraggio, è ora. L’esempio della Flottiglia è lì davanti.

Eccedenze. Scavallare il guardrail. Il momento del coraggio. Blocchiamo tutto.

Il corteo è in stallo sia per la polizia sia per l’indecisione dei più a “scavallare”, nonostante quel pezzo di corteo più determinato a praticare l’obiettivo diventi progressivamente più nutrito. Il tempo di blocco si allunga, le contraddizioni arrivano fino al carro di testa, tra gli organizzatori, mentre in strada il fronteggiamento con la polizia si fa sempre più teso. Fino a che un argine si scioglie: mentre il grosso della manifestazione rientra nella compatibilità e riparte sul percorso concordato, alcune centinaia si riversano invece sulla carreggiata opposta, raggiungendo il blocco e trasformandolo in un corteo selvaggio e autonomo fino all’uscita 10 bis. Da qui, praticato il blocco con i propri tempi, lo spezzone si ricongiunge al corteo principale tra cori e battimani, accolto dagli applausi della gente. Non quelli delle burocrazie sindacali e politiche, in primis CGIL, che volevano “bloccare tutto” ciò che c’è di possibile.

5. Perché soffermarsi su un evento così apparentemente insignificante, nel racconto di queste giornate che hanno visto complessivamente ben altro livello di scontro o blocco anche solo nelle vicine Bologna e Reggio? Perché, in un contesto specifico come Modena, di tradizionale bassa conflittualità, pesantezza del controllo socialdemocratico e grande solidità di recupero sistemico delle istanze subalterne e delle spinte sociali, questa piccola forzatura non avrebbe potuto conquistare l’obiettivo del “blocchiamo tutto” fuori dalla compatibilità istituzionale e dal copione imposto dall’alto e accettato dalle organizzazioni se non fosse stata trascinata da un’eccedenza, certamente di minoranza ma non minoritaria, di composizione, capace di esprimere una forma di autonomia in nuce, una disponibilità – appunto – a “scavalcare” non solo il guardrail e la paura, ma tutte quelle barriere fatte di ritualità, schemi, appartenenze, logiche bottegaie e leaderini opportunisti riprodotte da alcuni tipi di strutture politiche e sindacali che, in tali occasioni, agiscono da tappo. Insomma, una piccola traccia, ma significativa, del cambio di passo di composizione che queste giornate hanno espresso, anche a Modena, su livelli di conflitto e di forza più avanzati da quelli dati dagli stessi militanti, attivisti, organizzazioni. Per chi sa vedere, non è poco.

Servizio d’ordine della Cgil.

6. Non possiamo sapere, a questo punto, se sia nato, o stia nascendo, un ciclo. Inteso come processo di medio-lunga durata di mobilitazione, politicizzazione, organizzazione del conflitto sociale e di classe, che eccede, rimescola, trasforma le soggettività in esso coinvolte, le identità prestabilite, le stesse organizzazioni o rappresentanze che l’hanno promosso, cavalcato, inseguito. Rovesciando – e ricostruendo – l’immaginario collettivo, sovvertendo le forme di militanza e segnando quelle di vita. Una dinamica ricompositiva e un movimento d’attacco allo stato di cose presente. Occorre andarci ancora cauti, nonostante la straordinaria potenza di queste giornate.

7. Sappiamo però che, in queste convulse settimane di tempo sospeso, non più stretto nel pugno di coloro che comandano sulle nostre esistenze, un lungo e asfissiante ciclo di immobilismo, passività, rassegnazione, che aveva galleggiato su di uno stagno di grigia depressione, si è rotto. O quanto meno, incrinato: la pace del nemico si è infranta in crepe e fratture di possibile concreto. Da cui filtra – forte, potente – aria fresca e frizzante di cui riempirsi i polmoni. È la gioia autentica, condivisa, della lotta quando è di massa e va all’obiettivo. Di riconoscersi complici e compagni in essa, spezzando le solitudini e scacciando l’impotenza. Di prendere coraggio, come i marinai della Flottiglia, e assumersi il rischio quel passo in avanti in più, come scavalcare un guardrail insieme, perché è questo il momento, e non servono altre parole se non “Blocchiamo tutto”.

Verso l’uscita 10 bis.

8. E adesso? Come tenere aperta, dare continuità e allargare questa frattura da cui ha spirato un vento che ha scompigliato tutto e tutti? Attraverso quali forme sostenerlo, potenziarlo, farlo crescere più forte contro il governo e la fabbrica della guerra, del genocidio, dello sfruttamento, senza imbrigliarlo sui mulini del nemico che si chiamano Sinistra, delega, pace (per chi comanda), o lasciarlo spegnere nelle stanze chiuse della competizione sindacale, delle parrocchie di partito, delle botteghe di Movimento, del mercato delle vacche delle strutture? Funziona ancora lo strumento “assemblea di collettivo/partito/movimento” con una composizione che, almeno in questa prima fase, non ha riempito le fila dei vari gruppi militanti ma le piazze, i cortei, intesi come evento a cui partecipare, esperienza da vivere, in cui esserci, in cui imporre una propria autonoma presa di parola e decisione? Da dove può passare il ruolo dei militanti, la costruzione di un immaginario desiderabile, la formazione di controsoggettività negli spazi e nei tempi aperti da queste settimane? C’è tutto un cantiere di inchiesta, conricerca, scienza dell’inaspettato e immaginazione organizzativa da aprire, insieme alla necessità di intelligenza collettiva condivisa, di discussione franca e di produzione di punto di vista, oltre che di pensiero, forte.

9. Mossi più da domande che da certezze, con punto di vista parziale, per ora qui ci fermiamo.

10. «Si deve ricercare la pace quando la si può avere; quando non si può, bisogna cercare aiuti per la guerra». Thomas Hobbes, De Cive, 1642.

Di questo discorso e di cosa lo precede rimandiamo all’incontro dell’11 ottobre con la redazione di Infoaut e con i compagni di Askatasuna Torino per discuterne, a partire dalla presentazione del documento «La lunga frattura», al Dopolavoro di via canalino 78, a Modena.

Categorie
Discorsoni / Analisi

Senza dargli pace

In un mondo che scende sempre più in guerra, il problema che si pone è come rompere la pace che l’ha prodotta.

«Senza dargli pace».

È l’indicazione di metodo che ci consegna la lunga tradizione di lotta degli oppressi nel difficile movimento a farsi classe, tra sviluppo di autonomia e costruzione di organizzazione. Dalla Palestina che indomita resiste, alle metropoli e territori della crisi resi fabbriche e laboratori della guerra mondiale.

Lungo quali fratture e con quali strumenti si può tentare, qui e ora, di muovere «guerra alla guerra»? Come si struttura, nel fermento di una nuova generazione politica, il campo di battaglia della classe tra razza e nazione?

Una serie di incontri per mettere a dialogo inchiesta e militanze politiche, formazione e mobilitazione, territori e generazioni, intelligenze collettive ed esperienze pratiche, riprendendo e intrecciando il filo dei precedenti cicli «Militanti» (2023), «La fabbrica della guerra. Modena nel conflitto globale» (2024) e «La fabbrica della guerra. Geopolitica e lotta di classe nella crisi di sistema» (2025).

Non serve raccontarci quello che ci piace ascoltare. Serve quello che ci permette di capire, e quindi di agire, quando le brutture di questo mondo capitalistico sembrano sopraffarci. Per rovesciarle in opportunità di conflitto e sovvertirle in occasioni di rottura.

Segnatevi luogo e date, a breve maggiori informazioni.

Categorie
Discorsoni / Analisi

Guerra e industria della formazione. Il conflitto dentro scuola e università

Note per approfondire la discussione

La guerra che viene è il grande fatto del nostro tempo. Cifra del presente e tema centrale intorno a cui tutti gli altri si ricombinano, si ristrutturano, si organizzano. Tra questi, la scuola e l’università, punti nodali della riproduzione capitalistica e sociale.

Da una parte, come «industrie della formazione» atte a produrre e disciplinare la merce oggi più preziosa: quei soggetti che verranno chiamati a lavorare e combattere per la guerra dentro fabbriche, magazzini, laboratori, aule e uffici, o direttamente sul campo di battaglia. Dall’altra, tuttavia, come luoghi di mobilitazione giovanile e comportamenti di rifiuto che negli ultimi anni, intorno ai conflitti globali, e in special modo la Palestina, che coinvolge anche le dimensioni decoloniale e della razzializzazione interne alla composizione di classe delle nostre latitudini, hanno visto una nuova generazione politica prendere parola, tra tentativi di conflitto, spontaneità e contraddizioni.

Come si stanno trasformando scuola e università dentro la guerra? Quale funzione sono chiamate a ricoprire, da Stato, imprese e politica, nell’organizzazione, mobilitazione, e produzione bellica? Quale ruolo degli istituti tecnici e professionali, baricentrali per la formazione della forza lavoro specializzata per la fabbrica della guerra e al contempo alla formazione allo sfruttamento, con alta concentrazione di soggettività razzializzate, ma sovente esclusi o impermeabili agli interventi politici? Quali sono i soggetti coinvolti dentro i processi di trasformazione e che istanze, pulsioni e visioni materiali esprimono (o possono esprimere) nelle mobilitazioni contro la «fabbrica della guerra»?

Sono queste alcune piste da cui siamo partiti nella discussione del primo incontro del ciclo «La fabbrica della guerra», organizzato il 12 ottobre 2024 al Dopolavoro Kanalino78 a Modena, con studenti – militanti di collettivi e organizzazioni – attivi nelle lotte di scuole e università. Un ciclo pensato come una macchinetta per inchiestare soggetti, territori e processi coinvolti in questo tempo di guerra da decifrare e sovvertire, e inquadrare nuovi strumenti, punti di vista, elementi in grado di affrontarne la complessità all’altezza giusta – obiettivo sicuramente alto – dei problemi.

Vogliamo qui, in questa introduzione agli interventi, elaborare meglio il nostro punto di vista su alcuni nodi che la discussione con i compagni ci ha permesso di definire meglio. Senza certezze in tasca, se non quella della materialità dei problemi che si pongono collettivamente, e alcuna ricetta per l’avvenire, se non quella di porre tale materialità a verifica e alla proficua discussione, che speriamo possa approfondirsi e costruire un punto di vista più avanzato sui problemi, insieme a tutti i compagni validi come quelli intervenuti al dibattito.

Il protagonismo sociale, o della ricerca dell’autonomia

Tagliando subito con l’accetta, dagli interventi del dibattito crediamo emerga chiaramente un punto critico di questa fase, che non è una novità ma portato lungo di fasi precedenti che non possiamo qui approfondire: la debolezza, quando non proprio assenza, di protagonismo sociale dei soggetti – in questo caso, appunto, studenti, ma il discorso si può generalizzare. Protagonismo sociale che possiamo (e ci piace) chiamare anche autonomia, con la a minuscola. Se c’è un nemico da scardinare, è questo non protagonismo, questa passività, che come Kamo abbiamo toccato con mano direttamente anche a Modena nelle esperienze e negli incontri avuti insieme al soggetto giovanile della nostra città.

Questo non protagonismo, dal nostro punto di vista, può assumere varie forme.

La più immediata è il ritirarsi individuale e individualistico da ogni tipo di partecipazione collettiva, da processi di attivazione e decisione dove mettere in gioco la propria forma di vita che lo status quo capitalistico ha assegnato alla nascita, dal farsi avanti all’interno di una dimensione di mobilitazione che ecceda il proprio io e lo arricchisca, in una sintesi non più scindibile, in un noi. Il ritirarsi, quindi, in un privato oggi sovrapponibile completamente al mondo della merce, al suo più o meno edonistico e nichilistico godimento. Il godimento davvero povero della potenza della vita fatta coincidere col segno impresso su di essa dal rapporto sociale di capitale. Questa è la forma che è stata chiamata e che riteniamo corretto chiamare della diserzione, maggioritaria oggi tra gli studenti oltre che nella società più complessiva, con tutte le sfumature e gradazioni del caso: dal votarsi all’imperativo di arricchimento facile e veloce che la ragione neoliberale, ancora nella sua fase di putrefazione, promette possibile e auspicabile (magari cavalcando la schizofrenia dei flussi tramite app di trading e criptovalute che hanno reso portatile la speculazione finanziaria), al ritagliarsi una nicchia di comfort, civile e moralmente sostenibile, vivibile e discretamente sensibile, nel caos sempre più crescente della realtà percepita.

Ma vediamo anche la forma della delega del proprio protagonismo a un ceto di attivisti “professionisti”, scegliendosi il “brand” identitario che più aggrada o si addice al proprio curriculum, accontentandosi di seguire, condividere, likeare – nella vita vera come si fa sui social – contenuti fruiti ma mai prodotti dalla propria autonomia, per poi passare ad altro al cambio di trend; fruizione passiva, momentanea, di cause o lotte, da utenti consumatori, che in una città come Modena le articolazioni istituzionali e le cinghie di trasmissione del centrosinistra (spesso coincidenti) hanno buon gioco a sussumere e capitalizzare nei propri meccanismi, con risorse materiali e di posizione adeguate ad assorbire e rendere compatibile ogni piccolo sussulto di protagonismo potenzialmente di rottura. È questa la forma debole e impalpabile della società civile, di cui spesso abbiamo visto processi organizzativi e di lotta finire per scambiare un suo sfruttamento tattico come soggetto di riferimento e fine strategico. Se certi tipi di segnali di protagonismo vengono facilmente assorbiti da questa forma, crediamo che il problema non sia tutto sui limiti dei militanti che non li hanno saputi intercettare e deviare: spesso il problema è nelle soggettività stesse poco interessanti (e interessate) ai fini della rottura.

Infine, per ultimo, ma spesso non meno problematico per lo sviluppo di autonomia, quello che può sembrare un ossimoro: il non protagonismo che rischia di esprimersi attraverso la militanza. Una forma di militanza che coincide con l’adesione a organizzazioni partitiche, gruppi protopartitici, sindacalistici o attivistici che negli ultimi anni, a fronte del blocco dello sviluppo di larghi sommovimenti di classe o di pezzi di classe, tanto reali quanto spuri, su istanze materiali di soggettività altrettanto ambivalenti quanto reali (pensiamo, in questo senso, a ciò che è stata l’Onda tra 2008 e 2011, o all’irrompere delle lotte dei facchini tra 2011-2014), abbiamo visto fiorire e diffondersi, coinvolgendo pezzi non secondari delle nuove generazioni politiche emergenti. Gran parte delle organizzazioni, delle più varie tendenze e strutturazioni nazionali (perfino internazionali), rispondono facilmente alla richiesta di certezze da parte di soggetti giovanili che affrontano i loro tempi con ben poche di esse in tasca. La certezza di un’identità, in questo caso politica, di un percorso strutturato, di un’ideologia canonizzata, di una comunità costituita, di una parola d’ordine, del contenuto di un volantino, di una prassi consolidata, magari già decisi altrove o legati a lotte di altri pezzi di mondo, facilmente solo da seguire o applicare. La sensazione di fare qualcosa non solo di giusto, ma di rilevante, “sul pezzo” della cronaca: anche se non si può cambiare niente della propria vita, almeno ci si sente parte di una comunità o di una potenza lontana che agisce. Qui sono senza dubbio confluite molte energie e intelligenze politiche mosse negli ultimi anni dalla ricerca, non senza ambivalenze o difficoltà, di protagonismo, o che hanno espresso timidi ma importanti segnali di esso. Qui, purtroppo, possono finire per ristagnare, esaurirsi o riprodurre l’esistenza di quei contenitori che, nella nostra particolare esperienza, sono risultati tuttalpiù scatoloni vuoti: collettivi o sigle a uso e consumo della politica “nazionale” o dei politicismi dei gruppi territoriali che, come a un mercato delle vacche, si contendono l’adesione di questo soggetto giovanile a colpi della miglior offerta simbolica, ideologica, organizzativa, secondo anche logiche di targetizzazione. Non di certo strumenti territorialmente e soggettivamente situati di conricerca, espressione e potenziamento delle potenzialità di protagonismo e lotta delle soggettività giovanili a partire dalla materialità situata di esse. Questa forma di militanza, oltre a essere alla lunga impoverente invece che arricchente, crediamo sia anche “rischiosa”: fiorente e apparentemente solida nelle fasi di “calma”, dove la spontaneità sociale è debole e l’autonomia arretrata, quando il rischio è quello di far coincidere la militanza all’esperienza di “marcare il cartellino”, si può dimostrare estremamente fragile invece quando investita dalla potenza di un movimento reale, spurio, di soggetti sociali in tutta la loro contraddittorietà e ambivalenza, capace di squadernare ogni certezza, identità, linguaggio, comunità precostituiti se non radicati in un autonomo punto di vista e un metodo della conricerca. Lo diciamo senza nessuna nostalgia di forme di militanza tanto intense quanto fragili, che richiedono e bruciano tutto nei tempi corti, vuoti e accelerati dell’età giovanile e universitaria, ma non reggono ai tempi dilatati, pieni e anche frustranti della maturità lavorativa, affettiva, anagrafica.

