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Guido Carpi – FOTTUTI! La formazione del rivoluzionario: Lenin e i bolscevichi

Non si fa la rivoluzione senza rivoluzionari e rivoluzionarie.

È la lezione, ancora oggi tutta da conquistare, dei bolscevichi, che con l’Ottobre sovietico incendiarono il Novecento. Lenin ha speso l’intera propria opera a formare questo tipo di nuovo militante politico. Ogni sua riga è rivolta ai militanti, anche quando essi erano ancora di là da venire. Ipocriti e professori, invece, li voleva fuori dai piedi.

È questo il Lenin di cui abbiamo voluto parlare, nel secondo incontro del ciclo MILITANTI: giovane e sovversivo, audace e sognatore, pieno di intelligenza e odio di parte, lucida rabbia e realismo rivoluzionario, dentro il proprio tempo ma contro di esso, con gli stessi problemi, errori e contraddizioni da affrontare dei militanti di oggi – tra guerra, sfruttamento, mancanza di un orizzonte di trasformazione e l’urgenza del “Che fare?”. Un Lenin quindi ancora vivo, perché non mummificato dalle tristi parrocchie (e spesso inquietanti sette) “marxiste-leniniste-trozkiste-maoiste-sinistre” e chi più ne ha più ne metta, che hanno finito per renderlo inoffensivo.

L’idea-prassi centrale di Volodja, il nucleo della sua forza, è infatti l’«attualità della rivoluzione», la sua declinazione e articolazione concreta in ogni passaggio, momento, sia tattico che strategico, della militanza comunista: dall’inchiesta in fabbrica all’insurrezione nelle strade, dalla stesura di un volantino alla guerra civile. Una rivoluzione che scoppia e vince in Russia non perché fossero mature le condizioni storiche ed economiche del suo capitalismo, ma perché lì era più forte la lotta di classe e l’organizzazione politica degli operai. La lezione leniniana ci dice insomma che c’è da cogliere l’occasione quando si presenta – non solo: l’occasione c’è da prepararla.

«Marx è la scoperta dell’antagonismo, l’assunzione del punto di vista, di parte, per possedere e contrastare la totalità nemica. Lenin è la scoperta dell’organizzazione, di quella parte, per costituirsi come forza in grado di battere quel tutto, altro da te e contro di te», nelle parole di un nostro cattivo maestro.

Come si forma, allora, un militante politico? Qual è il punto di vista del rivoluzionario? Che rapporto c’è tra teoria e pratica, spontaneità e organizzazione? Qual è stata la formazione di Lenin e dei bolscevichi? Di tutto questo ne abbiamo parlato sabato 25 marzo a Modena con Guido Carpi, professore di Letteratura russa all’Università di Napoli, autore della bella biografia di Lenin in più volumi Lenin. La formazione di un rivoluzionario e Lenin. Verso la rivoluzione d’Ottobre (editi entrambi da Stilo Editrice), che ci è piaciuta davvero molto. Questa è la trascrizione del suo intervento. Buona lettura, fottuti.

 

Guido Carpi

Quando ho deciso di occuparmi di questi temi, ho deciso fin dall’inizio di parlare del Lenin rivoluzionario. Primo perché è molto difficile scrivere la vita di un uomo che diventa il fondatore di uno Stato, perché chiaramente la sua biografia diventa la storia di un Paese; poi, io pensavo e penso ancora, che a noi tutti serva, più che altro, conoscere il Lenin prima della rivoluzione, specialmente i suoi primissimi passi. Non ci vuole nulla a fomentarsi leggendo la storia dell’Ottobre e l’epica solita: è facile e anche tutto sommato autoconsolatorio. Quello che, a parer mio, in questo momento storico serve di più a noi è la parte meno conosciuta: cosa facevano i bolscevichi quando erano deboli? Quando l’egemonia ferrea in mano ce l’avevano gli altri? A ben vedere, infatti, ci sono molti aspetti avvicinabili allo sfondo contemporaneo che avete descritto: la necessità, per un «piccolo gruppo compatto», di reinventare gli strumenti della lotta; il problema di assumersi i rischi più pungenti durante la crisi dei gruppi e il tramonto di un ciclo; e infine, ovviamente, la guerra alle porte.

Certo, non bisogna neanche spingere eccessivamente avanti questa similitudine, perché come dicevate anche voi moltissime cose sono chiaramente diverse, tanto nel contesto macrosociale quanto nella psicologia degli attori: se non altro perché, e qui sta il punto più interessante, non sapevano come sarebbe andata a finire. La difficoltà maggiore nello scrivere di queste cose sta proprio nell’adottare la prospettiva dei personaggi, i loro dubbi, le loro incognite. Paradossalmente, è solo prescindendo dagli sviluppi che si riesce a cogliere come ragionassero, quale fosse il loro metodo e come costruissero una logica. Altrimenti ci viene naturale guardarla tutta dalla fine, quasi ci fosse un piano divino, cosa che nessuno qui chiaramente pensa. Tutte tappe “per arrivare a”. Invece, per i bolscevichi, tutti i passaggi strategici e tattici erano risposte a problemi del momento. Azzardi dunque, che nella pratica e nella teoria aprivano spiragli imprevedibili per lo stesso Lenin. Dopotutto, come amava ripetere, la storia procede a zigzag.

Per pormi su questo piano, è stato fondamentale approfondire la sua corrispondenza privata, una sezione delle sue opere complete che nessuno legge mai, anche perché parliamo di diciassette volumi ognuno sulle 700-800 pagine. Per anni e anni, grossomodo dal 1960 in poi, sono state raccolte tutte le lettere che Lenin, soprattutto grazie alla moglie Nadežda Krupskaja, si scambiava quotidianamente con i militanti all’estero e in Russia. Migliaia e migliaia di pagine fittissime, in cui però emerge nero su bianco come affrontassero ogni momento e ogni crisi. Lì sta la parte più preziosa. Per come la vedo io, l’esperienza dei bolscevichi si può prendere a modello non tanto per cosa abbiano fatto (è impossibile replicarlo nel mondo di oggi, è inutile ripeterlo), ma per il come cercavano di risolvere i problemi.

Per quanto riguarda il giovanissimo Vladimir Il’ič (o Volodja, come lo chiamavano a casa), com’è probabilmente per tutti noi, il 50 per cento lo dovette a una sua non sempre chiara “ambizione di diventare”, e per l’altro 50 per cento era come le circostanze lo hanno formato. Niente di eccezionale: cresciamo tutti in un’epoca alla quale cerchiamo di dare la nostra impronta, ma da cui veniamo a sua volta condizionati. Se quindi ci volgiamo a guardare la Russia di quegli anni, troviamo un paese con delle contraddizioni fortissime. Un paese in cui si stava sviluppando un capitalismo rapace (che Lenin è stato notoriamente uno dei primi a studiare), ma ancora con una struttura di base prevalentemente agricola; un paese arretrato che da secoli cercava di stare disperatamente alla pari dei concorrenti europei, soprattutto sul piano militare, sfruttando spietatamente i contadini. Si può forse dire che su questa constatazione poggia una delle intuizioni del Lenin maturo: quando scoppierà il ’17, se ai ceti operai verranno affidati il compito d’avanguardia, di indicare la linea costruendo un’egemonia nelle lotte, il grosso della massa ribelle sarà costruita sui contadini. Non a caso, i menscevichi e gli altri marxisti sottovalutavano ampiamente i contadini, per poi ricredersi a giochi fatti sulla loro funzione come forza d’urto per abbattere lo Stato.

Passiamo poi a un altro importante punto che avete sottolineato, ovvero che i bolscevichi si trovassero alla fine di un ciclo. È vero. Naturalmente la rivoluzione non comincia con Lenin, e c’era già stata una stagione gloriosa di rivoluzionari, i narodniki, i populisti (traduzione di una parola che significa “servizio nei confronti del popolo”, niente a che vedere con quelli di oggi). Socialisti delle più diverse tendenze e grado di radicalità, i populisti erano soprattutto gente scolarizzata e convinta che chi ha studiato, o quantomeno ha una cultura, deve tutto “al popolo”, a quel popolo che ha sofferto per secoli. L’unico dovere di un uomo di cultura diventa dunque quello di aiutare questo popolo a riscattarsi.

È una convinzione che arriva anche a Lenin, direttamente dalla famiglia. Suo padre, per esempio, la declinava fondando scuole, collocandosi nell’ala più moderata del populismo; manco a dirlo, dopo l’attentato allo Zar del 1881, tutte le scuole verranno chiuse perché viste come focolai di libero pensiero. La pesantezza del fallimento è tale che lo porta a un colpo apoplettico e muore. Suo fratello Aleksandr, invece, tenta la strada più radicale. Si unisce giovanissimo ad alcune frange terroriste, cercano di organizzare l’assassinio dello Zar successivo, ma li beccano prima di lanciare l’attacco. E così, quando deve sostenere l’equivalente della prova di matematica alla maturità, a Volodja arriva la notizia dell’impiccagione di suo fratello.

Sebbene resterà sempre apertamente debitore verso il populismo, in questo momento Vladimir capisce che le cose vanno organizzate in modo diverso. Capisce cioè che non ci si può limitare a un riformismo al ribasso, accontentandosi di quel che c’è, o a un gioco di guardie e ladri con la corona cercando di capire chi ammazza per primo chi (perché tanto ce ne mettono subito un altro e non si va granché lontano comunque). Il giovane Lenin, per quel poco che si può ricostruire, è un ragazzo certamente segnato, ma su molte cose mi pare di rivederci i miei vent’anni, con tutti i suoi elementi di cazzonaggine: fughe con gli amicastri in riva sulla Volga, gare a chi beveva più birra – [rivolgendosi al presentatore] come stiamo facendo ora io e te – e di mezzo le letture. Disparate, confuse, ma formative.

Ripeto, sappiamo poco proprio della sua vita di tutti i giorni – alla fine dei conti, è attraverso questi elementi che una persona diventa comprensibile quando si esprime nelle sue forme più alte – perché si è cercato di cancellarne larghe tracce. Forse perché poco si prestavano a farne un “apostolo” politico, forse perché il “ragazzaccio” non rientra nell’immaginario del socialismo ufficiale… chi può dirlo. Fatto sta che scorrendo le memorie dei suoi compagni pubblicate negli anni Venti e confrontandole con le riedizioni di cinque o sei anni dopo, vediamo che tutte le parti più interessanti, più belle, più vive, dove ci sono le cose che rendono di più il senso dell’uomo, sono state tagliate. Non parliamo poi delle sue opere pubblicate in vita: da una parte c’è una quantità di materiale mostruosa (in russo sono 75 volumi e cambiano parecchio da quelle italiane), dall’altra c’è tutto il rimaneggiamento fattoci per costruire il “santino” del rivoluzionario.

Tornando a noi, la prima cosa comunque che ha fatto Lenin da ragazzo è stato quello di porsi il problema della fine di questo ciclo del populismo, cioè questo doppio corno di riforme civili e terrorismo populista. Terrorismo che, si badi, all’epoca era perfettamente giustificato, cosa che pensava anche lo stesso Lenin. Li considerava dei velleitari sul piano strategico, pensò sempre che la violenza andasse organizzata e che quella individuale non servisse a un cazzo, ma certamente quando un uomo di Stato andava in mille pezzi si fregava le mani per la goduria. Insomma, era un terrorismo che trovava un largo consenso. Non è un caso che, nonostante i loro limiti intrinseci, i populisti continueranno ad esistere nel susseguirsi dei decenni come lato alternativo ai socialisti russi: da un lato i marxisti, i socialdemocratici, i bolscevichi e i menscevichi; dall’altra gli esery, cioè i “socialisti rivoluzionari” che venivano dal populismo (leggasi: puntare sui contadini, spontaneismo e soprattutto bombe, tante tante tante bombe contro i ministri). E non sorprenderà quindi neanche che nel 1905-106, gli esery e i bolscevichi si prestassero in leasing i laboratori per la fabbricazione degli esplosivi. Poi ognuno ci faceva quello che voleva e buonanotte.

Un’altra cosa interessante del primo Lenin era la sua capacità di leggere Marx, ma fin da subito cercando di applicarlo alla situazione in cui si trovava la Russia, un paese che Marx non aveva mai immaginato come il detonatore per una rivoluzione mondiale. Secondo il marxismo, diciamo “classico”, la rivoluzione non scoppia in un contesto a industria arretrata. Per di più, sul piano sociale, il Moro vedeva la Russia suppergiù come una cittadella della reazione. Invece Lenin studia veramente, immergendosi nell’osservazione e costruendo di fatto dal nulla una macrosociologia del suo terreno di lotta. La quantità di cose che riusciva a fare è incredibile, io mi chiedo a volte quando dormisse. Leggendo, osservando e dialogando con una mole di lavoratori scandaglia a tappeto l’economia di un paese sconfinato. Scopre così che si va sviluppando un capitalismo moderno non in contrasto con il retroterra agrario, ma piuttosto incistandosi in quel mondo arcaico, brutale, con forme di intimidazione para-mafiosa.

