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Discorsoni / Analisi

Il vento di Torino


«Ma c’è una grossa fila di persone,

camminano di fretta e cambian posizione,

fateli passare, piantatela di insistere…»

0. Il vento a Torino, il giorno di San Geminiano, pizzicava. Per i gas urticanti sparati sulla gente, per conto del governo, da eccitati e brutali soldati a guardia dell’esistente, in divisa blu e assetto da guerra per il fronte interno. Saturando di veleno strade e polmoni. Ma anche per la potenza elettrica nell’atmosfera, lasciata dalla grande mareggiata di settembre e ottobre, che ancora sfrigolava «nella gioia e nella rabbia». C’era voglia di esserci, bisognava esserci. Il giorno di San Geminiano, a Torino, il vento ha fischiato.

1. Crediamo che le mobilitazioni per la Palestina e il movimento del «Blocchiamo tutto» siano stati l’irruzione più forte e chiara di questo cambio di pressione nell’atmosfera. Anche in contesti “provinciali” e tendenzialmente pacificati come Modena. Giorni che sono valsi anni nella soggettività. Hanno lasciato irrisolto un salto di composizione della conflittualità sociale di cui il corteo di Torino va guardato come un passaggio. Un punto del processo di chiarificazione e maturazione nel percorso di una nuova generazione politica, figlia della crisi – di sistema, certo, ma in particolare modo di un intero ciclo di movimento di lotte – che, passo dopo passo, sta lottando per prendere coscienza di sè, dei propri compiti e strumenti nelle condizioni lasciate dai precedenti cicli, della propria possibile forza, del volto del proprio nemico. Lo scrivevamo qualche tempo fa, e già la rivoluzione ha lavorato con metodo: negli occhi senza paura di tanti ragazzi e ragazze abbiamo visto avanzare la possibilità rottura con le soggettività della sconfitta formatesi nel declino del ciclo precedente. Figli di nessuno, alla ricerca della propria tradizione del fuoco. Un processo non già dato, potente ma ancora fragile. Trovare il modo di alimentarlo, costruirlo, senza trasformarlo nella riproduzione delle ceneri.

2. Respiriamo, insieme, questo vento. Anche per non farci avvelenare, il cuore e la mente, dai miasmi che subito hanno impestato l’aria. Quelli che politicanti, giornalisti, opinionisti, guardie e servi affini stanno pompando organizzati, come un muro, lungo i canali dell’industria della propaganda che qualcuno ancora si ostina a chiamare “informazione”. Come per il genocidio in Palestina, complementare alla repressione, strumento di governo controllato dalle consorterie che sostengono l’esecutivo Meloni. Il governo coglie la palla al balzo per approfondire la sua postura poliziesca e militarizzare ulteriormente il fronte interno con il sostegno delle opposizioni. La dinamica era in corso. L’avrebbe fatto comunque, con o senza Torino: un motivo l’avrebbe trovato nel breve-medio termine. Il prossimo sciopero generale, il prossimo blocco dei porti o delle stazioni, l’ennesima “minaccia maranza”… è stata la legittima rabbia espressa dalla conflittualità sociale e la tenuta di massa di una manifestazione popolare, plurale e determinata, a dargliene motivo. C’è forse da stupirsene? C’è forse da dire altro? Quando il popolo indica la luna, lo Stato usa il manganello, e i media inquadrano il martello. Le anime belle e opportuniste della sinistra, invece, guarda altrove. Per la precisione alla propria compatibilità con lo scranno del potere. Il governo Meloni, insieme all’opposizione, si smaschera, scoprendo la propria natura e i propri obiettivi: imporre la pace interna per prepararsi alla guerra esterna.

3. Le decine di migliaia di persone, circa 60 mila, che il 31 gennaio hanno riempito i tre diversi concentramenti di Porta Susa, Porta Nuova e Palazzo Nuovo, poi confluite in unico, grande fiume in piena, hanno espresso un dato politico, quello che fa più paura – come una martellata ben assestata – alla controparte: la possibilità concreta di una ricomposizione sociale, larga e articolata, ma con segno di classe, in opposizione conflittuale all’esecutivo Meloni e ai suoi disegni bellici, autonoma dagli inutili scaldapoltrone del centrosinistra. Un governo, e un parlamento intero, nemico del popolo, complice del genocidio protratto da Israele, subordinato fedelmente ai capricci di Trump per mendicare dividendi dagli orrori dell’imperialismo americano. Tuttavia, sempre più insufficienti a tenere a galla le borghesie nazionali europee, rispetto ai costi politici, economici e sociali scaricati sulle popolazioni. Non c’è alcuna ricetta per far fronte ai crescenti bisogni e contraddizioni popolari nell’approfondirsi della crisi se non la minaccia, tramite Rete 4, di una pistola piantata in fronte da parte di una divisa. Altri margini di spesa non ce ne sono: sono tutti allocati in bombe, proiettili e riarmo. Armi che, dalle squadracce dell’ICE negli Stati Uniti, da quelle dei reclutatori in Ucraina in cerca di carne da cannone giovane e fresca da mandare in prima linea, sparano già sulle strade in Occidente. Come ben sanno anche i giovani e i proletari razzializzati che vivono nei quartieri popolari delle metropoli italiane, e tutti i morti per mano dello Stato che ancora attendono giustizia. 