Per una lettura critica della diserzione

Non ci convince del tutto, oggi, la parola d’ordine della diserzione, evocata nelle mobilitazioni in ambito universitario. Utile come concetto suggestivo d’agitazione contro la guerra, ci pare più debole sulla linea della controsoggetivazione, come comportamento su cui fondare un processo organizzativo. Non ci convince la sua potenzialità sovversiva all’interno dell’attuale fase della congiuntura di guerra, dove non c’è ancora mobilitazione di guerra da cui disertare, ma tutta da capire la forma stessa della riorganizzazione del comando sul sociale in funzione della forma guerra che si sta dando o si darà.

Può essere la diserzione una tendenza su cui inserirsi, anticipando e radicandosi nell’ambivalenza di un comportamento sociale spontaneo poi da trasformare in rifiuto organizzato? Senza ricette, con la sola certezza che sarà la messa a verifica nella prassi militante della conricerca a dare la risposta, proviamo ad articolare alcuni punti critici utilizzando la storia, la nostra storia, la tradizione che ci siamo scelti.

La diserzione, la dimissione, il ritirarsi, nella situazione concreta di oggi, è un comportamento ambivalente o di rottura, come è stato, per fare un esempio, il rifiuto del lavoro in un’altra epoca che ci è alle spalle?

Il rifiuto del lavoro è stato espressione di una determinata composizione di classe dentro una determinata organizzazione di fabbrica. Un comportamento, in forme anche passive, di una minoranza non minoritaria di operai, di un’avanguardia però di massa, dentro e contro la fabbrica fordista degli anni Sessanta – anche contro altri pezzi di composizione! – e poi nella fabbrica sociale degli anni Settanta. Comportamento che, prima scoperto e anticipato grazie alla conricerca operaista, e poi organizzato politicamente dai militanti nella lotta dentro la produzione e diffuso conflittualmente nelle articolazioni della riproduzione sociale, ha inceppato per un decennio il profitto come variabile indipendente della riproduzione capitalistica.

Oggi, dalla nostra visuale, la diserzione è un comportamento già maggioritario e generalizzato. Non solo degli studenti medi e universitari, ma dell’individuo democratico complessivo prodotto dalla società neoliberale. La diserzione non la vediamo come il comportamento ambivalente di un’avanguardia potenzialmente conflittuale, ma la normalità della forma di vita della maggioranza, praticata però in forma individuale e individualista, ripiegata nel privato, nella ricerca edonistica del piacere, nella solitudine del lavoro.

Uno studente che “diserta la guerra”, oggi, al tempo della diserzione già sociale, cosa rischia di rompere? Rompe uno status quo, una condizione,  o la riproduce, attraverso lo stesso meccanismo con cui poer esempio l’astensionismo maggioritario oggi non è tanto espressione di una radicalizzazione politica antisistema ma più sintomo dell’assenza di una politicizzazione della società?

La diserzione è stata una scelta di campo concreta, materiale, alla base della formazione del movimento partigiano nell’autunno-inverno del ’43. Una scelta di campo imposta dall’alto, praticata con le spalle al muro, che metteva in gioco la vita: o l’arruolamento nella Guardia nazionale repubblicana di Salò, le camicie nere, o la via della clandestinità, che per un pezzo di quella generazione cresciuta nel fascismo ha significato la via dei monti, a raggiungere i primi nuclei di soldati sbandati, fuggitivi, ex detenuti, dove i quadri politico-militari dei partiti antifascisti ancora erano pochi. Fu quella scelta di diserzione di una minoranza a formare le prime bande partigiane: diciannove mesi dopo, sarebbero discese sulle città del Nord Italia in formazione disciplinata di esercito guerrigliero.

In quel momento, la politicizzazione e la militanza, prodotte nella lotta partigiana, hanno visto come passaggio preliminare obbligato una diserzione. Nelle condizioni di oggi la militanza, la controsoggettivazione in una forma di vita militante, riuscirà a costruirsi attraverso un comportamento che è già socialmente maggioritario ma senza alcun tipo di rottura con la forma di vita dominante, che è sì diserzione dal comando di guerra ma anche diserzione da forme di conflittualità, rottura, ricomposizione?

Conclusioni, malgrado il discorso sia lungo e incerto

Ecco allora una domanda a guidarci. Dentro la «fabbrica della guerra», come alimentare i segnali di protagonismo, a Modena ancora timidi e insufficienti, espressi dall’avanzare di una nuova generazione politica che abbiamo visto attraversare varie fasi di mobilitazione (dalla scuola alla Palestina), ma stenta ancora a trovare forme autonome di protagonismo? E poi: come costruire una militanza capace di cavalcare le vertigini, stare sulle ambivalenze, ribaltare le certezze per costruire radicamento, progettualità e ricomposizione?

È ancora e sempre lo stesso ordine di problemi, che come Kamo abbiamo contribuito a discutere e provato a nostro modo ad affrontare; altri, questi ultimi anni, lo hanno sicuramente sviluppato meglio con ben altri strumenti, possibilità ed esperienza. Alla nostra piccola altezza, ci sentiamo di inquadrarlo dentro le suggestioni e le piste di ricerca politiche lasciateci da Mario Tronti nel suo ultimo, postumo, scritto politico e militante. Salvare la rivoluzione dal Socialismo, salvare la libertà della Democrazia, dice Mario – e, aggiungiamo noi, salvare l’autonomia dal Movimento. Da quello che è stato il ciclo, oggi esaurito, dei centri sociali e del centrosocialismo, entro cui per tutta una fase si è espressa la militanza autonoma. Nel presente, per il domani, si tratta di salvare l’autonomia possibile di nuovi soggetti da quello che, per semplicità e in mancanza di termini migliori per capirci, prende oggi le vecchie forme del Movimento. C’è un lavoro da fare, di ricerca, di elaborazione, di immaginazione. Senza l’ambizione di sapere che quel tempo, il più inattuale, verrà. Perché il mondo e il tempo che stanno per arrivare, tutto lascia prevedere che saranno al seguito del mondo e del tempo che sono già arrivati. Facciamoci trovare pronti per domani, preparandoci oggi all’inaspettato.

Di seguito gli interventi che hanno aperto la discussione. Buona lettura.

 ***

Marina – studentessa, militante di Osa

Visto che tutto quello che abbiamo fatto nelle scuole in questi anni come studenti organizzati si è basato sull’analisi della realtà, prima di parlare di scuola due parole sul contesto generale e sul periodo storico in cui ci troviamo.

La guerra, dall’Ucraina al Mar Rosso passando per la Palestina, è diventata il fattore centrale. E l’Italia, nella guerra, assume un ruolo centrale. Segue le politiche della Nato, aumenta le spese militari al 2% del Pil, continua a inviare armi, e per farlo toglie i soldi alle scuole, all’università (la recente manovra finanziaria prevede 500 milioni di tagli al Fondo per il finanziamento ordinario delle università), alla sanità, alle spese sociali.

Come studenti organizzati è stato importante quindi individuare il nostro nemico per mobilitarci: il governo. Un governo guerrafondaio, un governo della guerra, quello delle Destre, della Meloni.

Per lavorare nelle scuole, abbiamo quindi colto la contraddizione dei soldi che invece che essere usati per la nostra formazione vengono usati dal governo nelle guerre in cui l’Italia è complice e corresponsabile: le conseguenze le vediamo quotidianamente in tutti gli istituti da Nord a Sud, dove ogni giorno cadono pezzi di soffitto sulle classi, mancano le risorse per metterli in sicurezza dopo disastri ambientali come l’alluvione in Romagna, mancano spazi o materiali per fare lezione, mancano veri sportelli d’ascolto e assistenza psicologica, manca una vera educazione alla sessualità.

Abbiamo riconosciuto il nostro nemico in una classe dirigente che utilizza la filiera della formazione per far passare l’ideologia dominante e per mantenere il consenso. Scuola e università come apparati ideologici di Stato, e manganelli e stretta repressiva per chi protesta [si veda il Decreto sicurezza ddl 1160, ndK]. Ci è stata consegnata una scuola che non ha più quel senso di emancipazione che poteva avere negli anni dello sviluppo delle lotte, ma che continua a cristallizzare le condizioni sociali di partenza degli studenti. La scuola non è più un ascensore sociale ma si è trasformata in filiera formativa, centrale per l’aumento della competitività e della produttività, e per la creazione di valore e per la crescita economica.

Questo è evidente con il Pcto (l’alternanza scuola-lavoro) che costituisce una vera e propria aziendalizzazione della scuola, in cui i percorsi di studio degli studenti verranno modificati dalle imprese presenti sul territorio per creare figure di lavoratori specializzati. Inoltre, con la nuova riforma degli istituti tecnici e professionali di Valditara, che consiste nel ridurre un anno di scuola per questi ultimi e accrescere le ore di Pcto, assistiamo anche a un aumento di differenze tra scuole di serie A (come i licei, luoghi deputati a instradare la futura classe dirigente) e scuole di serie B (istituti tecnici e professionali).

Quello che vediamo in generale è una crisi di egemonia dell’Occidente capitalistico che, nel suo contorcersi, produce barbarie. Il discorso dell’Occidente capitalistico si dice portatore di pace, di innovazione, di libertà, ma come vediamo produce guerra, sfruttamento, repressione. E le classi dominanti non hanno e non vogliono trovare soluzioni alle barbarie che producono.

Sappiamo che lotte nelle scuole devono essere fatte pensando alla realtà che abbiamo davanti. E nelle scuole noi vediamo una tendenza tra gli studenti a eludere questi valori proposti dal discorso dominante, a non sentirsi rappresentati in toto da questi valori, quindi a cercare di uscirne, a scapparne, in varie forme e modi, magari cercando altri modelli. Forme e modi che però non vanno a rottura con la società così strutturata, ma che comunque non sono conformi alla narrazione che il sistema ha fatto di sé. Nelle scuole vediamo una serie di fenomeni che vanno dal ribellismo individuale e individualistico, al disagio psicologico, all’autolesionismo, al disinteresse da tutto ciò che succede, fino anche allo scimmiottamento della criminalità e di comportamenti criminali. A Modena, per esempio, quest’anno i rappresentanti d’istituto del Liceo Classico Muratori, dove passano le future classi dirigenti, hanno chiamato la polizia perché c’erano studenti del Tecnico e Professionale che venivano a rubare, a picchiare, a fare brutto agli studenti del Classico davanti alla scuola.

Nelle scuole vediamo che non c’è una spontanea prospettiva di rottura. Dobbiamo quindi essere bravi come militanti organizzati a incanalare questo disagio e questa rabbia degli studenti e portarli ad avere questa prospettiva, facendo come, per esempio, dopo l’uccisione di 3 ragazzi in Pcto da cui è nata l’ondata di occupazioni della Lupa a Roma nel 2022.

Chiaramente non è facile, perché siamo in un contesto di depoliticizzazione e de-conflittualità studentesca, in cui il nemico fa un attento lavoro di deterrenza per impedire ogni ipotesi di mobilitazione. La sfiducia nella possibilità di cambiamento e nell’utilità della lotta è veramente alta.

È stato difficile come portare nelle scuole di Modena un punto di vista e una prospettiva di rottura. Anche perché a Modena, feudo Pd, sono forti le organizzazioni studentesche che sono l’articolazione di sindacati e di partiti del centrosinistra di governo, filoistituzionali, socialdemocratici, come la rete degli Studenti, l’Udu, eccetera. Abbiamo visto che non portano effettivamente punti politici, ma riescono a sussumere tutto quello che hanno intorno, a far su quello che con difficoltà e spontaneità prova a muoversi; hanno appiattito le lotte che ci sono state, le hanno compatibilizzate, senza offrire una vera alternativa e anche per questo, a Modena e provincia, quest’anno il movimento studentesco non è stato dei migliori.

Chiaramente ora con il movimento per la Palestina si è riuscito sicuramente ad ampliare e mobilitare qualcosa, però ha avuto più successo nelle università che nella scuola, e sicuramente qua a Modena nell’università non è partito niente. Eppure, nonostante anche Forlì sia una città di provincia, lì il movimento è partito dall’università.

A Modena è stato interessante lo sciopero e la successiva mobilitazione scoppiati all’Ites Barozzi. Partito come protestaperché la scuola non faceva andare in gita le classi, non riforniva di cibo le macchinette e faceva perquisire gli zaini degli studenti all’entrata, a seguito della minaccia di sospensione della preside al rappresentante d’istituto per aver rilasciato un’intervista esprimendo i problemi di una “scuola devastata” la mobilitazione ha preso piede in difesa dello studente. La mobilitazione contro la repressione è poi rientrata senza una prospettiva di rottura, senza uscire dal proprio caso particolare, senza guardare all’esterno della propria scuola.

Ci sta, perché comunque questa “coscienza” la porti dall’esterno, non sono cose che vengono su da sole, è qui la funzione del militante; però è una piccola dimostrazione che sotto si muove qualcosa, anche in provincia gli studenti possono muoversi e cercano un cambiamento, non è detto che a Modena non debba accadere mai niente. Bisogna essere bravi a cogliere le contraddizioni quando si manifestano materialmente che poi ti portano a uno scontro diretto.

Scuola e università sono apparati ideologici di Stato, e i luoghi e i percorsi formativi sono sempre pervasi dall’ideologia del nemico, come stiamo vedendo sempre più chiaramente in questo stato di guerra. E noi come studenti dobbiamo continuare ad utilizzare questi luoghi di formazione come campo di battaglia, per portare avanti un’idea di formazione diversa, in una diversa società.

  

Elia – studente universitario, militante di Officine della formazione

Il punto di partenza della nostra inchiesta sulla composizione studentesca universitaria (in forma estesa, i risultati dell’inchiesta si trovano sulla rivista «Machina»: qui e qui) è tutto sommato semplice: la constatazione che in università c’è un vuoto politico.

Questo vuoto politico non è tanto da intendere in senso fenomenologico (“non c’è nessuno, non esiste nulla di politico”). Alcuni gruppi ci sono sempre stati, e ci saranno sempre, in forme e quantità più o meno sparute. Quello che ci interessa considerare, invece, è il loro appiglio sulla composizione studentesca, la loro capacità di muoverla e di agitarla. Insomma, ci sembrava che anche l’università di Bologna fosse pacificata quanto qualunque università anglosassone o nordeuropea.

Dire inchiesta è, però, improprio. L’idea era quella di una conricerca. Ovvero, produrre una conoscenza imperniata sul punto di vista di una soggettività, quella studentesca, al fine di poter indicare la strada, da un lato, alle nuove forme di organizzazione possibili dentro le università, assunta la crisi delle forme esistenti, e dall’altro verso i “punti deboli” del sistema, non tanto in senso oggettivo, ma soggettivo: cosa temono, desiderano e odiano gli studenti?

Quindi, produzione di conoscenza collettiva e comune che, allo stesso tempo, possa aprire uno spazio per l’autoformazione, per la formazione politica. Insomma, ditelo come volete: per dare forma a nuovi militanti.

La tesi principale che è emersa dalla conricerca è che non ci sembra possibile rintracciare un residuo autonomo (un “fuori”), cioè una ricerca di conoscenza pura e incontaminata, dalla volontà e dal desiderio degli studenti di essere formati in quanto forza-lavoro competente e, soprattutto, desiderosa di vendersi sul mercato del lavoro. Chi sceglie di studiare all’università lo fa esclusivamente per questo motivo. Per descrivere questo processo abbiamo utilizzato il concetto di “professionalizzazione”. La produzione – come processo attivo, cioè voluto dal soggetto, e allo stesso tempo passivo, cioè subito – di forza-lavoro specializzata pronta per essere inserita nel processo produttivo.

Questa questione va letta assieme alle aspettative degli studenti sul proprio futuro. La ricerca dimostra un complessivo “innalzamento” delle aspettative rispetto al titolo di studio. In altri termini, si studia poiché si ritiene possibile che il titolo renda favorevole la collocazione nel mercato del lavoro. Tutto questo sommato alle difficoltà e alle fatiche dello studio, che si accettano e subiscono senza troppi problemi – o, comunque, si cercano di superare questi problemi. La possibilità, nel futuro, “di fare quello che ti piace” ripagherà la fatica. Infatti, non è secondario rimarcare come questa predisposizione verso il futuro porti gli studenti ad accettare il sacrificio dello studio e della formazione.

Bisogna sottolineare che l’innalzamento delle aspettative legate al titolo di studio non viene interpretato dagli studenti come un processo lineare e privo di frizioni. Al contrario, è una vera e propria battaglia per il riconoscimento della competenza e della formazione, che porta tratti anche culturali e generazionali. Non mancano ostacoli e incertezze, tuttavia per quel che concerne il titolo di studio sembra esserci davvero la fiducia che l’educazione superiore sia un investimento che possa portare a una posizione favorevole nella società.

Infine, l’ultima riflessione riguarda il cosiddetto “sapere pratico”. Gli studenti intervistati, infatti, richiedono una forma di sapere pratico-teorica, in aperta contrapposizione a uno studio impoverito, standardizzato e nozionistico come quello offerto dall’università oggi.