Dunque, per Lenin se vuoi agire su un complesso sociale, la prima cosa da fare è capire esattamente cosa sta succedendo, qui e ora, con buona pace delle teorie a cui si è affezionati. E poi, ovviamente, ci vogliono i militanti. Ma si rende anche conto fin da subito che i militanti non stanno da una qualche parte e non basta andarli a scovare, pescandoli uno dopo l’altro: i militanti vanno creati, specialmente quelli del tipo che servono in una fase peculiare. Siamo infatti in un periodo abbastanza delicato, che finisce con la pubblicazione del Che fare? – ma prima una premessa, specialmente per i più giovani.

Leggere Lenin non è facile. Tutti i suoi testi, tranne una manciata minima, sono scritti per motivi contingenti, specifici, e quindi intrisi di polemica momentanea su questioni delle quali, spesso e volentieri, non sappiamo nulla. Non parliamo poi della ripetitività o della loro pesantezza. Di sicuro non sono testi propriamente teorici, con formule applicabili a tutte le situazioni della vita. Lenin non lo avrebbe mai fatto. Se, come imparerà dall’esperienza, le teorie nascono dalla pratica, ne consegue che quando fissi sulla carta le idee che ti balzano in testa, queste sono ancora sature di quello che stai facendo. Immaginiamo per esempio che voi, dopo un ciclo di lotte che avete fatto coi compagni qui a Modena, scriviate un libro intitolato una roba come “Modena e rivoluzione”. Benissimo. Questo sarà chiaramente pieno di polemiche contro compagni di altri gruppi (che so, di Bologna), di riferimenti più o meno velati a cose che avete vissuto, e a meno che uno non sia venuto a fare a mazzate insieme a voi, non ci capirà fondamentalmente una sega. Ecco, in questo sareste dei leninisti da manuale.

Questo perché la teoria deve sgorgare, deve essere la sintesi, il succo della lotta. Non si dà teoria senza lotta. In principio era la lotta, da questa ne scende la teoria e allo stesso tempo la pratica nell’organizzazione. Non credo che Lenin lo abbia mai detto in una formulazione così schematica, ma per lui è un dato indiscutibile.

Ritorniamo così al problema della formazione. Non è che i militanti, fino a quel momento, non ci fossero; la rogna semmai era che erano del tipo populista. Ossia erano quasi tutti del ceto colto (per com’era messa la Russia dell’epoca; la massa popolare era senza diritti, senza cultura, tutti analfabeti…) e si dedicavano alla rivoluzione nel modo detto prima, cioè cercando di migliorare la società per quella che era o creando piccoli gruppi di bombaroli, ma senza nessun legame con il movimento operaio che andava sviluppandosi. C’era semmai qualche contatto con il mondo contadino, ma quest’ultimo restava comunque poco permeabile a certo idealismo. In tutta franchezza, questi disgraziati vivevano poco meglio che nel neolitico e per giunta stavano subendo l’arrivo del capitalismo. Dico, avete presente cosa succede in un paese “arretrato” quando arriva il capitalismo, come avviene oggi nei paesi del Centrafrica? Arriva un capitale doppiamente rapace, doppiamente brutale, che si innesta su debolezze strutturali e schiavitù pregresse…

Lenin, almeno su questo, non aveva dubbi: da bravo marxista per lui la rivoluzione la fanno gli operai. Oggi forse andrebbe rivisto e andarci cauti, così come del resto cauto era anche lui. Perché sì, gli operai saranno anche l’avanguardia, ma la Russia rimaneva un paese a maggioranza contadina e già si assisteva a quella doppia cinghia tra operai e contadini. Contadini, si badi, che non vogliono il socialismo, ma piuttosto una rivoluzione (come si diceva allora, in termini che oggi suonano dottrinari), “piccolo borghese”. Cioè vogliono la libertà, la democrazia e specialmente il loro pezzettino di terra, con quel minimo di tutele legali per venire considerati cittadini al pari degli altri. Per i contadini la rivoluzione era questa roba qua. Lenin certamente li assecondava: “Va benissimo, lasciamoli fare, così loro intanto fanno piazza pulita delle scorie feudali e poi noi proseguiremo”. Però, per questo passaggio ulteriore servono militanti di un tipo nuovo. Ma come si formano?

Be’, da realista Lenin ragiona sulla base di quello che passa il convento. Da una parte c’erano i populisti vecchio stile, magari giovani e con un’etica un po’ idealista del sacrificio esemplare e purificatore; e dall’altra i nuovi operai di un paese non ancora industriale, e dunque concentrati in aree precise come le periferie di Mosca, Pietroburgo e Kiev. Questo il panorama. L’intuizione politica, invece, è notare che si andava compattando del materiale esplosivo tutto nello stesso punto, cioè le periferie appunto. E aggiungiamo che già si osservava una possibile internazionalizzazione degli effetti delle lotte, dal momento che in quelle aree industriali finivano le delocalizzazioni (nessuno ha inventato niente) di imprese estere come la Siemens, la Falck e la Nobel. Enormi stabilimenti nelle periferie delle grandi città in cui arrivavano i contadini spinti dalla fame, dunque una classe operaia di prima generazione. È lì che Lenin e i suoi (allora pochi) compagni vanno.

Occhio però a non abboccare alle solite visioni caricaturali, del tipo che se non fosse stato per quattro fanatici che andavano a rompergli i coglioni tutti i sabati sera, i proletari sarebbero ancora lì a patire e non sarebbe successo nulla. Gli operai russi di allora facevano una vita terrificante, lovecraftiana. Il livello di sfruttamento, di abbruttimento e disperazione arrivava a un punto tale che anche la persona più tonta e meno portata per il pensiero politico prima o poi andava a cercare qualcuno che gli spiegasse come uscirne. Si vive una volta sola e… ti sale la carogna. Ancora una volta, in condizioni diverse oggi troviamo risposte simili. Per esempio, la mancanza di prospettive per un ragazzo giovane è tale che probabilmente anche se non ne si ha voglia, la domanda su come cazzo uscirne te la fai.

A Lenin servivano gli operai, ma anche lui serviva a loro. Si fanno quindi i loro bei circolini dopolavoro, e progressivamente inizia a delinearsi un tipo di militante diverso, che coniuga la sicurezza teorica (magari oggi può sembrare un marxismo tagliato con l’accetta, ma anche la loro vita era tagliata con l’accetta, e non c’era tempo per troppe raffinatezze) con l’energica decisione di impegnarcisi fino in fondo (se tanto la tua vita è una merda, non hai niente da perdere). Forse questi due elementi non confluivano sempre nel singolo individuo, ma di certo nello spirito di gruppo. Passo passo, pescando dalla preparazione dei marxisti e dall’etica dei populisti, emerge un atteggiamento caratteristico che non è però la somma delle parti. Leggendo i carteggi si nota, per esempio, un elemento quasi giocoso, guascone, nella sfida alle guardie zariste; è un gioco serissimo, perché se ti prendono sono cazzi amari, ma c’è poco da fare, a vent’anni il piacere di fare casino ce l’hai.

Naturalmente, una volta che nasce la rete di militanti, si pone il problema di come tenerla insieme a livello informativo. La Russia è grande e il regime è oppressivo, quindi tanti baci alla stampa libera. Comunicare diventa una rogna senza un coordinamento, e così fondano un giornale che abbia funzioni direttive. La sede è, per forza di cose, all’estero, e i modi per farlo entrare in Russia costituiscono un’epica di per sé. Chili di giornali nascosti sotto i giubbotti, tuffi dai finestrini dei treni durante le perquisizioni, catene infinite di passamano tra barcaioli… Ne succedono di ogni, ma ancora è presto per le sparatorie. Impareranno a sparare dopo, con il 1905 (hai voglia se imparano…) unendosi a persone che lo sanno già fare, tra cui il vostro amico Kamo, Ter-Petrosian (lui sì che lo trovano già bello che pronto!). Ma sto andando in fretta. Per farla breve, a voler cambiare le cose siamo in tanti, ed erano in tanti anche allora in quel posto di merda che era l’Impero russo; il problema era che non sapevano niente gli uni degli altri. Quando con la rivista hanno cominciato a comunicare e ad organizzarsi, è arrivato lo step successivo, il partito.

Capiamoci, io non sono un mistico del partito, ma neanche loro. E infatti, fin da subito si scozzarono non soltanto sulla definizione di partito, ma anche di militante. Chi ammettere e chi no? Militanti di professione o simpatizzanti a maglie larghe? La discussione su questi temi era continua. “Lo dobbiamo prendere o no il professore universitario che alla prima difficoltà si caca in mano e ci tradisce tutti?” “NÒ”, e giù di nuovo con gli insulti. Però parliamoci chiaro, la domanda era tanto cruciale quanto difficile da affrontare fino in fondo. Sinceramente io (che non sono un estremista, che sono vicino a Pap e al Catai, eccetera eccetera) se fossi vissuto allora forse avrei pensato che avevano ragione i menscevichi! Sai no, vista la difficoltà del momento viene naturale pensare che fosse necessario aprire di più le porte, che non fosse il caso di limitarsi ancora di più, perché mai buttare fuori della gente… e invece per Lenin stava dentro solo chi era disposto a fare sul serio. Si spaccarono fino al secondo Congresso – e anche su questo ci sarebbero aneddoti a non finire, come le pulci nei materassi, i pedinamenti della polizia, i ragazzi di strada che gli tirano la frutta marcia dalle finestre…

Potrebbero sembrare questioni di lana caprina. Poi però, quando arriva il momento insurrezionale, scopri che le scelte fatte a monte sul piano della definizione della militanza impongono da sé le loro conclusioni politiche: se tu, non dico hai preso dentro tutti, ma sei stato più a maglie larghe, è normale che una buona parte o persino la maggioranza della tua base sarà orientata ad allearsi con la borghesia, perché è da lì che li hai presi. Soggettivamente magari credono a quello che dicono, però quando il gioco si fa duro, insomma… Alla prova dei fatti la domanda di fondo diventa un’indicazione di metodo fondamentale, che non si può dire conclusa una volta per tutte, ma deve essere riaperta ad ogni cambio di fase: dove si ferma l’allargamento? Che limiti mettere nel bacino di soggetti da aggregare? Per Lenin, visto che nel vivo della mischia ormai diventa impossibile, è meglio avere il coraggio di scremare subito, all’inizio. Quelli che sono con noi al cento per cento, bene, gli altri affanculo.

Questo vale soprattutto per il periodo prima del 1905. Perché contrariamente a quello che si pensa su “Lenin il settario”, l’organizzazione non è mai un feticcio e dipende dal contesto. Come avrete notato leggendo i miei due volumi, lui cambia idea almeno tre o quattro volte, e dopo la rivoluzione la cambia ancora. Altro che dogmi! L’organizzazione che ti dai, lo ripeto, risponde a un determinato momento. Se tu sei debole, isolato, in Paese in cui “la rivoluzione? Boh, chissà quando”, l’idea tattica più adeguata secondo Lenin è quella esposta nel Che fare? ossia: A) delimitarsi prima di unirsi e B) comprendere bene cosa significa che la coscienza di classe arriva “dall’esterno”.

Soffermiamoci un secondo su quest’ultimo punto, che è il più controverso. “Dall’esterno” non vuol dire che arrivo io e spiego agli operai (o ai rider, o ai migranti, o che so) cosa devono pensare (ti mandano a fanculo), ma che la comprensione della politica passa attraverso un’esperienza di lotta che vada oltre le proprie vicende interne al luogo di lavoro. È solo quando le lotte escono da un contesto ristretto, quando si legano ad altri segmenti di società non soltanto in termini di generica solidarietà, ma alzando il tiro dello scontro, allargando e approfondendo il bersaglio – ebbene, è solo lì che tu capisci davvero in cosa possa consistere un’alternativa di sistema. Acquisire coscienza di classe significa alzare progressivamente lo sguardo oltre i propri obiettivi economici immediati per accedere a uno scontro politico più alto, mica ascoltare i pistolotti degli intellettuali radicali.

Non è quindi un caso che il 1905 non scoppi per merito dei bolscevichi. Scoppia perché l’Impero russo era un organismo marcio, e per giunta scoppia nell’occasione di una guerra, la guerra col Giappone. La riflessione sul rapporto tra guerra e scoppio delle contraddizioni non tarderà infatti a partire – e detto per inciso, non vorrei che ci stessimo avvicinando a una situazione di questo tipo, perché questi sconvolgimenti sono imprevisti. In quei mesi la redazione del giornale bombarderà dall’estero le basi locali in patria con articoli e scritti proponendo, ancora una volta, una tattica nuova. Lasciando su due piedi tutti sgomenti, il Lenin esule in Svizzera in quei giorni non fa che ripetere “basta, smettetela di imparare a memoria il Che fare? e basta con la storia dei rivoluzionari di professione, ora serve un partito di massa, trovare gruppi di sostegno alla nostra stampa, perché altrimenti gli attivisti andranno con quegli altri”. Un Lenin movimentista che, stando alle immagini classiche, nessuno si aspetterebbe.