4. Dalle famiglie ai collettivi, dagli studenti ai lavoratori, dalle organizzazioni palestinesi ai comitati di quartiere e ai sindacati di base, fino agli ultimi spazi sociali. La composizione del corteo nazionale ha ricalcato in parte quella classica dei movimenti sociali ma certamente ecceduto la somma aritmetica delle numerose realtà e sigle presenti in piazza. Ecceduto a partire dallo stesso motivo dello sgombero di Askatasuna. Crediamo infatti che l’intelligenza collettiva sedimentata dopo il ciclo di «Blocchiamo tutto» abbia colto precisamente in questo passaggio il significato dell’attacco del governo, non solo a quattro mura, a un’esperienza, a una proposta, a una storia radicata di lotta e resistenza che parte da lontano, ma alla possibilità stessa del conflitto sociale in una delle sue determinazioni più avanzate. L’attacco a una composizione di cui “i ragazzi di Vanchiglia”, con coerenza, rappresentano la capacità di organizzarsi autonomamente, con radicalità e pragmatismo, contro i progetti del potere di sfruttamento, impoverimento e spoliazione delle nostre vite, in tutte le sue dimensioni materiali e soggettive. Ciò che ha unito, infatti, questo embrione di resistenza di massa è stata sicuramente la volontà collettiva di rilanciare con forza e senza paura una risposta, di passare al contrattacco, contro gli amministratori delegati di un sistema sempre più disumano – il livello di marciume, collusione e intoccabilità dei ceti dirigenti politici, economici e culturali del capitalismo occidentale che sta emergendo dagli Epstein Files le classi subalterne lo hanno immaginato solo nelle fantasie di complotto –  e al capolinea. 

5. Non serve dilungarsi nel descrivere lo schifo materiale e soggettivo che la società capitalistica produce, ce lo abbiamo tutti di fronte e dentro ogni giorno, ben visibile, perché ne facciamo parte. Osserviamo il buio all’orizzonte. È la guerra che ci attende, che stanno preparando, che già infiamma, più vicino di quanto pensiamo. Dalle macerie di Gaza alle strade di Minneapolis, dalle trincee del Donbass al Venezuela. Là dentro, quell’oscurità, è dove ci sta portando il Nemico. È la sua Ombra che proietta, sempre più vicina e feroce. Ristrutturando filiere, territori e università in reparti e laboratori della «fabbrica della guerra». Militarizzando la formazione, le città e la gestione del dissenso interno; promuovendo la schedatura, il ritorno della leva e la deportazione; criminalizzando come «terroristico» il conflitto sociale. Restringendo o chiudendo ogni dimensione di libertà, contropotere e organizzazione popolare incompatibile con i loro progetti bellici e di profitto. Imponendoci un destino: quello deciso nelle aule, democratiche, del Nemico. Come imponiamo, articolandolo nella composizione, sviluppandolo nello spazio e organizzandolo nel tempo, un autonomo e massificato rifiuto di classe che rompa con quel destino, con quelle istituzioni della controparte, con quella forma di vita? è questo il nodo che, progettualmente, cogliamo nel vento, e rimettiamo nel vento.

6. Respiriamo. Insieme, senza paura. Questo vento è del nostro tempo. Arriva a folate. Ha già scompaginato tutto. Apre e chiude finestre, ribalta tavoli e quadri, disordina piani e fa traballare ciò che credevamo rigido. Mette in movimento aria prima immota, determina vertigini produttive di nuove altezze. Rinfresca le menti, rinvigorisce il cuore. Con questo vento occorre misurarsi. Cogliamone l’opportunità, preziosa. Non per muovere il proprio piccolo o grande mulino, le cui ombre spesso scambiamo per giganti. Ma per prendere il largo sulle onde, tracciando la rotta in direzione collettiva. E così spiegare le vele.

Alla conquista di un sogno comune.