Il primo lato della medaglia è il rifiuto di una certa verbosità, un certo vecchiume dell’università italiana. Riprendendo le parole degli studenti, il sapere pratico-teorico ti fa osservare, assieme alla professoressa, un certo fenomeno in laboratorio, al di fuori della dimensione della lezione frontale e libresca. Ma accanto a questo tipo di sapere ce n’è un altro che costituisce uno scarto: quello che dà forma a una competenza tecnico-pratica, attiva: fare le cose con le tue mani. Abbiamo chiamato questa forma di sapere semplicemente “tecnico”. È proprio questa la forma di sapere a essere reclamata dal desiderio di professionalizzazione degli studenti: il possesso di una tecnica capitalistica professionalizzante, che li formi come forza-lavoro competente e professionale.

Vi è un altro livello del discorso verso cui prestare attenzione e riflettere. Tagliando con l’accetta, possiamo dire che il sapere della didattica universitaria è così impoverito e standardizzato che l’unica strada percorribile, per gli studenti, risulta essere quella della richiesta di professionalizzazione. La ricerca di sapere e conoscenza “per sé” non si può dare nella realtà capitalistica, dunque si sceglie la via della professionalizzazione perché conviene. In altre parole, conviene perché il sapere è talmente impoverito e modularizzato che tanto vale diventare un professionista che applica quel sapere povero allo status quo capitalistico. Ma questo, banalmente, significa che lo studente finisce per contribuire attivamente e soggettivamente a divenire forza-lavoro specializzata, o forse sarebbe più corretto dire “capitale umano”, realizzando il compito storico dell’università capitalistica.

Crediamo che questo passaggio vada assunto come un dato di realtà.

Non per rassegnazione o ineluttabilità ma, al contrario, perché per rovesciare il tavolo dobbiamo sapere bene di quale materiale questo tavolo è fatto, quali sono le sue crepe, in che punto si può rompere. Questa “utentizzazione” della figura dello studente, questa riduzione alla passività, al contenitore da riempire, ci sembra che spesso si accompagni a una certa “protocollarità” nell’approcciarsi al sapere da parte degli studenti. Una faccia della professionalizzazione è proprio la protocollarità, nel senso dell’algoritmo: la richiesta di possedere una serie di passaggi definiti per risolvere un problema di cui si sa già che una soluzione esiste. I professori stessi riproducono questo meccanismo, tenendo quanto più possibile lontano gli studenti dalla possibilità di scontrarsi con problemi aperti, sia quelli radicalmente privi di soluzione, sia quelli con una soluzione che non è data a priori. Ciò che conta è superare l’esame: tutto si riduce nell’ingurgitare una serie di informazioni per poi ripeterle il più fedelmente possibile in attesa di ottenere l’agognato “pezzo di carta”.

Se questa riflessione sulla professionalizzazione è chiara per le facoltà scientifiche, ci sembra che anche i soggetti delle facoltà umanistiche, che si iscrivono perché “amano ciò che studiano”, siano inseriti in questa stessa logica. Che riguardi la volontà di diventare un ricercatore o altre innovative figure professionali che possono emergere dagli studi umanistici, la figura soggettiva, lo spirito e l’antropologia sono simili. Magari, agli studenti delle facoltà scientifiche dei “seminari autogestiti” non interessa nulla, mentre a quelli delle facoltà umanistiche interessa se riguardano l’argomento della loro tesi o la possibilità di stringere la mano al professore di turno. Ma ci teniamo a specificare: non c’è nessuna moralizzazione in questo discorso. È così e basta, e lo abbiamo imparato a nostre spese, tentando più volte di organizzare questi soggetti o di aggregarli proprio attraverso queste modalità seminariali (che non riteniamo siano sbagliate in sé, per inciso, ma che vadano assunte dentro l’orizzonte materiale di questa soggettività).

Qui dobbiamo essere chiari. Da un lato questo è un processo soggettivo di trasformazione antropologica della condizione dello studente. Quanti anni sono passati dall’ultimo, reale, movimento? Possiamo dire quasi vent’anni senza movimenti? Ecco, tutto ciò ci consegna questo soggetto qua. Però, ovviamente, questa lettura assume un senso se la si legge nella più ampia questione della crisi della militanza e della crisi delle forme della politica di quello che viene chiamato “Movimento”, appunto. Cioè, dall’università – luogo del fermento giovanile – si vede chiaramente come ad oggi non esista nessun terreno di identificazione comune e collettiva: immaginari, pratiche, possibilità di dire “io sono questa cosa qui” in senso politico, un soggetto politico riconoscibile (“siamo dei centri sociali”, “dei collettivi” eccetera).

Un inciso va fatto. Lo studente della professionalizzazione è lo studente che fa l’investimento. E se questo lo leggiamo assieme ai processi selvaggi di accumulazione ed estrazione capitalistici legati alla città, basta poco per capire che nella città universitaria arriva chi se lo può permettere e, allo stesso modo, come il capitale abbia affinato una selezione molto più a valle. Insomma, arrivano studenti di ceto medio non troppo impoverito. Quindi, in qualche modo, anche il terreno classico del diritto allo studio e dell’accessibilità interessano poco questa figura studentesca. E lo si vede bene dalle piccole mobilitazioni di qualche anno fa relative al caro-affitti (le prime “tendate” per capirci), le quali alla fine vivevano più nel campo dell’opinione che in quello della materialità dei soggetti.

E ora arriviamo al sodo. Qualcosa che, invece, ha smosso, nel suo piccolo, per quanto comunque in un quadro di assenza di mobilitazioni significative, sono state le mobilitazioni in solidarietà alla Palestina. Proviamo a fare qualche ragionamento, prendendo davvero sul serio che «solo la lotta può impedire la barbarie». Ciò che segue va quindi letto come una forzatura per cercare di fare passi avanti e rilanciare il discorso, rilanciare l’intensità della lotta.

Ora, senza fare analogie macchiettistiche, senza dire «portare il Vietnam in fabbrica» o «Bring the war home», è comunque accettabile affermare che queste mobilitazioni per la Palestina siamo state una serie di rivendicazioni di solidarietà, mi si consenta di dire, di opinione: quelle che potenzialmente restano imbrigliate nel piano della moralità (e della giustizia astratta) e rischiano di avere poca attinenza con la vita che facciamo tutti i giorni e che, però, nel lungo periodo, nell’intensità e nella possibilità di rottura rischiano poi di assopirsi.

Quindi, la prima operazione di metodo mi pare questo: capire cosa porta dei soggetti concreti a mobilitarsi e, soprattutto, a farlo più di una volta (credo che la sola indignazione e la sola commozione siano necessariamente portati ad avere una breve durata). Cioè, non è tanto un ragionamento per scovare la verità oltre la menzogna, ma quanto per indagare proprio la costituzione materiale del soggetto-contro. Dunque, cosa è emerso da questo soggetto?

La mobilitazione non ha posto nessun accento oltre la questione palestinese. Senza dire sia giusto o sbagliato, in generale, strategicamente o tatticamente, lo assumiamo come dato di fatto. So che in altri contesti in Italia questo è invece successo, dunque mi riferisco a dove siamo collocati, Bologna. I termini della questione li conoscete: l’idea del boicottaggio accademico e dunque la fine degli accordi tra l’università e diverse istituzioni israeliane. Non c’erano dei ragionamenti che cercassero di ampliare il discorso o, diciamo, che per lo meno lo facessero assumendo il piano della condizione studentesca, che ne so, gli effetti degli accordi sulle lezioni, gli esami. E anche per questo motivo, crediamo, che ci sia voluto un certo tempo perché assumesse i tratti di una mobilitazione. Senza poi rimarcare che si tratti di una serie di rivendicazioni – lo dico veramente con il pudore di dire una banalità – di natura sostanzialmente sindacale. Cioè: si chiede la fine degli accordi, si può vincere o perdere.

Ora, senza ingenuità: le università piccole possono stracciarli subito quegli accordi, quella di Bologna ha grossi problemi per ovvi rapporti di forza globali e posizionamento nei circuiti del valore immateriale. Ad ogni modo, è interessante notare come la questione della materialità soggettiva della mobilitazione non sia stata posta in alcun modo, se non vagheggiando tutta la questione degli accordi come contraddizione cardine del capitalismo, insomma con un linguaggio che non affonda le radici nella materialità di quel soggetto descritto sopra, insomma discorsi vuoti. Una prima spia del fatto ci fossero altre ragioni verso la partecipazione, oltre al cuore della rivendicazione, pur comunque assolutamente fondamentale.

Ora, facciamo un salto verso le tendate. A Bologna, va detto, non bloccavano nulla. Le malelingue potrebbero dire che fossero un centro sociale a cielo aperto. Ma lì, invece come poi in altre occasioni, la partecipazione di una composizione studentesca “vera”, spontanea, si è data.

Ora, la tesi di fondo: questo “qualcosa sotto” ai soggetti che si mobilitavano, alle tendate, ci è parso di poterlo vedere nel bisogno di socializzazione e di rottura della solitudine che è tipica del percorso universitario. Il soggetto che fa l’università oggi è sostanzialmente solo come un cane. Nonostante le apparenze, anche le università sono territori in cui il legame sociale è devastato e, in qualche modo, gli studenti riconoscono questa cosa e la sentono come problema. Da un lato lo studente ha il percorso di investimento su se stesso, quello che abbiamo descritto; dall’altro ha il consumo di divertimento e di esperienza della città (che occupa un ruolo fondamentale, ovviamente) e infine ha le patologie e i sintomi (ansia, depressione, solitudine). Questo non è nulla di nuovo, sono i tratti della condizione giovanile. Certo. Però ci pare proprio che in qualche modo, nelle tende, nella mobilitazione per la Palestina si cercasse di rompere (e quindi implicitamente di politicizzare!) quella roba lì. All’indomani dello smantellamento volontario delle tendate – sostanzialmente per stanchezza e burnout, come si dice oggi (comprensibile dopo più di venti giorni!) – il sentimento comune suonava così: “Non abbiamo vinto nulla, ma almeno ci siamo divertiti e siamo stati assieme”.

Se gli ingredienti per la politica sono gente incazzata e individuazione del nemico, ci pare che questi due termini, oggi, non siano in alcun modo consegnati dalla realtà verso il soggetto studentesco. Si possono – soprattutto, si devono – operare delle forzature e verticalizzazioni, certo. Ma a ogni modo pare che questo non si dia. Abbiamo più volte riflettuto su questo rapporto tra consenso e forza dentro la mobilitazione. Ovvero c’era consenso ma mancava la forza, dove per forza intendiamo la possibilità di individuare il nemico. E mi pare di poter dire che non fosse tanto un problema di tattica e strategia, quanto un problema di maturazione della soggettività. Insomma, che i nemici fossero il rettore, un professore o un capo di dipartimento, lo erano sempre e soltanto per un momento estemporaneo, per una fase.

Qui provvisoriamente chiudo: quello che è stato, quello che è, e quello che sarà in autunno penso si possa intendere come sintomo e preludio di qualcosa che, prima o poi esploderà, e che però va proprio letto dentro questo vero e proprio massacro della composizione giovanile.

Ora, se vogliamo parlare di guerra e università dobbiamo almeno prendere in considerazione tre tipi di guerra.

La prima è quella più ovvia: il diretto ingresso della guerra dentro l’università. Stato e capitale utilizzano l’istituzione per la produzione di conoscenza in funzione e per la guerra. Quindi produzione legata alla competizione tra i diversi capitali e diversi poli in conflitto in questa fase di destrutturazione e ristrutturazione anche bellica della globalizzazione. Va tenuto presente quando si considera la ricerca direttamente e indirettamente legata alla guerra anche il cosiddetto dual use.

La seconda è quella che materialmente distrugge le università. E pone un insieme di problemi, a chi fa politica in quei contesti, del tutto differenti. Oggi Kiev, Gaza, Beirut, ma sappiamo che altre guerre sono alle porte.

La terza è l’economia politica intesa come continuazione della guerra con altri mezzi. Insomma, la guerra del capitale contro di noi, la violenza dell’accumulazione originaria che si ripete ogni giorno. E l’economia politica sussume, oggi completamente, le università. Oggi ne abbiamo discusso dal punto di vista delle trasformazioni soggettive (“utentizzazione” e trasformazione in capitale umano) ma quelle oggettive sono forse ancora più lampanti: gli studenti come esercito di forza-lavoro precaria a basso costo, l’indebitamento e la finanziarizzazione dell’istruzione superiore, l’estrazione di ricchezza attraverso i prezzi degli affitti e la privatizzazione selvaggia di tutto quello che un tempo erano servizi.

Quindi, in queste tre guerre guerreggiate, abbiamo provato a riflettere su come si porta una guerra diversa dentro le università. Una specie di gesto leninista, una “nostra guerra”, come discorso tattico, ma anche strategico – magari anche come slogan, credevamo ad un certo punto. Un gran bel ragionamento. Ma tutto sbagliato.

Il problema, alla fine, è che il soggetto studentesco non è un soggetto che vuole fare la guerra. Tutto il contrario. È un soggetto della diserzione. Senza illusione che, ad oggi, diserzione sia qualcosa di profondamente diverso dal “dimettersi in solitaria”. Bifo legge i sintomi (depressione, solitudine eccetera) come una diserzione dalla realtà capitalistica – una rinuncia. Insomma, tra prendere una parte nella guerra, parteggiare, o “darci a mucchio”, dove questo “darci a mucchio” può essere prendere le pilolle o prendere lo spritz, lo studente è comunque un soggetto che si dimette. Non prende parte.

Scontato dire che tutto questo va organizzato, con forme e linguaggi della politica nuova. Come sempre: con continuità e discontinuità assieme, le spalle al futuro, la testa nuova e il cuore antico. Come recitava un titolo della stampa di giugno, «nel 2029 la generazione Erasmus potrebbe dover marciare su Mosca»: ne vedremo delle bruttissime, ma speriamo di farci trovare pronti per organizzarla, la diserzione.

Categorie
Troppo fuorismo / Inchiesta

LA FABBRICA DELLA GUERRA. Modena nel conflitto globale

La guerra che viene è il grande fatto del nostro tempo. Cifra del presente e tema centrale intorno a cui tutti gli altri si ricombinano, si ristrutturano, si organizzano, seguendone lo spartito.

Una guerra che non nasce per caso o per malvage singole volontà, ma dalle condizioni strutturali della “pace” che l’ha preparata. Una pace imperialista, incrinata dalla crisi capitalistica globale, rotta dallo scontro tra potenze in declino e attori in ascesa per determinare la nuova architettura del sistema di mercato mondiale. Europa, Medio Oriente e Pacifico sono i suoi diversi fronti, dove già si combatte a diverse intensità o ci si sta preparando per farlo. E noi in mezzo.

E a Modena? Come la guerra sta già entrando nel nostro territorio e coinvolgendo le nostre vite, trasformando scuola, università e fabbrica sociale? Che tipo di figure la scuola dovrà formare alle necessità del conflitto? Quali relazioni intesse l’università con industrie militari e Stati coinvolti? Come si ristruttura il tessuto industriale emiliano a fronte della crisi globale e in funzione della guerra? Quali contraddizioni potrebbero aprirsi e quali soggetti mobilitarsi dentro e contro la «fabbrica della guerra»?

Sono tempi di guerra. Per non esserne sopraffatti, e a essi sacrificati, occorre muovere guerra ai nostri tempi. Per fare ciò, occorrono armi e strumenti politici: punto di vista, metodo, inchiesta.

Un ciclo di incontri per discutere e costruire nuovi arsenali, a partire da ciò che funziona ancora di quelli vecchi, per sabotare e sovvertire i tempi dove meno se lo aspettano.

Al Dopolavoro di via canalino 78.

Segnatevi le date, a breve maggiori dettagli.

Categorie
Kultur / Cultura

Gigi Roggero – La militanza non va in vacanza. Dagli anni Ottanta, Novanta e Dieci a oggi, e oltre – prima parte

Nella memoria collettiva, la militanza politica sembra scomparire dopo l’assalto al cielo degli anni Settanta. La fase iniziata con gli anni Ottanta, ancora in corso, appare come un “buco nero”. È il periodo della reazione ai grandi cicli di lotte, quello della controrivoluzione capitalistica, del riflusso nel privato, dell’epidemia di eroina, dell’edonismo dilagante, della precarietà generalizzata, dell’avvento di internet e del mondo unipolare, che ha portato al mondo come lo conosciamo oggi.

Tuttavia, gli ultimi quattro decenni non sono stati affatto privi di conflitti, sperimentazioni, movimenti e forme di organizzazione politica anche originali, tra ambivalenze e contraddizioni, che si sono dovuti confrontare con la crisi della militanza: dal movimento antinucleare a quelli studenteschi della Pantera e dell’Onda, dalla stagione dei centri sociali alle mobilitazioni noglobal, dalle tute bianche al blocco nero, fino agli “ultimi fuochi” del 15 ottobre 2011 e alle “piazze populiste” degli anni recenti.