Poi la situazione cambia ancora con il fallimento del 1905 e con la constatazione che un partito di massa diventa impraticabile in una congiuntura di repressione capillare. E tuttavia la situazione non è più quella di partenza, perché nel frattempo si è creato un brulicare di sindacati semilegali, di dopolavoro, persino di associazioni sportive. Per approfondire il radicamento territoriale senza perdere l’efficacia coordinativa, Lenin propone quindi di scommettere su queste strutture. La strategia, in quel preciso momento, diventa quella di permeare tutto questo spazio pubblico sempre in una logica di partito, ma in una maniera reticolare, molecolare. Manco a dirlo, anche su questa fase del bolscevismo si sa poco. Forse ancora di più che per l’infanzia dei leader, questa parentesi si è vista completamente oscurata nel periodo staliniano. Come è facile immaginare, l’amico Baffone e il “molecolare” non è che andassero troppo d’accordo.

Ad ogni modo, l’ho fatta un po’ troppo lunga e prima di chiudere questa prima parte della giornata e passare alle domande, concluderei con la formula del bolscevismo, che non si trova da nessuna parte negli scritti di Lenin ma la possiamo dedurre noi: prima viene la lotta, perché la lotta esiste a prescindere da noi. Non la troviamo già pronta né possiamo orchestrarla da zero, ma possiamo raccoglierla se capiamo esattamente quali sono i suoi termini, quali sono le pedine sulla tavola da gioco. Perché non c’è cosa peggiore in un momento rivoluzionario (e questo invece Lenin lo diceva eccome) di fare il gioco di qualcun altro. Vale a dire portare avanti, con le migliori intenzioni, gli interessi di una classe sociale che non è quella che voglio difendere, sia il re di Prussia o la borghesia democratica.

Prima viene la lotta, ma ci si butta solo ed esclusivamente dopo che si ha compreso fino in fondo quali sono gli interessi reali in gioco e di chi, sulla base di questi interessi, ci si può fidare in un dato momento. Faccio un esempio a caso: come figure sociali, siamo parecchio diversi da come può essere un lavoratore migrante, magari venuto qui dal Sud; eppure, in un una determinata fase storica, i nostri interessi di classe e il tipo di mutamento sociale a cui tendiamo possono collimare con gli interessi oggettivi di questi lavoratori. Ma prima viene la lotta, e poi da essa una teoria che non è una riflessione sui massimi sistemi, ma un ragionamento su quello che succede e la posta in palio. Solo da qui ci si apre alla possibilità di individuare la forma di organizzazione e la figura di militante più adatta.

Io, cosa si debba fare adesso, non lo posso sapere e non lo riesco a capire, se non altro perché mi ritrovo a continuare a ragionare con categorie degli anni Novanta, ma a ragion di più c’è bisogno di individuare qualche altro soggetto che, magari dove non ce lo aspetteremmo, scova nuove intuizioni.

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Modena 13/5 – L’assalto al cielo. Militanza e organizzazione dell’autonomia operaia

Sabato 13 maggio ore 15.30

@Spazio Happen, via Canaletto Sud 43 (sotto l’R-Nord).

Terzo appuntamento del ciclo MILITANTI.

Negli anni Settanta l’Italia è stata attraversata da un conflitto sociale di durata, diffusione e intensità che non hanno eguali nella storia recente. La questione della rivoluzione in un paese a capitalismo avanzato, nel cuore dell’Occidente, è precipitata e si è riaperta qui, a livello di massa – non a caso, ancora oggi, quel decennio tormenta gli incubi di comanda.

Gli autonomi, in quel tumultuoso passaggio d’epoca, seppero incarnare più di ogni altro, con forza e intelligenza, la sua attualità. L’attualità della rivoluzione, del comunismo, qui e ora: nelle lotte nei quartieri, sui luoghi di lavoro, nelle scuole, nelle università, ma anche nelle strade, nelle relazioni sociali, nel sapere e nelle forme di vita.

Attraverso un metodo, quello dell’autonomia, che parla di anticipazione dei processi, di lettura della composizione di classe, di scommessa sulle soggettività, di ricerca delle possibilità di attacco, di rottura con l’esistente e con quello che si è – soprattutto quando i vecchi schemi non funzionano più, contro ogni pretesa ideologica e identitaria.

Il rifiuto del lavoro e il salario sganciato dalla produttività. La fabbrica diffusa e l’operaio sociale. Il territorio e il contropotere. La spontaneità di movimento e la disciplina di progetto politico. L’organizzazione autonoma e l’autonomia di classe. Questi sono alcuni nodi cruciali su cui il “cervello collettivo” dell’Autonomia ha scommesso e costruito la sua prassi, tra avanzamenti, contraddizioni e vicoli ciechi.

Che cosa vuol dire riaprire la possibilità di una strategia rivoluzionaria, di una militanza comunista in un paese a capitalismo avanzato? Cos’ha contraddistinto la militanza autonoma degli anni Settanta rispetto a quella degli altri gruppi, partiti, sindacati? Qual è stata la cifra organizzativa dell’Autonomia, quali le sue ricchezze e i suoi limiti? Com’è stata concepita la questione dell’esercizio della forza da parte degli autonomi? Quali armi di riflessione politica, oggi, possiamo dissotterrare da questa storia?

Sono alcuni dei nodi e delle domande che discuteremo insieme a militanti autonomi degli anni Settanta – di Rosso, la prima e più originale formazione dell’Autonomia operaia, e dei Collettivi politici veneti per il potere operaio, la più larga, radicata e duratura organizzazione politica dell’Autonomia: Valerio Guizzardi, autore di Avete pagato caro, non avete pagato tutto. La rivista «Rosso» 1973-1979 (Deriveapprodi 2007) e Donato Tagliapietra, autore di Gli autonomi vol. 5. L’autonomia operaia vicentina. Dalla rivolta di Valdagno alla repressione di Thiene (Deriveapprodi 2019).

Una chiacchierata che non vuole essere sul passato, per “reduci” o “nostalgici” fuori tempo massimo, ma immediatamente sul presente. Consapevoli che l’autonomia non è mai data una volta per tutte, ma la si conquista e reinventa di continuo.

Ultima fermata: 17 giugno! Segnareeeeeee
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Franco Milanesi – Appunti contro il destino. Militanti e ribelli nel Novecento

Cosa accomuna il rapinatore bolscevico Kamo, l’operaio nero delle Pantere Nere che difende il quartiere, la studentessa negli anni Settanta che occupa la scuola o l’università? Cosa condividono la staffetta partigiana che sfida gli infami repubblichini, la miliziana nordirlandese che prepara i Troubles contro gli inglesi, il conricercatore degli anni Sessanta che inchiesta la fabbrica per sovvertirla?

La militanza: una forma totale di guardare al mondo e agire al suo interno, per ribaltarlo. Punto di vista, parzialità, conflitto, odio per il nemico, fratellanza con i propri compagni. Baricentro tra spontaneità e organizzazione, il militante si colloca lì dove l’azione modifica la teoria e la teoria indirizza l’azione.

Ripercorrendo la storia e le lotte di questa figura chiave del Novecento, cosa rimane del militante oggi? Quali ricchezze e limiti ha espresso? Che tipo di militante potrà raccogliere le sfide ancora aperte?

Sono queste le domande che ci siamo posti e abbiamo condiviso con Franco Milanesi, autore di un vecchio libretto molto interessante poiché inattuale (Militanti. Un’antropologia politica del Novecento, edito nel 2010 da Punto Rosso) e ospite del primo appuntamento di MILITANTI, ciclo di incontri sulla militanza di ieri e di oggi.

Quelli che seguono, in forma di appunti, sono alcuni dei nodi e delle categorie di riflessione teorico-politica toccati da Franco nella discussione, che ha visto anche confliggere punti di vista ed esperienze di militanza differenti, perfino opposti – compresi i nostri, soprattutto per quanto riguarda i potenziali terreni del conflitto e le ambivalenze dei soggetti sociali che la nostra idea, e prassi, di militanza vuole inchiestare, presidiare, scomporre e ricomporre. Con una battuta, più prossimi al bancone di un bar di quartiere che a istituzioni e “società civile”. Ma questa è solo il nostro parzialissimo punto di vista, che si intreccia a una determinata esperienza militante. Non ci sono ricette, libretti di istruzioni, manuali scolastici: per noi, semmai, rimangono irriducibili lo sguardo su questo mondo e il metodo con cui organizzare l’odio per esso. Lo stile della militanza da far vivere dentro questi nostri tempi e contro di essi, efficacemente, crediamo sia ancora tutto da (ri)conquistare.

Franco Milanesi

Affrontando la questione della militanza dobbiamo affrontare un doppio rischio: da una parte, farneuna forma atemporale, un’astrazione indeterminata; dall’altra scivolare in un eccesso di storicizzazione. Cercherò pertanto di tracciare una fenomenologia del militante in termini di “universale concreto”, cioè articolando il suo profilo con la storicità dell’accedere, poiché le espressioni della militanza politica mutano in rapporto con le trasformazioni della composizione di classe e dei processi organizzativi, del conflitto, delle forme di lotta. Ma anche al mutare del politiconella sua complessa stratificazione di forme.

La militanza è un processo, è soggettività agente, ma è anche produzione di soggettività (anche verso se stessi, in termini motivazionali). Militanza, infine, è sempre “crisi della militanza”, cioè consapevolezza di una sua incessante ridefinizione di confini, di pratiche, di intensità. Uno sconfinamento, dunque, da ogni possibile cristallizzazione.

Proprio in ragione di questa complessa interazione con il “fuori” (storia, collettività sociale, politico) la Figur del militante cade entro precisi limiti cronologici: quelli del Novecento.

Certo, a ritroso, troviamo le pratiche sindacali del XIX secolo, le eresie alle ortodossie e alle Chiese, i ribelli al comando. Ma tutto questo converge nel Novecento in “regime di storicità”, cioè in una fase in cui si impongono e convergono, sul terreno del politico, alcuni fenomeni che insieme definiranno la specificità di quel pezzo di Storia: la politicizzazione del sociale, l’organizzazione del politico, l’affermazione dello Stato, la diffusione di articolate ideologie politiche, una nuova composizione di classe connessa alla trasformazione delle pratiche lavorative. Il fenomeno della militanza è da articolare dentro questa cornice. E le sue espressioni (militanti sindacali, quadri di partito, forme di soggettivazione durante la stagione dei movimenti, prassi istituzionale) da posizionare al suo interno.

Quali sono i tratti antropologici del militante? In estrema sintesi (e schematicità), abbozzerei un’analisi lungo tre assi tematici:

– Temporalità

– Modulazione delle categorie/concetti del politico

– Soggettività

Temporalità

La temporalità del militante – vale a dire, la sua esperienza del tempo – è irriducibile al qui e ora, coincide con una potente storicizzazione dei fenomeni sociali e critica a ogni forma di naturalizzazione.

Il tempo egemonizzato dal capitalismo (e dalla figura borghese che lo implementa) è schiacciato sul presente. E il presente, fin dagli esordi del tentativo egemonico liberista, è presentato in due modalità: come l’esito di un percorso ineluttabile sfociato nel mercato e nella mercificazione del mondo della vita; come stazione definitiva della storia. Comprendiamo a fondo il nesso tra sistema di produzione capitalistico e antropologia borghese solo in questo rapporto, poiché la forma borghese è consustanziale al sistema del Capitale, è la sua realizzazione (il piano politico del capitale).

Il militante “stressa” la temporalità per scardinare il presente. Vi scaglia dentro il passato, rivisitato non come un filologo ma nel senso benjaminiano del riscatto. Il passato: deposito di storia da riscattare (quelli della nostra parte, dei nostri «avi asserviti»), suggerimento, memoria di ciò che è andato distrutto. Afferra il presente nella sua contingenza irriducibile, lo scandaglia, lo studia con freddezza e anche con partecipe abbandono. Con rabbia e con garbo. Con la consapevolezza che il presente “non è”. Solo l’assunto agostiniano scardina la necessità e la narrazione destinale: qui siete, qui vi ha portato la Storia, qui resterete. Scagliare l’agire militante contro il presente: cioè dire «vogliamo altro da “questa cosa”».

Tale alternativa da costruire è un a-venire. Progetto, strategia, utopia, prefigurazione, esempio. La militanza porta in sé tutto questo. Dice: nessuna traccia definita. Dice: la ribellione non basta a se stessa, è prefigurativa e vuole essere performativa.

Entriamo così su un secondo terreno, quello che fa implodere i dualismi su cui anche l’antagonismo si è arenato. Meglio, non le pratiche, ma i confronti divenuti “fronti” interni all’antagonismo di classe. Da cui divisioni, arroccamenti, autosufficienza.

I concetti del politico

Il militante, in ragione del proprio pensare per l’agire, tende al superamento di alcuni dualismi, cioè irrigidimenti teorici che non hanno riscontro fattuale.

In altre parole, se osservate dall’angolazione del soggetto politico militante (fenomeno, come dicevamo, tipicamente novecentesco) alcune alternative “secche” come rivolta-rivoluzione, potenza-potere, movimento-istituzione, destituzione-istituzione mostrano una slabbratura dei margini che obbliga a un ripensamento che le adegui alla specificità del tempo della politica totale.

Muoviamo dai due termini che hanno storicamente turbato e scosso la presenza borghese: rivolta e rivoluzione. La teoresi si è affannata attorno ad essi distinguendoli, unificandoli, contrapponendoli e soprattutto prendendo parte per l’uno o per l’altro. Ricostruire alcune curvature di questo percorso serve a far chiarezza attorno al nucleo significativo della militanza. Se la rivolta e la rivoluzione sono effettivamente distinte (l’una raccolto nel qui ed ora, l’altra finalizzata al raggiungimento di una meta di alterità), proprio la militanza politica evidenzia un continuo sconfinamento, un’oscillazione, mettendo in campo pratiche che non erano come tali rivolte o rivoluzioni ma innanzi tutto insubordinazioni al comando borghese.

Dalla scintilla iniziale di una ribellione che scaturiva essenzialmente dalla voglia di vendicarsi di un torto subito secondo aspettative e sentimenti condivisi dalla comunità locale di appartenenza, si era passati a una scintilla che innescava un tipo di militanza alimentato dalla speranza di costruire un mondo nuovo, un uomo nuovo, una società diversa. Insieme a quella figura di militante affiorano progetti che trascendevano le sorti di singoli individui e si riferivano a nuove architetture sociali in cui la vecchia classe dominante doveva essere scalzata dalle sue posizioni, la terra redistribuita, i mezzi di produzione collettivizzati, e tutto questo grazie all’iniziativa diretta e militante dei rivoluzionari.

Di nuovo il tempo. È questo prima, cioè l’insostenibilità di una condizione presente del rapporto sociale tra gli uomini, che rappresenta la più profonda vocatio della politica militante: una “chiamata” al fare, al non lasciare “le cose come stanno”. È questo l’appello all’impegno trasformativo, al prender parte al fine di modificare il presente.

In un certo senso, in questo aurorale moto della soggettività, il ribelle e il rivoluzionario si identificano: nello sdegno, nel rifiuto, nella volontà di cambiamento. Dunque, fatte salve le differenze tra i due “modi” dell’antagonismo antiborghese, si vuole rimarcare che il militante novecentesco ha espresso un’incessante oscillazione tra rivolta e rivoluzione. Una ribellione spontanea, immediata, ma intrisa di idealità; una fretta di risposta al potere del capitale che si sostanzia di teoresi e idealità; uno sdegno che sorge comunque dal sé collocato di fronte a un evento storico e subito si interroga sulla condivisione e diffusione di analoghi sentimenti e ragioni; un’espressione di potenza che non rifiuta il potere, ma ne fa pratica (e spesso critica) puntuale. La militanza è stata un incessante processo rivoluzionario che muove dalla contingenza e dalla ribellione. In questo senso, pertanto, la contrapposizione netta riforme-rivoluzione – che ha impantanato il movimento ribelle in una diatriba reiterata e indefinita – perde rilevanza, essendo le due intrecciate dinamicamente nel Novecento.

Non di meno, la pratica militante aggira la scissione tra destituzione e momento costituente, o tra movimento e istituzione.

Destituire il presente per istituire comunità libere. Il militante politico impara anche a governare il presente. Il potere è contropotere tanto quanto è potere costituente di pratiche di socialità comunitaria. Il governo del presente è sempre progettualità proiettata, il militante lo sa. Pensiero vivente come pensiero istituente.

Il capitale mette a valore ogni agire. Controlla le istituzioni per penetrare più efficacemente nel corpo di divenire del sociale. Di fronte alla pratica militante, allora, può sorgere la domanda: perché non osservare con pari attenzione alcuni luoghi istituzionali? Perché non appoggiare con tutta la forza che abbiamo un “momento” di lotta sindacale o una battaglia per i diritti? Il campo è tracciato dall’avversario, ma è scomposto e imprevedibile.

Come imprevedibile deve essere l’attacco. Nessuna illusione sul carattere immediatamenteanticapitalista delle mete eventualmente raggiunte… Ma su quei terreni si possono fare incontri interessanti, si possono intercettare soggettività disponibili a un salto di qualità del conflitto, magari interessate a inacidirne in senso classista i contenuti.

Se il capitale attacca anche quei luoghi dove si è fatta istituzione – e alle volte lo fa con imprevedibile violenza –, se sussume e mette a valore un centro per anziani, una scuola o i lavori pubblici di un piccolo Comune, può diventare interessante spostare anche lì il livello dello scontro e vedere cosa succede? Come scrive Gigi Roggero, nella «caotica ambiguità dei processi reali» non si nasconde forse la possibilità di «utilizzarli anche contro la direzione che qualcuno si era immaginato»?

Pertanto, viene da dire, tenere aperte tutte le ipotesi per organizzare forme di vita sottratte alla competizione, alla crescita compulsiva, al criterio del valore, tali da diventare inciampi per il nostro avversario e imprevedibilmente disponibili a essere parte – magari piccola, magari incerta – di un più ampio fronte antagonista.

Da qui, ancora, lo smarcamento rispetto a una secca contrapposizione tra potenza e potere. Alla luce dei “disastri” del potere comunista (non solo sul piano delle libertà individuali, ma del conformismo e dell’assenza assoluta di senso del ridicolo) il pensiero antagonista di fine secolo si è speso in difesa di uno spinoziano conatus di potenza che lasciava dietro di sé la critica di ogni potere.

Alcuni al potere contrappongono flusso di potenza, pulsione materiale di liberazione, divenire, azione svolta lungo il crinale della “singolarità concreta”. Si delinea una “politica della situazione”. A mio parere – come per il culto del “gesto” ribelle – essa finisce per sciogliersi in un impalpabile fluire. La società fluida, il pensiero debole, flussi e luoghi vacui: non sono solo descrizioni. Sono impianti teorici che ci dicono che il presente non si modifica. In questo quadro la militanza diviene un “fluidificante” di un reale che le regole del capitalismo tendono a sussumere.

Certo, non è difficile osservare la frequenza con cui la politica novecentesca ha mostrato modi di insopportabile irrigidimento del potere. I drammi di questo conformismo del pensiero e della politica sono innumerevoli e il comprensibile tentativo di immunizzazione da essi conduce comprensibilmente alla prospettiva di una politica senza potere.

Ma la militanza, anche se colta come azione prevalentemente contingente, si è sempre frastagliata lungo un arco di accadimenti che non rigettano a priori “concentrazioni” di potere, perché in questo potere si muovono e sono con esso – almeno in parte – consustanziali.

Nell’intenso arco politico che va dal 1918 al 1980, i militanti ebbero ben chiara la consapevolezza che di fronte, ad attenderli, non era un generico “inibitore” di un libero fluire delle potenze di vita. Era potere, solido, duro, strutturato. Non solo fornito di istituzioni, esercito, chiese, polizia ma riprodotto in tutti i meccanismi sociali, sostanziale al rapporto di capitale nei luoghi di lavoro, iniettato fin dentro la relazionalità umana. E allora: soviet, consigli di fabbrica, armata rossa in difesa della rivoluzione, lotta armata vietcong, partiti di massa.

Il potere è ridicolo quando si autocelebra, si sclerotizza. Allora va sbeffeggiato, aggredito, scalzato.

Soggettività

Infine. Il militante si chiede incessantemente: dove e come si forma controsoggettività? Come il malessere, la rabbia, si condensano in azione collettiva?

Il tema non è interamente declinabile in termini di “coscienza di classe” o di rapporto tra composizione tecnica e composizione politica. Vorremmo definirlo ancora il piano dell’antropologico-politico.

Il “fare” della militanza non è il passaggio all’atto di una teoria (come se ne fosse l’“applicazione”) ma è la sua trasfigurazione nell’agire di un soggetto che si impegna per sovrapporre ideale e pratica politica. «Pensare per l’agire» (Tronti): in ciò il militante ribadisce l’assoluta inconciliabilità con l’ordo borghese che vive nella scissione tra pensiero e pratica, affidata agli automatismi.

È un campo di ricerca in continuo divenire. Non ci sono formule se non quella di applicare pensiero alla prassi antagonista (di nuovo, nel regime di temporalità in atto per andare oltre esso) e prassi al pensiero tattico e strategico. Smontare anche il discorso della “crisi” (la crisi bellica, la crisi economica) che è il dispositivo del comando capitalistico per mantenere il sociale in una condizione di eccezionalità permanente.

La militanza, infine, non è uno “stato d’animo”. È un impegno che deve avere anche la capacità di staccarsi da se stesso, di sospettare delle proprie identità. L’immagine dell’uomo e della donna avvitati sul loro “essere militanti”, ossessionati dallo “stare contro”, è parodistica. Non vi è dunque nessuna essenza, nessuna sostanza.

Militare nel nostro campo significa appunto “starci”, sapendo bene quali sono le forme che non ci appartengono e che riteniamo dannose, per noi e per tutte e tutti. Fare ciò con passione, intelligenza delle cose, forza. E anche capacità di staccare lo sguardo e posarlo su altro. Altro da cui attingere nuovo impegno, nuova potenza di vita.

Qualcuno che lo ristampi, grazie.
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MILITANTI. Un ciclo di incontri sulla militanza di ieri e di oggi

SBAM.

Ve lo appoggiamo qua così. A sfregio. Così non potete dire che non lo sapevate. Man mano che ci avvicineremo agli incontri, aggiorneremo le date mancanti. Seguiteci sui soliti canali per rimanere aggiornati. Non fate le zecche.

Chi è un militante? Cosa significa – e ha significato – militanza, e cosa la distingue da altre forme di agire politico? Quali limiti e ricchezze delle esperienze rivoluzionarie del passato rimangono oggi (in)attuali? Stretta tra conformismo e impotenza, tra testimonianza identitaria e appagamento individualistico, tra sindacalizzazione e attivismo idealista, la scelta militante ha davvero esaurito il suo potenziale di rottura?
Un ciclo di incontri e presentazioni sullo stile della militanza di ieri per costruire quello di oggi, e fare nostra una storia di parte nella misura in cui la si continua e reinventa. Dai bolscevichi di Lenin agli autonomi degli anni Settanta, dai militanti del Novecento alla crisi e trasformazione della militanza degli anni Ottanta (e oltre), volgere le spalle al futuro può allora diventare la posizione migliore per guardare avanti. Impossibile ripeterne le risposte, necessario riproporre quelle domande: per rompere con questo presente, alla conquista del futuro.
  • Sabato 4 febbraio – CONTRO IL DESTINO. Militanti e ribelli nel Novecento
con Franco Milanesi, storico, politologo e autore del libro Militanti: Un’antropologia politica del Novecento (Puntorosso edizioni).
  • Sabato 25 marzo – FOTTUTI! La formazione del rivoluzionario: Lenin e i bolscevichi

con Guido Carpi, professore di Letteratura russa all’Università “L’Orientale” di Napoli, autore della biografia di Lenin in più volumi Lenin. La formazione di un rivoluzionario 1870-1904 e Lenin. Verso la rivoluzione d’Ottobre 1905-1917 (Stilo Editrice).

 

  • Sabato 13 maggio – L’ASSALTO AL CIELO. Militanza e organizzazione dell’Autonomia operaia.

con Valerio Guizzardi e Donato Tagliapietra, militanti autonomi negli anni Settanta e autori, rispettivamente, di Avete pagato caro, non avete pagato tutto. La rivista «Rosso» 1973-79 e Gli autonomi vol. 5. L’autonomia operaia vicentina. Dalla rivolta di Valdagno alla repressione di Thiene (entrambi editi da Derive Approdi).

  • Sabato 17 giugno – LA MILITANZA NON VA IN VACANZA. Dagli anni Ottanta a oggi

con Gigi Roggero, ricercatore militante, collaboratore della rivista «Machina», autore di Elogio della militanza, Il treno contro la Storia, L’operaismo politico italiano, Per la critica della libertà (Derive Approdi).

Sempre allo Spazio Happen, via Canaletto Sud 43, sotto l’R-Nord (Modena).

E chi non viene è un attivista.

Perché la tradizione non è l’adorazione delle ceneri, ma la salvaguardia del fuoco…

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Gli arsenali dei padroni. Geopolitica, sinistra e realtà

La parola del nostro tempo è «geopolitica».