Quali sono stati i soggetti sociali protagonisti degli ultimi movimenti? Quali sono stati pregi e limiti delle loro forme di organizzazione? Come si è trasformata la militanza e il conflitto di fronte all’attivismo e alla testimonianza? Se siamo di fronte all’esaurimento di un ciclo, come immaginare (e praticare) di andare oltre? Ripercorrere questi “decenni smarriti” vuol dire confrontarsi con i nodi irrisolti del presente, per riarmare il pensiero di fronte all’attualità, e costruire una prospettiva solida dentro e contro la storia di oggi. È quello che vuol dire essere militanti.

Ne abbiamo discusso, il 17 giugno a Modena, con Gigi Roggero – ricercatore militante, collaboratore della rivista «Machina», autore di Elogio della militanza (2016), Il treno contro la Storia (2017), L’operaismo politico italiano(2019), Per la critica della libertà (2023), tutti pubblicati con Deriveapprodinell’incontro che ha chiuso il ciclo MILITANTI.

Ci sembrava necessario, nel ritessere e riappropriarci di una genealogia e di una storia di parte, ripercorrere criticamente gli ultimi decenni, in particolare quelli da cui la nostra generazione politica proviene e si è formata. Non solo per dare qualche spunto di chiarificazione di dinamiche e processi per lo più sconosciuti alle nuove generazioni che si affacciano a percorsi di militanza politica, ma per osservarli e trattenerli con lucido distacco, quello necessario a mettere in discussione comode certezze, abitudini sedimentate, consueti modi di intendere e di fare che crediamo oggi girino a vuoto, o che semplicemente non ci bastano più – o meglio, non bastano più nella fase in cui ci troviamo. Guardare la strada da cui veniamo, di cui siamo debitori sia di errori e cadute che di saperi ed esperienze, per metterla in prospettiva, in una mappa più ampia: dove la destinazione rimane la stessa, ma vecchi sentieri vanno riaperti, e nuovi battuti. Sentieri impervi, non lineari, poco frequentati, tutti in salita. Sono quei sentieri che, visti dall’alto, sembrano rette, ma che per tracciarli occorre percorrerne la curva.

Certezza di perdersi, scarse probabilità di successo: gli unici sentieri che valgono di essere affrontati insieme.

 

Gigi Roggero

Non vi dico che “sarò breve”, perché non sarebbe credibile; quindi, saltiamo le premesse irrealistiche. Partirei piuttosto dicendo che auspico soprattutto di aprire un momento di confronto, e che condivido l’interpretazione che i compagni di Modena danno a questa congiuntura. Anzi, la tesi che presentano è quasi pacata. Direi che siamo in una fase in cui, per usare dei termini gramsciani (indipendentemente da Gramsci, che francamente non mi suscita un gran entusiasmo), «il vecchio fatica a morire e il nuovo fatica a nascere». Mi pare che, in estrema sintesi, l’attuale situazione sia questa. Poi si potrebbe anche dire che, oltre a non avere una particolare simpatia per Gramsci, non ho alcuna simpatia per i termini “vecchio” e “nuovo”… ma la metafora è comunque utile per definire lo scenario presente.

Entrando nel dettaglio, che cosa contraddistingue il nostro presente, specialmente per chi, come noi, si è sempre riconosciuto come “militante di movimento”?

A questo proposito facciamo un passo indietro, e partiamo da questa nostra identificazione abituale, in modo tale da meglio comprendere dove stia il succo politico della questione.

Ora, il termine “militante di movimento” è una cosa che potete sentire solo in Italia. Il termine “movimento”, fuori dall’Italia, non significa nulla di quello che noi intendiamo. Quando qui si diceva “militante di movimento”, si intendeva una cosa precisa, ovvero il militante esterno ai partiti che si impegnava, in modo organizzato, per trasformare l’esistente; mentre all’estero e specialmente nel mondo anglosassone – il terrificante mondo anglosassone, da cui proviene tutto il male possibile – il “movimento” sono i social movements, le mobilitazioni sociali. Infatti, a partire dagli anni Ottanta, ci fu chi iniziò a teorizzare che la forma dominante delle mobilitazioni sarebbe stata quella dei movimenti single issue, ovvero imperniati su un singolo tema: banalmente, si minaccia l’apertura di una discarica vicino a casa mia o una centrale nucleare e si raccoglie intorno a questo tema una cerchia di attivisti. Insomma, movimenti legati a una causa specifica e il cui ciclo di vita è legato ad essa. Si vince o si perde, e poi tutti ritornano a fare quello che facevano prima.

Invece qui il “movimento” indica un’anomalia italiana. Nel dibattito ufficiale della sinistra degli anni Novanta si insisteva nel dire che l’anomalia italiana era incarnata da Silvio Berlusconi. Soltanto dopo ci si è resi pienamente conto che la vera anomalia è quanto successo negli anni Sessanta e Settanta (di cui voi avete parlato nello scorso incontro). L’eccezionalità stava tutta dentro un processo di lotta di classe assolutamente unico sul piano internazionale. Capiamoci, in quei decenni non sono sorti processi di lotta solamente in Italia; ma l’Italia è stata caratterizzata dalla lunghezza straordinaria di questi cicli di conflitto, iniziati nei primi anni Sessanta con le lotte operaie, proseguiti nel ’68-’69 dall’alleanza tra operai e studenti, e continuati negli anni Settanta con l’emergere di nuove figure del conflitto, tra cui l’“operaio sociale” (indipendentemente che questa categoria abbia tenuto alla prova dei fatti o meno).

Ecco, questi due decenni di conflitti incredibilmente intensi nel sociale, capaci di mettere realmente in discussione i rapporti di potere sul piano sia politico che produttivo, sono stati condotti non solo al di fuori delle strutture dei partiti esistenti e segnatamente del Partito Comunista, ma contro il Partito Comunista. E questo, badate bene, non in una forma anarchica o anarchicheggiante, bensì organizzata e contrapposta all’incancrenimento degli organi ufficiali del mondo operaio. Anche all’estero questa anomalia italiana è difficile da far comprendere, tant’è vero che la declinazione dell’Autonomia in giro per il mondo è soprattutto in chiave libertaria (sono in parecchi a definirsi anarchici ma guardano con interesse o persino come modello all’Autonomia). E così, proprio la forza e la durata del movimento in Italia ha fatto sì che per decenni dire “sono un militante di movimento” significasse qualcosa di specifico.

Ebbene, oggi il vecchio che fatica a morire è esattamente questo. Cioè assistiamo prima al disfarsi di un qualcosa che non è più produttivo, che non crea più senso comune né immaginario collettivo, ovvero “il movimento”; e poi l’esaurirsi di quello che sono stati i centri sociali. Infatti, se da un lato la forma partito, per come è stata intesa tradizionalmente nel corso del Novecento, sotto molti aspetti era già declinata e morta – anzi, l’operaismo prende le mosse proprio da una critica della forma partito – a questa critica non è seguita una pars construens all’altezza della situazione. Ci sono stati vari tentativi, ma rimane il buco nero delle nuove forme di organizzazione appropriate alla composizione di classe e alle sue trasformazioni.

Che cosa succede negli anni Ottanta? Come ricordavano i compagni in apertura, sono anni a dire il vero poco entusiasmanti, segnati dallo stigma della controrivoluzione capitalistica, su cui ritornerò più oltre; sono gli anni dello yuppismo e della “Milano da bere”; ma anche gli anni seguenti, concedetemi il termine, alla repressione. (Per inciso, “repressione” è un termine che non mi piace usare. Non perché non esista: la repressione è connaturata e non possiamo aspettarci che il nemico sia buono; ma perché non credo mai che dei movimenti possano essere sconfitti solo sul terreno della repressione. Se un movimento perde quando arriva la repressione è perché c’erano dei limiti precedenti non risolti, e non è un problema di razionalità di gestione, ma di rapporti di forza: se uno ha la forza vince, se non ce l’ha perde. E la repressione ha successo quando i rapporti di forza sono in mano al nemico).

Ma torniamo a noi. Parlare degli anni Ottanta significa anche parlare della sconfitta dei decenni precedenti e della sua costellazione di cause (che non analizzerò perché ne avete già parlato). Certo, se mi permettete una provocazione, devo dire che non è sempre facile farlo con chi è uscito dall’esperienza dei Settanta. Si tende sempre ad esaltare quei momenti altissimi, come è ovvio; ma viene comunque da chiedersi: “Ma scusate, se gli altri hanno vinto, ci sarà un motivo?” Come uno che va allo stadio e dice: “Abbiamo giocato benissimo, partita pazzesca…”, “Sì ma a quanto è finita?” “Tre a zero per gli altri”.

Certo, le sconfitte non sono tutte uguali. La sconfitta degli anni Settanta ha lasciato tante cose e noi tutti abbiamo vissuto con una straordinaria eredità consegnataci da quella fase. Però, indubbiamente, gli anni Ottanta sono anni di scomposizione di quanto era stato costruito prima; anni di dispersione, di ritorno al privato, di eroina, di individualismo sfrenato, di paninari… tutte cose che già sappiamo. Ma sono stati anni anche più complessi di così, sebbene finora ci si sia interrogati poco. Proprio per questo, qualche settimana fa abbiamo organizzato un festival insieme alla rivista «Machina» per costruire una “cartografia dei decenni smarriti”, su questi periodi sui quali sappiamo ancora poco all’infuori dei soliti discorsi sul tatcherismo e il reaganismo. Ci sono state anche diverse lotte e numerosi sviluppi nei nostri strumenti, ma ancora dobbiamo esplorarli a dovere per capire dove siamo oggi.

Ritorno ora a un argomento che avevo solo accennato, perché a mio modo di vedere è cruciale per inquadrare bene il tema. “Controrivoluzione capitalistica” non significa “reazione”. Per fare un esempio, reazionario è il Congresso di Vienna, cioè l’utopia passatista (peraltro, fallita) di riportare le lancette dell’orologio a prima del 14 luglio 1789. Allo stesso modo, gli anni Ottanta non sono stati il tentativo di ritornare alla fase precedente al ciclo degli anni Sessanta, restaurando, che so, l’autoritarismo nell’università humboldtiana o il dispotismo di Vittorio Valletta nella produzione.

La questione è molto diversa: con “controrivoluzione” intendiamo una “rivoluzione al contrario”. Significa, cioè, che il capitale ha messo a valore i processi rivoluzionari. Del resto, il capitale funziona precisamente in questi termini. Già Marx, nella Miseria della filosofia, sosteneva che la più grande risorsa produttiva per il capitale è la classe operaia rivoluzionaria. Il capitale si innova, si ristruttura e fa balzi in avanti se riesce a mettere a valore i processi di lotta e conflitto. E precisamente così negli anni Ottanta vediamo il capitale assorbire, inglobare, quella ricchezza soggettiva scatenata nelle lotte degli anni Settanta, rovesciandola di segno.

Pensate, per esempio, alla questione della precarietà e della flessibilità. C’è un libro di due francesi, Boltanski e Chiappello, che analizzano la letteratura manageriale. Be’, fanno vedere che nella manualistica imprenditoriale degli anni Settanta e in quella degli anni Novanta la parola “flessibilità” ritorna in pari misura. Però nel primo caso è associata al terrore dei padroni per l’autonomia del lavoro vivo: è una flessibilità di parte, la flessibilità del rifiuto del lavoro, del sabotaggio, della fuga dalla fabbrica, del lavorare meno. Negli anni Novanta, invece, la stessa parola ritorna a segno invertito: una flessibilità imposta dallo sviluppo capitalistico che diventerà, come abbiamo poi visto, la ricetta salvifica per tutte le politiche del lavoro. Cos’è successo? Semplicemente, si sono rovesciati i rapporti di forza.

Oppure pensate anche al berlusconismo. Berlusconi rappresenta, volenti o nolenti, lo spirito libertario del ’77. Ovviamente in una chiave tutta rovesciata: non in chiave collettiva ma individuale, non di rottura dal capitalismo ma di suo rilancio, eccetera. Pensate anche al recupero della rivoluzione sessuale (da Ambra alle olgettine) o del ruolo della comunicazione: Canale 5 non è altro che la valorizzazione capitalistica di quella rottura del monopolio Rai sulla comunicazione avanzata dalle radio libere, non più giocata in una dinamica di movimento, ma semplicemente per arricchire. Controrivoluzione significa questo.

Cosa succede quindi in quegli anni alle nostre latitudini? Ci sono tentativi di “resistenza”, dove le realtà organizzate hanno tenuto (per esempio in Veneto), e hanno tentato di creare nuove forme di coordinamento: per esempio il Coordinamento antinucleare antiimperialista, che fu protagonista di battaglie accesissime che hanno ottenuto grossi risultati – anche se è un po’ enfatico sostenere che la vittoria sul nucleare venisse dall’ala più radicale e tutto sommato minoritaria.

Tuttavia, sono stati rilanci sempre inseriti in un’ottica di resistenza e in un piano di continuità e rispetto agli anni Settanta. In parole povere, trovavamo un ceto militante e gli immediati eredi dei gruppi in disfacimento che cercavano di rimanere in piedi in un terreno ostile. Era una resistenza che difficilmente si accompagnava alla comprensione delle nuove soggettività che stavano emergendo. Cosa voglio dire? Che per varie ragioni (la mia non è una polemica, un “bisognava fare” o un’accusa di incapacità: è solo un’analisi di un macroprocesso) questi gruppi militanti non erano in connessione con le trasformazioni delle soggettività sociali. Anche gli anni Settanta, attenzione, non erano stati portati avanti solo dai gruppi militanti, essendo questi, come è noto, in strettissima relazione a soggetti sociali concreti, come l’operaio massa e l’operaio sociale. Al contrario, negli anni Ottanta assistiamo a un tentativo di tenuta di gruppi militanti piuttosto sconnesso dalle trasformazioni sociali in corso, che furono intercettate molto meglio da altri soggetti politici.

Quali? La Lega, innanzitutto: nei territori del Nord-Est, è la Lega a capire la direzione della trasformazione e a capire come aggregare il piccolo o piccolissimo imprenditore o il lavoratore autonomo (che, tra l’altro, parte anch’esso dal rifiuto della fabbrica ma, non trovando più una dimensione collettiva di riferimento, piega in senso individualista). Anche il tema dell’indipendentismo non è soltanto un argomento retorico sventolato opportunisticamente, ma qualcosa di sentito davvero, che si incarna dentro un pezzo di composizione sociale importante: se aveste girato in quelle zone in quel periodo, avreste trovato cose che ricordavano i Paesi Baschi, con un radicamento reale ed effettivo, testimoniato dai muri tappezzati di slogan. Insomma, a Lega rimane l’ultimo partito del Novecento con una propria struttura militante. E questo, lo ripeto, grazie alla capacità indubbia di cogliere le trasformazioni della composizione sociale, declinate e giocate in un senso chiaramente interclassista e dunque non in una prospettiva rivoluzionaria.

Il primo scarto, finalmente, viene dato dal movimento della Pantera. Tra la fine del 1989 e l’inizio del 1990, iniziano a essere occupate le facoltà. La prima occupazione è a Palermo, ma subito la mobilitazione dilaga in tutta Italia, arrivando a costituire il primo grosso movimento studentesco dopo il Settantasette e a segnare una generazione intera. Il motivo scatenante è una riforma, firmata dall’allora ministro Ruberti, con cui si introducevano processi di privatizzazione, di costituzione di scuole di serie A e serie B e via di questo passo; ma non è questo il nocciolo della questione. O meglio, sarebbe interessante rianalizzare oggi la riforma Ruberti ed entrare più nel merito della Pantera; ci basti dire, per adesso, che in prima istanza la Pantera ha rappresentato l’emergere di un soggetto sociale (nella fattispecie, studentesco e universitario) che rivitalizza degli spazi fino ad allora confinati alla semplice e strenua resistenza, alla sopravvivenza.

Non è che prima della Pantera non esistessero i centri sociali o strutture simili; non ci sono dubbi però che il loro grande balzo in avanti avviene in quella congiuntura, a Roma e non soltanto. Dopo la Pantera, per quattro-cinque anni nascono centri sociali occupati ovunque, e di pari passo inizia a crearsi un discorso sugli spazi autogestiti estremamente diffuso in una minoranza giovanile. Una minoranza, certo, ma una minoranza comunque piuttosto consistente, e soprattutto carica di ambivalenze.  Infatti, non bisogna pensare che i centri sociali abbiano in sé una connotazione politica esplicita. I centri sociali, per alcuni anni, sono effettivamente “sociali”: sono degli spazi di aggregazione giovanile, punto. Per esempio, io vengo da un paesino in provincia di Torino di 16 mila abitanti e all’inizio degli anni Novanta c’era un collettivo per l’occupazione degli spazi composto di 40-50 ragazzi; però non erano 40-50 “compagni” o “militanti”: erano più semplicemente dei ragazzi che volevano degli spazi di aggregazione laddove mancavano.

È un periodo, l’ultimo direi, di produzione controculturale orbitante intorno al vecchio movimento: è il momento tanto delle Posse, quanto di alcuni gruppi che di lì a poco andranno a suonare a Sanremo. È un punto su cui vale la pena soffermarsi, a patto di non intenderlo in senso moralistico, come dei “traditori che hanno tradito”, ma sforzandoci piuttosto di notare il cambiamento di certi processi. Voglio dire, con il senno di poi è diventato chiaro che i centri sociali sbocciano in una fase di non ancora dispiegata sussunzione capitalistica di quegli stessi spazi che, nel giro di pochi anni, verranno completamente sussunti. Faccio qualche esempio concreto per fare capire di cosa sto parlando.