Per anni vituperata a queste longitudini politiche, ritenuta appannaggio dei sogni bagnati di bruni più o meno rossi e materia di opachi funzionari d’apparato, oggi talmente sdoganata da essere spettacolarizzata. Merce di intrattenimento mainstream, quotata nel mercato in espansione delle piattaforme, venduta e inflazionata da uno stuolo di commessi e analisti con laurea in Scienze politiche e partita iva – «è la Barberizzazione, bellezza» –, è disciplina per eccellenza degli «interessi generali», quindi dell’organizzazione collettiva della classe dominante, la forma-Stato.

Può esistere una geopolitica di parte, la nostra? Quesito cruciale. Se di «uso operaio» della geopolitica non si può ancora parlare, parliamo allora di un punto di vista che della geopolitica può, e deve, avvalersi.

Tagliamo quindi corto. Oggi più che mai – molto più che nell’epoca ordinata dalla guerra fredda, e della breve parentesi di incontrastata potenza unipolare statunitense degli anni Novanta – vediamo come geopolitica e movimenti di classe, della composizione politica di classe, siano in rapporto, legati a doppio filo. Influenzandosi vicendevolmente in maniera sempre più diretta. Quello che succede nell’alto della geopolitica, oggi, precipita nel basso della composizione sociale sempre più velocemente e pesantemente, con strutture di mediazione e contenimento logore o inefficaci, determinando comportamenti, direzioni, scarti: spazi di intervento soggettivo. Quello che succede nel basso, nei processi di ascesa e declino dei ceti medi, nelle stratificazioni sociali, nella ristrutturazione della composizione di classe, ha invece un riflesso non secondario, quanto meno indiretto, verso l’alto. I due livelli, per chi volesse comprendere lucidamente, anticipare tendenze e dismettere i panni di spettatore passivo per farsi attore, collettivo, di parte, vanno quindi tenuti insieme. Il punto di vista militante deve posizionarsi alla mediana di questo rapporto.

Geopolitica operaia. Nel suo primo numero del settembre 1969, in pieno autunno caldo, «Potere Operaio» pubblica in paginona centrale la mappa di Mirafiori. Sono indicate le porte, i reparti, il numero di addetti per ognuno (totale 50 mila), le officine. Dalle 32 e 54, il Fiatnam.
Nel n. 4, da Mirafiori il punto di vista operaio si alza e abbraccia l’Europa occidentale. È la geopolitica delle lotte di classe. Baricentro tra i due termini, sempre in rapporto, l’analisi della composizione – tecnica e politica – di classe. Una postura da recuperare.

«In una società nemica non c’è libera scelta dei mezzi per combatterla. E le armi per le rivolte proletarie sono state sempre prese dagli arsenali dei padroni». Sul numero di «Limes» che ha accompagnato l’incipit della guerra in Ucraina, due interventi ci hanno solleticato. Indicativi del discorso sulla e della guerra. Fotografia dello spettro politico e della sua ridefinizione. Uno di un’accademica della Sapienza, l’altro di un generale in congedo. Punti di vista a confronto.

Ucraina Limes Europae è la tesi dell’accademica. Ucraina prima (o ultima?) trincea d’Europa. Huntington e Brzezinski citati già nella prima riga, niente di nuovo. Indicativo invece altro: come la professoressa assuma e utilizzi esplicitamente il linguaggio, che qua conosciamo bene, della sinistra “di movimento” occidentale – generalmente libertaria e verbosamente radicale – per usarlo in senso fortemente nazionalista, per promuovere, richiedere e giustificare l’intervento della Nato nel conflitto, con tutto ciò che ne conseguirebbe. «La società ucraina ha espresso una grande capacità di autorganizzazione» per decidere, coesa e determinata, di entrare nell’Unione Europea e nella Nato, dopo la «rivoluzione della dignità» di Euromaidan; un «movimento dal basso pronto a difendere la Nazione e i suoi valori», un «movimento dei volontari», di attivisti – come Pravy Sektor, i gruppi paramilitari banderisti e il battaglione Azov? – che hanno contribuito alla «coesione sociale» – o etnica, con il massacro alla Casa dei sindacati di Odessa – in questa decisione, con un «potere costretto ad ascoltare la società» – e soprattutto gli Stati Uniti, gli oligarchi e le frange ultranazionaliste integrate nello Stato post- Maidan e nell’esercito – contro il «terrorismo di Stato» russo. Sono gli ucraini «istruiti e professionalmente competenti», quindi di ceto medio urbano, occidentalizzati, «immuni dai richiami obsoleti e ideologici del mondo (ex) sovietico», considerato povero, ignorante, puzzolente, quindi proletario, che rigetterebbero ogni compromesso.

Cos’è questo se non la rappresentazione plastica della cooptazione di tutto un ciclo politico, nato dalla sconfitta delle rivolte proletarie, nell’arsenale dei padroni? Una convergenza dei residui ideologici movimentisti nella sinistra imperiale, subordinata all’agenda dell’imperatore e dei suoi vassalli, in nome di un interventismo idealista, liberal, democratico che riabilita il nazismo dal volto umano, di un pacifismo peloso intriso di molti sentimenti ed emozioni, ma poca lucidità politica e capacità di analisi, con cui tanti compagni, più o meno consciamente, in odio allo zar di Russia sono finiti a lavorare per il re di Prussia.

Poche, chiare, semplici parole. Striscione davanti al Polo Leonardo, Modena.

La via verso il disastro. Il generale in congedo, con realismo, la vede chiaramente in questa guerra. Perché sono i militari che la guerra, organizzata dalla politica, la devono poi materialmente fare. In tale contesto spesso esprimono posizioni più lucide, e quindi più radicali – che vanno alla radice. C’è poco spazio, qui, per la retorica e l’ideologia. Molto per il materialismo. Rapporti di forza. Equilibri geopolitici. Analisi storica delle contraddizioni. Gli errori – deliberati – compiuti dalla Nato a partire dalla dissoluzione dell’Urss. «L’Ucraina è oggi lo specchio di ciò che gli Stati Uniti, la Nato e l’Europa hanno fatto alla Serbia in e per il Kosovo». Gli interventi in Iraq e Libia a seguire. L’espansione sconsiderata, cieca, provocatoria, verso Est, a detrimento della sicurezza collettiva, globale. Fino a toccare la linea rossa. Fino al punto di non ritorno. E l’ipocrisia arrogante dell’idealismo liberal, che ci vende l’interesse geopolitico degli Stati Uniti, «in galoppo da soli verso la perdita di controllo sul mondo», come guerra di civiltà. Termonucleare. Il prezzo per soffocare la Cina nel suo sbocco europeo – guarda caso, l’Ucraina – della Nuova via della seta. Se la responsabilità militare di aver avviato la guerra non può che essere di Putin, la responsabilità politica della destabilizzazione della pace e della creazione, cosciente, delle condizioni per la guerra sono evidentemente della Nato – in particolare delle potenze anglosassoni, Stati Uniti e Inghilterra.

Siamo arrivati al punto che ci tocca assentire con un generale. E la tragedia, oltre a ciò, è che «tutta questa vicenda era evitabile». La catastrofe umanitaria, sociale, politica che ha luogo in Ucraina, nuova Siria d’Europa, si poteva prevenire.

Non lo si è voluto fare. Lo si è perseguito. Ne pagheremo anche noi, insieme alla gente ucraina e russa, tutto il prezzo.

Lo ribadiamo, a scanso di equivoci. Non con Lui – e i suoi utili idioti, che a Modena conosciamo bene, come Terra dei Padri e fascistume euroasiatico vario – ma contro di Voi. A questi, i nemici della pace più vicini a noi, il nemico in casa nostra, va chiesto il conto. E forte. Perché «le guerre non si vincono più, perché non finiscono mai». Lo dice un generale. E allora prendiamone atto. E organizziamo la guerra ai guerrafondai.

Nel nostro piccolo, cominciando a rompere lo schema di una narrazione della guerra che si fa insieme propaganda e intrattenimento. Costruendo un punto di vista lucido, realistico, autonomo. Un punto di vista di parte.

Quello dei banditi.

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La fabbrica sistemica. Sviluppo e ristrutturazione del «modello emiliano»

Partiamo da una premessa. Resta per noi ancora valido un vecchio assunto, che indicava nel medio raggio la collocazione del militante. Quel «livello intermedio tra l’alto e il basso, tra la teoria e la pratica, tra l’astrazione determinata del comando e la determinazione astratta della vita quotidiana». È sul medio raggio che il militante va a verificare le proprie ipotesi politiche verso il basso e a correggerle verso l’alto, determinando in questo modo linea politica e linea di condotta. Il medio raggio, quindi, è il livello fondamentale dell’agire politico, perché è l’unico nel quale la ricerca militante può anticipare, scommettendo, su ambivalenze dei soggetti e tendenze dei conflitti a venire, restando ancorata ai processi reali.

Con questo crediamo che il terreno per ogni sperimentazione politica lo si debba ricercare intorno alla nostra collocazione. Si tratta quindi di scandagliare il quotidiano finché questo non disegna una ragnatela di contraddizioni, abbastanza qualitative da prefigurare possibili conflitti, quanto più prossimi a noi per restare direttamente percorribili. Un’analisi storica, per esempio, ci offre strumenti pratici se e soltanto se ci vieta di vagabondare tra nostalgie del passato e fantasie dell’apocalisse. Allo stesso modo, una mappatura geografica dei rapporti di forza contemporanei che non ipotizzi punti specifici di intervento rischia di condurre a una sterile contemplazione della complessità universale, a un litigio con le stelle. E noi sappiamo che la complessità va posseduta, non ammirata.

Una prima fonte di informazioni e strumenti interpretativi più che compatibili con questa prospettiva l’abbiamo trovata in Oltre le mura dell’impresa. Vivere, abitare, lavorare nelle piattaforme territoriali (Deriveapprodi 2021), una raccolta di saggi rivolti alla descrizione dei cambiamenti nel tessuto produttivo dell’Italia settentrionale intercorsi negli ultimi vent’anni. Certo, nel libro non si avanza un progetto politico vero e proprio, se non con vaghi cenni a una volontà di riequilibrare il rapporto tra flussi di capitale e i luoghi di vita, una prospettiva riformistica che – è inutile dirlo – non ci compete, lasciandola volentieri ad altri. Ciononostante, il repertorio analitico ci pare decisamente chiaro, approfondito ed efficace nel riassumere processi multiformi, e quindi a facilitare quell’indispensabile lavoro di inchiesta che i militanti conducono (o dovrebbero condurre) nei propri spazi d’azione.

Il libro si compone, oltre che di un’introduzione di carattere generale, di studi focalizzati su singole aree transregionali – la superficie lombarda, il Nordest, i circuiti economici emiliano-romagnoli e il Piemonte postfordista – che si ritrovano accomunate tra loro per il fatto di reagire a trasformazioni capitalistiche in corso attraverso una medesima macro-traiettoria. Per quanto i contorni della fase a venire siano necessariamente indefiniti e in questi processi abbondino le specificità locali, possiamo riassumere l’attuale congiuntura nella centralità che assume il triangolo produttivo tra la Lombardia, il Veneto e l’Emilia-Romagna (convenientemente soprannominato LO.VE.R), che in parte sostituisce il precedente trinomio Genova-Milano-Torino. A differenza dal precedente, infatti, il nuovo triangolo non fa affidamento ai suoi vertici, situati sulle grandi imprese dei capoluoghi, bensì ai suoi lati, tracciati da grappoli di imprese in evoluzione e poli metropolitani che attraggono risorse qualificate e servizi avanzati. Una diffusione territoriale, dunque, di logiche di valorizzazione industriali.

In questo contesto, sono le città di medie dimensioni a svolgere il ruolo di testa di ponte di tali dinamiche. Intorno ad esse si è infatti stabilita un’ossatura di attività terziare in continua espansione, che garantisce sia un collante tra provincia e grandi flussi di capitale, sia il rinnovamento selettivo delle vecchie città-distretto (a sua volta una momentanea risposta alla crisi del fordismo, ma costretta in ambiti manifatturieri non più all’altezza degli attuali livelli tecnologici o catene del valore), sia un parziale assorbimento di una popolazione in età lavorativa altrimenti eccedentaria. Le città medie si ritrovano quindi ad affrontare il compito di organizzare reti di connessioni per attrezzare i territori di canali di impiego e valorizzazione all’altezza di questo periodo confuso di transizione. A tal fine diventa indispensabile moltiplicare le traiettorie che conducano a stabilire delle clientele robuste internamente ed esternamente, facendo leva su una reale o presunta specificità territoriale. Per questo motivo grosse moli di investimenti monetari e umani sono state indirizzate non solo alla ristrutturazione delle attività manifatturiere locali, ma anche e soprattutto all’assorbimento e all’(iper)industrializzazione (concetto di Romano Alquati) di forme della riproduzione sociale, dell’abitare, della partecipazione cittadina e della vita pubblica che apparentemente sembrerebbero agli antipodi rispetto all’industria.