Il momento apicale dei centri sociali è la manifestazione del 10 settembre 1994, e il simbolo di quel periodo è il Leoncavallo di Milano. Forse solo un simbolo, perché dal punto di vista della produzione di discorso il Leoncavallo non è mai stato grande cosa. Semmai è più interessante evidenziare che parliamo di Milano: il più grande centro sociale di allora è collocato appunto in una città con una storia politica lunga, che lo ricollega direttamente a Fausto e Iaio (ricordati anche da Ignazio La Russa quando si è insediato al Senato, in un bel discorso in cui si è rivendicato tutto; chi dice che è stato strumentale non capirà mai cosa significa riconoscere il nemico e con esso un intero ambiente militante da cui proviene). Ma Milano è anche la città dei nuovi processi capitalistici, di quella controrivoluzione legata alla comunicazione e ai linguaggi su cui si regge la nuova industrializzazione. Milano, in sintesi, era la città di Berlusconi, e il Leoncavallo non poteva nascere altrove.

Dicevo, il Leoncavallo diventa il simbolo di questa fase in due grandi episodi. Il primo è l’agosto del 1989, in cui c’è un tentativo di sgombero e i compagni decidono di resistere sul tetto tirando mattonate in testa ai poliziotti. Le immagini vanno su tutti i giornali e improvvisamente esplodono i centri sociali. Da quel momento in poi, dire “sono un militante del centro sociale X” ha significato qualcosa di preciso e chiunque ti capiva. Era un linguaggio certo di una minoranza, ma una minoranza che comunicava con il contesto sociale.

L’altra grande vicenda è il 10 settembre 1994. Nei mesi precedenti viene sgomberato il Leoncavallo dalla seconda sede in Via Salomone, e così prima dell’estate si convoca una manifestazione per quella data, facendo capire a chi di dovere che quel giorno sarebbe successo il casino. Tutte le principali realtà si attivano, portando 15 mila persone da tutta Italia. Nel frattempo il centro sociale viene rioccupato in Via Watteau (dove è tuttora), ma il grosso avviene dopo. Durante la giornata del 10, infatti, una volta che si è arrivati in piazza Cavour di fronte al blocco della polizia dove il corteo sarebbe dovuto finire, il servizio d’ordine (per la prima volta dopo gli anni Settanta) carica il cordone dei poliziotti. Va detto, il cordone della polizia era francamente disorganizzato, gestito da un prefetto appena nominato e capace di errori imbecilli. Per dare un’idea, questi avevano lasciato aperto un pezzo di piazza Cavour in cui c’era una montagna di sanpietrini per dei lavori in corso. E quei sanpietrini furono prontamente recuperati a nuovo uso. Parte un macello, con i poliziotti che scappano, i compagni che tornano con gli scudi e i distintivi rubati, scene proprio imbarazzanti… Per quanto riguarda l’occupazione, ci fu una sorta di trattativa con i Cabassi (i proprietari degli spazi) che concluderà con un accordo e una concessione, tant’è vero che a distanza di trent’anni è ancora lì.

Però mi ricordo che un paio di anni dopo, credo nel 1996, apre a Milano un locale, il Tunnel, in cui si inizia a fare la stessa musica che veniva fatta al Leoncavallo. E poco alla volta gli stessi gruppi e le Posse che suonavano nei centri sociali iniziano a suonare nei locali commerciali, fino ad arrivare a Sanremo. E così il Leoncavallo si svuota: dopotutto, se la tessera del locale mi costa diecimila lire e un singolo concerto al Leoncavallo me ne costa settemila, vado al Tunnel e ci risparmio perché posso vederne quanti me ne pare.

Con questo cosa intendo dire? Che ho l’impressione che i centri sociali si siano alimentati agendo soprattutto, in quel momento lì, di non ancora completa sussunzione di alcuni fenomeni culturali. Per quanto stretto, questo margine di spazio ha permesso l’attivazione di una fetta di popolazione che altrimenti il mondo militante, forse, non sarebbe riuscito a cogliere.

In estrema sintesi, a una minoranza giovanile (ma una minoranza, ripeto, corposa) che esprimeva dei bisogni di socialità e di espressione che non trovavano riscontri, si è combinata per alcuni anni una soggettività militante che o veniva direttamente dagli anni Settanta (pochi) o si era formata nella controrivoluzione capitalistica degli anni Ottanta (ma, come vedremo, facendo sempre riferimento a quello che era successo prima). Ecco, è stata questa combinazione tra soggettività politica e soggettività sociale a condurre a quella nuova forma organizzativa, il cui ciclo di vita effettivo, secondo me, si colloca tra il 1989-1990 e la metà degli anni Novanta. Cerchiamo quindi di approfondire un poco.

Questa soggettività formata alla fine degli anni Ottanta, cioè la mia generazione, che tipo di soggettività politica descrive? Io credo che sia una soggettività politica che cresce e si forma con un complesso: il complesso di chi è arrivato troppo tardi.

Immaginatevi di essere invitati a una festa. Sbagliate orario, arrivate quando è finita. Da una parte, ritrovate davanti chi è arrivato in punto e vi racconta che è stata una festa della madonna, ci si è divertiti un sacco e voi state lì a rosicare; e dall’altra chi vi dice: “Visto che ormai sei qua, pulisci”. Non ti sei divertito e ti tocca a te tirare su la monnezza. Ecco, la soggettività che si è formata in quel frangente viveva una condizione molto simile.

Ovviamente estremizzo. Tenete poi conto che in questa panoramica generica che sto facendo si potrebbe entrare nel merito specifico delle divisioni tra gruppi, chi ha fatto una cosa e chi un’altra; ma resta vero che le differenze nella geografia politica degli anni Ottanta e Novanta (e successiva) è perlopiù ricalcata sugli anni Settanta. Persino gli scazzi e le tensioni sono ereditati da (e riferiti a) quello che era avvenuto nei dieci anni precedenti. Ecco, di tutto questo non mi interessa parlare qui, perché penso piuttosto che sia più utile analizzare il quadro generale. A partire dal fatto che questa soggettività di cui parlo è una soggettività con il torcicollo, che guarda più alle sue spalle che non davanti a sé.

Proprio per questo complesso del ritardatario, ci si sforzava di imitare e di riprodurre negli immaginari e nelle identità quello che era già successo. Con dei risultati, ammettiamolo, non esaltanti: perché il vero fenomeno che si produceva era l’altra metà della composizione. Voglio dire, in riferimento ai centri sociali la vera novità non stava nella sopravvivenza e nella tenuta del quadro militante (in cui mi ci metto), ma l’altro ingrediente, la composizione giovanile. Una composizione appunto molto ambigua, perché non appena ha la possibilità di andare al Tunnel e a Sanremo, va al Tunnel e a Sanremo; ma le composizioni sono ambigue per natura. Non sono già indirizzate, possono andare in tutte le direzioni.

Il principale errore, quindi, del corpo militante mi pare sia quello di aver perlopiù (e ci sarà chi l’ha fatto di più e chi l’ha fatto di meno, ma non mi interessa) cercato di appiccicare a questa composizione delle parole d’ordine, delle pratiche e degli immaginari che non le appartenevano. Alla fin dei conti, gli anni Novanta sono questo. È una storia in cui le simbologie non appartengono più ai vissuti, con degli effetti talvolta grotteschi. Si ereditavano degli scazzi di cui non sapevi spiegare concretamente il perché: per capirci, tutta la vicenda della dissociazione ha segnato questa generazione in profondità, ma appunto ha segnato chi personalmente non c’era. Il ragionamento era tutto fideistico. Poco alla volta, questo processo ha portato a un’afasia verso il presente e alle trasformazioni della composizione di allora.

Non a caso, quando tra la fine del ’99 e Genova viene fuori il movimento No Global, i centri sociali (ormai intesi come mera rappresentanza militante) non sono in grado di accorgersi che la fase è già cambiata. Il movimento No Global segna già una situazione differente sul piano delle soggettività che emergono; e ancor più sarà così durante l’Onda, tra il 2008 e il 2010. Durante l’Onda infatti si attivano delle realtà organizzate (come la rete Uniriot) che riescono a dare un indirizzo di pratica nelle varie città in cui sono presenti; al contempo però rimangono, rispetto a quella composizione, ampie dosi di incomprensione.

Per esempio, in quel frangente emerge una composizione che inizia a parlare i lessici della meritocrazia. Parole per noi orribili e che avremmo saputo spiegare perché sono tali; il problema è che non abbiamo saputo dimostrare la capacità di cogliere l’ambivalenza di quei lessici. Detta brutalmente, perché quella gente che parla in termini di meritocrazia poi è disponibile a scontrarsi nelle piazze con la polizia? Perché comunque quelle persone cercano un riconoscimento, ma non sono per l’ordine costituito, e così si aprono delle contraddizioni potenzialmente fertili. Dico appunto, “potenzialmente”: per esempio, credo che la composizione dell’Onda sia, concretamente o quantomeno in termini di discorso, la composizione da cui negli anni successivi nascerà il Movimento 5 Stelle, con tutte le sue ambivalenze insite in quello strato di lavoro cognitivo che non vedeva un rispecchiamento tra il titolo di studio e la posizione occupata nel mercato del lavoro. Durante il movimento dell’Onda quella contraddizione lì ha avuto una piega conflittuale; negli anni successivi, in assenza di quella piega conflittuale, si è fatta largo la richiesta alla magistratura di risolvere la contraddizione (magari ridotta a una faccenda di corruzione da eliminare), e da lì alla delega.

Ora, per non farla lunga e per aprire alla discussione, in che fase siamo? Siamo nella fase detta prima dai compagni di Modena, cioè in una fase in cui dire “il centrosocialismo è finito” è ancora poco. Il centrosocialismo, ripeto, finisce alla fine degli anni Novanta come fenomeno di un certo tipo e prosegue come autoriproduzione di un ceto militante. Ci mancherebbe, non sto dicendo che chi ha un centro sociale sia una carogna, o che so: i soldi per fare politica servono, e li si può trovare anche così. Non è quello il problema.

Il nocciolo è la fine del centro sociale come possibile spazio di aggregazione e di socialità tesa a produrre una soggettività politica nuova, funzione che permane in quella manciata di anni di cui abbiamo parlato prima, e poi termina. Dopodiché rimangono dei locali (marginali, ghettizzati, eccetera) o degli spazi in cui si fanno un po’ di soldi vendendo birre, ma da cui non passa più un’aggregazione di socialità potenzialmente antagonista (o anche solo alternativa). Questo è quello che avviene, secondo me, negli anni successivi.

Inoltre, ho l’impressione che questo non valga solo dal punto di vista politico, ma anche per l’aggregazione sociale tout court, come le scene musicali e le forme di espressione artistiche. Dopo le Posse, c’è qualche altro fenomeno che sia stato effettivamente espressione di una soggettività sociale e non già immediatamente mercificato, che non nasca già da subito in una logica commerciale? Temo di no, e credo che quello sia stato l’ultimo fenomeno controculturale, se vogliamo metterla in questi termini. Ma lo chiedo a voi, che le controculture le frequentate da vicino.

Penso, per esempio, alle curve. Mi pare che sia è avvenuta una trasformazione profonda, ma anche in questo caso non credo che possa essere addebitato soltanto alla repressione. È cambiato il ruolo che quelle forme di produzione simbolica e identitaria ricoprono. Quando l’anno scorso si vedevano gli ultras del Milan fare da servizio d’ordine della società, vediamo che ormai quel fenomeno (pur sempre ambiguo e contradditorio) aveva già cambiato funzione. Oppure pensiamo alla vicenda dello Juventus Stadium, di cui invece sono io il frequentatore: è mutato qualcosa a livello profondo, che non dipende solo dalle diffide (che restano cose durissime e preoccupanti, sia chiaro). Nel momento in cui la Juve decide di fare uno stadio all’avanguardia, sul modello americanizzante (che è una tendenza reale, che non riguarda solo alcune società e non altre, e che anzi detterà una linea che verrà seguita), eh be’, allora gli ultras non sono più utili. Anzi, diventano una rottura di palle. Per cui invece del Milan che fa un accordo per assoldarli come buttafuori, nel 2018 la Juve decide di disfarsene e li fa processare per associazione a delinquere, sciogliendo dall’alto la tifoseria organizzata. Questo perché, agli occhi degli industriali dello sport, non sono più utili dentro il modello imprenditoriale ed economico della società. E come hanno reagito gli ultras? Dicendo “ora facciamo lo sciopero del tifo”, appiattendola a una battaglia privata tra un gruppo e la società, cioè tra un’impresa e un gruppo che non è più in relazione con quella composizione sociale che va oggi in curva e che piuttosto preferisce la “macchinizzazion”e dei cori dettati su un cartellone luminoso.

Ora, a proposito di tutti questi contesti che ho nominato, ci tengo a sottolineare una cosa: non possiamo comportarci come dei 5 Stelle qualsiasi, che leggono questi fenomeni solo come una faccenda di corruzione individuale. Non perché di corrotti e venduti non ce ne siano (eccome), ma perché sarebbe riduttivo pensare che derivino da colpe individuali i processi che abbiamo analizzato. Ci allontaneremmo da una comprensione dei nostri limiti, ma anche delle nostre ricchezze: perché ripercorrendo queste nostre esperienze non troviamo solo delle tremende sconfitte e motivi per fustigarci – quanto piuttosto tante intuizioni di cui far tesoro e ripensare nel presente da un lato, e dall’altro cose semplicemente da superare. E per coglierlo, dobbiamo capire che ciò di cui dobbiamo parlare è tutta la nostra storia.

La capacità di costruire una tradizione antagonista viene solo dall’intelligenza di assumere l’intero bagaglio di esperienze. È troppo comodo fare come quelli che fanno gli snob, che dicono, che ne so, “mi piace la Comune di Parigi”, “mi piace l’Ottobre del ’17 ma solo nella notte della presa del Palazzo d’Inverno” e gli piacciono altre robe sparse che selezionano secondo un indice di purezza. No, la capacità di costruire e raccontare una propria storia, una storia concreta, di parte e ricca di insegnamenti, viene soltanto dal coraggio di assumerla tutta in blocco. Per fare tesoro del passato bisogna rivendicare la grandezza e analizzare la tragedia come la nostra tragedia. Separare i buoni dai cattivi non solo è troppo comodo, ma è inutile: un’intensa storia di classe diventa una barzelletta alla Walt Disney.

Per questo, nonostante di venduti ce ne furono, ce ne sono e ce ne saranno, non mi interessa stare lì a indicarli, perché non sono certo loro ad aver creato la situazione in cui ci troviamo. Lo ripeto perché alcune analisi mi sembrano andare a volte in quella direzione. C’è chi condivide le vostre e le nostre premesse, riconoscendo che i centri sociali sono finiti, ma poi aggiunge che il problema sono solo alcune personalità specifiche e che, se nascesse “l’autentico centro sociale” allora le cose cambierebbero. Ma quando mai! Sono come quelli che parlano del “socialismo reale”. Io non ho mai capito il termine “reale” di fianco a “socialismo”. Boh, è forse esistito un socialismo “irreale”? Il socialismo è quella cosa lì, ha una storia precisa e se uno continua a definirsi in una certa maniera, continua a restare dentro a quella storia, non ce n’è un’altra. O rompi (come Lenin nel 1917, che riconosce di non potersi più definire socialista e allora basta, inaugura una storia nuova), o fai i conti con tutto quello che è stato.

Lo stesso vale per le esperienze più vicine a noi: se continuiamo sulla linea del centrosocialismo non credo che riusciremmo mai, da una presunta nostra immacolatezza, a raggiungere un’autenticità che sfugge alla possibilità della corruzione altrui. Quindi assumiamo e facciamo nostri gli errori passati per comprenderli a fondo, ma mai avere paura delle discontinuità.

E infatti, se guardo retrospettivamente alla mia formazione e a quella della mia generazione, devo dire che il nostro principale limite è stato quello di temere la discontinuità come il peccato. È comodo dirlo adesso, ma il punto non è, lo ripeto, distribuire le colpe: il punto è comprendere cosa possiamo imparare. Agire la discontinuità, assumendo tutta una storia collettiva, diventa un meccanismo attivo e non passivo; se, invece, è la discontinuità che agisce te, ti ritrovi spiazzato, immobile. Ciò vale anche per la fine dei cicli: va sempre anticipata, non bisogna mai arrivare al punto in cui è la fase a sopravanzarti. Bisogna sapere cambiare quando non si è già iniziato a scendere, perché altrimenti è troppo tardi. Figuriamoci cambiare quando si è perso in modo conclamato.

Agire la discontinuità significa questo, comprendere la tendenza e deviarla cambiando le proprie tattiche, senza temere che questo significhi perdere un’identità. Perché (o almeno spero) la nostra identità non dipende da dei simboli eterni.