La fabbrica diffusa, il territorio-fabbrica, si disegna quindi come un reticolato interconnesso ed eterogeneo di poli produttivi, università, ospedali, utility, fiere, piattaforme digitali, grandi progetti di riqualificazione: insomma, come insieme di cluster economici attivi nelle sfere della riproduzione, dall’organizzazione del consumo e giù fino alle infrastrutture che garantiscono le condizioni della vita personale. Una volta ristabilita quale cuore nevralgico della struttura cittadina, questa circolazione di valore reindirizza a monte la produzione tradizionale di beni. È opportuno quindi sottolineare come non si stia parlando di un mero utilizzo opportunistico di retoriche progressiste o ecologiste da parte capitalistica (pinkwashing, greenwashing e simili), ma dell’integrazione reale di elementi chiave della socialità e della qualità della vita (dalla condizione abitativa e la salute alla salvaguardia naturale) come fulcro del rilancio del sistema capitalistico nelle sue forme più internazionalizzate e finanziarizzate. Ma questa ripresa ha il suo prezzo.

Accanto a questi agglomerati produttivo-residenziali in ascesa, si notano infatti un folto numero di coni d’ombra produttivi e di aree di fragilità demografica, che solo a fatica riescono a mantenere un ruolo attivo in una congiuntura di tal fatta, ritrovandosi comunque sempre sull’orlo del declino. Nonostante la fanfara mediatica dei mesi di lockdown, che starnazzava le virtù del ritorno ai borghi e la fuga dalle città, permane il rischio di marginalizzazione e spopolamento per mancanza di sbocchi impiegatizi e di servizi nei comuni appenninici o nella nebulosa di aree a mancata transizione industriale come la Bassa, favorendo l’insorgere di sensazioni e paure di proletarizzazione in pezzi di ceto medio che progressivamente paiono procedere verso un “secondo tempo” del momento populista (apparentemente) lasciatoci alle spalle. Il pendolarismo risulta sempre meno una risposta adeguata a fronteggiare questi deserti lavorativi e abitativi, e il ventaglio delle soluzioni alternative si assottiglia. Tuttavia, anche internamente a questi settori di progressivo svantaggio si osservano disomogeneità e tendenze ambigue.

In alcuni contesti, l’arretramento verso la marginalità e la retrocessione verso forme di lavoro arcaiche risultano compatibili o persino funzionali all’innesto dei canali di verticalizzazione transnazionali – come dimostrato dall’esempio ormai abituale dell’apertura dei magazzini Amazon (a Piacenza, Scandiano, Spilamberto, ecc.) nei comuni con tassi di disoccupazione a crescita più rapida – , mentre altrove si rilevano scenari di netta crisi, collocata nel punto di intersezione tra due diversi campi di forze capitalistiche. Da una parte, un reticolo di imprese locali moribonde, segnate da difficoltà decennali e ormai croniche; dall’altro le dinamiche delle economie globali. Ne derivano continue tensioni tra tendenze alla razionalizzazione o all’automazione e la presunta natura “sociale” e “umana” del capitalismo di territorio. Dove sfuma la possibilità di inserirsi in circuiti più ampi (i quali, inevitabilmente, imporranno le loro traiettorie), intere sezioni di lavoro e imprese sono semplicemente lasciate morire di stenti. Le frizioni si complicano poi ulteriormente osservando che se nel Nord metropolitano – grazie al quale si alimentano i grandi processi delle economie immateriali – la pandemia ha pesato nella maniera più tragica, nelle aree interne e interstiziali questa ha gravato proporzionalmente di meno, ma ha probabilmente accelerato processi di declino antropico e di isolamento.

Come si è visto, una volta adottata una lente temporale e spaziale di medio-raggio diviene possibile seguire più agilmente i contorni dei presenti squilibri nella conformazione urbana e nella composizione sociale, in un contesto nel quale il capitale tenta di sopravvivere alle proprie crisi mostrandosi pronto, dove necessario, a “mangiare se stesso”. Ma cosa vediamo nei nostri luoghi di vita e d’azione, vale a dire l’Emilia centrale e la provincia modenese?

Qui sono due i pilastri su cui si regge la ristrutturazione della produzione: l’innovazione pianificata dall’alto, sostenuta da specifiche policies regionali, e il continuo intreccio di coalizioni tra imprese e corpi intermedi locali in basso. Il meccanismo risulta qui particolarmente rodato, considerando la storia della regione “rossa” e ricordando i tre vettori che hanno costituito il cosiddetto “modello emiliano”, almeno nelle sue ultime fasi: a) forti politiche regionali tese alla costruzione di un ecosistema dell’innovazione tecnologica, collegata soprattutto all’export; b) la progressiva estensione e depoliticizzazione del terzo settore e del volontariato come erogatore di welfare; c) l’enfasi sulla dimensione “civica” e “partecipativa” della vita urbana quale strumento per una governance della crescita. Tuttavia, nel corso degli ultimi venti anni questo blocco amministrativo ha incontrato difficoltà e rallentamenti, che hanno favorito l’affermazione di sfidanti all’egemonia amministrativa tradizionale, M5S e Lega su tutti. Allo stesso tempo però, come hanno indicato le passate elezioni, si ipotizza una ripresa delle élite cittadine classiche, la cui agenda pro-crescita e pro-green potrebbe trovarsi consolidata nei prossimi anni, tenendo presente le parole d’ordine e la via tracciata dal Pnrr.

Molti indicatori fanno infatti ipotizzare un tentativo di ri-creazione di un nuovo ceto medio di “competenti”, tardo-giovanile, a cultura tecnica e civile, messo a valore politico come spina dorsale della ristrutturazione degli assetti economico-gestionali dei territori (post)pandemici. Il frutto di tale progressiva sinergia e organicità tra università e imprese leader, ricerca e servizi avanzati attivi nella digitalizzazione o nella sostenibilità ambientale sarà quindi una fabbrica sistemica, diretta alla qualificazione selettiva delle filiere e all’istituzionalizzazione delle reti collaborative collettive, che presume anche la ristrutturazione stessa della forza-lavoro: la formazione di una classe operaia 4.0 per un’industria 4.0 per la quale il ruolo di Istituti tecnici ed enti formativi regionali diventerà baricentrale. Si prelude quindi a un salto di scala, non soltanto per l’intensità della capitalizzazione, ma anche e soprattutto per l’espansione della fabbrica diffusa come organismo di gestione urbana, e la conseguente produzione capitalistica di nuove soggettività. Citando il volume, si tratta di

un modello di policy che punta ad accompagnare la creazione di esternalità e a incorporare nelle filiere sapere tecnoscientifico nelle culture e modelli produttivi attraverso la formazione condivisa tra imprese e istituzioni di nuove leve di operai, tecnici, quadri, manager, una sorta di “cervello sociale” costituito non solo da saperi astratti e R&S, ma da etica del lavoro, passione collettiva, qualità della vita urbana, servizi, infrastrutture collettive pubbliche e private, start-up e nuova composizione sociale. Un ecosistema/piattaforma che sostiene processi trasversali e che funziona come meccanismo di traduzione di tutte queste risorse sociali in forza competitiva. Una industria che si alimenta non solo di macchine, ma di fattori immateriali, di qualità culturali. Il nucleo motore del “modello emiliano” oggi risiede in primo luogo in una visione progressista e di nuovo umanesimo industriale nel senso della produzione di capitale umano di nuovo tipo, a sostegno di una industria che incorpori la questione del limite ambientale, in cui la crescita industriale equilibrata consiste nel promuovere sistemi industriali diffusi più che singoli settori, e le capacità collettive di produrre “teste ben fatte” e capitale territoriale. (p. 158).

Il capitolo sull’Emilia, scritto da Simone Bertolino e Albino Gusmeroli, a nostro modo di vedere espone in maniera eccellente le sfaccettature di questi processi, descrivendo dettagliatamente le trasformazioni nella cooperazione pubblica e nelle mediazioni istituzionali, nel mecenatismo delle imprese e nella progettualità sociale; ma il merito maggiore resta quello di aver ben evidenziato l’altra faccia dello sviluppo. Come già negli anni Settanta i ricercatori raccolti intorno ai «Quaderni del Territorio» avevano dimostrato, lo sviluppo industriale e tecnologico di alcune aree si determina in funzione di retrocessione e sottosviluppo di altre aree. Per dirla in altri termini, non si comprende fino in fondo cosa comporti il modello delle “valley” (Motor Valley, Food Valley, Data Valley ecc.) strettamente collegato alle catene del valore globali (e tedesche) né la loro trasversalità rispetto alle classiche partizioni tra manifatturiero, terziario, agroalimentare, ICT e reti urbane se non si tiene sullo sfondo il costante decadimento delle aree marginali, interne e appenniniche, segnate da spopolamento crescente, alti tassi di disoccupazione e rarefazione delle risorse comunitarie di base. Le ripercussioni sociali di questi andamenti sono difficili da anticipare, ma già ora sollevano grosse domande.

Potremmo ipotizzare, ma non ci spingiamo più oltre, che la recente ondata di femminicidi, omicidi-suicidi familiari e violenza cruenta nelle retrovie delle “province ricche” sia almeno in parte leggibile in questo contesto. Come spesso accade, chi non vede un domani davanti a sé, e non cerca la trasformazione dell’esistente, può cercare il tramonto, il tramonto tout court. Se poi teniamo presente che, in questi luoghi, insieme allo sfaldamento comunitario si dirada sempre più una militanza complessiva che tenga insieme anticapitalismo e questione di genere, o anche solo che le risorse per case delle donne diventano sempre più inadeguate e che la cura della salute mentale retrocede nelle agende cittadine, appare evidente la dimensione strutturale del fenomeno, che eccede di lungo gli steccati quietistici della cronaca locale. 

Sospendiamo per un momento le ipotesi, e ritorniamo su dati ormai sicuri. Infatti, non dobbiamo dimenticare che anche le aspettative coltivate nel processo di costruzione di questo possibile nuovo ceto medio, legato alle possibilità di rilancio dell’accumulazione capitalistica e dello sviluppo (post)pandemico, saranno con ogni probabilità infrante. Non solo su episodi di forte frustrazione e di nero disincanto una volta addentato il frutto dell’ipocrisia progressista e civica su temi come la partecipazione, l’inclusione o l’ambiente. Anche allargando lo sguardo, in un contesto geopolitico e geoeconomico in forte tensione e segnato per i prossimi anni dal Pnrr – vale a dire uno sfondo interamente segnato dalla ristrutturazione della globalizzazione per come l’abbiamo conosciuta fino a oggi, dal peso immane di un debito ormai difficilmente quantificabile e senza alcun margine per far ripartire cicli stabili di accumulazione, per non parlare del collasso ecologico – non si vedono garanzie per la tesaurizzazione dei risparmi o per un moto complessivo di ascesa sociale. Non a caso vari indicatori sottolineano fin da adesso un graduale divario tra le aspettative crescenti di fasce lavorative giovanili (si veda la “Great Resignation”, l’epidemia di dimissioni e di interruzioni volontarie da contratti di lavoro a tempo indeterminato, specialmente impiegatizi o del terziario) e le serie conseguenze a breve termine della ristrutturazione su questi settori (per esempio, l’aumento costante e generalizzato dei prezzi delle soluzioni immobiliari rivolte a ceti riflessivi “cool” e al lavoro autonomo giovanile, come i trilocali in area urbana).

Per concludere. Se queste ipotesi saranno verificate, ci domandiamo se la scommessa da lanciare non sia allora quella di inchiestare, oggi, le ambivalenze di soggettività baricentrali per il tentativo di rilancio sistemico dell’accumulazione capitalistica postpandemica, e anticipare lo scoppio di queste contraddizioni, per iniziare sin da ora un lavoro di medio periodo che consenta di inseguire una possibile, futura, nuova qualità del conflitto ed essere collocati nel vivo dei processi per non accodarcisi una volta manifestati, piuttosto che rincorrere soggetti della marginalità entro cui difficilmente si potrà perseguire una prospettiva qualitativa della rottura. Conviene investire sugli “obsoleti”, i “non rappresentati” di oggi – in cerca di nuova integrazione piuttosto che di inimicizia e sovversione – o i “delusi”, i “traditi” di domani, cioè i soggetti che recano su di sé l’esperienza della trasformazione del medio-raggio? È una pista che soltanto la prassi potrà saggiare, mettere a verifica e valutare. Nulla dunque da dare per scontato.