I simboli, gli immaginari, le parole, le canzoni, le pratiche, lo stile degli abiti vengono inventati e reinventati da ogni generazione. Sarebbe ridicolo riprodurre della roba vecchia e stravecchia. Voglio dire, se oggi scendessimo in piazza vestiti da Guardie rosse saremmo indecenti, saremmo… [qualcuno nel pubblico: “saremmo trotskisti”] Esatto! [risate] E questo però, lo capite bene, non significa “rinnego le Guardie rosse”, ma semplicemente riconoscere che sono cambiate le condizioni per cui quelle cose trovavano una loro comunicabilità rispetto alla potenziale composizione di riferimento. Certo, anche io mi diverto a sparare sul vecchio che fatica a morire, ma dopo un po’ tendo ad annoiarmi. Perché sì, ha sempre ragione il presidente Mao quando diceva di bastonare il cane che affoga, però a questo punto possiamo anche passare oltre. Dunque, una volta che quel vecchio lo diamo per morto, stiamo attenti a non infierire e a non continuare a pizzicarlo. Evitiamo, per rimanere nella metafora, di diventare necrofili. Dopotutto, che senso politico avrebbe? In una serata davanti a una bottiglia di vino uno ride e scherza, va sempre bene, ci mancherebbe; ma non deve distrarci dal capire quale possa essere il nuovo che può nascere.

A ben vedere infatti, questa fase è importante e delicata. Tra l’essere militanti negli anni Settanta e esserlo oggi, ma non c’è paragone: è molto più importante esserlo oggi. Per certi versi, essere militanti negli anni Settanta era l’equivalente, che so, di cantare la trap oggi. Nel senso che quando tutti fanno una cosa, se ti vuoi sentire cool la fai anche tu, e allora scendi a manifestare (estremizzo, ovviamente). Il punto è capire cosa significhi fare politica quando si è assoluta minoranza, perché è allora che diventa tanto difficile quanto importante. Altrimenti si rischia o il torcicollo, come dicevo prima, o di proiettare le proprie voglie di liberazione e di rivoluzione, di lotta e di conflitto su posti lontani e sperduti: che so, il Rojava.

Ve lo devo dire proprio in tutta onestà. Tifare per il Rojava è come andare su YouPorn: uno sublima una dimensione di impotenza guardando quello che non riesce a fare. Ripeto, massimo rispetto per chi va a combattere per il Rojava… ma non sarebbe meglio combattere dove sei? Lungi da me voler mancare di rispetto a chi si arruola, anche perché c’è gente che muore; parlo piuttosto delle fascinazioni di chi sta a casa e sta fermo. Mi sembra un modo per non vedere quanto sia difficile far casino qui, sul posto di lavoro, per venire licenziati il giorno dopo. Era molto più semplice tirare una sassata a Milano nel 1977, che provare di costruire dei processi di organizzazione qui e ora.

Ma non disperiamoci nemmeno. Sapete no, all’inizio degli anni Novanta un neocon americano, Francis Fukuyama, pubblicò un libro, La fine della Storia, che ebbe un grosso successo editoriale fino a rimare come l’emblema di quegli anni. Cosa diceva Fukuyama? Che una volta crollati il muro di Berlino e l’Unione Sovietica, vince il capitalismo; soprattutto diceva che questa non è una vittoria reversibile, ma definitiva, con cui finisce la Storia. Con la vittoria del capitale, nessuno poteva più pensare che la Storia fosse mutabile. Ci può essere innovazione, ma non più rivoluzione.

Ecco, se noi continuassimo ad andare alla ricerca di movimenti in giro per la galassia, convinti che da noi tutto è diventato impossibile, non diremmo cose poi troppo diverse in sostanza. Perché mettiamoci il cuore in pace, i momenti di lotta sono sempre l’eccezione, sono sempre uno stato d’eccezione. La normalità è fatta di momenti come questo. Se guardiamo alla storia, partendo dagli albori del movimento operaio nell’Ottocento a oggi, vediamo subito che fasi come la Comune, l’Ottobre, i consigli, il Settantasette, sono delle eccezioni, e per giunta di breve durata, in un panorama simile al nostro. In cui il vecchio fatica a morire e il nuovo fatica a nascere.

A proposito, non so se avete visto il film Il giovane Karl Marx. È un po’ didascalico, ma non è pessimo. Ebbene, c’è una scena in cui Marx attacca ferocemente Weitling, un utopista che si appellava a un vecchio tipo di operaio ormai tramontato, vicino ancora all’artigiano ottocentesco, con discorsi mistici e appassionati che chiamavano centinaia e centinaia di persone ad applaudirlo. Insomma, una figura di importanza di primissimo piano. Ecco, a un certo punto Marx lo attacca come una furia. E allora la moglie, Engels e lo stesso Weitling rimangono a bocca aperta. Cosa gli saltava in mente a un signor nessuno di andare ad assalire uno che si trovava attorniato e adorato da uno stuolo di operai?

Marx lo attacca perché capisce che ci sono dei momenti in cui bisogna individuare delle tendenze e organizzarsi inserendosi su di esse, e non sforzarsi di rimettere insieme i cocci di una storia finita. Perché mettere insieme una marginalità qui e una marginalità là, ottieni solo una marginalità più grossa, ma poco altro. Noi dobbiamo dimostrare la capacità di uscire dal culto del marginale, dal “marginalesimo”. Puntiamo al cuore, al centro, perché solo da lì si innescano processi profondamente sovversivi.

E quindi, in queste fasi oscure, da dove ripartono i comunisti? In primo luogo, dalla produzione di discorso e di un nuovo orizzonte teorico-strategico. Niente teoria per la teoria e accademia per l’accademia. Questo lo diamo per scontato: una teoria per la pratica, che in essa si verifica. E in secondo luogo, si riparte dalla costruzione di luoghi di aggregazione di una soggettività potenzialmente antagonista. Come ce li re-immaginiamo, oggi, luoghi di aggregazione non per una soggettività già politicizzata, ma per una soggettività la cui politicità è implicita? La politicità va cercata dove ancora non si vede e non si esprime, perché se ci fermiamo a quelli che sono già politicizzati, troviamo sempre e solo dei cadaveri.

Dopotutto, la storia del movimento operaio altro non è che un continuo interrogarsi su queste domande, inventando volta per volta una risposta diversa, attendendola là dove nessun altro la ipotizzava.

[Continua…]

Categorie
Kultur / Cultura

V. Guizzardi, D. Tagliapietra – L’assalto al cielo. Militanza e organizzazione dell’Autonomia operaia – seconda parte

Pubblichiamo la seconda e ultima parte (qui la prima) dell’incontro con Valerio Guizzardi e Donato Tagliapietra – rispettivamente, negli anni Settanta, militanti autonomi di Rosso (a Bologna) e dei Collettivi politici veneti per il potere operaio (a Vicenza) – avvenuto a Modena il 13 maggio 2023. La discussione, davvero ricca, ha avuto il pregio di evitare il rischio dell’aneddotica fine a se stessa, riuscendo così a sottolineare qualche punto di metodo su cui forse conviene ragionare. Eccoli di seguito.

Radicamento

I militanti autonomi degli anni Settanta sono stati chiari nel restituire l’idea di radicamento nella composizione sociale. Un radicamento tale che porterebbe ad annullare (parzialmente ma in una misura importante) il confine tra militanti e soggetti sociali. È come se dicessero: “Ho potuto organizzare il rifiuto del lavoro diffuso nella composizione sociale perché io stesso ero espressione di quella composizione e di quel rifiuto”. Posto che oggi non si esprimono forme diffuse e forti di rifiuto del lavoro, ancorché latenti (si veda il fenomeno “grandi dimissioni”), perché si stenta a cogliere, se c’è, quantomeno una qualche istanza della composizione a cui noi stessi apparteniamo? Cosa stiamo sbagliando? Forse che quel confine tra militanti e composizione è eccessivamente marcato? Nonostante la conoscenza teorica delle trasformazioni dei processi produttivi, nonostante gli sforzi per pensare le trasformazioni della soggettività, si fatica a trovare anche solo una piccola soluzione. Oppure la composizione è talmente frammentata, scomposta in microbolle autoreferenziali, da rendere impossibile un qualsiasi radicamento profondo?

Felicità

Questo radicamento, ci dicono Valerio e Donato, poggiava non solo su un diffuso rifiuto del lavoro salariato, ma pure su un’idea di felicità. Forse una questione da non sottovalutare. Quale può essere per noi oggi un’idea di felicità concreta, comprensibile a livello di massa, attorno a cui costruire delle forme organizzative? Questa istanza di felicità è molto diversa dalle istanze del bisogno (un esempio su tutti, la casa): anche all’epoca c’erano forme di soddisfacimento illegale dei bisogni, ma erano strumentali a quell’istanza di felicità e di rifiuto. Oggi il rapporto pare invertito.

Organizzazione

Obiettivo e prassi militante degli autonomi non è stata la ricerca di “oppressi”, ma di una soggettività capace di dare ricomposizione e progetto. Il tipo di militanza e il modello di organizzazione presero la forma di quel soggetto: quindi non ideologiche, non identitarie. L’operaio sociale, “concetto di lotta”, lo dovevi ricomporre territorialmente, la sua forza si riproduceva nel territorio e si riversava nella fabbrica (dalla ronda degli operai-massa nei reparti della fabbrica fordista alla ronda territoriale dell’operaio sociale nella fabbrica diffusa: ogni fabbrica un “reparto” della fabbrica sociale). I modelli organizzativi sono fatti per cambiare – ci dicono gli autonomi degli anni Settanta – vanno articolati su ciò che è efficace, si strutturano per catturare tutta la potenzialità del conflitto e tutta l’intelligenza collettiva espressa dalla composizione-territorio, per metterle in moto. Politica e forza – o ancora meglio, progetto politico e uso della forza – vanno articolate insieme. La politica senza la forza diventa riformismo, la forza senza politica, ribellismo adolescenziale.  

Ambivalenza

Un passaggio importante della discussione ha toccato l’ambivalenza di quella soggettività militante. Gli autonomi, osservano Valerio e Donato, erano per lo più giovani scolarizzati, istruiti, la maggior parte proveniente dagli Istituti Tecnici, formati come periti industriali, da mettere al lavoro come quadri intermedi del comando in fabbrica. In quel frangente di tempo, tale soggettività rifiuta il proprio destino assegnato: quei giovani non vogliono di certo essere operai come i propri genitori, ma neanche “i padroni”, coloro che li sfruttano. Rifiutano il loro destino di tecnici del processo produttivo, quadri di comando sulla forza-lavoro per il padrone, e questo rifiuto conduce la soggettività a essere un quadro politico contro il padrone, per il comando della classe operaia. Né operai né padroni: la “terza via” gli autonomi la trovano nel voler fare la rivoluzione comunista.  

Amicizia politica

In sala, durante la discussione, ha risuonato molto la questione dell’amicizia e della fratellanza degli autonomi. “Siamo amici prima di diventare militanti”: amici del paese, del quartiere, della scuola. E si rimane amici anche da militanti, anzi la militanza rafforza questa amicizia fino a farla diventare fratellanza. La lealtà, l’affetto, il “pararsi il culo” a vicenda, lo stare insieme sono parte della vita militante. Il senso da dare alla parola “compagno” si arricchisce e approfondisce. Per questo, dicono Valerio e Donato, fenomeni come il pentitismo e gli infami non hanno lacerato le loro organizzazioni come successo invece per altre esperienze politiche. “Come si fa a tradire un proprio fratello?”, si chiedono. “I nostri compagni”: chi ci sta spalla a spalla, affrontando insieme pericoli e gioia, disciplina e conquiste del progetto politico. Facciamo fatica a pensare una militanza fredda, dove ci si incontra solo per la riunione, l’assemblea, l’azione, l’iniziativa, e poi ognuno per la sua strada, come a marcare un cartellino – un’esperienza poverissima. Questo tipo di rapporto militante ha diversi vantaggi, ma anche molti limiti pratici. Come tenere insieme l’essere amici, fratelli e sorelle, con le necessità del funzionamento, dell’organizzazione, del progetto politico?

Sui limiti dell’esperienza dell’Autonomia

Infine occorrerebbe approfondire i limiti di quell’esperienza. A sottolineare come quel confine tra militanti e composizione sociale fosse sfumato, la parabola dell’Autonomia rispecchia le trasformazioni complessive a cui non si è riusciti a dare una risposta organizzativa. Quell’idea di felicità che alimentava le lotte è stata disastrosamente fagocitata dal mercato, l’ambivalenza del rifiuto del proprio destino (“né operai né padroni”) ha trovato esito, negli anni Ottanta, nella diffusione di forme di lavoro autonomo (con tutto il loro portato di autosfruttamento), e la politica si è individualizzata – cercando al massimo di essere dei buoni “padroncini”, di resistere individualmente alla soggettivazione che inevitabilmente quella forma di vita e di lavoro comportano. È da ragionare il nodo irrisolto sul non essere riusciti a chiudere il passaggio organizzativo sul “nazionale” prima dell'”appuntamento con la storia”, in questo caso indicato come il rapimento Moro. Radicamento, ricchezza e forza a livello territoriale dell’Autonomia non hanno retto allo scarto di fase politica e di termini dello scontro complessivi, di fatto dando come alternative ai compagni: chi voleva combattere, con o come le BR; chi non riesce a starci dentro, riflusso nel privato e nell’edonismo, o eroina e autodistruzione. Sta qui forse il buco nero degli anni Ottanta.

Buona lettura.

Eccoci qua.

Domanda

All’inizio avete dato questa definizione di militanza come «una corsa velocissima di una generazione verso la felicità» vissuta come una costruzione quotidiana, «lontana dalla costrizione a cui pensavano di sottometterci». Mi chiedo quindi: quanto era articolata la consapevolezza di cosa fosse quella costrizione? E come nasce la sensazione di essere destinati a un ruolo sociale prescritto proprio nel momento in cui finalmente ti sembra di poterti riappropriare della vita? Considerando questi aspetti della vita militante, l’uscita dalla famiglia (una famiglia che, non solo nel Veneto ma anche in Emilia ha un certo peso), ha in qualche modo inciso sulla messa in comune del rischio, sia politico che biografico?

Durante il vostro discorso, infatti, mi è tornato in mente una cosa che disse un compagno alcuni anni a un militante della vostra generazione: «Voi avete ucciso il padre» – l’Autonomia come i “figli di nessuno” – «ma a noi cosa serve uccidere il padre se il padre è depresso?» Il punto diventa capire che peso ha avuto lo scarto generazionale degli anni Ottanta: dopotutto, tanti di noi sono cresciuti solo come figli della crisi. Cambia dal territorio e nel tempo, ma l’università comunque riproduce forza lavoro e nel farlo tende a produrre una soggettività pronta ad accettare quello che c’è fuori; di modo che, alla fin della fiera, l’effetto smobilitante del “cavarsela da soli” rimane. E tuttavia mi pare che ci sia una differenza importante tra la composizione giovanile di oggi e la vostra: oggi mi sembra che, per molti giovani, ci sia l’impressione che comunque un’alternativa in qualche modo ce l’avrai. Così che non inizi da prima a mettere in discussione dove andrai, proprio perché pensi che comunque la svolti e te la risolvi.

La seconda differenza su cui bisognerebbe interrogarsi riguarda i territori in questione. C’è ancora un’etica del lavoro imposta su di essi, o c’è un’etica dell’io? Infatti, grazie alla vostra profonda conoscenza dei territori, eravate riusciti a problematizzare delle dinamiche che esploderanno successivamente con i distretti, in primo luogo la messa a valore dei saperi taciti; tuttavia, la rivoluzione digitale che è avvenuta in mezzo a voi e noi, ha portato a un cambiamento sia nella qualità del lavoro, sia nella soggettività. Motivo per cui noi siamo cresciuti da una parte con l’autoimprenditoria dei social, e dall’altra con la sfiga, la sconfitta di questa sinistra, che ha perso qualunque spinta verso il riscatto.

Tengo a sottolineare che questo punto si connette direttamente a quanto dicevo prima sulla condivisione del rischio. Avete infatti parlato di militanza complessiva (direi anche esistenziale), cioè un rigetto della scissione tra “adesso entro a lavoro”, “adesso sono all’università” e “adesso vado a fare militanza”. Se le cose stanno così, quanto pensate che sia stato rilevante e abbia ricoperto un peso il fatto che vi siate incontrati prima di entrare nella dimensione lavorativa, che nel 2023 è sempre più individualizzante e competitiva? Quanto pensate abbia influito sull’originalità della scommessa autonoma il vostro essere amici prima – amici contro, per dirla con la bella definizione di Tronti – e compagni poi? Mi pare di capire che si creasse un legame di fiducia nel quale il dubbio viene risolto insieme; nel quale ogni bivio che si presenta individualmente lo risolvi collettivamente; e allo stesso tempo l’individuo esiste, non essendo appunto una dimensione di bassa, dove siete “omologati” e scemi (che magari è quello che abbiamo conosciuto noi nelle organizzazioni politiche, con quell’identitarismo in cui viene a mancare un’interpretazione e un ragionamento personale per salvare l’etichetta).