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«Bestemmiare nelle risse per aumentare il nervoso». Una lettura di “Salario, prezzo e profitto” di K. Marx

I militanti non si trovano in natura, vanno prodotti. E su questo siamo tutti d’accordo. Il difficile viene quando siamo a misurarci con la qualità di questa produzione, più che con la quantità – che già, bene o male, è insufficiente. Proprio per tale motivo crediamo che l’ambito della formazione (o autoformazione) militante sia strategico per una soggettività politica collettiva, soprattutto nelle fasi dove l’esercito è ancora tutto da costruire, e più che andare all’assalto si preparano le battaglie a venire. «Bisogna ripartire dall’alto, bisogna ricostruire élite. Allora cerchiamo di creare i migliori. Per un certo periodo è necessario». Sono le parole di un cattivo maestro, che riprendono il filo di una tradizione rivoluzionaria antica. «Creare i migliori», in questo senso, per noi significa la formazione di quadri, avanguardie, militanti politici (chiamateli come più vi è congeniale) capaci di attrezzarsi progettualmente per cambiare i rapporti di forza e di potere, esprimendo uno scarto qualitativo. La ricerca di tale scarto, attraverso cui si misura la potenza politica di un progetto, crediamo sia una strada che debba muovere le nostre buone – ovvero cattive – intenzioni. Per questo pubblichiamo qualche appunto e piste di lettura presi in occasione di un nostro momento di autoformazione di qualche tempo fa su Salario, prezzo e profitto del vecchio Moro di Treviri (edizione di riferimento: Ombrecorte 2019, traduzione di Adelino Zanini), sperando possano essere utili anche fuori da qui.

 

«Il ruolo dei comunisti è, quindi, in ultima istanza, bestemmiare nelle risse per aumentare il nervoso». Cit.

 

1. Per cominciare, un po’ di inquadramento storico, per capire dove si inserisce il testo che oggi andremo a leggere e commentare. Salario, prezzo e profitto, scritto nel 1865, è una risposta di Marx alle tesi dell’owenista John Weston nel Consiglio generale della prima Internazionale: quindi una polemica contro il socialismo utopico, il riformismo, un preciso atteggiamento e punto di vista insiti dentro il movimento operaio dell’epoca. Si parte quindi dalla contrapposizione, da uno scontro, dall’antagonismo dentro la propria stessa parte contro ogni istanza di compatibilità, accomodamento, mediazione con la controparte. Il nemico, a quanto pare, ha articolazioni perfino dentro il nostro movimento. Marx parte dall’agire una cesura con esse.

2. Salario, prezzo e profitto è un saggio divulgativo che sintetizza le prime tre sezione del Capitale. L’invito non è tanto a concentrarsi sugli aspetti economicisti, ma sull’atteggiamento, l’angolo visuale, lo sguardo attraverso cui Marx osserva salari, prezzi e profitti e li piega ai propri fini di parte, rivolti quindi al conflitto tra una forza potenziale che lui vede ‒ la classe operaia – e il capitale.

3. Il punto centrale di Marx, che è un punto di metodo antagonista, e quindi comunista, è quello di trasformare una relazione economica ‒ non ci interesse se effettivamente vera o concreta o scientificamente provata nei termini in cui la traduce ‒ in un rapporto politico.

4. Dall’economico al politico: è questa l’operazione di Marx. Portare la questione del salario, quindi la questione dei rapporti di forza e di potere tra operai e capitale, dal terreno del capitale – l’economia – al terreno operaio – la politica. Non si vince sul terreno scelto dall’avversario dove esso detta legge, dove esso è la legge. Gli operai possono vincere – qui la questione del potere – solo sul terreno della politica, che è conflitto, organizzazione, organizzazione del conflitto e conflitto tra organizzazioni, quella operaia (il partito) e quella dei capitalisti (lo Stato).

5. È in questo senso che va letto Marx, che va letta la sua necessità di critica dell’economia politica per piegarla a sostegno di fini di parte, politici. Usare le armi del nemico, invadere il suo campo per strappargli quello che ci può servire per sconfiggerlo sul nostro terreno di battaglia. L’importanza di confrontarsi con un nemico alto, da pari a pari, forza contro forza, politica contro economia, operai contro capitale, è quello che ci manca proprio oggi. Da qui l’impasse nostra, ma anche del nostro nemico, che per sconfiggere la forza antagonista operaia ha dovuto nei fatti annientare il motore che lo tiene in vita: e di qui la crisi di valorizzazione del capitale che va avanti dagli anni Settanta, dopo la distruzione di quella composizione politica di classe che, con le sue lotte, aveva inceppato la catena di montaggio sociale.

6. Il salario quindi va usato come una questione politica, perché è indice dei rapporti di forza tra operai e capitale. Trasformare il salario da variabile dipendente dai profitti a variabile indipendente da essi è stato la meta delle lotte degli anni Sessanta e Settanta che hanno infatti messo in crisi il capitale (si veda rapporto Trilaterale del 1973). È stato uno scontro di potere sul piano economico, che ha fallito però perché non è stato in grado di uscire dalle fabbriche e generalizzarsi nella società, non è riuscito quindi a trasformarsi in scontro politico dispiegato, quindi per il potere, in costruzione di contropotere politico rivoluzionario in grado di conquistare le posizioni del nemico, ovvero gli apparati della riproduzione e del comando sociale del capitale, lo Stato. È fallito ‒ sia per limiti oggettivi ma anche soggettivi ‒ il passaggio dalla fabbrica alla società, dal potere dentro la fabbrica al potere fuori dalla fabbrica, nelle relazioni sociali e politiche dispiegate. È mancata l’organizzazione verticale – diffusa, in parte e in sufficiente, c’è stata ‒ di questo contropotere comunista, in grado di sostituirsi al potere organizzato dei padroni.

7. Il salario quindi va guardato non secondo una logica economica (i sindacati, i padroni) ma attraverso una lente politica. È quello che fa Marx con la categoria del salario relativo contro salario assoluto owenista, della forza lavoro contro il lavoro, del valore del lavoro contro il profitto. Il passaggio è quello dal guardare un rapporto (il salario) secondo l’occhio del padrone, del capitale, che è l’interesse generale, di tutti gli attori in gioco, quindi dove vince il più forte, che è il capitale, a quello del guardarlo secondo un punto di vista di parte, partigiano, irriducibile, che è quello dell’operaio, quindi uno sguardo che porta con sé inevitabilmente una prassi di rottura dell’equilibrio delle forze in gioco per fini sovversivi, una prassi di ribaltamento delle carte in tavolo.

8. Introduzione, pagina 17. Marx parte da una presa d’atto: «Sul continente, regna oggi una vera e propria epidemia di scioperi e richiesta generalizzata di aumento dei salari». Parte da un’osservazione concreta della realtà concreta dei comportamenti della composizione di classe, dall’osservazione delle lotte, degli atteggiamenti di rifiuto, dei conflitti, delle parole operaie che emergono sul salario. Lotte non ancora organizzate, evidentemente portatrici anche di istanze mistificate, conflitti spuri nati sull’onda della spontaneità ma con al centro una questione materiale che mobilita e porta allo scontro con le condizioni esistenti, con lo status quo, contro i padroni: il salario.

«Quando la teppa studia – si agisce la teoria». La banda Bellini.

9. Capitolo 1, pagina 22: «La volontà del capitalista consiste certamente nel prendere quanto più possibile. Ciò che noi dobbiamo fare non è parlare della sua volontà, ma indagare la sua forza, i limiti di questa forza e il carattere di questi limiti». Dopo aver cominciato la polemica, Marx si concentra sulle categorie con cui il punto di vista riformista guarda la realtà operaia, del salario, per sovvertirle. Qui l’indicazione di metodo di Marx: non concentrarsi sulla volontà del capitalista, in modo astratto, non guardare quello che vogliono i padroni per determinare se è giusto o sbagliato in modo morale, etico, filosofico. Di questo non ce ne frega niente, a noi interessa un’altra cosa del capitale: «indagare la sua forza, i limiti di questa forza e il carattere di questi limiti». Ovviamente, per combatterli, per vincere! Importante indicazione di metodo. Conoscere il proprio nemico, strappare la nostra forza dalle sue debolezze. Lo si può fare solo odiando il nostro nemico, conosce solo chi odia, chi si contrappone, chi si scontra.

10. Andiamo avanti, al capitolo 2. Non concentriamoci sugli aspetti economicisti, numerici, matematici della dissertazione. Ascoltiamo quello che Marx invece ci dice: qua ci dice di rifiutare l’oggettivismo, il considerare le leggi economiche capitaliste come lo stato di natura, come leggi naturali, immutabili, non trasformabili. Qua Marx ci dice che il salario che noi operai prendiamo non è retto da leggi naturali. È una questione non di oggettività, ma di soggettività, nello specifico di soggettività-contro. «Non c’è nulla di necessario in esso. [Il salario] può venire modificato dalla volontà del capitalista e può quindi essere modificato contro la sua volontà». La soggettività operaia non è una questione sociologica, ma una questione di conflitto. Senza lotta di classe non c’è classe operaia. La classe è quella che lotta. I soggetti che lottano.

11. Sempre nel capitolo 2, a pagina 24, c’è una bella metafora, quella della zuppiera: ciò che impedisce agli operai di prendere più zuppa (salario) dalla zuppiera (prodotto nazionale), non è la piccolezza della zuppiera (poco sviluppo dei mezzi produttivi), né la scarsità del suo contenuto (poca produzione), ma la piccolezza dei loro cucchiai. Ovvero, la loro debolezza, la loro non-forza. Attingere alla zuppa per l’operaio non è una questione regolata da fattori oggettivi, ma è una questione soggettiva, è una questione di forza, di rapporti di forza, di quanto la forza operaia riesce a strappare al capitale, attraverso gli unicisuoi strumenti (il cucchiaio), ovvero l’organizzazione, di attacco e non di difesa.

12. La prima parte del libro, fino al capitolo 6 su valore e lavoro, serve a Marx per smontare il punto di vista oggettivista del riformismo, puntandogli contro le sue stesse contraddizioni. Quello che vuole fare è delegittimarlo di fronte agli operai, dire che è fallace, combattere l’economia con argomenti dell’economia. È guerra del pensiero, lotta di classe sul livello della produzione intellettuale, a livelli alti. Anche questo è un campo di battaglia, che non va slegato dal movimento complessivo.

13. Andiamo dunque al capitolo 6, pagina 53. Valore e lavoro. In che cosa consiste il valore di una merce? Le merci nell’economia capitalista sono prodotti della cooperazione sociale, lavoro sociale realizzato, cristallizzato. Qual è la misura del valore delle merci? Il lavoro degli operai. Marx qui comincia a sferrare il contrattacco, dall’economia alla politica. Osservate l’operazione. Ricordate, siamo sul terreno economico, il terreno delle leggi del capitale. Ma mettere al centro il lavoro degli operai è un’operazione politica. Perché vuol dire mettere al centro la soggettività, quindi la possibilità della lotta. Marx vede una forza. Fa venire quindi prima l’operaio, poi il capitale. Prima una parte, poi il tutto. Mette a punto le condizioni stesse del conflitto. Indicazione di metodo. Punto di vista. Prassi del pensiero che diventa prassi.

14. Il valore relativo di una merce (attenzione: non prezzo, che è espressione monetaria del valore) si misura con quanto lavoro è fissata in essa. Come si misura la quantità di lavoro fissata? Con il tempo. Il tempo che l’operaio ci mette a produrla. Il tempo della propria vita che vende al capitalista. Che il capitalista ci ruba per estrarre pluslavoro, plusvalore. Ma questo si vede meglio avanti. Qua mettiamo in risalto la questione del tempo come misura del lavoro. Come questione centrale in rapporto al salario. Marx mette il tempo dell’operaio al centro del proprio discorso perché è sui tempi che si combatte la battaglia tra operai e capitale. Il tempo della propria vita quanto vale? Quale prezzo? È questo un nodo centrale politico, di lotta politica. Lottare per riprenderci il tempo di vita al maggior prezzo possibile. Meno lavoro, più salario. Il programma di lotta al centro dell’autunno caldo degli anni Sessanta e Settanta. La questione del tempo è strettamente collegata alla questione delle macchine. Valore, tempo, macchine. Intreccio centrale per ogni analisi odierna, al tempo del livello più alto di sviluppo globale della tecnologia (si veda la Cina), che va approfondita senza cadere in ideologie idiote come l’“accelerazionismo”, la “piena automazione” in regime capitalista, che non sono altro che riesumazioni di ideologie del progresso delle socialdemocrazie della Seconda internazionale fatte uscire dalla porta nel Novecento e rientrate oggi dalla finestra attraverso critical theory alla moda tra il ceto medio riflessivo.

15. Lasciamoci dietro queste ultime derive pagliaccesche, di cui non occorre proprio dire altro, e andiamo al capitolo 7, pagina 65, dove Marx fa un’importante distinzione tra lavoro e forza-lavoro: la forza-lavoro è quella che l’operaio vende al capitalista. È una merce. Ma non come tutte le altre. È una merce speciale. È una potenza in possibilità, in carne e ossa. È quindi appunto soggettività. «La forza-lavoro di un uomo consiste unicamente nella sua individualità vivente». Anche questa è un’operazione politica di Marx. Fa sbilanciare il rapporto operai-capitale su una parte precisa. La soggettività è la potenzialità di un’autonomia. «Il valore della forza-lavoro è determinato dalla quantità di lavoro della sua produzione». Qua entra in gioco la questione della riproduzione della forza-lavoro, le condizioni specifiche e storicamente determinate attraverso cui la forza-lavoro operaia, la soggettività, si crea, “ricarica” dopo essersi consumata, logorata, e i suoi costi. Un nodo politico. Costi da scaricare sul padrone o sull’operaio? Chi li paga? Anche questo è un terreno di lotta da politicizzare. E quali sono i terreni della riproduzione? I costi, monetari e di tempo, del trasporto per andare al lavoro che avvantaggiano il capitalista; l’istruzione e la formazione che servono a preparare l’operaio a lavorare (la scuola, l’università, tirocini, stage, corsi), gli svaghi del tempo libero e la cultura, gli affetti, la cura e il lavoro domestico delle donne nella società patriarcale. Qua si apre un mondo. Qual è oggi il peso complessivo della riproduzione per il capitale? È maggiore di quello della produzione stessa?

16. Andiamo avanti. Capitolo 8, sulla produzione del plusvalore, pagina 71. Il plusvalore (si veda definizione che ne dà Marx) è il prodotto del pluslavoro (idem per definizione) di cui si appropria il capitalista comprando la forza-lavoro dell’operaio per un determinato tempo. Il plusvalore è quindi incorporato dal capitalista rubando all’operaio il suo tempo. «È su questa sorta di scambio tra capitale e lavoro che la produzione capitalistica o il sistema salariato si fondano e riproducono, costantemente, l’operaio come operaio e il capitalista come capitalista». Passaggio molto importante. Qua Marx ci dice che il capitale non è tanto o solo una forma determinata di produzione (il capitalismo), ma è nella sostanza un rapporto sociale. Una ri/produzione di soggettività («l’operaio come operaio, il capitalista come capitalista») plasmata da determinati rapporti di forza e di potere. È su queste basi che il compito basilare dei militanti comunisti è quello di produrre, plasmare, costruire controsoggettività, a partire dai conflitti e dalle contraddizioni intrinseci che il rapporto di capitale porta con sé. Dentro il rapporto che tutto ingloba, e contro il rapporto, che è generale, per fini di parte, autonomi. Costruire quindi delle fabbriche di controsoggettività è la sfida più importante per un militante comunista. Dove si costruiscono? In che modo? Con che forma? Dal dentro dei processi o è solo possibile dall’esterno? Con quali soggetti? Attraverso quali comportamenti? È il nodo, sempre irrisolto, dell’agire militante attraverso l’organizzazione della parte nel e per il conflitto. Il nodo del partito, della ricomposizione di classe, del loro rapporto. Il nodo dell’autonomia, di classe e organizzata. Il partito, l’organizzazione, come fabbrica di controsoggettività autonoma, in lotta non solo contro il capitale, ma contro se stessa come soggettività prodotta dal capitale. L’operaio che rifiuta di farsi operaio per il capitale. Che lotta contra il lavoro, come sistema non solo di sfruttamento ma di produzione, appunto, di soggettività capitalista. Il grande compito a cui si è ritrovato a rispondere Lenin dopo l’Ottobre è stato appunto quello di costruire, allargare, far durare (la durata è sinonimo di istituzioni: la parte operaia ha bisogno di istituzioni operaie) la controsoggettività prodotta dalla rivoluzione. L’uomo e la donna sovietici: non uomini e donne nuovi, ma differenti. Un compito di portata antropologica.

I barbari.

17. Il capitolo 9 è importante. Qua Marx descrive come lo squilibrio nello scambio tra capitale e operai sia mascherato da un contratto. Entra quindi in gioco la storia, il portato dei processi umani che si sedimentano nel tempo. L’Inghilterra, dalla Magna Charta alla nascita del capitalismo industriale, la cultura anglosassone, calvinista, dello spirito del capitalismo. Entrano in gioco le istituzioni borghesi, la cultura giuridica liberale, la legge dello Stato che regola, formalizza, dà veste e struttura alle leggi sedicenti naturali dell’economia capitalista. Costruire forme, apparati e culture altre che diano legittimità, struttura e durata al contropotere operaio, al potere comunista, deve essere un compito alto su cui riflettere, senza fare ricette per l’avvenire. Con la priorità, però, di rompere il continuum dello status quo, destituire le forme nemiche. È questa la nostra storia, il nostro compito storico.

18. Capitolo 11, pagina 79. Si parla sempre di plusvalore. Si ripete il metodo. Non ci interessa se è vero o falso quello che Marx dice riguardo all’economia. Non è questo il punto. Marx fa l’operazione politica di mettere al centro del quadro che sta dipingendo gli operai. Li rende protagonisti della storia perché lì ha visto una forza tendenziale in un punto preciso dove loro sono più forti e il capitale è più debole. Una soggettività parziale perno dei processi, in modo che poi possa sovvertirli. «Rendita fondiaria, interesse, profitto industriale sono soltanto nomi diversi per diverse parti del plusvalore della merce, o del lavoro non pagato in essa contenuto, e scaturiscono in egual modo da questa fonte e unicamente da essa», ovvero il plusvalore che il capitalista spreme dagli operai. «Quindi il rapporto fra tale tipo di capitalista e l’operaio salariato è il perno di tutto il sistema salariato e di tutto l’attuale sistema di produzione». Stessa cosa fa per il saggio di profitto. Prima ci mostra cosa è per l’interesse generale, quindi per il capitale, poi ci vedere cosa è per l’operaio, per una parte, il tutto ai fini della lotta, per sobillare e produrre lotta, dare armi non solo concettuali ma indicazioni materiali agli operai di dove andare a colpire. Performatività marxiana del conflitto.

19. Ancora al capitolo 12, pagina 84. Marx parla ancora del valore spartito tra operai e capitale, «quanto più riceve uno, tanto meno riceverà l’altro»: il salario è l’indice dello scontro in atto tra forze contrapposte. Qua Marx ci dice che se i padroni ridono, gli operai piangono, e viceversa. Non ci sono mediazioni, non ci sono terzietà. Il due significa guerra: amico/nemico, la lezione schmittiana. Si lotta per fare male, questo dice il Moro di Treviri. «Se i salari diminuiscono, aumenteranno i profitti; se i salari aumentano, diminuiranno i profitti». Non c’è una via di mezzo, per Marx, per i militanti, per i comunisti. O tutto o niente. Questo è pensiero e metodo del conflitto. È politica, non economia. Semplificare, possedendola, la complessità. Individuare, conoscendolo, il nemico. Chiarificare, allargandolo, lo scontro. Organizzare la forza, di una parte, intorno ad esso. Punto di vista. Metodo. Prassi. Sta tutto qua l’insegnamento che Marx fa ai militanti comunisti.

20. Ci avviciniamo alla conclusione. Siamo al capitolo 13, pagine 92-93. Si parla di operai, tempo e macchine. Ci bastino qua frammenti di appunti. «Gli operai adempiono solamente un dovere verso se stessi e verso la loro razza. Essi non fanno altro che porre dei limiti all’usurpazione tirannica del capitale. Il tempo è lo spazio dello sviluppo umano». Più salario, meno (tempo di) lavoro. Attraverso l’automazione. Rapporto tra operai e macchine (è il capitale. Accelerare vuol dire approfondire il capitale, nient’altro. Eschaton). Macchine contro operai (disoccupazione strutturale/possibilità di liberazione?). Operai contro macchine (luddismo antimoderno, freno allo sviluppo?). Conquistare tempo. Riprenderci il tempo. Prendere tempo (Katechon).

21. Siamo arrivati all’ultimo capitolo, il 14: “La lotta tra capitale e lavoro e i suoi risultati”. Giunti a questo punto è tutto molto più chiaro. Marx non parla di sfruttati, poveri, emarginati e vittime («affamati e disperati», cit.). Marx ha parlato tutto il tempo di sfruttamento, lotta, forza e potere. Il conflitto, la sua possibilità incessante, tra operai e capitale non è separabile dal sistema salariato, è intrinseco al sistema. Il lavoro non è una merce qualsiasi, il suo valore non è comparabile a quello delle altre merci, e non è una grandezza fissa (come i profitti, che nel capitalismo sono variabile indipendente), ma variabile: «La cosa si riduce alla questione dei rapporti di forza tra le parti in lotta». Gli interventi legislativi dello Stato dall’esterno sono determinati dai rapporti di forza tra classi: senza la lotta operaia, non ci sarebbero diritti, Statuti del lavoro, costituzioni. Sono cristallizzazione di quei rapporti di forza, e infatti quando vengono meno le lotte i diritti, le conquiste e le leggi vengono smantellati, con buona pace della sinistra. Ma non è questo infatti che deve competere ai comunisti. Fulcro della loro militanza non è far avanzare in modo progressivo il diritto dentro e fuori la fabbrica, le condizioni di vita e di lavoro, la società nel suo complesso, ma porre la questione del potere e del contropotere, piegare i rapporti di forza sempre più a vantaggio della propria parte, attraverso organizzazione e lotta. Porre la domanda “chi comanda qua?” deve essere a fondamento dell’attività dei comunisti. «È proprio questa necessità di un’azione politica generale che ci fornisce la prova che nella lotta puramente economica il capitale è più forte». Come militanti politici non dobbiamo impantanarci nella sindacalizzazione del conflitto, trasformandoci in rappresentanti, sindacalisti o funzionari (predeterminando una compatibilità attraverso la ricerca di una trattativa, di un accordo, di un tavolo concertativo: lasciamolo fare al sindacato). È quello che abbiamo assistito in questi anni: militanti politici che diventano di fatto funzionari. La direzione del movimento è all’opposto di quello che accadeva, per esempio, negli anni Sessanta e Settanta durante il grande ciclo di conflittualità sociale trainato dalle lotte dell’operaio-massa, quando lo scopo era la soggettivazione politica di lavoratori e avanguardie di lotta verso l’esterno della fabbrica, portare l’autonomia degli operai a rompere gli argini sindacali e organizzarsi su tutto il terreno sociale contro il capitalista collettivo, lo Stato. Oggi invece abbiamo visto il processo contrario, dall’autonomia al sindacalismo. La vertenza è spesso l’inizio di una lotta, ma anche la sua fine. Occorre muoversi con la consapevolezza che mettendo da parte la vertenzialità si rischia di sgonfiare la mobilitazione, ma anche che schiacciandosi, limitandosi, agendo in modo vertenziale si prosciuga il senso politico che deve avere la nostra azione, il nostro compito di militanti, che è quello di allargare e verticalizzare lo scontro, per superare la vertenza, la fase sindacale del conflitto. Che è quello di esprimere e collegare in ogni momento, in ogni anello del nostro agire l’«attualità della rivoluzione». I sindacati passano, ma la lotta di classe resta. I militanti devono essere agenti della radicalizzazione e generalizzazione della lotta di classe dispiegandola sul terreno sociale complessivo come istanza di contro/potere operaio. Altrimenti rimanendo dentro le fabbriche, i magazzini, i posti di lavoro, benché roccaforti e nonostante il relativo potere e miglioramenti materiali conquistati grazie alle lotte, si rimane esposti alla risposta del capitale, che ha tutte le risorse e il tempo che vuole per toglierci il terreno da sotto i piedi, anche a costo di metterci dieci anni, anche a costo di perderci economicamente per una fase, tramite un combinato di ristrutturazione dell’organizzazione del lavoro e del sistema produttivo, innovazione capitalistica e tecnologica, oltre che di repressione. Vediamo l’operaio massa negli anni Settanta (ma l’esempio potrebbe valere anche per il mondo della logistica oggi): il padrone complessivo ha dovuto aspettare un decennio, ma mancando, non riuscendo o evitando una ricomposizione di classe, una generalizzazione politica delle lotte operaie cucita dai militanti comunisti (è la lezione leniniana, il rapporto tra spontaneità e organizzazione) verso l’esterno, non poteva che esserci l’esito visto, l’introduzione di sistemi di automazione e la ristrutturazione produttiva, che frantumano le concentrazioni di avanguardie, “spacchettano” le roccaforti operaie riallocando geograficamente unità minori dove meno sviluppato e forte è il movimento, dividono, parcellizzano, stratificano, disperdono, isolano ed espellono sempre più forza-lavoro passata per il precedente ciclo di lotte dai luoghi di lavoro, spezzandone progressivamente la resistenza e tornando così, alla lunga, a pacificare i luoghi dello sfruttamento.

22. «Invece del motto conservatore: “Un equo salario per un equa giornata di lavoro!” gli operai devono scrivere sulla loro bandiera la parola d’ordine rivoluzionaria: “Abolizione del sistema del lavoro salariato!”». Qua, in conclusione, tutta l’indicazione di Marx e di questo scritto, che ne esprime lo sguardo di metodo. Il punto di vista della rottura, l’attualità della rivoluzione, della classe vendicatrice, che coglie il tutto dalla parte, che conosce veramente perché veramente odia. Si lotta sempre contro, mai per ‒ e tanto basta per iniziare.

«Ai proletari non è concesso il lusso dell’ignoranza, che è invece privilegio dei borghesi».