Valerio

Per quanto riguarda quest’ultima domanda, direi ti sei risposta da sola! Io non avrei niente da aggiungere, tantomeno da insegnare. L’hai analizzata perfettamente. Ma ora, oltre alle analisi, servono soluzioni organizzative, che nessuno di noi ha, che concorrano nella direzione – e scopro l’acqua calda – del conflitto e della rottura rivoluzionaria. In parole povere: all’interno di un progetto di questo genere, come possiamo riprodurre i nostri comportamenti sovversivi? Le invenzioni da fare sono quelle ormai. La nostra generazione fece quello che abbiamo raccontato; oggi la situazione è diversa, ma hai capito perfettamente qual è la strada, e non è mica poco.

Domanda

Mi interessa chiedere a Donato un approfondimento sulla cifra organizzativa dell’Autonomia veneta. Abbiamo parlato dei Gruppi sociali e del rapporto diretto con il territorio, ma vorrei sapere più nel dettaglio come fosse strutturato. Mentre da Guizzo mi sarebbe piaciuto sentire qualcosa di più sul rapporto dell’Autonomia con il Pci. Sono tutte domande che partono dai problemi che abbiamo noi oggi, ovvero la sfida dell’organizzazione e la questione del nemico, di chi comanda, dove però questo veniva visto come “il partito della classe operaia”, “del popolo”, “della Resistenza”. In chiusura, farei una domanda a entrambi: nel vostro percorso militante avete avuto ispirazione o richiami ad altre esperienze estere? E infine, quali sono stati i limiti dell’Autonomia, che ne hanno fatto, come qualcuno sostiene, «una magnifica rivoluzione fallita»?

Domanda

Voi avete parlato delle vostre esperienze, ma volevo chiedervi qualche consiglio per la mia situazione. Vado ancora alle superiori, ho diciassette anni, ma vedo una generazione rassegnata. Magari qualcuno tra noi capisce che la scuola è lo specchio del lavoro, ma comunque si ripete che attivarsi è inutile e che “tanto non serve a niente”. A volte mi pare di vedere un mucchio di marionette. Vi chiedevo quindi qualche consiglio su come smuovere i nostri coetanei, che a volte sembrano non voler vedere il loro effettivo valore, il loro effettivo potenziale.

Donato

Be’, tu sei già la negazione di questa rassegnazione! Il fatto che tu sia qui a dircelo dimostra e testimonia che quel tipo di controllo non funziona. Dopodiché, consigli da noi non fartene dare, non ti conviene! [Risate in sala] Però ripeto, sei tu la contraddizione, sei tu a manifestarla anche “contro” i tuoi compagni di classe. E non pensare che sia così solo per il fatto che adesso sei alle superiori; sarà così fintanto che campi, perché appunto si tratta di rompere un destino già scritto. La scommessa è sempre questa, ora come ieri. Noi mica sapevamo cosa sarebbe successo, ma era chiaro che l’alternativa è la disciplina lavorista. Detto questo, parti da te in quanto incarnazione della contraddizione, cioè come coagulo di tensioni che si estendono anche su altre persone. Perché vedi, nonostante le sirene identitarie dell’attivismo, può anche essere fuorviante in negativo il fatto di sentirsi mosche bianche (o rosse), perché non è così. Sia perché ci sono forze e tensioni in te che riguardano anche “gli altri”; sia perché ci sono accelerazioni nella storia che non ti spieghi razionalmente. Magari tra sei mesi in classe da te il clima è cambiato completamente; ma per verificare che è cambiato, tu devi conservare quel tipo di soggettività che dimostri adesso, non so se mi spiego.

Domanda

Vorrei fare due puntualizzazioni e una domanda. Intanto, anche per dialogare con quello che diceva prima la compagna delle scuole, i periodi storici in cui non succede un cazzo sono molto più lunghi di quelli in cui succedono delle cose. Questo conviene sempre tenerlo a mente. Certo, i racconti di Valerio e di Donato ci fanno accapponare la pelle, ma non dobbiamo mai dimenticarci che prima degli anni Sessanta e Settanta ci sono stati gli anni Cinquanta [Valerio incalza: «E anche tutta la prima metà degli anni Sessanta è stata un disastro»], dove diciamo, l’opinione media dei militanti era “la classe operaia è completamente integrata”, “qua non succederà mai niente”, “coesione nazionalpopolare”, “è impossibile pensare alla rivoluzione in Occidente” e così via. Probabilmente il nostro periodo è più simile a questo che a ciò che ci hanno raccontato Guizzo e Donato. Eppure oggi vediamo sempre nuovi militanti, e le circostanze storiche in cui sono possibili le lotte di massa, gli strappi, le rotture possono sempre riproporsi. Quindi, secondo me quello che bisognerebbe trattenere dal loro racconto sono delle questioni di metodo, cioè l’approccio con cui un militante deve osservare il mondo.

La prima cosa è, come diceva Valerio, nasare, fiutare dove siano possibili i conflitti. Il militante interviene in quel punto, organizzandoli e intensificandoli. La seconda cosa da fare è porre di nuovo una domanda per me fondamentale, che rimane irrisolta: chi sono i soggetti di questo conflitto? Non lo sappiamo ancora. Loro ci hanno consegnato le figure dell’operaio massa, prima ancora dell’operaio professionale e poi dell’operaio sociale; poi, tra gli anni Novanta e Duemila si è scommesso sui lavoratori cognitivi e i precari, ma questi ultimi esperimenti non hanno portato a nulla (se non piccole fiammate, ed è già un parolone). Resta comunque una domanda intorno a cui dobbiamo ragionare. Se ci avete fatto caso, Donato e Guizzo ci hanno parlato a lungo di come fosse organizzata la produzione e a partire da questo si sforzavano di individuare lì dentro i possibili soggetti, soprattutto perché loro stessi erano parte, carne viva, di quella produzione. Credo che dei passi avanti, rispetto alla comprensione delle trasformazioni del lavoro, li dobbiamo ancora fare, e quindi si debba porre all’ordine del giorno l’approfondimento della ricerca in quella direzione. L’altra puntualizzazione di metodo, secondo me molto preziosa (che dal racconto di Donato non emergeva direttamente, ma dal libro sì), è la capacità mimetica delle organizzazioni rivoluzionarie. I gruppi organizzativi li avevate dentro le parrocchie…

“Vi siete organizzati in parrocchia”.

Donato

Non è propriamente così, ma è comunque quello il punto. Il nocciolo della questione è un apparente paradosso: il massimo di “radicalità notturna” avveniva dentro il massimo di esposizione pubblica. Sembra una contraddizione, e invece è un elemento fondamentale. Per alcuni anni, in uno dei territori più ricchi d’Italia, abbiamo imbastito un terreno di piena offensiva rivoluzionaria – per un periodo di tempo che va dal convegno di Bologna del settembre 1977 (ovviamente ci sono degli antecedenti, ma prendiamolo per riassumere) fino all’aprile del 1979 –, un’avanzata affrontata senza ricorrere a nessun tipo di mediazione ma piuttosto, come diceva Valerio, impegnandoci nella ricerca quotidiana del conflitto. Dentro questa offensiva trova cittadinanza anche l’uso della forza; ed è in questa spintadialettica che si rende quasi impossibile l’intervento repressivo.

Sembra strano, ma è andata così. Detto altrimenti: nessuno sapeva cosa avesse personalmente fatto Tizio e Caio, ma tutti sapevano che eravamo noi! Ma allora, perché arriviamo a Calogero? Certo, con il 7 aprile, ci sono state forzature giuridiche impressionanti, un’evidente modificazione dello Stato di diritto, e vere infamie procedurali; ma comunque, quali sono le ragioni intrinseche per cui la repressione in precedenza non ha funzionato? Perché dentro questa dialettica c’era sì la soggettività armata, ma c’era una composizione di classe sociale e politica che andava enormemente oltre. Quando noi praticavamo le ronde, parliamo di settanta-cento compagni che alle 4 del mattino andavano in fabbrica; ma dentro a questi cento, solo una parte era dei Collettivi, tutti gli altri erano soggettività che ti conquistavi nelle assemblee di fabbrica e nelle assemblee di territorio. Non erano strettamente militanti d’organizzazione, e neanche ci interessava che lo diventassero! Non siamo mai partiti dall’idea che l’obiettivo fosse bruciare una macchina in più, ma che questa dinamica di crescita interna alla composizione governasse tutti i passaggi del movimento. In quel momento funzionava, e la polizia è riuscita a intervenire nel vicentino solo dopo la tragedia di Thiene che costa la vita ad Antonietta, Angelo e Alberto. Solo dopo l’11 aprile la repressione si scatena come rappresaglia nel territorio con il ruolo principale svolto da Dalla Chiesa e la sua struttura armata che tra arresti, perquisizioni, intimidazioni eccetera, rimane nell’alto vicentino per più di un mese.

Quello che, a quarant’anni di distanza, mi sento di dire è che la nostra è stata un’esperienza irrisolta. Non è arrivata cioè a compimento, è stata troppo veloce e chiusa troppo brutalmente. Tuttavia avevamo indicato quali processi storici si stavano sviluppando – e infatti, detto tra parentesi, tutto quello che avverrà con la Lega Nord e il celebrato Nord-Est parte da qui. Il Pci non li aveva neanche mai ipotizzati, non ha mai capito cosa stesse succedendo. C’è una simultaneità che ha dell’incredibile: il primo convegno della Lega (allora si chiamava ancora Liga Veneta) a Recoaro Terme nel vicentino è del dicembre 1979, mentre il secondo convegno  si svolge a Padova nell’ottanta. Quindi dopo il 7 aprile il primo e dopo la direttissima il secondo.

Con il senno di poi si disegna con chiarezza uno scadenzario tra i processi repressivi e lo sviluppo del radicamento leghista. Ma perché? Perché entrambi avevamo colto il passaggio dalla fabbrica alla flessibilità – dove noi pensavamo di risolverla dal punto di vista di classe, e la Lega dal punto di vista individuale.

Qual è stato il limite intrinseco allora? Sicuramente ci sono state falle a livello progettuale su alcuni aspetti dell’uso della forza, ma, se andiamo a guardare a dinamiche più generali, vediamo che, per esempio, Radio Sherwood non ha mai chiuso un giorno. È vero, abbiamo fatto la galera –molto carcere preventivo – ma la si mette sempre in conto. Sarebbe più interessante ragionare sul fatto che, quando io e i miei siamo usciti dal carcere, c’era il Coordinamento antinucleare antimperialista già forte, e quella battaglia contro il nucleare e il Piano energetico nazionale, voluto sia dalla Dc che dal Pci, l’abbiamo vinta. Poi sì, era un altro mondo: ricordo bene che quando mi ritrovavo davanti i punk anarchici torinesi del collettivo Avaria non avevo idea di dove sbucassero fuori, e solo dopo capimmo che anche loro erano il risultato della crisi nella metropoli torinese. Non era più interpretabile con le chiavi di lettura nostre, perché figurati se dalla provincia veneta puoi capire cosa succede ristrutturando una fabbrica come la Fiat; ma nel suo nocciolo, l’autonomia era ancora un progetto in piedi, una scommessa aperta. Infine, tenete sempre presente una cosa: nei primi anni Ottanta, nelle galere dell’“area combattenti”, sono successi dei deliri inenarrabili! Per cui lo ripeto: l’Autonomia non è un gruppo, è un metodo di attraversamento della contraddizione.

Per quanto riguarda i modelli organizzativi, partiamo dal dire che tutti i modelli sono fatti per cambiare. Quello che funzionava, facevamo, e se serviva, veniva fatto. Ciò detto, è chiaro che la fase iniziale vicentina è diversissima da Padova o da Venezia Mestre, e già Venezia e Mestre differiscono tra loro: una arriva nel 1978, l’altra parte fin da subito nel 1976, per dire. Venezia è sicuramente quella che si mette in moto più tardi di tutti, non so perché; certo è che Mestre, con la storia dell’Assemblea autonoma e poi il ciclo del Petrolchimico, viveva una qualità di discussione diversa da Venezia (dove, tra l’altro, l’università non è che abbia prodotto chissà cosa).

In ogni caso, quello che si mette in moto è il protagonismo di questa composizione giovanile che, come dicevo prima, si sottrae alla condizione a cui era destinata. Riallacciandomi a quello che evidenziava la compagna prima, mi limito a dire che noi eravamo scolarizzati e dovevamo entrare nel ciclo produttivo, non alla catena, in una posizione intermedia di comando. All’epoca tiravano gli istituti tecnici, perché alla congiuntura serviva quello, e trovare gli operai non era certo un problema: quella formazione ne produceva una montagna di giovani che non studiavano, che abbandonavano, che venivano espulsi dal ciclo scolastico! Piuttosto, avevano bisogno di quadri intermedi. E così noi saremmo dovuti diventare i nuovi guardiani della produzione. Questo era il compito previsto per la nostra generazione settantasettina, e a questo ci siamo sottratti, dicendo chiaramente che “piuttosto che fare i capi o gli operai, vi combattiamo!” (banalizzo eh, ma neanche troppo).

Per quel che mi riguarda, l’accelerazione è successiva al convegno di Bologna. Allora io facevo già militanza, i Collettivi politici veneti erano attivi ormai da un anno e mezzo, seppur in una forma ancora molto contraddittoria nel vicentino; a Bologna però ci rendiamo conto che non ci siamo solo noi militanti, ma c’è una forte presenza di territorio. Per cui la prima cosa che facciamo appena torniamo a casa è redigere un documento e costruire un’assemblea di zona. Pur limitandoci a discorsi ancora approssimativi, era già evidente a tutti che la contraddizione fondamentale era la costrizione al lavoro. Ciò indirizzò la fase iniziale e, con una velocità sorprendente, nel giro di pochi mesi si innestò un piano inclinato che ha permesso, appunto, per due anni una totale offensiva politica.

I processi organizzativi sono stati inquadrati in questo contesto: ovvero, non erano progettati per il funzionamento interno, ma soprattutto per catturare tutta la disponibilità che un territorio esprime al conflitto. Per cui, con l’assemblea territoriale (che diventerà poi il Gruppo sociale) noi stabiliamo questa chiave di lettura: vogliamo ricomporre il più possibile, non ci interessa l’omogeneità analitica, quello che conta è conquistarci un ruolo di traino e direzione politicalì dentro, nella disponibilità del territorio alla rottura. Comprovata la sua efficacia, teniamo fermo il Gruppo sociale come struttura portante (che, per esempio a Thiene arriva nei momenti alti a ottanta-cento persone, in una città di 20 mila abitanti), e la prima cosa che abbiamo voluto impedire è che diventasse una struttura identitaria. In parole povere, non volevamo che diventasse l’ennesima struttura chiusa. Dunque chi militava nel Gruppo sociale immediatamente doveva intervenire: in fabbrica se era lavoratore, nel comitato d’agitazione se era a scuola, nei comitati sulla casa se abitava nei quartieri… ogni singolo compagno militante aveva un ambito di intervento. Ne consegue che il Gruppo sociale era la sommatoria di questa divisione dei contesti di attivazione, e la discussione che si apriva nel Gruppo sociale puntava a estrarre tutta la ricchezza determinata dal radicamento, riassunta dalle proposte fatte dai comitati (senza parlare poi della discussione degli strumenti d’intervento come la radio, i giornali e quant’altro).

Il Collettivo politico, invece, era composto dai compagni che, a nostro giudizio, erano più capaci di giungere a una sintesi unitaria di questi processi e governarli. Facendo l’esempio del contesto in cui ho militato io, il Collettivo politico di Thiene è arrivato, al suo apice, a diciotto compagni d’organizzazione, che erano poi gli stessi a fare le azioni armate.Dentro al collettivo si era poi ulteriormente strutturati, distinguendo un “Attivo” e un “Nucleo”. Le armi da fuoco non le abbiamo mai fatte usare all’Attivo. E questo per una scelta strategica: volevamo che ci fosse un percorso di crescita non forzato, non eravamo in competizione con nessuno e non avevamo bisogno di dimostrare niente; al contrario, il modello organizzativo messo in moto doveva garantire un’assunzione di responsabilità su di sé da parte del militante.  Ci tengo a sottolineare bene che questo elemento, per noi cruciale, della responsabilità individuale era calibrato, ancora una volta, dal contatto pregresso con il territorio. Insomma, proprio perché ci si frequenta da una vita si riusciva a sapere subito se tale dei tali è sì tuo amico, ma ha una costruzione mentale di un tipo o di un’altra, non so se ci siamo intesi… e adottando questo punto di vista non abbiamo mai sbagliato una volta. A dirigere poi i vari Collettivi politici territoriali c’era la Commissione politica provinciale mentre su base regionale funzionava l’Esecutivo.

Sul piano della battaglia politica interna al movimento rivoluzionario a Padova si è data una struttura – il Fronte comunista combattente, che eseguì anche alcuni ferimenti intenzionali – con un duplice intento. Da un lato, sosteneva le cosiddette campagne d’organizzazione (diventate poi note come “notti dei fuochi”), ma doveva anche essere presente nelle battaglie politiche sul piano nazionale. Quest’ultimo è un tema su cui non si è parlato oggi, ma vale la pena dire che non essere riusciti a chiudere il passaggio al nazionale è stato il vero limite dell’Autonomia. Un limite invalicabile, definitivo, che ha reso possibili anche le crisi successive. Considerate che questo tentativo parte ben prima del sequestro di Moro, è già dentro il convegno di Bologna, ne discutevano Rosso e i Volsci. Questo salto di livello non avverrà, per motivi che forse meriterebbero di essere indagati maggiormente. Ora, io non so dire se le cose sarebbero andate diversamente, o se questo si inseriva positivamente nell’emorragia dall’area autonoma verso i combattenti di cui parlava prima anche Valerio; però non escludo che se ci fossimo dotati di una strutturazione più definita anche nazionalmente, forse avremmo tenuto di più. In Veneto (così come nelle zone in cui c’era un’articolazione che funzionava) non si è mai posto questo problema; le Br sono arrivate nel 1980 poggiandosi sui nostri arresti, cose volgarissime con i primi morti a Mestre con noi in pieno processo… robe che anche da un punto di vista etico dici “ma vaffanculo”.

Passando invece a parlare della ronda, partiamo dal dire che storicamente è l’icona dell’Autonomia. È la manifestazione e l’esercizio più alto di contropotere, perché contiene tutto quello di cui abbiamo parlato: il radicamento territoriale, la capacità organizzativa, la conquista di intelligenze nuove, la battaglia politica con il sindacato, la rivolta contro il sistema dei partiti e infine contro il piano produttivo. La cosa realmente potente è stato riuscire a individuare nello straordinario non solo l’allungamento della giornata lavorativa (di per sé è banale), ma anche la contraddizione con cui scardinarla. Avevamo capito perfettamente che attraverso l’uso politico dello straordinario i padroni riprendevano il controllo sulla produzione e sul conflitto in fabbrica, noi invece pensavamo che rompendo sulla giornata lavorativa avremmo costruito contropotere. Guardate che quello che sarà uno dei luoghi più ricchi del pianeta, non c’era una fabbrica che facesse lo straordinario, o il sabato! Naturalmente, accanto a noi c’era anche quello che faceva la controparte: pensate alle politiche dei sindacati o alla stagione dei contratti del 1979. Proprio perciò nelle fabbriche scatta una lotta durissima, ed è in questa dinamica che la ronda testimonia tutta la sua centralità. Per porla in altri termini, ritorno al punto sul 7 aprile che avevamo introdotto poco fa perché è indicativo di questa dialettica: quando il Pci e il sindacato non sono più in grado di governare l’insubordinazione perché vinciamo su tutto, si apre il 7 aprile.

Le ronde padane prima delle ronde padane. Autonomia vicentina.

Valerio

Sui limiti e sulla diagnosi del fallimento, la penso esattamente come Donato. Passo quindi agli altri temi emersi dalle domande e dagli interventi. Per quel che concerne il nazionale, l’analisi dell’Autonomia sulla natura e la funzione del Pci è sempre stata esplicita: per noi era il nemico principale sin dai tempi di Potere Operaio. Il nostro problema era la socialdemocrazia: non era il liberismo, la Democrazia Cristiana o quei quattro mentecatti, cazzo ne so, dei repubblicani e dei socialisti. Il nostro problema era il Pci, perché, ripetendo un vecchio e trito slogan di allora, era “lo Stato nella classe operaia”, punto. Nel ’77 lo avevamo scritto a pennellone ovunque, su ogni muro che ci capitava sotto mano, e potete ritrovare tutta la pubblicistica.

Con questo slogan non intendevamo fare delle dichiarazioni ideologiche di purismo, ma dichiarare molto più semplicemente che con il compromesso storico il Pci stava tendando di entrare, con tutte le proprie forze, al governo del Paese. Dopodiché, a livello nazionale sappiamo come è andata; guardando invece al locale, be’, Bologna era la loro vetrina, e noi l’abbiamo infranta. Non ce l’hanno mai perdonato e ancora oggi per loro è una vendetta infinita. Neanche dopo la Bolognina e i Pds se la sono mai scordata. Soprattutto i vecchi del partito, che si sono fatti tutto ‘sto giro fino al Pd, ancora oggi stanno lì a romperci i coglioni. E a noi piace molto, devo dire. Ma il rapporto di frizione, se possiamo chiamarlo così, inizia molto prima dell’Autonomia, e addirittura a Bologna c’è già con quello che si chiamava allora il Movimento studentesco (di cui una parte evolve in Potere Operaio). Considerate che aprimmo la sede nel novembre 1969, e già allora avevamo il Partito comunista che intravedeva alla sua sinistra l’antagonismo che gli sfuggiva di mano. C’era già stato il Sessantotto e cose come il rifiuto della famiglia e quant’altro (che a noi interessavano poco) gli pungevano nel fianco; ma con la nascita dei gruppi organizzati a Bologna la contraddizione è immediata. Perché a Bologna il Pci è il potere. Governa tutto: l’economia, l’accademia, l’associazionismo, il sindacato, la salute…

Donato

C’è quasi più spazio con i democristiani che con il PCI!

Valerio

Assolutamente sì. Si capisce quindi come noi abbiamo avuto così tante difficoltà, ben più che altre città. Magari Bologna fosse stata come Roma o Milano! Per non parlare poi del fatto che anche “loro” avevano delle articolazioni politico-militari, è inutile che facciano i furbi e ce le andiamo a raccontare. Anche loro avevano strutture di persone che venivano dalla lotta partigiana e che non si erano fatte disarmare dagli americani. Come mi raccontava mio padre e i suoi amici, agli americani avevano rifilato la cianfrusaglia ormai logora e inutilizzabile, armi malmesse non più efficienti; la roba buona l’hanno sotterrata, tenuta lì ed è tornata fuori più di una volta. Per esempio quando ci sono stati i golpe: io ricordo bene una notte in via Barberia, alla sede del Pci, erano tutti partigiani ed erano tutti armati. L’hanno tirata fuori anche durante il Convegno e lo sapevamo (il paese è piccolo, la gente mormora). C’era quindi tra di noi un rapporto di guerra, senza nessuna mediazione. Tutto era affidato alla forza, alla furbizia e al reciproco minacciarsi. Diciamo che a Bologna, dopo “alcuni episodi” – in cui loro dimostrarono la forza, noi la potenzialità – si sono cagati addosso e con l’Unità e i vari fogli territoriali hanno preso ad insultarci con la solita propaganda: “i figli della borghesia”, “ragazzini che giocano a fare il guerrigliero”, “chi li paga”, “cui prodest”…

Donato

Per non dimenticare Catalanotti.

Valerio

Sì, ma quello viene dopo. Per chi non lo sapesse, Bruno Catalanotti è stato il nostro Calogero, che ha anticipato il suo metodo su scala più ridotta. Insomma, il problema del rapporto con il Pci era serio soprattutto perché ci costringeva a muoverci su più fronti, e ci sono parecchi aneddoti che potrebbero mostrarlo. Ad esempio, ai tempi di Potere Operaio noi avevamo un centro stampa (di cui tra l’altro facevo parte, sapete no, facevo l’Istituto d’arte e questi: “ah vuoi fare l’artista? bene, lavora”, e col cavolo che avevamo macchine tipografiche, tutto a manina, in serigrafia) e attaccavamo l’impossibile. Quando c’erano delle scadenze, la notte prima era dedicata all’attacchinaggio. Si attaccava di tutto. A un certo punto iniziamo a vedere che la mattina i manifesti non c’erano più. Per metterci un attimo nell’ottica delle dimensioni, fate conto che in una notte facevamo 1000-1200 manifesti. Ci informiamo in giro e scopriamo che dietro a ogni nostra macchina con cui si usciva ad attacchinare, ce n’era una loro che ci seguiva e passo passo ce li staccava [dal pubblico: “Poi i vigili urbani usati come braccio armato del Partito…”]. A Bologna sì, lo è sempre stato. E non solo: i dipendenti del gas, l’Amga, gli operai delle officine comunali…

Comunque, capiamo che tutta ‘sta gente andava in giro a staccarci i manifesti. E da lì iniziamo a mettere nella colla dei manifesti i vetri frantumati delle lampadine. È un vetro sottilissimo, che così si incollava. Quindi quando al pronto soccorso del Sant’Orsola hanno cominciato a presentarsi per alcune notti dei personaggi strani con le mani ricoperte di sangue, hanno pensato bene di lasciarceli attaccati – ma non si sono dati per vinti, e gli operai della nettezza urbana (tutti militanti del Partito) capirono come staccarli con le palette d’acciaio. E avanti così. La cosa poi si è risolta quando siamo andati a “parlare” con alcuni di loro che conoscevamo. Sapevamo chi erano i furboni e soprattutto chi erano i capi che organizzavano le macchine e questi, finché hanno potuto permetterselo, avevano il via libera. Venne però il momento in cui alcuni di loro, sotto la loro abitazione, hanno trovato persone che erano disposte a discutere con argomenti convincenti, argomenti che loro conoscevano bene perché li avevano usati prima contro di noi… Quando ti trovi dal lato sbagliato di una potenzialità sociale di quel livello, non è una bella cosa. E infatti hanno smesso.

Considerate che qui, proprio perché il Pci era veramente il potere, avevano la collaborazione delle istituzioni. Il servizio d’ordine del Pci (che appunto era composto dagli operai Amga e quelli che dicevo prima) ai tempi di Potere Operaio caricava insieme alla polizia, ci sono mille foto in giro. Il rapporto era quello. Si è lavorato politicamente finché si è potuto, finché la vetrina non si è infranta sul serio: c’è stato il morto (il compagno Francesco Lorusso), c’è stata la guerriglia urbana, ma già dal 1975 eravamo già attivi in senso politico-militare. Per esempio, anche noi facevamo le ronde. A differenza dai veneti, le nostre ronde erano organizzate per campagne. Che so, si battezzava la campagna sul lavoro nero. Ricaviamo tutte le informazioni necessarie dai nostri militanti e capiamo dove si faceva lavoro nero – per inciso, erano quasi sempre uffici e piccole ditte, in cui si sfruttavano soprattutto giovani e donne per lavori da impiegate eccetera. Quindi ci si presentava vestiti bene, facendo finta di essere dei clienti; si entrava negli uffici, ovviamente col ferro; si fermava tutti; si spaccava la qualunque, scritte a bomboletta sui muri; si spiegava ai lavoratori sfruttati perché eravamo lì e se c’era il padrone, ecco, che si pigliava anche il suo avere. Voilà. Senza uccidere nessuno.

Ecco, la ronda tipo per una campagna sul lavoro nero era questa. C’erano poi le campagne, ad esempio, sui vigili urbani. Appunto perché erano quelli che, collaborando con i carabinieri, partendo dalle sezioni del Pci sul territorio (che erano l’occhio del Partito sulla classe e sui quartieri) sapevano bene o male chi si muoveva e chi no, sospetti e non sospetti. Quindi si sceglieva una centrale, si entrava, si prendeva tutto il possibile e via. Ma attenzione, sempre rivendicato con la firma di chi le faceva e poi sempre spiegate in un progetto di lavoro sul territorio. Certo, c’era il Pci che pulsava, ma tenete presente che a Bologna non c’era solo l’Autonomia, era un casino. “Anni di piombo”? Per loro sicuramente, e qualcuno purtroppo lo abbiamo lasciato sull’asfalto anche noi; ma se prediamo anche solo il Settantasette e consideriamo quello che si è mosso e si è innovato anche fuori dalla politica – l’arte, la musica, i fumetti, la radio – vede un laboratorio straordinario. C’è stata una crescita e una creatività incredibili non solo nella politica, ma anche nella socialità e nella cultura. Sì, c’era il momento triste e cupo del combattimento, ma in un contesto generale a dire poco fantastico.

Donato

La felicità sta lì.

Valerio

Esatto! Perché oltre alla vita notturna, c’era la tua quotidianità di giorno, la tua esistenza liberata in città. Anche perché parliamoci chiaro, non lavoravamo mica tutte le notti, non siamo mai stati stakanovisti della militanza. Per noi era fondamentale selezionare bene gli interventi perché erano cose molto impegnative, che chiedevano non solo pianificazione, ma un’organicità con le possibili diramazioni. Le ronde, per esempio, erano fatte da organismi con una ragione d’esistere, che si firmavano e spiegavano la logica che le muoveva. Se si mirava ad opporsi a certe prese di posizione di Confindustria, pubblicamente ci esprimevamo nelle assemblee autonome, e accanto a questo saltava in aria una sede. Solo individuando le lotte “giuste” diventava possibile tenere insieme l’elaborazione concettuale, la ricomposizione della classe e il sabotaggio – senza fare morti, e possibilmente senza fare feriti.

Poi sono arrivati anche quelli andando verso il 1979, quando queste articolazioni politico-militari si sono costituite in organizzazione d’apparato, staccandosi (oggi possiamo dirlo) con una forzatura teorica e politica. Per esempio, limitandoci ai dibattiti interni a Rosso (mica si scriveva e basta, capiamoci) sulla differenza tra Brigate comuniste e Formazioni comuniste combattenti, dovrei oggi riconoscere lì un errore cruciale: quando da strumento, da servizio alla classe, ti fai tu stesso apparato e vai a combattere contro un altro apparato che è molto più potente di te, si compie un passaggio che oggi dovremmo riconsiderare profondamente, senza limitarci allo scandalo del sangue. Allora quella scelta la facemmo e l’abbiamo pagata; ma quello era il contesto e quelle ci sembravano le decisioni necessarie. Polemizzare con il senno di poi è una sciocchezza che non porta a nulla. Soltanto storicizzando, calandosi per quanto possibile in quei momenti di incertezza – cosa che sta facendo l’Archivio autonomia, andatelo a vedere, è una cosa meravigliosa – si riesce a valutare la prospettiva con cui ci si muoveva, le intuizioni indovinate e i passi falsi. Per quanto riguarda gli stimoli dall’estero…

Da noi, semmai, aleggiava una forte ammirazione per il fronte palestinese di Habash, l’Fplp. Per quanto riguarda le articolazioni militari di cui dicevo prima, ci sono stati scambi e contatti. C’erano persone a cui eravamo molto legati: per dire, io a San Giovanni in Monte per un periodo sono stato in cella con Abu Anzeh Saleh (quello dei “missili di Pifano”) che era praticamente l’ambasciatore di Habash in Italia, dal quale ho avuto ragguagli interessantissimi sulle loro lotte in Palestina. Oppure, parlando sempre e soltanto di risultanze processuali, una volta ci fu un campo di addestramento militare gestito dall’Eta con una parte dell’Autonomia, segnatamente le Formazioni comuniste combattenti (cioè noi e i milanesi). Uno di noi aveva contatti con i francesi e da lì, nel Paese basco francese, si svolse un campo, tra l’altro descritto in quei famosi quadernetti ritrovati nelle inchieste.

Per capirci, nel frangente specifico di quel campo, la collaborazione partì da uno scambio di favori: armi corte (non tante, ma roba buona) contro due kit, uno per fare documenti falsi e uno – invenzione degna della sapienza operaia – per fare targhe false. Invece, quello che ci interessava dei movimenti dell’America Latina, sarà banale, erano i loro ottimi manuali di guerriglia e controguerriglia. Loro infatti, non potendo disporre di materiali di fabbrica, dovevano improvvisarli con quello che avevano e in questi testi indicavano come costruire le trappole esplosive e quant’altro. Ci interessava quello, quindi Marighella, i Tupamaros…

Donato

Lì si vede tutta la differenza tra me e te. Io ero un californiano! [Risate] Cresciuto con i Jefferson e i Quicksilver…

Valerio

Ma questo è un fricchettone! [Risate]

Donato

Per cui seguivo le Black Panthers e i Weathermen…

Valerio

Mannaggia oh… Noi a fare i guerriglieri, e questi in California a surfare le onde!

Comunque, prima di chiudere, direi una cosa sul senso di sconfitta. Molti dicono “lì abbiamo perso”, non solo come autonomi, ma in generale il secolo si è concluso con una disfatta, soprattutto a livello psicologico. Però, come una volta disse Paolo Virno, è andata così, ma intanto per dieci anni gli abbiamo impedito di governare, ma soprattutto abbiamo dimostrato che “è possibile”. Non è successo, ma abbiamo dimostrato che è possibile, usando un metodo. Ma anche in senso più largo, io non ho mai pensato di essere uno sconfitto. Non c’è stata nessuna sconfitta. Si è conclusa una fase, punto; una fase di una guerra di classe è fatta di vari momenti, di strategie e di tattiche. Non è finito niente. È vero, ci sono stati gli anni Ottanta, dove non era stata raccolta la memoria storica e si è dovuto ricominciare daccapo; ma si è solo chiusa una fase, e se ne riapriranno delle altre! La lotta di classe continua, il conflitto continua. E noi siamo ancora qui, a discutere, a cercare, nella dialettica lavoro vivo-capitale, di individuare, nella composizione data, altre soggettività emergenti potenzialmente autonome e rivoluzionarie.

Servizio d’ordine di Rosso a Bologna.